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Creato da nostrasignora0 il 26/03/2008

C'ERA UNA VOLTA.....

historia magistra vitae

 

"IL BRIGANTAGGIO"

Post n°43 pubblicato il 17 Novembre 2011 da nostrasignora0

 

«Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle provincie, degli uomini assolti dai giudici, che restano in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato... Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».
(Discorso alla Camera del deputato Giuseppe Ferrari, 29 aprile 1862; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000)

«Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da alienare tutti gli onesti alla causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più indegni sono considerati normali espedienti: un generale di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro dei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che vengono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borboni non hanno mai fatto cose simili – Napoleone». (Lettera di Napoleone III al suo generale Fleury, 21 luglio 1863; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000)

 
 
 

"LA QUESTIONE MERIDIONALE"

Post n°42 pubblicato il 16 Novembre 2011 da nostrasignora0

«Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni sono fior di virtù civile, la provincia napolitana non ha popoli ma mandrie». (Luigi Carlo Farini - consigliere di Cavour, ex presidente del Consiglio e più volte ministro - da poco insediatosi a Napoli come luogotenente di Vittorio Emanuele II; cit. da Granzotto P.: Pontelandolfo, i briganti e l'unità d'Italia, in Il Giornale, 27.8.2005)

 

 

«In queste regioni non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento... son regioni che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandare i caffoni in Africa a farsi civili». (Nino Bixio; cit. da Granzotto P.: Pontelandolfo, i briganti e l'unità d'Italia, in Il Giornale, 27.8.2005)

 

 

«L'inferiorità del contadino meridionale è un prodotto storico. Dato l'ambiente di miseria e di ignoranza in cui ha vissuto per secoli il lavoratore della terra, qual meraviglia se il suo temperamento si è volto al male, se l'acutezza della mente ha degenerato in frode, la forza in violenza, l'amore in libidine?». (atti di una inchiesta parlamentare sul Meridione nei primi del Novecento; cit. da Granzotto P.: Pontelandolfo, i briganti e l'unità d'Italia, in Il Giornale, 27.8.2005)

 

 

 

 
 
 

"IL BUON GOVERNO PIEMONTESE NEL MERIDIONE"

Post n°40 pubblicato il 16 Novembre 2011 da nostrasignora0

«... pensavo che i prigionieri fossero stati processati, prima di essere condannati; mi spiace dirlo, non era così. Un ungherese di nome Blumenthal, in fluente francese, mi disse che si trovava da 18 mesi in cella senza essere stato nè processato nè interrogato (...). Quando lasciai la sua cella, altri prigionieri si affollarono attorno a me e al mio accompagnatore chiedendoci in italiano: ‘Perchè siamo in prigione?Perchè non ci processano? (...). Il direttore mi rispose che non sapeva cosa dire: aveva sotto la sua sorveglianza 83 persone mai processate, delle quali circa la metà non erano nemmeno state sottoposte a interrogatorio. Erano detenuti senza sapere di quale delitto fossero accusati (...). Molti di loro erano uomini dall’aspetto misero, balbettanti, i capelli bianchi, appoggiati a grucce, poveri disgraziati desiderosi solo di finire i propri giorni in un ospizio».

«...C’erano un vescovo cattolico romano e due preti, tirati giù dal letto un mese prima, e destinati a trascorrere i propri giorni in compagnia di criminali incalliti (...). C’era un uomo in prigione da due anni, un vecchio vicino ai settant’anni, curvo per l’età e costretto ai pasti carcerari: uno al giorno e solo acqua da bere».

«... Il direttore fu estremamente cortese e, saputo il motivo della mia visita, si augurò che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto in quel momento a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un’epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia».

«… Dei 1000 prigionieri, 800 erano confinati in cinque stanze non divise da porte, ma da sbarre di ferro, cosicchè gli effluvii emanati da quegli 800 uomini circolavano liberamente da un capo all’altro (...). Ma torniamo al cortile della prigione. Per fortuna non capita spesso di vedere quello che ho visto, uno spettacolo che non dimenticherò mai... Non appena mi videro, i detenuti si precipitarono verso di me con grida pietose e reiterate, con gli occhi iniettati di sangue e le braccia protese, implorando non la libertà, ma il processo; non la clemenza, ma una sentenza (...). Ho conversato con detenuti in attesa di giudizio che mi dicevano: ‘Se almeno potessimo avere qualche indizio della sentenza che ci attende, la nostra disperazione non sarebbe così nera. Alla fine di ogni cammino, per quanto duro, è possibile scorgere una scintilla di speranza; ora invece c’è solo disperazione». (Lord Henry Lennox, in visita alle carceri meridionali nell’inverno 1862-63; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000)

I "plebisciti" sancirono l'annessione forzata di tutti gli ex stati italiani. La gente doveva votare all'aperto, mettendo le schede in due urne: su una stava scritto "sì", sull'altra "no". A Napoli si dovette votare passando tra due ali di garibaldini armati. Malgrado ciò i voti sommati risultarono pure molto superiori all'effettivo numero dei cittadini (segno che ogni "liberatore" aveva votato più volte). [...]

Il floridissimo Regno delle Due Sicilie in brevissimo tempo fu portato al tracollo finanziario, e i meridionali per la prima volta nella loro storia furono costretti a emigrare all'estero per poter mangiare. Il Sud dovette pagare le guerre del Piemonte, anche quella combattuta contro i meridionali stessi.

Arrivarono tasse anche sul macinato, sulle porte e le finestre (le case cominciarono così ad avere un sola apertura, con conseguenti epidemie di tubercolosi, il male del secolo), arrivò la leva obbligatoria che durava anni e toglieva braccia a popolazioni prevalentemente agricole. Per dieci anni il Sud fu trattato come una colonia da sfruttare; sorse per reazione il cosiddetto "brigantaggio" (i partigiani dell'ex Regno, come al solito, vennero definiti banditi). Metà dell'esercito piemontese era di permanenza nel Sud, con uno stato di emergenza continuo: fucilazioni di massa, rappresaglie, stermini, incendi. Nacque così il problema del "mezzogiorno", da allora mai più risolto. Nel nuovo regime burocratico e accentrato i meridionali, privati delle industrie e delle terre ecclesiastiche e statali su cui lavorare, presero il vizio di far carriera nella pubblica amministrazione. (R.Cammilleri: Fregati dalla scuola, Effedieffe, Milano, 1999)

 

 
 
 

GLI EROICI GARIBALDINI

Post n°39 pubblicato il 16 Novembre 2011 da nostrasignora0

«Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto» (Giuseppe Garibaldi; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000, pag. 232)

 
 
 

l'impresa dei mille

Post n°38 pubblicato il 16 Novembre 2011 da nostrasignora0

"Ho dovuto, Eccellenza, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, giusta invito del marchese di Villamarina, e quattromila al comitato. Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; ed io non volevo neanche dargliene tanti".

“Possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della Regia Marina napoletana”. (Carlo Persano, lettera a Cavour datata agosto 1860; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000)

 

«Quando si vede un’armata di 100 mila uomini vinta colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuol capire, capisca». (Massimo D’Azeglio, lettera al nipote Emanuele datata 29 settembre 1860; cit. da Pellicciari A.: L’altro risorgimento, Piemme, 2000)

 

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei la via dell'Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. (Lettera di Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli del 1868; cit. da Guarini R.: Garibaldi «revisionista» della sua stessa impresa, da: Il Giornale, 6.7.2007.)

 

 
 
 
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PULCINELLA

 

 ...Nel silenzio di una sala affollata e commossa il vecchio attore veniva avanti,al palcoscenico.
Si levava la maschera nera dal volto e l'incarnato sembrava scavato nel contorno bianco del trucco. Pallido, emozionato,ma con voce sicura e con gesto deciso,il vecchio attore porgeva allora la maschera all'attore più giovane, cresciuto pazientemente alla sua ombra. D'ora in avanti il Pulcinella sarebbe stato lui... Era un momento solenne del teatro di un tempo, una sorta di "incoronazione", la investitura somma che chiudeva una vita trascorsa sulle tavole di palcoscenici ricchi e poveri per aprire un nuovo percorso già tracciato dai primi affidabili successi. Col passaggio della maschera da un attore vecchio e sapiente ad uno giovane e inesperto, ma certamente promettente, tanto da poter ricevere il "segno" agognato, si perpetuava la vita di una delle maschere popolari del teatro italiano: quella di Pulcinella. "E' morto il re, viva il re", e anche in questo favoloso regno dello spettacolo dopo un pulcinella ne veniva un altro, idolatrato e applaudito quello di prima, idolatrato e applaudito il nuovo. Era la maschera o era l'attore ad essere amato?
Pulcinella, una maschera nera, lucida, demoniaca, con un grande naso gibboso, un porro sul lato sinistro della fronte, sopra l'occhio, gli zigomi pronunciati. Maschera antichissima che si è andata modificando nel tempo assumendo significati e valenze differenti, raccogliendo eredità copiosissime di inventiva popolare e coltissimi spunti letterari.
Benedetto Croce, cercando di delineare i confini del carattere della maschera di Pulcinella scriveva in un suo saggio:"Pulcinella non designa un determinato personaggio artistico ma una collezione di personaggi,legati tra loro soltanto da un nome, da una mezza maschera nera, da un camiciotto bianco, da un berretto a punta".
"Pulcinella è la maschera per eccellenza del mondo popolare campano - scrive oggi Roberto De Simone,  una maschera che si riferisce innanzitutto all'espressione della morte. Valenza di morte, ha l'abito bianco, confezionato con le lenzuola, un camicione completato dal coppolone o cappello a punta, pure di stoffa bianca; valenza di morte ha la maschera che copre il volto. Una maschera nera che si può ribaltare in una coloritura bianca del volto ottenuta con farina o gesso, e che rende ancor più spettrale la maschera".
Una maschera di morte che viene da tempi lontani, anche questo ce lo hanno ribadito gli studiosi, che vive in un gioco di ambiguità però proprio del fare teatro, dello spettacolo che muta la realtà e la sovverte. Il nero che maschera il volto e lo tinge di scuro è il segno della morte ma è anche il segno che esorcizza la morte e vi si contrappone.

 

I POETI DI NAPOLI

IO VULESSE TRUVA' PACE

Eduardo De Filippo - 1948



Io vulesse truva' pace;
ma na pace senza morte.
Una, 'mmiez' a tanta porte,
s'arapesse pe' campa'!

S'arapesse na matina,
na matin''e primmavera,
arrivasse fin''a sera
senza di': "nzerrate lla'!

Senza sentere cchiu' 'a ggente
ca te dice: "io faccio...io dico,
senza sentere l'amico
ca te vene a cunziglia'

Senza sentere 'a famiglia
ca te dice:Ma ch'he fatto?
senza scennere cchiu' a patto
cu' 'a cuscienza e 'a dignita'.

Senza leggere 'o giurnale
'a nutizia 'mprussiunante,
ch'e' nu guaio pe' tutte quante
e nun tiene che ce fa.

Senza sentere 'o duttore
ca te spiega 'a malatia
'a ricetta in farmacia
l'onorario ch'he 'a pava'

Senza sentere stu core
ca te parla 'e Cuncettina
Rita,Brigida,Nannina...
chesta si'...chell'ata no.

Pecche' insomma si vuo' pace
e nun sentere cchiu' niente
'e 'a spera' ca sulamente
ven' 'a morte a te piglia'?
Io vulesse truva' pace
ma na pace senza morte.
Una,'mmiez'a tanta porte
s'arapesse pe' campa'
S'arapesse na matina
na matina 'e primmavera
e arrivasse fin'a sera
senza di' "nzerrate la'!"