Creato da NeverInMyName il 09/11/2005

NeverInMyName

Gli orrori della guerra, una macchia sull'umanità. Per non vanificare il sacrificio di tante vittime, per non assistere inermi a un altro Vietnam, per non giustificare un'altra invasione come quella in Iraq. Per dire mai più a un altro Darfur: stand up togheter!

 

 

A sei anni dall'inizio del conflitto

Post n°502 pubblicato il 03 Marzo 2009 da NeverInMyName

Giovedì 26 febbraio, nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana è stato presentato il rapporto 2008 sulla situazionbe in Darfur. L'iniziativa ha riscontrato grande attenzione. Tra il pubblico era presente anche il senatore a vita Giulio Andreotti che ha dimostrato molto interesse per il conflitto in Darfur. Nell'attesa del 4 marzo, giorno in cui la Corte penale internazionale ha annunciato che si pronuncerà sul mandato di arresto per il presidente sudanese Al Bashir, continueremo nella nostra azione di divulgazione di notizie e promozione della tutela dei diritti umani in Darfur e vi aspettiamo al Colosseo per ricordare le vittime del conflitto. Ognuno di noi porti un fiore, una candela, qualsiasi cosa che possa testimoniare la nostra vicinanza a questo popolo martoriato per il quale chiediamo giustizia. Grazie

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur

Rapporto 2008 sulla crisi umanitaria in Darfur



La crisi umanitaria in atto
A sei anni dall’inizio del conflitto in Darfur le stime Onu parlano di vittime comprese tra le 200 e le 400mila e di 2.8 milioni di sfollati. Attualmente sono presenti oltre Ocha, il coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, 85 organizzazioni non governative e circa 17mila operatori (in maggioranza sudanesi). Nel 2008 circa 300mila darfuriani hanno lasciato i propri villaggi per chiedere assistenza nei campi profughi. Nell’ultimo anno si è registrato un peggioramento della qualità della vita nei centri di accoglienza. L’esistenza di centinaia di migliaia di profughi, per lo più donne e bambini, e costantemente a rischio in tutto il Darfur. Le minacce sono molteplici: insufficiente disponibilità d’acqua e di cibo, condizioni igienico sanitarie preoccupanti e controlli per la sicurezza inadeguati. La mortalità continua a essere molto alta. Sono pochi quelli che superano i 35 anni mentre tra i bambini molti non raggiungono il sesto anno di vita. Ogni giorno ne muoiono settantacinque di fame o di malattia. II problema della malnutrizione e della mancanza d acqua rimane prioritario. L’assistenza è ridotta e le risorse disponibili limitate. Il settore sanità è quello che registra la maggiore criticità ed è considerato addirittura cronico dagli operatori umanitari sul campo. La protezione e la sicurezza sono del tutto insufficienti. Continuano a registrarsi attacchi nei villaggi del Sud Darfur e le donne che vanno a raccogliere legna da ardere fuori dai campi sono vittime dei rapimenti e delle violenze delle milizie che gravitano intorno alle istallazioni di accoglienza in tutta la regione. La scolarizzazione è ancora molto bassa. Si riesce a garantire istruzione solo al 65% della popolazione in età scolastica, che ha accesso a strutture di educazione primaria.

L’inizio del conflitto (2003-2006)

• Le prime fasi Il conflitto nel Darfur è conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai famigerati janjaweed (i “diavoli a cavallo”), gruppi organizzati, politicizzati e militarizzati nei quali vengono reclutate persone con una specificità etnica (le popolazioni arabe nomadi), che agiscono con l’appoggio del governo di Khartoum. Per la verità il conflitto inizia molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, crescono in seguito all’affermarsi dell’arabismo, ideologia razzista che esalta la nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli e ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe, le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” (oltre ai i Fur, l’etnia più numerosa, che da il nome all’intera regione, anche gli Zaghawa e i Masalit) e, nel 2000, è pubblicato il “Libro Nero”, da parte di un gruppo di 25 esponenti che si auto-definiscono “I ricercatori della verità e della giustizia”. Lo shock non riguarda tanto i contenuti del libro (che non sono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù; infatti, prima di allora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere espliciti argomenti comunque ben conosciuti. Nel febbraio 2003 i movimenti di opposizione compiono una serie di attacchi a stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti: il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), la cui unità appare, ben presto, compromessa in seguito ai contrasti tra Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa; il Justice and Equality Movement (JEM), il cui leader Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, già ideologo del governo islamico del presidente al-Bashir. In seguito alla ribellione, il governo di Khartoum, nelle mani del National Congress Party (NCP), ritenendo di essere in grado di risolvere la situazione, inizia la controffensiva, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.

• Il Darfur Peace Agreement

Gli scontri si alternano ai tentativi di risolvere il conflitto tramite il negoziato, con iniziative a carattere locale ed internazionale, avvenute sotto l’egida di alcuni paesi limitrofi (soprattutto Chad e Libia) e dell’Unione Africana (UA), la cui iniziativa diplomatica si svolge in parallelo rispetto alla missione militare; la missione diplomatica dell’UA porta, nel biennio 2004 – 2006, a sette diversi round di colloqui, soprattutto ad Abuja (Nigeria). I tentativi negoziali sono caratterizzati in maniera negativa da: divisioni all’interno dei movimenti di opposizione (in seguito ai contrasti sulla leadership tra militari e politici e tra capi delle “vecchie” e “nuove” generazioni); mancanza di competenze negoziali specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma comune); atteggiamento intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che dialogare con loro); infine, la stessa mediazione dell’UA (che non agisce come terzo neutrale e imparziale, facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo). Nel maggio 2006 si arriva alla firma del Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M, quella di Minawi, che in virtù di tale accordo entra a far parte del governo di unità nazionale, ottenendo per sé la carica di Senior Assistant del Presidente Bashir, la quarta carica dello stato. Purtroppo, il DPA si dimostra del tutto inefficiente e finisce per peggiorare la situazione, anche perchè, non è sottoscritto da gran parte delle fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione, che ritengono insufficienti le misure per la condivisione del potere a livello locale e per la sicurezza nella regione e non adeguati i meccanismi di compensazione per le vittime del conflitto. Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si riuniscono nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum inizia una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Successivamente sorgono contrasti anche all’interno del NRF, per cui il fronte dei movimenti di opposizione appare fortemente diviso al suo interno. Inoltre negli ultimi tre anni, si registrano importanti divisioni sia all’interno dello SLA/M che nel JEM, oltre a defezioni anche all’interno della fazione di Minawi. Lo scorso anni un funzionario ONU ha dichiarato che il quadro dei movimenti di opposizione è ormai talmente complicato che per costituire un gruppo autonomo bastano “trenta uomini e una jeep”. La situazione attuale• Le accuse a Bashir di genocidio e crimini contro l’umanità Nel luglio 2008 il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI, attivata nel marzo 2005 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1593) Luis Moreno Ocampo accusa il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir di genocidio e crimini di guerra, chiedendo il mandato d’arresto alla Camera della Corte. Secondo le prove raccolte il presidente sudanese avrebbe diretto e applicato un piano per distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia. «Per cinque anni - è l'accusa lanciata dall'alto magistrato - le forze armate e la milizia janjaweed, sotto gli ordini di Bashir, hanno attaccato e distrutto villaggi. Poi attaccavano i sopravvissuti nel deserto. Quelli che raggiungevano i campi erano soggetti a condizioni messe in atto in modo calcolato allo scopo di distruggerli». Secondo Ocampo «i suoi motivi erano largamente politici, il suo alibi è stata l'insurrezione, il suo intento è stato il genocidio». Le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir hanno ucciso almeno 35.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 80.000 e 265.000 che sono state sradicate dalle loro case. In seguito alla richiesta di Ocampo, inizia un acceso dibattito nella comunità internazionale, divisa al suo interno tra due diverse priorità: fare giustizia o favorire il processo di pace attraverso una larga azione diplomatica. E’ notizia di questi ultimi giorni che il prossimo 4 marzo la Corte Penale Internazionale si pronuncerà sulla richiesta di arresto a Bashir presentata da Luis Moreno-Ocampo.

• Gli scontri di Muhajiriya

Alla metà di gennaio 2009 il JEM ha ripreso il controllo della città di Muhajiriya (30.000 abitanti, una delle principali del Darfur meridionale), sottraendolo alla fazione SLA di Minni Minawi e da allora si sono registrati pesanti bombardamenti da parte dell’aviazione regolare del Sudan e scontri tra il JEM e la fazione dello SLA/M di Minawi. L’attacco ha messo in ulteriore evidenza la crescita nell’ultimo anno del JEM (già protagonista di attacchi a Khartoum nel maggio 2008), che più di tutti sta ponendo gravi difficoltà al governo centrale. Fonti ufficiali sottolineano che gli attacchi dell’ultimo periodo hanno causato oltre 200 morti e almeno 30.000 sfollati e l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani, Navi Pillay ha espresso preoccupazione per il continuo peggioramento delle condizioni della popolazione. Il 3 febbraio il JEM, in seguito agli appelli dell’ONU, dell’Unione Africana e della nuova amministrazione USA (e dopo che Khartoum aveva suggerito al personale dell’UNAMID di lasciare la città per evitare di essere coinvolto, facendo temere che un “rischio-Srebrenica”), ha lasciato la città.

• L’accordo di Doha

A partire dal maggio 2006 (data del DPA), si succedono sul campo diversi tentativi di mediazione per arrivare a un accordo: dapprima l’iniziativa congiunta ONU/UA per il dialogo tra governo di Khartoum e movimenti di opposizione; poi il tentativo del Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A, movimento di opposizione del Sudan meridionale e protagonista degli accordi del gennaio 2005 che ha posto fine a oltre 20 anni di guerra civile e ha portato il movimento all’interno del governo di unità nazionale), per la ripresa del dialogo all’interno dei diversi movimenti di opposizione; ancora l’iniziativa del mediatore dell’UA Djibril Bassolè per favorire il raggiungimento di una posizione comune tra le diverse fazioni; infine l’iniziativa promossa dal Qatar. Quest’ultima, ha permesso di arrivare pochi giorni fa (17 febbraio), alla firma un accordo tra il JEM e il governo di Khartoum, che prepara il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto. All'avvio dei dialoghi tra le parti, oltre al Qatar, hanno partecipato anche l’ONU, l'UA e la Lega Araba, che hanno sottolineato che le discussioni sono solo preliminari e preparatorie per aprire la strada ad un più ampio processo di pace nel Darfur. La notizia è certamente positiva, anche se esistono forti perplessità perché l’accordo sembra essere soprattutto il riflesso di una temporanea confluenza di interessi tra il governo, il JEM e la Lega Araba, ciascuno dei quali ottiene importanti vantaggi dall’accordo. Il JEM perché tramite esso si vuole proporre come principale interlocutore politico, oltre che militare, nella regione; il governo (soprattutto il presidente Bashir) perché spera così di recuperare la sua immagine sul piano internazionale (anche perché “invitato” da alcuni paesi, es. Francia, a fare di più sul piano diplomatico); infine la Lega Araba, che si pone come “sponda” privilegiata nel processo di pace.

La missione di peacekeeping congiunto ONU-Unione Africana (UNAMID)

Il 31 luglio 2007 il Consiglio di Sicurezza ONU approva all’unanimità la risoluzione 1769, che sancisce l’avvio della missione UNAMID (African Union – United Nations Hybrid Operation in Darfur), la più ampia forza di peacekeeping multilaterale mai dispiegata, con oltre 31.000 uomini tra militari (circa 20.000), polizia (circa 4.000) e personale civile. Dopo un primo anno caratterizzato soprattutto da ombre, il 31 luglio scorso (risoluzione 1828), la missione è rinnovata per un altro anno, con la clamorosa astensione degli Stati Uniti. La missione si trova in una situazione di grande difficoltà, soprattutto per la mancanza di collaborazione di Khartoum. La risoluzione 1769 prevedeva il dislocamento completo della forza di peacekeeping entro il 31 dicembre 2007: alla fine del 2008 non erano presenti più di 10.300 uomini (circa un terzo rispetto a quelli previsti in origine), considerati poco più del minimo necessario, e si prevede che entro il 2009 saliranno ad 11.000 . L’UNAMID inoltre non ha risorse logistiche e finanziarie sufficienti, con lacune anche nel supporto di base; i militari hanno difficoltà a essere pagati e, in qualche caso, dato che gli “elmetti blu” non sono in numero sufficiente, addirittura sono costretti ad indossare sopra l’elmetto buste di plastica di colore blu. In particolare, è considerata molto grave la mancanza di elicotteri, essenziali per operare in maniera efficace e reagire con prontezza in una regione grande come la Francia. L’Italia è fra i pochi paesi che hanno accolto gli inviti da parte di diverse organizzazioni internazionali (e della stessa ONU) e, nell’ambito del recente decreto di proroga per le missioni internazionali, ha messo a disposizione dell’UNAMID due velivoli per il trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per un periodo di sei mesi (dal gennaio al giugno 2009). Tuttavia, le esigenze della missione sono ancora ben lungi dall’essere soddisfatte, visto che avrebbe bisogno anche di garantire il flusso costante di materiali ed equipaggiamento tra Port Sudan e il Darfur, di mezzi di trasporto (soprattutto camion), di un’unità per la ricognizione aerea, di un’unità logistica poli-funzionale e di un numero sufficiente di personale tecnico aggiuntivo (soprattutto ingegneri).

La campagna istituzionale di Italians for Darfur

Il costante impegno e il fermento delle azioni dell’associazione – tra cui tre Global Day e due eventi - hanno permesso a ‘Italians for Darfur’ di accreditarsi da subito presso le Istituzioni e i mezzi di informazione. Dal 2006 sono stati presentati numerosi atti di indirizzo parlamentare dai deputati e dai senatori che sostengono la campagna del movimento per il Darfur. Tra i più importanti la mozione bipartisan del marzo 2007 - approvata all’unanimità in Senato e che impegnava il governo ad affrontare in sede di Consiglio di sicurezza dell' Onu la questione Darfur e a promuovere in tutte le sedi internazionali competenti iniziative appropriate a far sì che cessassero le gravissime violazioni dei diritti umani in Sudan - e l’ordine del giorno del novembre 2008 - con primo firmatario l’onorevole Gianni Vernetti e sottoscritto anche da esponenti della maggioranza - che impegnava il governo a reperire le risorse per dare sostegno alla missione Unamid dispiegata in Darfur. Da questi atti sono scaturiti provvedimenti concreti quali la disposizione in Finanziaria 2007 (Governo Prodi) di un finanziamento di 40 milioni di euro per l’emergenza in Darfur e in Somalia e l’approvazione, nel gennaio 2009, del decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero che prevede l’invio di due velivoli e un contingente di circa 250 militari in Darfur (Governo Berlusconi). Italians for Darfur è stata, inoltre, promotrice di una missione in Darfur (luglio 2007 Commissione Esteri Camera dei Deputati) e di tre audizioni parlamentari (207, 2008, 2009) presso il Comitato parlamentare per i diritti umani. Nel 2008 Italians for Darfur ha presentato alla Camera dei Deputati il Dossier sull’Unamid che segnalava le carenze della missione Onu-UA.

La campagna on-line


L’ottima presenza su Internet del movimento è anche data dalla necessità di compensare attraverso la Rete, la scarsa presenza, sulle televisioni nazionali, di notizie sul conflitto nel Darfur” Terzo Settore n°10, Il Sole 24 Ore


La scommessa di Italians for Darfur è stata sin dagli inizi l’uso della rete quale strumento di amplificazione dell’informazione e di aggregazione sociale affinché si costituisse anche on-line un vero e proprio movimento a favore di una maggiore copertura mediatica della crisi umanitaria in Sudan. Diversamente da altre associazioni ed organizzazioni, per le quali, soprattutto nel panorama italiano, internet resta una vetrina della struttura e delle attività esterne alla rete, Italians for Darfur ha ritenuto da subito che Internet, indipendente dai tradizionali media ma non ancora alternativo a questi in termini di accessibilità e penetrazione, esprima potenzialità comunicative finora inattese di riverberazione dell’ informazione, della cui qualità continuano ad essere garanti i professionisti del settore: è quindi attiva, dal 2006, una campagna on-line (vedi allegato) che fa leva sulla partecipazione degli utenti dei blog e dei principali social network italiani e internazionali, quali Facebook, Myspace, Flickr, Youtube, senza dimenticare le esperienze di citizen journalism grazie a collaborazioni con siti e servizi del settore, per chiedere ai media mainstream italiani una maggiore copertura della crisi in Darfur e nelle altre regioni del mondo dimenticate. Il blog ufficiale del movimento, denominato Italian Blogs for Darfur, è il corpo centrale della campagna, recensito anche dalla rivista Terzo Settore del Sole 24 Ore e ospitato più volte al salone PiùBlog della Fiera di Roma. Nel solo 2008 ha registrato oltre 17.000 visite, non poche considerato il tema purtroppo non così popolare, delle quali ben il 34% provenienti da collegamenti esterni da altri siti e blog associati, a riprova della rete in questi anni formatasi in maniera trasversale attraverso tutta la comunità on-line non solo italiana ma anche internazionale, grazie alla partecipazione a simili campagne nel resto del mondo e collaborazioni con blogger sudanesi; è significativo il fatto che nel 2008 il blog sia stato visitato 63 volte anche in Sudan, dal quale riceviamo testimonianze di operatori umanitari che prestano servizio nel Paese. Sempre in Sudan, Italian Blogs for Darfur è risultato essere tra i primi 13 blog visitati dalla community online sudanese secondo la classifica stilata dalla stessa blogosfera sudanese del Sudan’s Daily Voices. La bloglist ufficiale consta di oltre 100 bloggers registrati, che espongono nella loro homepage i banner di Italian Blogs for Darfur e ne riprendono i contenuti. A partire dal 2009, è inoltre attiva, anche su Facebook, oltre al gruppo e a pagine dedicate, una applicazione sviluppata in ambiente FBML con pagine informative e l’immancabile appello per una maggiore qualità dell‘informazione sulla crisi in Darfur. Nel giro di poche settimane l’applicazione è stata aggiunta da oltre 2500 persone. Molta importanza è stata data anche alle collaborazioni con il mondo della musica on-line, tra le quali quella con i Negramaro, che nel 2008 hanno sponsorizzato la campagna on-line di Italians for Darfur nel loro spazio Myspace, producendo un clip video per la giustizia in Darfur proiettato anche prima del loro concerto a San Siro, Milano, il maggio scorso. • Il Darfur in rete Contrariamente a quanto accade nei principali telegiornali italiani, nei quali, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia per Medici senza Frontiere, il Darfur occupa solamente poco più di un’ora all’anno di notizie, gli utenti della rete hanno la possibilità di seguire con continuità l’evolversi della crisi umanitaria in Darfur, soprattutto grazie all’accessibilità di aggregatori di notizie ed edizioni telematiche dei principali quotidiani esteri. Scarsa è invece la copertura del conflitto nelle agenzia di stampa italiane in rete, nelle quali viene confermata la tendenza a preferire comunicati o iniziative pubbliche di sensibilizzazione di noti personaggi dello spettacolo, soprattutto se hollywoodiani, o di avvenimenti comunque riconducibili alla realtà politica italiana, piuttosto che gli stessi tragici sviluppi del conflitto in Darfur. E’ risultata essere di particolare impatto, anche alla luce di queste considerazioni, la diffusione della canzone Living Darfur dei Mattafix, che pur essendo stata prodotta nel 2007, è stata ripresa da tantissimi utenti della blogosfera italiana anche nel 2008. In definitiva, mentre la rete anglofona dimostra una maggiore attenzione alla crisi, in Italia le iniziative on-line di Italians for Darfur restano l’unica realtà strutturata di promozione e sensibilizzazione della community on-line sui diritti umani in Darfur.

 
 
 

Io ho firmato, fallo anche tu...

Post n°501 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da NeverInMyName

Appello per il diritto alla libertà di cura
Rispettiamo l'Articolo 32 della Costituzione

Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull'onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.

Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell'orientamento generale degli italiani.

Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.

Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.

Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.

Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.

Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.

Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.

Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.

FIRMA QUI

 
 
 

Buone e cattive notizie

Post n°500 pubblicato il 20 Novembre 2008 da NeverInMyName

Cari amici vi aggiorno sulle ultime news sul Darfur. Mentre in Italia la Camera approva un importante ordine del giorno, in Sudan continuano le repressioni nei confronti dei giornalisti che cercano di raccontare le violenze perpetrate nella regione occidentale del Paese. Posto un xomunicato inviato ieri che sintetizza un po' tutte queste notizie. Vi abbraccio e grazie per l'interesse che riservate a questa mia casusa.

Anto

Darfur, odg approvato primo passo verso impegno nostro Paese

 

“Esprimiamo grande soddisfazione per l’approvazione dell’ordine del giorno che impegna il Governo a reperire le risorse per l’invio di alcuni elicotteri in Darfur, in appoggio alla missione Unaimd”.

E’ quanto si legge in una nota di “Italians for Darfur”.

“Questo provvedimento arriva in una fase cruciale del conflitto in atto nella regione – sottolinea Antonella Napoli, presidente dell’associazione - Come purtroppo temevamo il cessate il fuoco annunciato dal presidente Omar el-Bashir non è durato molto. I ribelli che si contrappongono al regime hanno denunciato ripetuti attacchi da parte dell'aviazione sudanese sui villaggi di Kurbia e Umraik. Il bilancio delle vittime non è ancora chiaro, ma è lampante la ‘farsa’ attuata a mezzo stampa dal presidente sudanese che aveva garantito un “cessate il fuoco incondizionato”. Il Sudan Liberation Army e il Justice and Equality Movement, che chiedendo a Khartoum uguale dignità politica ed economica per il popolo del Darfur, hanno accusato le forze governative di aver colpito la popolazione inerme senza alcun motivo”.
“E proprio la censura che voleva imporre il governo – prosegue la nota - su notizie come queste ha suscitato l’indignazione e la reazione di un nutrito gruppo di giornalisti sudanesi. L’accusa? Una riunione non autorizzata su un memorandum da presentare ai legislatori per chiedere di rivedere le leggi che regolamentano il Diritto dell'informazione e la libertà di stampa. Questo incontro seguiva lo sciopero della fame partito martedì 4 novembre, che ha coinvolto 150 giornalisti, e il fermo stampa di tre giornali, l'Ajras Al-Hurriya, Al-Shab di Al-Maidan e Rayal, che per tre giorni hanno protestato contro le restrizioni del governo attraverso le quali vorrebbe controllare la linea editoriale. I giornalisti sudanesi sono quotidianamente sottoposti alle molestie del regime: l'arresto, la detenzione, gli interrogatori, la confisca dei giornali stampati sono vessazioni continue per chi non si piega alla volontà governativa”.

“A tutto questo l’intera opinione pubblica sudanese – conclude il presidente di Italians for Darfur - dovrebbe dire basta, ma in un Paese dove esprimere la propria opinione può costare la libertà non stupisce che cali il silenzio. Ma noi non restiamo zitti. Oltre ad esprimere totale solidarietà ai giornalisti che si contrappongono alla censura della giunta militare, chiediamo che il Governo italiano e i media del nostro Paese non ignorino le repressioni messe in atto dal regime di Khartoum”.

 

Roma, 19 novembre 2008

 

 
 
 

Una fievole speranza...

Post n°499 pubblicato il 12 Novembre 2008 da NeverInMyName

Darfur, annunciato il “cessate il fuoco”
Propaganda o primo passo verso la pace?

La notizia era nell’aria da tempo. Omar Hassan al-Bashir, presidente del Sudan, lo aveva anticipato nei giorni scorsi affermando che ‘stava lavorando per la pace in Darfur. Poi l’annuncio: “Proclamato l’immediato e incondizionato cessate il fuoco nel Darfur”.
Peccato che uno dei principali gruppi ribelli della regione abbia già rifiutato l'offerta.
Forse le rassicurazioni di Al Bashir, il quale ha affermato che il suo Governo darà “corso immediato a una campagna per disarmare le milizie e restringere l'uso delle armi tra le forze armate" non hanno convinto il Movimento Giustizia ed Eguaglianza che ha risposto dichiarando che “il cessate-il-fuoco annunciato da Khartoum non è serio”.
Ciò significa che il Jem non smetterà di combattere contro le forze governative. Un portavoce del movimento ha però precisato che se si raggiungesse un accordo quadro che garantisca i diritti del movimento la decisione potrebbe essere rivista. In poche parole alzano il prezzo. Vogliono qualcosa in cambio… terra e potere.
Le violenze in Darfur sono iniziate proprio a causa delle aspirazioni dei ribelli, che hanno portato  a una contrapposizione con il regime sudanese: un conflitto che ha coinvolto tutte le tribù darfure e che ha causato non meno  di 200mila morti e  costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le proprie case.
Agli insorti impegnati a combattere per qualsiasi cosa, dal controllo del bestiame a quello per la terra, il regime di Bashir ha opposto sanguinarie milizie arabe, dette janjaweed, i ‘diavoli a cavallo’.
Questi miliziani non hanno esitato a saccheggiare villaggi, uccidere uomini e violentare le donne. Hanno messo in atto una vera e propria ‘pulizia etnica’ visto che le vittime sono tutte di etnia Fur, Zaghawa e di altre popolazioni del Darfur.
Proprio per la responsabilità di aver armato i janjaweed, la Corte penale internazionale ha chiesto l’incriminazione del presidente sudanese.  E forse il cessate il fuoco proclamato da Bashir è anche dovuto
alle indagini e alla richiesta di arresto avanzata dal Procuratore Ocampo.

Per questo bisogna
continuare a sostenere l’azione della CPI: una pace duratura in Sudan può passare solo attraverso l’accertamento delle responsabilità penali di chi ha coperto e perpetrato crimini di guerra e garantendo giustizia a tutte le vittime di queste violenze.

 
 
 

Nuova campagna

Post n°498 pubblicato il 02 Luglio 2008 da NeverInMyName

Italians for Darfur e Human Rights First insieme
per i diritti umani in Darfur: appello ai Paesi del G8

Gruppo per la difesa dei diritti umani presente nei paesi del G8 e in Sudan fa appello ai leader nazionali perché nel summit di luglio sostengano la causa contro le violenze nel Darfur

Una coalizione internazionale composta da oltre 40 Organizzazioni Non Governative provenienti da tutti e otto i paesi del G8 ha fatto oggi appello ai leader delle rispettive nazioni chiedendo una decisa presa di posizione a supporto di azioni concrete e tempestive che possano terminare la crisi nel Darfur.

La coalizione è guidata dal gruppo Human Rights First e comprende al suo interno ONG del Sudan stesso ma anche di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e USA. Proprio oggi la coalizione ha inviato una lettera aperta indirizzata ai leader del G8, ai quali si rivolge per insistere in merito all’adozione di misure precise volte alla risoluzione della crisi nel Darfur, in previsione del summit che si terrà alla fine di Luglio a Hokkaido, Giappone.Tali misure includono la cessazione delle violenze, l’immediato dispiegamento di forze di pace (UNAMID), lo stop ad ogni ingresso di armi nel Darfur, la ridiscussione dei processi di pace e l’individuazione delle responsabilità, nonché delle conseguenti pene, nei confronti dei responsabili delle atrocità commesse nella regione.

“La crisi in Darfur si prende una pausa senza ragione, in attesa della riunione del G8. Questi leader hanno la responsabilità di usare la loro influenza per fare pressione sia sul Sudan che sui suoi partner, complici di supportare o addirittura alimentare direttamente le violenze” dice Betsy Apple, direttore del Programma Crimini Contro l’Umanità alla Human Rights First. “I tempi in cui si poteva mostrare affranti senza però muovere un dito per cambiare le cose sono ormai terminati. I membri del G8 ora devono esprimersi in maniera inequivocabile, impegnandosi nel garantire tutta la loro influenza per porre fine alla crisi nel Darfur”.

La coalizione chiede un’espressione più decisa e specifica rispetto a quella dello scorso anno, che includa temi come quello dei flussi di armi nel Darfur. Il summit del G8 fornisce l’opportunità per sollecitare i Paesi all’interruzione del trasferimento di armi nel Darfur, peraltro in violazione della Risoluzione 1591 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che impone l’embargo sulle armi proibendone la spedizione ad ogni nazione per quanto riguarda armi destinate direttamente o indirettamente al Darfur. Maggior fornitore di armi leggere del Sudan è la Cina.

La coalizione sta cercando inoltre di contrastare le violenze cha avvengono nella regione, sia attraverso un incremento negli sforzi di pace nel Darfur, sia attraverso la ridiscussione dell’Accordo globale di pace Nord/Sud. Infine, riconoscendo che pace e giustizia sono strettamente correlate, la coalizione vorrebbe che il G8 fosse assolutamente deciso nel sostenere la giustizia e l’individuazione dei colpevoli per le atrocità commesse dai diversi reparti durante il conflitto.

 
 
 

Scusate l'assenza.Sono diventata mamma... ecco Giulia!

Post n°497 pubblicato il 13 Giugno 2008 da NeverInMyName

Carissimi presto vi racconterò un po' di me e del mio impegno per il Darfur. Intanto vi presento la mia Giulia, una splendida e dolce bimba di quattro chili nata il 26 aprile scorso. Mi scuso per la latitanza ma come potete immaginare fare una figlia non è stata una posseggiata,,, un abbraccio. Anto

Se la foto non si visualizza potete cliccare qui..

 
 
 

Edizione 2008

Post n°496 pubblicato il 13 Aprile 2008 da NeverInMyName
 

GlobalDayDarfur, a Roma iniziativa di Italians for Darfur

Grazie ad Italians for Darfur i riflettori sulla crisi umanitaria nella regione sudanese continuano a essere accesi. Con un giorno di anticipo rispetto al resto del mondo. per la concomitanza delle elezioni politiche nel nostro paese. è stato celebrato a Roma il terzo Global Day for Darfur.In avvio della manifestazione è stato proiettato il videomessaggio del testimonial d'eccezione George Clooney e di seguito il live del concerto di Niccolò Fabi per il Darfur a Khartoum.
Italians For Darfur con Articolo 21 e Amnesty International, Associazione rifugiati del Darfur, Ugei e Bené Berith Giovani, hanno ricordato l'emergenza che vive la popolazione darfuriana e, in particolare, hanno puntato l'attenzione sul dramma che colpisce i bambini, vittime principali del conflitto. Per l'occasione è stata allestita una mostra di disegni realizzati dai piccoli rifugiati nei campi profughi che testimoniano come i loro occhi vedono la guerra.
La Corte penale internazionale lo scorso novembre, dopo aver visionato 500 composizioni dei
bambini che hanno trovato accoglienza nel vicino Ciad (raccolte dall'associazione Waging Peace) ha annunciato che hanno valore di prova nel procedimento per crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Darfur durante i cinque anni di conflitto. I disegni mostrano attacchi che colpiscono civili e bambini, case date alle fiamme in villaggi distrutti, decapitazioni, corpi senza vita in pozze di sangue, donne incatenate tra loro per essere trascinate via e fosse comuni.Molti degli autori di queste opere non hanno più padri o fratelli, rimasti uccisi in Darfur. Nei disegni si vedono anche elicotteri con mitragliatrici, carri armati con la bandiera sudanese, militari in divisa affiancati dai miliziani Janjaweed a bordo di veicoli dotati di mitragliatrice. Gli aggressori sono sempre ritratti con la pelle chiara, mentre le vittime hanno la pelle scura.Per denunciare la ‘distruzione’ dell’infanzia in Darfur, l'edizione del Global Day del 2008 è dedicata proprio ai bambini. Ogni giorno 75 di essi si spengono per la di fame.
“In Darfur si continua a morire – sottolinea Italians for Darfur - e le azioni dell'Onu risultano essere sempre poco efficaci. La risoluzione 1769 che nel luglio 2007 è stata approvata all'unanimità dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, una sorta di 'road map' sudanese che di fatto
però non sancisce il disarmo dei ribelli e il cessate il fuoco definitivo, non riesce ad essere attuata a pieno. Troppo distanti le posizioni e gli interessi dei membri del Consiglio permanente: da una parte chi difende il governo del Sudan, considerato ispiratore delle violenze nei confronti dei darfuriani, dall'altra quei paesi che aspirano a mettere le mani sul greggio sudanese. Nel mezzo il Darfur. Un paese poverissimo dove si continua a morire per un mare di petrolio. E' per questo che serve una pressante ed efficace mobilitazione mondiale”.
“E’ importante che vi sia la mobilitazione del mondo della cultura e dell’espressione internazionale su questioni come il Darfur – affermano Giorgio Santelli e Stefano Corradino, direttori di Articolo 21e - su tutte le vicende che riguardano la difesa dei diritti umani del mondo. Ed è importante che grandi personaggi, come Gorge Clooney, siano in prima fila nella mobilitazione complessiva, come quella del Darfur organizzata, in Italia, da Italians for Darfur insieme ad Articolo 21. Noi continueremo a farci promotori come associazione, grazie ai tanti nostri iscritti appartenenti al mondo del cinema, del teatro, della cultura e del giornalismo, per la nascita di una grande rete internazionale di “artisti per i diritti
umani” affinché nei loro spettacoli, nei loro concerti, nel loro rapporto artistico con la gente, vi sia sempre spazio per una parola, per un atto anche simbolico, a difesa dei diritti umani nel mondo. Oggi per il Darfur ma anche per il Tibet e per le tante aree del mondo dove la libertà viene calpestata, negata, offesa”.
“Maggiore attenzione deve essere prestata ai minori vittime del conflitto nel Darfur - ha dichiarato Gabriele Eminente, direttore della Sezione Italiana di Amnesty International - “Tutte le parti in conflitto devono fermare immediatamente gli attacchi contro i civili; gli stati membri delle Nazioni Unite e dell’Unione africana devono garantire il completo dispiegamento della missione UNAMID e dotare la missione di risorse adeguate; devono inoltre
assicurare l’effettiva protezione di tutti i civili e in particolar modo dei bambini”.
"Noi, nipoti dei sopravvissuti e custodi della memoria – sottolinea Daniele Nahum, Presidente dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia - abbiamo il compito di svegliare la coscienza e l´opinione pubblica affinché un altro genocidio non passi nell´indifferenza collettiva come è successo sessanta anni fa. Dal 2003 in Darfur, come riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale, è in atto uno sterminio di massa. Per questo, ci appelliamo alle Istituzioni ed alle forze politiche del nostro Paese, affinchè adottino dei provvedimenti immediati nell'ambito del diritto internazionale umanitario per fermare questo massacro".

 
 
 

L'evento dedicato ai bambini

Post n°495 pubblicato il 10 Aprile 2008 da NeverInMyName

Global Day for Darfur, il 12 manifestazione al Colosseo

Messaggio di George Clooney per Italians for Darfur 

Mentre il mondo si appresta a celebrare il Global Day for Darfur, George Clooney arriva in Italia per promuovere il suo ultimo film senza però dimenticare il suo impegno per la martoriata provincia occidentale sudanese, insanguinata da oltre cinque anni di guerra. In un esclusivo videomessaggio per Italians for Darfur, l’attore americano rilancia l’importanza di queste manifestazioni affinché tengano accesi i riflettori su questa crisi umanitaria e ringrazia gli attivisti italiani impegnati per i diritti umani.

La giornata mondiale per il Darfur, che a livello internazionale si svolgerà il 13 aprile, nel nostro Paese sarà anticipata di un giorno per la concomitanza con le elezioni politiche. L’iniziativa, promossa da “Italians for Darfur” e “Articolo 21”, sarà presentata nella sede della Stampa estera, in via dell’Umiltà 83/c, l’11 aprile alle ore 11.

Nel corso della conferenza sarà proiettato il video – documentario “Live in Sudan” di Niccolò Fabi, testimonial della campagna per il Darfur in Italia. A testimoniare le violenze che subisce il popolo darfuriano dal febbraio 2003, sotto gli occhi inermi del mondo, alcuni rifugiati in Italia che hanno perso familiari a causa del conflitto.
Saranno inoltre presenti i rappresentanti delle associazioni che hanno aderito alla manifestazione - che si terrà sabato al Colosseo, a partire dalle 10,30 - tra cui Amnesty International, Bené Berith Giovani, Comunità ebraica di Roma e Unione giovani ebrei italiani.
“L’edizione del 2008 è dedicata ai bambini – afferma Antonella Napoli, presidente di “Italians for Darfur” - principali vittime di questo sanguinario conflitto: ogni giorno 75 di essi si spengono per la di fame. In Darfur si continua a morire e le azioni dell’Onu risultano essere sempre poco efficaci. Nel luglio 2007 è stata approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza la risoluzione 1769, una sorta di “road map” sudanese, che di fatto però non sancisce il disarmo dei ribelli e il cessate il fuoco definitivo. Nel luglio 2007 è stata approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza la risoluzione 1769, una sorta di “road map” sudanese, che di fatto però non sancisce il disarmo dei ribelli e il cessate il fuoco definitivo. Troppo distanti le posizioni e gli interessi dei membri del consiglio permanente: da una parte chi difende il governo del Sudan, ispiratore delle violenze nei confronti dei darfuriani, dall’altra quei paesi che aspirano a mettere le mani sul greggio sudanese . Nel mezzo il Darfur. Un paese poverissimo dove si continua a morire per un “mare” di petrolio”.
“E’ per questo che serve una pressante ed efficace mobilitazione mondiale – conclude il presidente di Italians for Darfur - Occorre assicurare al più presto protezione ai civili, in particolare ai bambini molti dei quali, in questo aprile 2008, compiranno cinque anni senza aver mai conosciuto la pace.”.

 
 
 

Nuova iniziativa per il Darfur

Post n°494 pubblicato il 04 Marzo 2008 da NeverInMyName
 

Italians for Darfur lancia la campagna Wanted for War Crimes
Quaranta associazioni chiedono la consegna dei criminali di guerra Harun e Kushayb

A un anno dalla citazione in giudizio da parte della Corte penale internazionale di Ahmad Harunh e Ali Kushayb, oltre 40 associazioni, tra cui Italians for Darfur, in Europa, Nord America, Medio Oriente e Africa hanno lanciato la campagna Wanted For War Crimes, che richiama il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a esercitare pressioni per un immediato arresto dei due esponenti del governo sudanese, nonché ad attivare sanzioni mirate, come la confisca dei beni, a quanti a Khartoum continuino a offrire loro rifugio.
Nel 2005, la Commissione d’inchiesta dell’Onu in Darfur ha redatto una lista di 51 nomi di individui sospettati di crimini contro l’umanità. Questa include 10 funzionari di governo centrale di grado elevato, 17 funzionari di governo locali, 14 membri dei Janjaweed, 7 membri delle diverse fazioni ribelle e 3 soldati stranieri. Secondo il mandato di comparizione emesso dalla CPI, Ahmad Harun e Ali Kushayb devono rispondere di oltre 40 capi di accusa, tra cui: omicidi di massa, stupri, incendi di moschee e l’espulsione di più di 60,000 persone da quattro cittadine nel Darfur Occidentale.
James Smith, Direttore Generale della Aegis Trust, tra i membri fondatori della campagna Wanted for War Crimes (“Ricercati per crimini di guerra”), ha dichiarato: “Dopo aver orchestrato le terribili violenze del 2003 e 2004, Ahmad Harun è ora responsabile del ritardo nella consegna degli aiuti umanitari e dell’ostruzionismo nei confronti degli operatori di pace, contribuendo così alle morti al rallentatore alle quali stiamo assistendo oggigiorno in Darfur. C’è un’ironia grottesca nel fatto che proprio lui sia oggi incaricato di sfamare le vittime dei suoi stessi sospetti crimini”
“Il Governo sudanese, ad ogni suo livello, pullula di presunti criminali di guerra”, ha detto Frank Donaghue, Direttore Generale di Medici per i Diritti Umani, un altro membro fondante della nuova Campagna. “E’ fondamentale che le indagini della CPI seguano la catena gerarchica e arrivino quanto più in alto possibile”.
In un’intervista rilasciata il 25 febbraio scorso, Ahmad Harun, attualmente ministro per gli Affari Umanitari ha dichiarato che le morti in Darfur sono “errori”.
Harun definisce gli attacchi compiuti in Darfur dall’esercito sudanese e dai Janjaweed “la naturale posizione assunta dal governo per difendere e proteggere i propri cittadini”. Inoltre, Harun ha aggiunto che non c'è stata nessuna "operazione sistematica finalizzata a colpire civili. Tuttavia, errori individuali sono stati commessi… se l’esercito bombardava un villaggio per sbaglio… io stesso e il Ministro della Difesa li compensavamo per le loro perdite. E’ quanto è successo a Um Kuzwine, a Abu Duma e a Hbila”.
Harun ha poi negato l’incompatibilità tra il suo incarico attuale di assistenza alle vittime in Darfur e quello precedente di capo dell’“Ufficio per la Sicurezza del Darfur”, sostenendo che in entrambi i ruoli egli era “responsabile per la sicurezza dei civili”.
In Darfur, secondo l’Onu, non meno di 200,000 persone sono morte e più di 2.5 milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case (cifre non ufficiali fornite dalle organizzazioni non governative parlano di 400mila vittime e 2.8milioni di rifugiati).

 
 
 

Italians for Darfur e Articolo 21

Post n°493 pubblicato il 25 Febbraio 2008 da NeverInMyName
 

Mannoia, Nava e Guerritore testimonial per il Darfur
Nel 5° anniversario dell’inizio della guerra iniziativa all'Auditorium di Roma

Con la proiezione del reportage “Andata e ritorno dall’inferno del Darfur” di Antonella Napoli ha preso il via all’Auditorium Parco della Musica la giornata dedicata al Darfur nel quinto anniversario dell’inizio del conflitto..
Fiorella Mannoia, Monica Guerritore e Mariella Nava, le testimonial dell'iniziativa promossa da Italians for Darfur e Articolo 21 "Diamo voce al Darfur".Con il patrocinio di Provincia e Comune di Roma l'evento, condotto da Mario Tozzi, ha raccolto le adesioni di: Save Darfur Coalition, Amnesty International, Comunita' Ebraica di Roma, Unione Giovani Ebrei Italiani, Campagna italiana per il Sudan, Nessuno Tocchi Caino, Tavola della Pace, Coordinamento Enti locali per la Pace e i Diritti, Bene' Berith Giovani.
Sono intervenuti, tra gli altri. Riccardo Pacifici, portavoce Comunità ebraica di Roma, Cristina Sossan, segretario della Campagna Italiana per il Sudan e Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della Stampa.
Particolarmente toccante il racconto di Suleiman Ahmed Hamed, un rifugiato del Darfur che ha perso una figlia 14enne in un bombardamento e che lotta per portare in Italia il resto della sua famiglia.
L’iniziativa si è conclus
a con la proiezione del documentario "A Journey to Darfur" di George e Nick Clooney.Durante la serata sono stati diffusi dati aggiornati sulla crisi nella regione sudanese, forniti dalla Save Darfur Coalition, organizzazione che cura il coordinamento internazionale della campagna umanitaria.
Dal 18 febbraio scorso il Governo sudanese ha ripreso i bombardamenti aerei in Darfur, concentrando gli attacchi nei dintorni di Abu Sarraw, nella provincia Occidentale. Ufficialmente si è trattata di un’azione mirata contro i ribelli del Movimento di Giustizia ed Uguaglianza, uno dei gruppi che si contrappongono al regime di Khartoum, ma i rappresentanti di Ocha, il coordinamento delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari, hanno rilevato che le vittime dell’attacco erano tutti civili.
Negli ultimi 10 giorni le persone uccise sono state circa seicento, per lo più donne e bambini.
Dal 26 febbraio 2003 ad oggi le vittime stimate dall’Onu sarebbero tra le 200 e le 400mila (300mila certe per le Ong), mentre gli sfollati sfiorerebbero i tre milioni.

 
 
 

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