Creato da Noneraunsogno il 21/05/2009
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L'etÓ adulta. (senza immagine di sostegno)

Post n°191 pubblicato il 12 Ottobre 2016 da Noneraunsogno

Disordinato.  Nulla ritorna al suo posto.

Nè il corpo, nè l'anima, nè gli occhiali maledetti.

Che poi l'anima è  una fetta immaginaria di millefoglie che mordi.... mordi in continuazione per il solo piacere di nutrire l'immaginazione.

Disordinato. Senza un nome nuovo addosso battezzato dalla ragione. Soli nomi di sogni... di sogni come contorno, sogni mai consumati o spenti.

Disordinato. Come se non esistessero più barriere e confini alle mie azioni.

Disordinato. Libero finalmente di non ricordare. Libero di confondermi  e di invecchiare senza dovere a tutti i costi giustificare la confusione dei miei ultimi racconti.

 

 

 
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Fate voi. (Noi ve l'avevamo detto!)

Post n°190 pubblicato il 02 Ottobre 2016 da Noneraunsogno

Fate Voi / Noi ve lo avevamo detto!

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada, ai piedi di un letto fatto di ricordi, lungo la linea disinibita di una sera senza nebbia e  senza alcool.

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada, ai piedi di un letto fatto di ricordi, lungo la linea disinibita di una sera senza nebbia.

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada, ai piedi di un letto fatto di ricordi, lungo la linea disinibita di una sera.

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada, ai piedi di un letto fatto di ricordi.

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada, ai piedi di un letto.

Scrivo una lettera come fosse una carezza data per la strada.

Scrivo una lettera come fosse una carezza.

Scrivo una carezza, per liberarmi di una lettera, forse di una strada o di un letto fatto di ricordi, o, ancora,  di una sera senza nebbia e senza alcool.

Scrivo con un ago nella pelle il tuo nome,  il torto e la ragione sui muri bianchi di una nuova confusione :" Siamo soli, per favore,  Arrendetevi!".

 

 
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La distanza di un amore

Post n°189 pubblicato il 16 Novembre 2015 da Noneraunsogno

LA DISTANZA DI UN AMORE 
(PARIS..... DEPUIS LONGTEMPS)

AMOREDINOVEMBRE


Fermo.
Immobile.
Ruoto la testa cercando di catturare il rumore che interrompe il concerto.
Un attimo di te sorregge una foto poggiata su un piccolo schermo.

L'amore si assolve da qualunque accusa.
Io c'ero, non c'ero, oppure non ricordo se fossi proprio lì in quel maledetto giorno.

Tu non sei cambiata affatto dall'ultima volta.

Sei come i tuoi boulevards accigliati, decisamente vaghi e distratti o come la polvere ingrata dei giardini da oggi deserti; sei  il volto di sabbia nascosto in una valigia,  pronta, anche se non si parte.

Tu non sei cambiata affatto.

Rimani a guardare la vita con lo stesso entusiasmo.

Tu il centro del mondo, quando l'amore ti racconta se stesso.

Quando l'amore ti ricorda che in quella  vetrina infranta tu sei  il suo riflesso, la sua rovina.

Per questo non voglio che siano le parole a catapultarmi oltre questi insanguinati confini, oltre queste luci spente, oltre queste inutili  bestemmie.

Qualcosa in lontananza si muove.
Io scuoto la testa per non pensare.

L' amore arriva  a sirene spiegate; a volte, prestando soccorso a due occhi bagnati.

Per questo son qui sopra questa torre di ferro.

Son qui per indicarti la strada più breve per ritrovare il coraggio.

Sono qui con le mie certezze da navigatore di mappe.

Ho tutto il tempo dalla mia parte.

Ho il tempo che ricuce le ferite, il tempo che custodisce la pace.

Ho tutto Il tempo che serve per farci sentire ancora  vivi.

Sorrido, leggendo una rosa bianca.

Sorrido, immaginando una vecchia canzone.

Sorrido!  e  ti aspetto qui, Amore.

 

 

 

 

 

 
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Incaute Provvidenze

Post n°188 pubblicato il 06 Marzo 2015 da Noneraunsogno

 

Incaute Provvidenze.

 I lunghi spostamenti del campo base hanno lasciato tracce profonde nel mio corpo. Faccio fatica a recuperare la miglior forma. In questo frangente mi basterebbe soltanto avere la forza di reggermi in piedi per più di due ore per sentirmi più che vivo.

La febbre ha quasi tolto del tutto le tende dal mio avamposto.
Attorno a me  regna finalmente un silenzio pieno di polvere e di anestetico.

Così, riesco a concentrarmi su me stesso. Nella mia testa schizzano brevi messaggi, frasi rimaste appese sui fili delle speranze, parole che comprendono andate e ritorni.

Non ho più cognizione del tempo, non provo nessun interesse per il giorno, né per la notte; sono in libera uscita dalla vita, in balìa dei ricordi e non so se farò mai ritorno a casa.

 Approfitto di questa tregua e provo a scriverti qualcosa, parlarti ancora di sogni e di progetti. Ti immagino con me nel nostro personale pellegrinaggio. Tu ed io abbracciati e sorridenti con lo sfondo pieno di nubi, di montagne e di domande.

Ti immagino con me  ed il dolore del corpo si acquieta per un momento, persino la mano ritrova vigore, si abbassa, cerca qualcosa nascosta nella sacca.

 Non ho mai pensato che tu riuscissi a proiettarti oltre il pensiero, a trasferirti seduta stante al solo mio richiamo;  ho messo su un teletrasporto improvvisato con quello che qui sono riuscito a  racimolare: foglie di palma piuttosto secche, ricetrasmittenti  tenute su con il nastro isolante, un portatile multifunzione nel senso che serve a tutti quanti per i  collegamenti, pagine dell’Empedocle di Hölderlin  che qualcuno ha strappato per rabbia o per amore dal libro del suo cuore, e,  naturalmente, datteri in abbondanza, come carburante ipotetico della indivina umana transumanza.

 ... Stanno tornando, sento movimento oltre la tenda; c’è un nuovo dottore che dovrebbe visitarmi, dare lo stesso responso di quello del medico del campo.

 Io non farò caso al suo sguardo; ho imparato ad amare la mia malattia, a riconoscerne l’imperioso tormento.

Con lei occorre avere pazienza, comprenderne il senso, giocare ed aspettare...

Aspettare lungo il confine di Francia e di Spagna che tu giunga sorridente con la tua inseparabile Nikon ad accompagnarmi fino alla fine del viaggio.

 I nostri sogni, amore, inesauribili  e leggeri, sono sempre stati le nostre personali risorse che ci hanno permesso di andare oltre, di sopravvivere comunque.

I nostri sogni, le nostre incaute Provvidenze.

 6/3/2015

 

 
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Che cazzo ci ridi, Jason?!

Post n°187 pubblicato il 04 Novembre 2014 da Noneraunsogno

Fanno silenzio le parole negli aeroporti. Si mettono in fila, una dietro l'altra, aspettando che il volo compaia sugli occhi di una ragazza imprigionata in una divisa  verde per poi seguirla, fedeli come  seguaci, lungo i  percorsi obbligatori che li conducono agli ultimi controlli e alle anonime sale di attesa degli imbarchi.

Jason sta contando quelle parole, una dopo l'altra, e di ognuna si diverte a riprodurne il suono. Avvolto nella sua corpulenta innocenza  non fa sconti  a nessuno, nemmeno alle mie mani che  lo implorano di andare via.

D'altra parte gli è stato detto di non perdermi mai di vista, di accertarsi che le mie parole salissero a bordo, una dopo l'altra, incatenate ai miei piedi, perchè non mi venisse in mente di fare marcia indietro o di avere ripensamenti.

Per tre lunghi mesi, Jason  è stato il mio angelo custode, seduto al mio fianco nei turni senza tempo passati nei piccoli villaggi a tradurre le parole sfiatate dalle ombre vive, nonostante tutto.

 

H. ed io non ce l'avremmo fatta senza il suo sorriso.

Ma adesso lei non c'è; non è donna certo da piegarsi ad un addio, lei che non ha mai amato le folle, lei che non si è ma costituita all'ordine assoluto della  Medicina di Stato

Soggiocato dalla sua natura, ho bevuto alla fonte del contagio della vera conoscenza e mi sono sentito meglio, ho ritrovato la vita che avevo perso.

Non sono più lo stesso da quando ho messo piede in questo immenso deserto.

Jason, invece, lo avverte, mi legge dentro, ha lo sguardo di chi ha imparato a dire addio sorridendo.

Sto qui, appoggiato al muro e sto attendendo che arrivi un soffio di vento.   Ho un biglietto fra le mani, una tracolla piena di lacrime che brillano come perle, tutto quello che resta del viaggio, la polvere, il cigolio del cancello di ferro che nessuno ha mai chiuso, come se quel rumore, impreciso e persistente, appartenesse da sempre alla natura o alla gente del luogo.

E poi, mi porto addosso, gli occhi di una folla di domande, fatte di lunghi  silenzi bianchi, neri, azzurri e gialli.

Perchè niente può incantare come un silenzio che si colora a secondo del rumore del cuore.

Mi guardo attorno confuso mentre la folla di parole mi spinge oltre le transenne, mi conduce al lusso di uno sguardo europeo che mi scruta in lungo e in largo esortandomi a fare presto.

Mi guardo attorno e comincio anche io a contare le parole che raccolgo spingendo.

"Quante sono Jason?" chiedo richiamandolo con la mano.

" Tante, Mr. John, così tante che non capisco come facciano a comprendersi fra di loro"

"E' l'Europa, non farci caso!".

Lui ride, confuso e felice di avere portato a termine la sua missione.

Lui ride, da un tempo infinito, ride nonostante gli anni, il peso e gli affanni.

Ride di qualunque cosa che non sia sopravvivenza, ride degli aerei che vanno e vengono, ride delle carte di imbarco, ride dei miei grazie, ride ad ogni parola che oltrepassa il cancello,  ride dei saluti, dei permessi di soggiorno, ride ad ogni posto di controllo, ride ad ogni villaggio, trascinandosi dietro una processione di bambini affamati di Jason.

Lui ride, e forse è un modo anche il suo di sopravvivere, di scacciare fantasmi dalla sua mente. Ride, come se non avesse conosciuto mai il pianto.

Io soggiogato dal suo rispetto per la vita degli altri  me lo sono sempre chiesto e non ho mai avuto il coraggio di domandarglielo a bruciapelo.

Cosi  lo scrivo adesso, in questo post viaggio, in questa solitaria visita ad un altro tipo di villaggio:" Ma che cazzo ci ridi, Jason?!"

 

   by SimWarrior

 

 
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