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Creato da Noneraunsogno il 21/05/2009
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Lettera della prima volta.

Post n°173 pubblicato il 09 Maggio 2013 da Noneraunsogno

Non bisogna mai volgere lo sguardo oltre i tetti delle case, mai tuffarsi a capofitto dentro sogni e speranze che ci prendono troppo tempo, che richiedono tutto il tempo della nostra vita e del nostro pensiero.

Andava  bene, forse, tutto questo  a ventanni, in quei giorni di incoscienza quando si stava alteri sulle barricate.

A ventanni, si ha  tempo per combattere e resistere ai richiami della pace.
Seduti sopra un letto  o in fuga, dentro un treno,  nella notte, sotto una tenda come indiani o per una strada di provincia, si ha tempo e voglia per amare con meraviglia.


Ma, adesso, la vista non è più di conforto, non mette a  fuoco lineamenti e profili, sovrappone circostanze e ricordi, non valica confini, nè sa essere precisa per non  confondere il tutto con il niente.

 

Gli orizzonti che sfiorammo da giovani con il ferro e con il fuoco, adesso, sono immersi nelle nebbie, e non ci sono visti nei nostri passaporti.

In questo finale di partita, almeno io, ho scelto di proseguire da  clandestino.

 

Per questo vado e vengo da luoghi segreti, sto in campana e leggo per non alzare gli occhi oltre la linea dei tetti.

 

Chissà se c'è davvero silenzio nel deserto.
Chissà se, urtando il nome di un ricorso, si frantumerà questo fragile sguardo.

Forse scrivere un dubbio potrà mantenermi ancora vivo.

 

Nel fratttempo, sto imparando a morire, a pensarmi vecchio; sto abbracciando solitudini che credevo d'avere perso.

 

Senza scandalo, sto qui sdraiato su un fianco aspettando che scoppi il temporale.
Un impulso elettrico fa sorridere il cuore, un altro taglia in due la ragione.
Sono anticipi di morte, le prime piccole avvisaglie.
Quello che tu senti, adesso, non è più il suono delle mie parole, nè il brusio delle mie paure o dei miei  desideri, ma sono i battiti del mio cuore che sta resistendo.

Ho un appuntamento con il destino e sto qui, invece, a scriverti come un ragazzino, quasi fosse la mia prima volta, il mio primo bacio, il mio primo addio.

 

Sto qui, sdraiato sull'orlo di un precipizio, e non sento la tua mano scivolare lungo il dorso ancora caldo di peccato e di fiato.

 

 

 

 
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Figli dell'Orsa Minore.

Post n°172 pubblicato il 03 Maggio 2013 da Noneraunsogno

Di certe notti si potrebbe farne a meno. Soprattutto, di quelle notti senza stelle, proiettate alla rinfusa dietro i profili opachi delle case, o di quelle in cui il tempo si dilata  all'infinito lasciandosi dietro solo l'eco o la scia di un brevissimo respiro.

Fuori piove e c'è caldo, nonostante  che sia il Primo Maggio. In tv passano le ultime note del Concertone. Piove anche lì, a dirotto, come se non ci fossero in cielo che lacrime per questo amaro giorno.

Ecco mio figlio. E' lì in terza fila, senza ombrello, senza  riparo. Ride, saluta con la lingua dei segni, abbraccia una ragazza e lancia baci  come a volere rassicurare, a distanza, sua madre.

Ci fu un tempo in cui, avvicinandomi troppo a quello che credevo, rimasi impigliato nelle braccia  di un dio che io stesso avevo costruito.

Ci fu violenza, allora,  e ci fu il peccato.
Perduti gli amici, uno dopo l'altro, perduti i sogni e le speranze, lasciai che mi abbandonassero  anche le parole che, sebbene precarie, mi sarebbero potuto servire come esseohesse o come salvagenti.

Imparai, come una stella, a fingere la luce, ad essere presente nel silenzio, a cercare nell'oscurità un qualunque nascondiglio, quasi come  un animale braccato e senza scampo, condannato a vagare in eterno.

Adesso so che quelle luci  crocifisse nel cielo sono tutti i miei giorni diventati all'improvviso notti.

Guardo la folla di ragazzi che riempe Piazza San Giovanni e la vedo urlare contro  come se volesse, per davvero, ucciderla la notte.

Non sanno che lì dentro ci siamo noi, sepolti sotto cumuli di ricordi ormai morti.

Piove, ed Arcas se ne sta in piedi  sotto il palco.

Da un tempo dimenticato Artemide lo spinge ad uccidere la bestia.

Non importa se sia tutto frutto  di un complotto, non importa se in quel corpo ci sia il cuore di chi lo ha messo al mondo.

Si diventa uomini sfidando il  destino o, magari, uccidendo amori ed affetti.

Una maledizione è fiorita in cielo, tanto che le stelle dell'Orsa Minore sembrano non tramontare mai. Quasi come me, che sto sveglio ad aspettare, inutilmente, tue notizie.

Hanno spento i riflettori e  la musica non ha più volume.

Leggo i titoli di coda per manifesta incapacità di alzarmi e raggiungere il telecomando che se ne sta  sul tavolo, in bella vista.

Intanto, fuori, una sirena si fa largo, con veemenza,  lungo le  strade bagnate e deserte della periferia.

Cresce dentro una nuova tensione, come se dovesse da un momento all'altro finire tutto. La vita, questa luce antica, illumina oramai a malapena una striscia di cemento.

C'è una strada nel cielo ed è senza transenne. Qui la gente si riconosce, nonostante la musica che evapora dalle loro piccolisime cuffie. Alcuni sono padri, altri sono figli, appartengono tutti alla stessa sorte, alla stessa costellazione.

Brillano i destini degli uomini, finchè si sentono liberi.

 

 

 

 

 

 
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Pugni chiusi.

Post n°171 pubblicato il 29 Aprile 2013 da Noneraunsogno

 

 

"Stringere i pugni aiuta la memoria."
"Destra memorizza, sinistra ricorda"

Sembra strano, ma questo titolo, che capeggia (si fa per dire capeggia, piuttosto scarseggia essendo un trafiletto)  sulla pagina online di un famoso quotidiano, spiega, finalmente, quello che sta accadendo in questi giorni in questo nostro Belpaese.

Il titolo giornalistico richiama uno Studio americano, pubblicato su Plos One, con il quale si è tentato  di dimostrare  che stringere i pugni aumenta la possibilità di incamerare ricordi.

A dire il vero la notizia non avrebbe niente di sorprendente se l'autore del pezzo non si fosse intestardito a voler chairire  a tutti i costi che stringere il pugno con la mano destra serve a memorizzare  e che farlo con la mano sinistra serve  a ricordare.

Vada bene che il test preparato dai ricercatori della Montclair State University nel New Jersey prevedeva solo il ricordo di particolari parole e che, in futuro, gli studiosi  proveranno a far ricordare alle persone stimoli visivi (chiavi di casa, telecomando ecc. ecc. ), ma che a nessuno  sia sembrato logico l'aspetto motorio della mnemotecnica della mano mi sembra troppo ridicolo.

Ché,  forse i comunisti non stringono il pugno nei loro atteggiamenti di piazza! Che fanno, alzano il pugno o fanno il saluto romano?

Si sa, a sinistra (c'è sembre qualcuno o qualcosa  a sinistra di tutto e questa presenza a certuni fa paura, se no non passerebbero il tempo i gerarchi della poliletteratura a scrivere di sinistri e foschi presagi di morte che aleggiano sulle comuni sorti), questa storia la si conosceva: Il pugno serve per memorizzare il presente e, anche,  per poterlo ricordare  sempre.

Ora qualcuno mi ha scritto una mail vantandosi d'aver gioito per la formazione del nuovo governo.
Mi ha riempito lo spazio bianco di strette di mani, di mani alzate e di braccia conserte,  di abbracci tra l'una e l'altra parte, di saluti romani fatti con le labbra e con gli occhi, come se ci tenesse a dire " vedi resti l'ultimo comunista sulla terra".

Sarò anche l'ultimo comunista ma ho una certa età, una sorta di artrosi psicointellettuale, per cui farei una immane fatica a tentare di riaprire il mio pugno chiuso oramai da decenni.

Ho buttato nel cestino la mail, naturalmente, bollandola con il mio sarcastico 'ok. LETTA'.

Magari, domani, qualcuno dirà parlando del mio pugno : " era un appendice del suo ricordo" oppure " Cristo, bisognerebbe memorizzare come lui  per potere ricordare un sogno ".

Sperando che Cristo, nel frattempo,  si sia mosso da Eboli e catapultato a Milano o a Palermo.

A proposito, che bella canzone qui sotto ...


                                               ( video by Ferdy Faiti)

 
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Autoscatto (lifelogging a strappi).

Post n°170 pubblicato il 24 Aprile 2013 da Noneraunsogno

Autoscatto (lifelogging a strappi) 

Ci si arriva sempre per disperazione. Al punto estremo di ogni cosa ci si arriva di corsa, precipitando,  magari dopo giorni, mesi o lunghi  anni di attesa.

Ogni cosa, allora, all'improvviso, si allontana dalla nostra persona, ci abbandona; un'armata di speranze si mette in marcia verso luoghi di culto più affollati e la disfatta diventa inarrestabile.

C'è  la fuga, e poi un attimo di gioia ancora, infelice e feroce, che spaccia sguardi di sfida al mondo, che fa sbarrare gli  occhi oltremisura, e, a seguire,  come se ce ne fosse bisogno,  ecco giungere il silenzio, la paura, il resoconto amaro della propria inconsistenza, sgranato fra le mani come fosse la corona di un rosario.

Non è che me ne importasse poi tanto della pioggia che mi stava bagnando.
" Cosa vuoi che sia questa pioggia se dentro sto  naufragando ?" continuavo a ripetermi, sapendo che non c'era tempo per cercare un riparo.

Dovevo essere puntuale, non potevo permettermi di prolungare oltre quell'agonia.

La via Dante, in quel tratto preciso, non offre grandi ripari. E' tutto un susseguirsi di case e  muri, interrotti  da vecchie  cancellate, di alberi sfrondati e di alberi senza più ombrelli; e così, quando piove, bisogna affrettarsi a guadagnare in fretta l'ultimo tratto, quello che si tuffa nella Piazza Castelnuovo, anche se, lungo i suoi marciapiedi, tappeti di motorini al guinzaglio, posteggiati senza ordine  e criterio,  obbligano i passanti ad un continuo zigzagare nella grigia laguna cittadina fatta di pozzanghere e cemento.

Adesso che mi ero deciso, adesso che finalmente avevo in qualche modo scelto, nulla mi avrebbe fermato, nè il vento sferzoso del maestrale, nè l'urlo selvaggio del temporale di passaggio.

Non so, invece,  perchè mi fermai alle sue parole, non so nemmeno se fu lei   a cominciare, ma quel suo scendere dal marciapiedi e poi tornare su di colpo, quel suo continuo tira  e molla verso l'altra parte della strada, quell'infinito tentativo di fuga e di ritorno, fu per me  un richiamo, una foto da incorniciare, quasi una sorta di autoscatto.

Anche lei odiava, come me, gli ombrelli visto che la  pioggia veniva giù da ogni angolo del suo corpo.

Nelle mani teneva due sacchetti di plastica colmi di indumenti (da uno dei due usciva la manica nera di un maglione e nell'altro si vedeva il cuore rosseggiante di una giacca a vento).

Irrefrenabilmente, continuava nel suo tentativo disperato di attraversare la strada.

Nei suoi mille tentativi, la sentivo  inveire contro ogni uomo o contro ogni donna che si soffermava a  guardarla o che osava  passarle  accanto.

Più che parole le sue erano sputi pieni di vocali e di consonanti schiumosi di rabbia  e di  bestemmie.

Fu la frenata di un mezzo del trasporto pubblico che mi permise di cogliere l'unico suo attimo di incertezza.

Con un colpo secco le afferrai la mano, con l'altra raccolsi un sacchetto  e me la portai via dall'altra parte della strada.

Nell'attimo in cui la tenevo per mano sentii ritornare ogni cosa al suo posto, come se non se ne fosse mai  andata via, così la speranza, così la gioia, così gli attimi della  vita mia.

O forse quella mano mi ricordava solamente che in quel gesto non  c'era spazio per la  paura o per qualunque altra forma programmata di agonia.

Dall'altra parte della strada c'è sempre qualcosa che ci aspetta, fosse solo un ricordo, fosse solo una speranza o  un' immagine stupita, impressa in un folle autoscatto.  

Lei non fece una grinza; maledicendo la nuova riva calpestò con volenza una pozzanghera costringendomi a fare un passo indietro, e, poi, con un gesto improvviso, si avvicinò per  baciarmi.

Io non so se esistono baci- tipo o baci-modello, ma quello che lei mi ha dato sulla guancia è stato uno dei più belli che io abbia mai ricevuto.

Un bacio piccolo, che sapeva di pioggia, tremante come una foglia mossa dal vento, un bacio dentro il quale c'era una intera vita, un bacio dato come regalo, come dono, offerto come bene più prezioso, come se non ci fosse nient'altro che un bacio in quel tragitto finalmente vinto e conquistato.

Naturalmente, non saprete mai se lei era bella, se  era giovane o, soltanto, una vecchia pazza, se sapeva di vino o di temporale, se poi alla fine sono arrivato puntuale.

Già, adesso ricordo, avevo un appuntamento, e a pensarci bene era anche il mio ultimo giorno.

 

 
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Il numero infinito.

Post n°169 pubblicato il 18 Aprile 2013 da Noneraunsogno

In una stanza, tutto il mondo. Fra quattro mura, tutta la sua vita.

Barbara sta lì a contemplare, perplessa, quello spazio, come se  ogni oggetto incrociato  dal  suo sguardo non fosse familiare, seppure suo, e non le appartenesse.

Sul pavimento, le fughe di cemento sembrano dileguarsi in una sorta di  labirinto; non c'è pace attorno a lei, questo è evidente, nè rassegnazione. Per mesi,  dentro questa torre,  il suo corpo è rimasto alla mercè del buio e la sua mente incatenata a se stessa, come in una inconsapevole prigione.

Certe desisioni avvelenano l'anima,   nascondono il sole,  e costringono le mani di un uomo o di una donna  ad una solitaria guerra contro la violenza della luce.

Ma questa è la sua stanza, questa è la sua vita. Immobile, se ne sta, adesso,  contando le ore. Dalla strada le  giungono le voci dei passanti;  teme  che parlino di lei, come sempre, a bassa voce.

Non c'è peccato nel suo gesto quando scaccia via un pensiero rancoroso dalla sua mente; nonostante tutto lei ama la sua gente, ama quel via vai di passi  e di silenzi, perchè assomigliano  ai rumori che dentro lei si ripetono da tempo, dopo ogni crisi, dopo ogni  tormento.

- E' dunque tanto grande questo mio dolore? - ripete ancora Barbara, mentre una paura nuova la manda in confusione.

Non ha scarpe ai piedi e sente che il gelo le sta avvolgendo le gambe, come un serpente  con le sue spire.

Per sfuggire a quella gelida morsa, Barbara conta i quadri che se ne stanno appesi ai muri coperti da innumerevoli postit gialli, conta anche i libri, e le penne che lei usa come lance e coltelli.

Conta tutto quello che il suo sguardo mette a fuoco nella giovane penombra.

Oggi conta anche i pensieri che si affollano per terra, e quelli che entrano, all'improvviso, nella sua testa. Conta anche i giorni fissati  nel calendario, conta gli attimi di gioia e quelli della meraviglia.
Conta tutto,  come se cercasse a tutti i costi la pace in un numero finito.

Dieci, venti, diecimila, chissà dove sta la soluzione. Chissà, dove è la quiete e la fine di quel suo dannato girovagare.

Barbara non sa che siamo frammenti, schegge di una stessa bomba.

Come lei, siamo vivi e siamo morti, consumati negli attentati continui della vita.

Potrei darle un bacio, farle una carezza, regalarle tutti i numeri del mondo, ma lei non guarda più nessuno negli occhi, non riconosce la mia voce, si muove come un'onda del mare, imprevedibile nel suo lento agitarsi.

Barbara è un oceano, una sirena, una donna, una bambina, un nome; forse, mia sorella.

Dicono che certe decisioni soffocano il cuore e che rendano inutili le speranze.
Io dico che il cuore è un numero infinito e che la solitudine è una lavagna nera su cui alcuni scrivono, con numeri, la propria vita.

Una, due, mille volte la stessa storia, la stessa poesia.

 

 
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