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Post n°90 pubblicato il 01 Marzo 2016 da IlContaFiabe

Era bello restare lì immersa nell’aria tiepida di quel sole di mezzo inverno, a respirarne i profumi.

Fosse stata lei, allora, quella lei di qualche tempo prima, si sarebbe sorpresa di quella stessa calma immobile. L’aria allora l’avrebbe fiutata, come il felino in cerca di una preda o magari come la preda stessa intenta a cogliere il pericolo imminente. L’aria l’avrebbe presa come fosse cibo da saziare il corpo dopo un lungo digiuno e ne avrebbe riempito i polmoni con forza, con foga. Si sarebbe saziata, avida, del suo stesso respirare.

Perché la voglia di vivere, a volte, si pende anche così, per il naso, per la bocca, e la si fa scivolare giù dalla trachea fino agli alveoli che la trasmettono al sangue che la diffonde poi in tutto il corpo.

Ed invece lei che stava lì in quel momento, era la stessa retta di quella lei di prima, solo in un punto differente ed ora, quindi, semplicemente, respirava.

Ne avesse avuto la voglia avrebbe preso quelle due immagini ed, appaiate, si sarebbe persa in quel gioco di trovar delle differenze e le somiglianze. Ma a pensarci bene a lei non andava questo gioco, non lo trovava necessario. Cosa sarebbe mai cambiato le avesse pure colte tutte? Lei era stata lei allora ed egualmente era lei in quel momento. Non importa se uguale o simile o differente. Era stata lei “sincera” in ogni angolo, in ogni passo di quella vita.

Era lì, davanti a quella lingua di mare che s’insinuava un po’ insolente in quello strappo di terra, come la bocca di un’amante dentro il corpo dell’amata. Lì, lì davanti ad assaggiare il tempo che pareva fermo, come lo specchio d’acqua appena increspato dalla brezza.

Era lì, con quell’acqua immobile ch’era uno spicchio di mare chiuso dentro ad uno strappo nella costa e pensò che quello, anche se da lì vedeva l’altra sponda, era pur sempre mare.

E si può viaggiar per mare sia che questo si chiami oceano o sia semplicemente una striscia d’acqua in un abbraccio di riva.

Perché il mare non è una distanza piuttosto una chimica composizione d’acqua e sale, quegli stessi elementi che poi ritrovi, a voler analizzare bene la cosa, dentro al sudore e dentro al pianto.

Si fa fatica a vivere a volte e si avanza sudando e si può piangere a volte, così che ogni goccia di quel sudore e in ogni lacrima, ritrovi il mare, quel mare attraversando il quale si è giunti in quel preciso istante.

Sono le voci, i fatti, le persone. Sono tutto il mondo che hai incontrato. Tutto si condensa in una lacrima o in una goccia di sudore. Tutto galleggia allora, affiora, nell’incresparsi del cuore. E dentro le sue onde ti ci puoi perdere o anche annegare.

Perché anche un pianto è un viaggio che a volte ti coglie di sorpresa altre decidi di viaggiare.

Si sentiva bene in quel momento e dentro quel posto. Che si può stare “dentro”, essere “dentro”, anche in un luogo aperto dove non vedi confini attorno e neppure mura o limiti, ma soltanto aria e quel tetto azzurro cielo al di sopra del quale c’è solo l’universo

Essere in pace, o in armonia, quella la meta di ogni suo viaggio. Il punto che aveva sempre cercato: un equilibrio che non fosse soltanto un vertice su cui, faticosamente, restare, ma piuttosto un piano, un segmento ragionevolmente lungo dove poggiare contemporaneamente i piedi e lì sostare.

Non, non te lo spieghi più abbastanza quel mondo che chiami terra dicendo che è rotonda e che gira, e che tutto deve poi muoversi in fretta per restarci attaccati e non farsi cogliere impreparati da una notte, da un manto di stelle che potrebbe coprire il giorno, il tuo giorno, quella fetta di luce che ti sei prefissa di conquistare.

No, non te lo spieghi più così il tempo che ti scorre addosso come uno scroscio di pioggia che lava e porta via e consuma, come fa l’acqua col sasso dentro l’alveo del fiume.

Non, non te lo spieghi più e nemmeno cerchi un motivo per quel tuo non chiedere alcuna spiegazione.

Puoi correre per lungo tempo, puoi girare ogni angolo del mondo. Nulla a volte risulta meglio di un piano su cui fermarsi o, semplicemente, camminare.

Lo sanno anche gli uccelli rosa, altissimi, eleganti e fieri. Lo sanno loro con le grandi ali che posso sorvolare i continenti e passare dall’altra parte del mare. Lo sanno loro che pur vedendo la terra dall’alto in ogni spazio, anche dove si fa invisibile per l’uomo, lo sanno loro che poi scelgono di ritornare.

Aprì la piccola valigia che l’accompagnava. Aveva imparato dai saggi ad esclude piuttosto che ad accumulare. Perché le cose importanti della vita stanno tutte in un pugno. Aveva la sua macchina fotografica ed il rullino infinito d’immagini impresse dentro a suo cuore, una spazzola di legno per  i suoi capelli color di tramonto  ed un pezzetto di mobile antico che sapeva di mele.

Pose l’occhio al mirino e poi l’indice al pulsante e scatto la foto di quel ritorno d’ali e piume e becchi in quello stagno di mare.

Lo sapevano loro e lo sentiva così anche lei in quel preciso momento, che dovunque ti porti il tempo, la vita, il volo o il mare, dovunque siano state le tue membra, i tuoi pensieri o i sogni o anche l’amore, dovunque tu ti sia voltata, arriva un tempo del sole tiepido e dolce da respirare, un tempo che lo insegno persino Ulisse, che fu maestro e padre di ogni viaggiare, quando l’aria si fa azzurra e tenue, e il sorriso morbido colora le labbra serene, quello è il tempo di dover tornare.

 
 
 
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