Community
 
Duoad
   
Creato da Duoad il 10/09/2009

Olio e Peperoncino

Riflessioni davanti allo specchio

 

 

Racconto - Le sorelle gemelle – CAP. 12

Post n°73 pubblicato il 22 Maggio 2012 da Duoad
 

 

6 settembre 2001

***

Raccontare qualcosa di sé può avere, in certe situazioni, una funzione consolatoria e catartica. Raccontarsi alleggerisce il peso dei ricordi, ne lima gli aspetti più spigolosi, chiarisce gli aspetti più oscuri. Non ci permette di cambiare la natura delle cose o la sostanza delle nostre azioni. Non rende meno gravi le nostre colpe, né ci permette di creare alibi o postume assoluzioni. Ma la condivisione di una parte di noi stessi ci rende più leggeri perché certi ricordi sono terribilmente pesanti e nel momento del racconto, il nostro ascoltatore, ci può dare davvero una mano a trasportare anche i fardelli più pesanti della nostra memoria. E Giada, da brava ascoltatrice, quella sera aveva intuito che in me c’era una forte inquietudine e che lei ne era l’involontaria responsabile. Per questo, credo, si affrettò a essere la più chiara e schietta possibile. Sì, aveva capito, e io ne fui piacevolmente colpito.

-  Lo so a cosa stai pensando Manfredi

-  E al riguardo cosa hai da dire?

- Che se vuoi dare una sbirciata al mio decolté per me non c’è problema!

Sorrisi imbarazzato. Ma ribattei deciso.

- La cosa non dimostrerebbe nulla. Potrei contare il numero dei nei sul tuo seno, ma chi mi dice che, a suo tempo, Gemma mi disse la verità? Io le tette a tua sorella non le ho mica viste!

-   Davvero sospetti che io possa essere Gemma?

-  Quante probabilità ha una persona di incontrare la sorella gemella di una sua ex compagna di classe che vive a cinquecento chilometri di distanza da lei?

-   Bé diciamo che oggi è il tuo giorno fortunato.

-   Ma vedi Giada, arrivati a questo punto non ha molta importanza sapere se tu sia veramente Giada o Gemma. L’importante è che, la Gemma che ho conosciuto, alla fine, legga la lettera che ti consegnerò. Il resto non ha molto significato.

Recuperai la busta con la lettera dalla tasca interna della giacca che avevo con me e la appoggiai sul tavolo. Giada mi osservò con uno sguardo interrogativo.

-  Non hai niente da chiedermi?

-  Perché tu avresti delle risposte da darmi?

-  Non so prova!

Fissai Giada. Era bellissima. E noi uomini, di fronte alla meraviglia del corpo di certe donne, sappiamo essere colpevolmente arrendevoli.

-  No Giada. Penso di averti rubato abbastanza tempo. Con me sei stata molto gentile, ma non vorrei abusare della tua pazienza.

- Come preferisci Manfredi. Comunque puoi stare tranquillo. Io sono Giada Duval, ho tre nei sul seno sinistro mentre Gemma ne ha due su quello destro e appena possibile le consegnerò la tua lettera.

Giada prese la busta e la mise nel suo zaino. Poi mi fissò nuovamente sorridendo.

-  Giada, ho come l’impressione che tu abbia voglia di dirmi qualcosa.

-   Sei perspicace ragazzo

-   Allora?

-   Veramente vista l’ora speravo che ci scappasse un invito a cena!

La guardai sorpreso.

-   Oddio spero di non aver fatto la figura del cafone.

-   Bé, insomma, forse sono io a essere un po’ cafona visto che mi sto autoinvitando…

- L’intraprendenza mi sembra essere un vizio di famiglia. Carne o pesce?

-  Sì, noi sorelle Duval, quando vogliamo qualcosa, di solito ce lo prendiamo. Per me va bene anche una pizza.

Avrei voluto aggiungere qualcosa ma non lo feci. Lasciammo la piazza della Rotonda e portai Giada in una pizzeria vicino a Campo de fiori. Trovammo miracolosamente un tavolo anche abbastanza riservato e ci accomodammo. Io ordinai una capricciosa e una birra scura, lei una quattro stagioni e una birra chiara. Portati i boccali mi sorrise. Inizialmente non capii.

-   Me la fai assaggiare un sorso della tua?

-   Certo

Le passai il boccale e mi guardò divertita.

-   Poi dobbiamo fare a metà anche con la pizza!

-   Non c’è problema

Rimanemmo di nuovo in silenzio. Ma per poco.

-   Suoni ancora con la tua band?

-   No

-   Come mai?

-  La band si è sciolta, ognuno è andato per la sua strada.

-   Tuo padre alla fine ha vinto…

-    A quanto pare si

-    Ti manca suonare in un gruppo?

-    A volte si a volte no

-    E il pianoforte lo suoni ancora?

-    Solo quando sono triste

-    E succede spesso?

-    Qualche volta

Se Giada era sciolta in partenza, io ci misi un po’ a rilassarmi. Ma grazie alla birra e al savoir-faire della gemella si creò piano piano quella strana empatia che alle volte si può realizzare tra due sconosciuti che si incontrano per la prima volta. Giada mi raccontò un po’ di sé, che usciva da una storia sentimentale lunga e tormentata e che gli sarebbe piaciuto vivere a Roma. Come promesso, quando fu il momento, dividemmo le nostre pizze e completammo la nostra cena con un gelato. Ma fu inevitabile, alla fine, tornare sull’argomento del nostro incontro.

-         Come pensi che sia andata la storia della versione di Gemma?

-         Mi sono convinto che alla fine tua sorella trovò il modo di farsela passare da Palmieri.

-         Un compagno di classe no?

-         No, non credo

Mi squadrò seria, abbassò lo sguardo

-         Gemma non si è comportata bene con te

-         Tu hai sentito solo la mia versione dei fatti.

-         Ma conosco Gemma

-         Sì, ma non conosci me

Giada non aggiunse nulla, mi sorrise e mi chiese di uscire dalla pizzeria per fare una passeggiata, alla fine della quale mi chiese di riaccompagnarla nella casa dove alloggiava. L’appartamento della sua amica si trovava sulla Prenestina. Arrivati in zona trovai un parcheggio non molto lontano dal suo portone. Poche parole e un bacio sulla guancia rappresentarono il nostro saluto. Giada uscì dalla macchina, richiuse lo sportello e si allontanò. Io aspettai che entrasse dentro il portone. Il minimo gesto di attenzione nei confronti di una ragazza che rientra a casa da sola a notte fonda. La vidi fermarsi davanti al portone, infilare la chiave dentro la serratura, e poi volgere lo sguardo verso di me. Tornò indietro. Io mi inquietai. Abbassai il finestrino dello sportello del passeggero proprio nel momento in cui arrivò. Non disse nulla e si mise a frugare nel suo zaino. Tirò fuori un pacchetto e lo buttò dentro la macchina. Era una scatola di preservativi.

 

“Se ti va, sali tra un quarto d’ora. Lascio il portone aperto. Sono al piano quarto, campanello Piperno. La casa è a nostra disposizione non c’è nessuno.”.

 

Si allontanò senza dirmi altro.

 

Mi andava?  Era più immorale la sua proposta o la scelta che mi apprestavo a fare io? Non ci pensai. Quando compi un delitto il momento degli scrupoli e dei rimorsi è di la da venire. Guardai l’orologio e iniziai a contare i minuti. E’ incredibile come il tempo, bizzarra scoperta dell’uomo, possa sembrare dilatarsi o contrasi a seconda delle situazioni. Eppure è solo un’illusione. La radiazione dell’atomo di cesio 133, che ci dà la misura del secondo, rimane sempre quella. Passati dieci minuti uscii dalla macchina, la chiusi e mi avviai verso il portone. Entrai e presi l’ascensore. Salii al piano quarto e mi fermai davanti al portoncino della famiglia Piperno. Mancavano due minuti. Aspettai. Infine suonai. Giada mi aprì subito la porta, mi fece entrare e mi fece cenno di seguirla. L’appartamento aveva la classica aria da casa da studenti: il disordine, l’arredamento approssimativo e raccogliticcio, i batuffoli di povere lungo il corridoio. Giada si fermò davanti ad una porta vetrata di una stanza. La luce era accesa.

 

“Entra pure qui. Arrivo subito.”

 

Giada tornò indietro.  Io abbassi la maniglia ed entrai in camera. Una donna, nuda, era distesa su un letto a una piazza e mezzo. In una mano aveva una sigaretta nell’altra una lettera. La mia lettera.

 

“Ciao Manfredi. E così sei salito a scoparti mia sorella…?”.

 

(continua...)


 

 

 
 
 

Racconto - Le sorelle gemelle – CAP. 11

Post n°72 pubblicato il 05 Maggio 2012 da Duoad
 

(Charlotte Gainsbourg)


(Cliccare sul link a fine testo per la colonna sonora)


31 maggio 1996

 

E invece non feci un cazzo. Perché non potevo fare nulla e perché rischiavo di mettere, sia me che Gemma, ancora più nei casini per quanto questo potesse essere possibile. Ero sempre più convinto che Palmieri avesse scoperto qualcosa sui traffici delle versioni, sicuramente non ero l’unico che si riforniva dallo stesso impiegato della segreteria. Però nei giorni successivi Palmieri sembrò comportarsi in modo normale, mentre Gemma non mi rivolse praticamente più la parola. Provai a parlarle un paio di volte ma lei mi disse in tutte e due le occasioni di lasciarla in pace. Poi smise di venire a scuola. Provai a chiamarla a casa sua ma si negò al telefono. Otto giorni dopo, il giorno della consegna dei risultati delle prove di latino, ricomparve davanti ai cancelli della scuola. Ci ignorammo a vicenda.Palmieri era in orario alla prima ora. Dedicò la lezione alla traduzione della versione del compito in classe e ci consegnò i risultati. Come al solito ci chiamò in ordine alfabetico. Quando arrivò alla lettera d, Gemma si alzò ed andò verso la cattedra.

 Duval Gemma: SETTE!

Non ci potevo credere! Ebbi un conato di vomito. Gemma rientrò al suo posto tutta sorridente. Palmieri era impassibile. Io presi sei e mezzo. Cercavo il suo sguardo, ma lei mi ignorava. Arrivai a stento all’ora della ricreazione. Ero fuori di me.  Lei uscì fuori dall’aula e andò verso una finestra nel corridoio per fumarsi una sigaretta le corsi dietro e la raggiunsi.

-         Ti devo parlare

Gemma mi gelò con un’occhiata di sfida.

-         Non credo che noi due abbiamo qualcosa da dirci.

-         Gemma cosa è successo?

-         Manfredi non hai capito? Io e te non abbiamo niente da raccontarci.

Feci un passo verso di lei ed alzai la voce.

-         Gemma cosa cavolo hai combinato?

-         Oh! Ma come cazzo ti permetti!

-         Come hai fatto a prendere sette?

-         Non sono affari tuoi

-         Dimmelo!

-         Che cazzo te ne frega?

-         Gemma non mi fare incazzare

-         Senti bello forse non hai capito che è meglio se prendi i piedi e te ne vai.

-         Mi spieghi come hai fatto a prendere sette in una versione come quella? Chi t’è l’ha passata?

-         No stronzo guarda che non hai capito un cazzo!

-         No, io ho capito tutto!

-         No qui, secondo me, c’è solo un problema!

-         Quale?

-         Il fatto è che ti rode che non sei riuscito a passarmi la versione

-         Chi è stato?

-         Non sono affari tuoi! Vattene Manfredi!

-         No, cosa hai combinato?

-         Ti conviene andartene e lasciarmi in pace. O vuoi che vada a raccontare in giro i tuoi traffici di versioni?

La guardai con tutto il disprezzo possibile

-         Gemma, io ti volevo solo aiutare

-         No, tu non mi volevi aiutare

-         E cosa volevo?

-         Tu volevi solo qualcosa in cambio

-         Ma cosa cazzo stai dicendo?

-         Dai non dirmi che non ci avevi pensato: passo la versione a Gemma e poi, magari, lei finalmente allarga le gambe!

Non riflettei. E sbottai.

-         No Gemma. Non ci contavo. Perché mi sembra di capire che tu le gambe le allarghi solo davanti ai professori!

Gli occhi di Gemma furono attraversati da un lampo.

Lo schiaffo partì e fu diretto e mi fece volare gli occhiali per terra e tutti gli occhi del corridoio furono rivolti verso di noi. Non dissi nulla. Mi voltai, raccolsi gli occhiali, e me ne ritornai in classe senza dire una parola. Quel giorno fu l’ultima volta che vidi Gemma.  Lei venne promossa e rientrò a Parigi a studiare. Palmieri, un mese dopo, morì stroncato da un infarto e io l’anno successivo mi maturai con il massimo dei voti.


***

 

Dieci anni dopo - 6 settembre 2001 ( vedi cap.3)

 

Così si concluse il racconto a Giada in quella sera di settembre del duemilauno. Il sole era appena tramontato e mentre pronunziavo le ultime parole mi rendevo conto che era la prima volta che raccontavo a qualcuno quella storia. So a cosa state pensando. E se la Giada davanti a me, seduta in quel caffè, fosse in realtà Gemma? Santo cielo e pensate che avrei perso tutto questo tempo a raccontarvi una storia così banale?

(continua…)

 
 
 

Racconto - Le sorelle gemelle – CAP. 10

Post n°71 pubblicato il 14 Aprile 2012 da Duoad
 

 

 

 

 

23 maggio 1996

 

Il compito di latino era fissato per le ultime due ore della mattinata. Prima un’ ora di religione poi due ore di storia e filosofia. Era una giornata caldissima, quasi trenta gradi all’ombra ed una umidità del novanta per cento. Gemma come al solito era arrivata in ritardo a scuola ed entrò in classe a lezione già iniziata. Si prese la solita ramanzina e si sedette al suo posto. Stava nella bancata parallela alla mia una fila davanti a me. Una volta seduta si voltò verso di me e mi sorrise.

 

La sera prima, conclusa la mia performance musicale al pianoforte, nel momento in cui la tensione emotiva tra me e lei  aveva raggiunto il parossismo, sentii aprirsi il portone di casa. Era mia madre. Fatte le presentazioni di rito, accompagni Gemma all’uscita. Il nostro saluto fu piuttosto imbarazzato e denso di diversi pensieri inespressi. Cosa sarebbe successo se non fossimo stati interrotti? Una domanda inutile, me ne rendo conto, quindi è superfluo anche cercare una risposta.

 

Anche  Palmieri, a fine mattina, arrivò in leggero ritardo. Una cosa un po’ strana, lui di solito era sempre puntualissimo. Entrò in classe trafelato. Indossava uno scolorito abito di lino blu. Era sudatissimo, ai compiti il classe il più agitato era sempre lui. Si tolse la giacca. Indossava una camicia azzurrina chiara a maniche corte al di sotto della quale si intravedeva una “fantozziana” canottiera bianca. Dalla sua borsa di pelle chiara, consumata dagli anni, tirò fuori una cartella verde, con attorno un elastico giallo, sulla quale c’era appuntato a matita un codice: 96SL/8. Ovvero anno 1996, scritto latino, versione n. 8. La mania per l’archiviazione di Palmieri penso che dipendesse dal fatto che lavorò per diverso tempo in una biblioteca. Prese le versioni dalla cartella e le mise sulla cattedra. Poi tirò fuori dalla borsa un pacco di fogli protocollo, due per studente,  siglati da lui uno per uno, entrambi da riconsegnare alla fine della prova. Sul banco, ognuno di noi, poteva tenere una penna, nera o blu, una matita, una gomma e il dizionario. Altro non era concesso. I nostri  zaini erano già stati sistemati infondo all’aula. Era tutto sulla cattedra, copie delle versioni e fogli protocollo, poi prese, per ogni studente, una coppia di fogli protocollo e all’interno ci sistemò una copia della versione. Perché questa operazione non potesse essere fatta prima era un mistero su cui nessuno aveva avuto il coraggio di indagare. Dopodiché iniziò a distribuire il tutto. I fogli venivano appoggiati sui banchi e potevano essere aperti solo ad un suo preciso segnale. Terminata la consegna si diresse verso la lavagna, guardò l’orologio  e indicò l’orario della fine della prova che, per quella volta, era fissato alle ore tredici e quindici minuti. Attraversò l’aula e andò a sedersi in una sedia in fondo. Il controllo degli studenti di spalle, per lui, era decisamente efficace contro ogni tentativo di copiatura.

 “Buon lavoro ragazzi.”

 Era formula che dava , di fatto, l’avvio alla prova. Aprii i fogli protocollo insieme ai  miei compagni.

 

“E' controproducente essere troppo severi con gli allievi”
Quintiliano

 

“PORCHISSIMA TROIA!!!”

 

Non ci potevo credere! Mi voltai verso Gemma che a sua volta aveva buttato lo sguardo verso di me! Iniziai a sudare come una fontana. Come cavolo era possibile? Cosa cazzo era successo? Mai era stata cambiata la versione! L’impiegato in segreteria si era sbagliato? Palmieri aveva scoperto qualcosa?

Riuscii a calmarmi un po’ solo dopo una decina di minuti. Lessi la versione e iniziai a tradurla. Che casino! Quintiliano! Che bastardo Palmieri che bastardo! Feci quello che potei. Quella mattina, fui l’ultimo a consegnare. Non era mai successo. Palmieri mi squadrò perplesso

-         Lotito sono stupito

-         E che non mi sento molto bene professore, sono stato male tutta la notte e non ho dormito per niente

-         Potevi rimanere a casa, avresti rifatto la prova un altro giorno

-         Lo so, ma non volevo mancare

In quel momento suonò la campanella. Gemma era già uscita. La rincorsi per le scale e la raggiunsi. Era fuori di sé.

-         Ma che cazzo è successo?

-         Non lo so, non lo so… Gemma non era mai successa una cosa del genere

-         Magari si è sbagliato l’impiegato

-         Non è possibile

-         Quel figlio di troia di Palmieri deve aver scoperto qualcosa. Lo sai che sono spacciata? 

-         No Gemma, ora vediamo cosa si può fare!

-         E cosa vuoi fare?

-         No lo so, cazzo! Ma qualcosa faremo

-         No Manfredi, no è finita, non c’è niente da fare

-         Aspetta…

Gemma non mi ascoltava più e me la vidi letteralmente scappare dalle mani. Rinunciai a inseguirla. Il mio cuore pompava sangue all’impazzata, le mie tempie pulsavano ritmicamente, il respiro era affannato. Ero stravolto. Ma dovevo per forza inventarmi qualcosa da fare.

Si ma cosa?

 

(continua...)


 
 
 

E pensare che si sarebbe dovuto chiamare Pasquale

Post n°70 pubblicato il 03 Aprile 2012 da Duoad
 

(Edvard Munch – Golgota)


“L'uomo che riposava al suo fianco era, lo sapeva, colui che aveva atteso per tutta la vita, quel corpo che le apparteneva e al quale il suo spettava, vergine quello di lui, usato e sporco quello di lei, ma era iniziato il mondo, per quel che significa iniziare, da otto giorni appena, e solo quella notte si era consolidato, otto giorni non sono niente a paragone con un futuro per così dire integro, tanto più che è così giovane questo Gesù, e io, Maria di Magdala, eccomi qui, a letto con un uomo, come altre volte, ma adesso innamorata e senza età.”

( Josè Saramago - Il vangelo secondo Gesù Cristo)

 

***

 

Nonostante l’ateismo del padre e l’agnosticismo della madre, gli fu comunque data la possibilità di avere un’educazione religiosa, questo probabilmente grazie all’influenza delle nonne che la leggenda narra furono donne pie e timorate di Dio. Il battesimo, le suore dell’asilo, il “Padre nostro”recitato tutte le mattine durante gli anni della scuola elementare, il catechismo domenicale con i sacramenti d’ordinanza.

 

“Il corpo di Cristo”

 

Così diceva il sacerdote nel porgere l’ostia, non pensando che un bambino più sensibile degli altri, o forse semplicemente più strano, potesse essere turbato da quella cerimonia vagamente antropofaga, non avendo ancora gli strumenti per dubitare della transustanziazione eucaristica. Ma soprattutto, cosa mai poteva raccontare un ragazzino nel buio del confessionale? Giusto qualche dispetto d’ordinanza nei confronti del fratello minore. Perché, nella effimera “età dell’innocenza” preadolescenziale, gli “atti impuri” erano ovviamente di là da venire,  e non si poteva certo ancora prevedere la sua insospettabile, quanto  pervicace,  tendenza a cadere in certi vizi capitali che si manifestò nell’età adulta.

 

“Quando aveva ancora un barlume di vita, sentì che una spugna imbevuta di acqua e aceto gli sfiorava le labbra, e allora, guardando verso il basso, scorse un uomo allontanarsi con un secchio e una canna in spalla. Ma non riuscì a vedere, lì per terra, la scodella nera dentro cui gocciolava il suo sangue.”

 

E’ il vangelo di Saramago quello che preferiva. Perché a un Cristo morto sulla croce, e non risorto, forse, si sarebbe anche potuto credere. Domenica, per chi ha il dono della fede, sarà Pasqua. Lui si consolerà con un pezzo di cioccolata. Naturalmente nero fondente.

 
 
 

Racconto - Le sorelle gemelle – CAP. 9

Post n°69 pubblicato il 10 Marzo 2012 da Duoad
 

 

 

 

 

22 maggio 1996

                                        ***

Era andato tutto come sempre. Avevo lasciato la busta con i soldi,  al solito posto, e il giorno prima del compito in classe trovai, sempre nello stesso posto, la fotocopia della versione:
“Morte di Tràsea Peto” - Tacito.
Un bel mattone, Palmieri quella volta c’era andato giù pesante. Mi ci vollero quasi tre ore per tradurla il pomeriggio prima del compito in classe. Feci una prima versione per Gemma e poi preparai la versione per me. Chiaramente quella per lei non poteva essere una traduzione perfetta altrimenti Palmieri si sarebbe potuto insospettire.
Con Gemma mi vidi poco prima delle diciannove a casa mia. La feci accomodare in camera e le diedi la versione. Lei la lesse e poi mi guardò.


-    Allora quanto prenderò?
-    Un sei e mezzo-sette questa versione dovrebbe meritarlo. Non potevo farla troppo bene, Palmieri è buono, ma non scemo. Mediando con le altre insufficienze alzerai il tuo voto complessivo negli scritti e considerando i tuoi orali, alle fine un sei in latino lo dovresti strappare. Di più non credo che si possa fare.


Gemma mi sorrise, si mise la copia della versione nella sua borsa ed esaminò la mia stanza con aria divertita.


-    Dunque questa è la tua tana!
-    Già che te ne sembra?
-    Sei troppo ordinato per i mie gusti. Però hai un impianto stereo da sogno e una collezione di cd fantastica, quanti sono?
-    Quasi cinquecento ma non sono tutti miei, c’è molta roba anche di mio padre. E’ un appassionato di musica classica. Vuoi ascoltare qualcosa?
-    Fammi scegliere dai


Gemma era intenta a curiosare tra i mie cd, quando finalmente trovai tutto il coraggio che non avevo avuto nei mesi precedenti.


-    Perché rispondesti in quel modo alla mia lettera?


Lei si voltò, era visibilmente sorpresa. Aveva una custodia di un disco in mano, la aprì, prese il cd e iniziò a giocherellarci con le dita delle mani.


-    Era una lettera impegnativa e la mia risposta era una provocazione. Ma tu non hai reagito, non mi hai affrontata. Mi hai deluso Manfredi!
-    Ti sto affrontando oggi
-    Questo mi fa piacere, ma forse è troppo tardi
-    Per me non lo è!
-    Per questo mi stai aiutando?
-    L’avrei fatto comunque
-    Ma perché un ragazzo così intelligente come te deve ricorrere a questi sotterfugi per andare bene a scuola?
-    La mia famiglia pretende l’eccellenza!
-    Ribellarsi?
-    Avrebbe un senso?
-    Per poter continuare la tua attività di bassista rock ribellarsi un senso l’ha avuto.
-    Da chi l’hai saputo?
-    Ho sedotto Dario per avere informazioni su di te
-    Stai scherzando spero
-    Naturalmente, le mie fonti non le posso certo rivelare.
-    Perché mi hai baciato quella sera?
-    Non lo so


Fece due passi verso di me, allungò le mani verso il mio viso e mi tolse gli occhiali.


-    Forse perché quando metti le lenti a contatto, sei davvero molto carino


Le afferrai i polsi e mi ripresi gli occhiali che inforcai lentamente.


-    Io, invece, preferisco portare gli occhiali.


Lei abbassò lo sguardo, e si allontanò da me. Mi offrì un sorriso amaro.


-    Fammi ascoltare questo cd Manfredi
-    Che cos’è?
-    Cazzo quante domande che fai! Mettilo nel lettore e fammelo ascoltare!


Lo presi in mano, lo guardai.


-    No, ho un’idea migliore, vieni con me.


La presi sottobraccio, pensai che resistesse. Invece si abbandonò a me, come un bambino che ti da la mano per attraversare la strada. La feci accomodare in salotto davanti al pianoforte. Eravamo soli.  Mi sedetti sullo sgabello, aprii la tastiera, e ci passai il dorso della mano sopra. Mi voltai verso Gemma.


-    Tra tanti dischi perché proprio questo?
-    E’ uno degli autori preferiti di quel bastardo di Gilles
-    Hai tendenze masochiste Gemma?
-    Sadomaso tesoro. Ma sono sicuro che tu suonerai meglio di lui e me lo farai dimenticare!


Ci sono motivi musicali a cui leghiamo indissolubilmente frammenti della nostra esistenza. E oggi come ieri, riascoltando quelle note, rivedo Gemma, la mia Gemma, che mi ascolta ad occhi chiusi appoggiata al pianoforte. Ed è un peccato, però, che frugando nelle pieghe dei ricordi, non si possa riassaporare la stessa intensità delle emozioni di quei momenti e se ne possa conservare solo uno struggente eco, destinato a disperdersi nel silenzioso cimitero della nostra memoria.

(Continua ...)

 
 
 
Successivi »
 

AVVISO AI NAVIGANTI

Personaggi e fatti di questo blog sono del tutto immaginari.


 

RACCONTI DI DUOAD

1) "Lo chiameremo Daniele" - dal post n. 9

2) "La vendetta inconsapevole della tartaruga" - dal post n. 19

3) "Finchè morte non ci separi" - dal post n.43

4) "Le sorelle gemelle" - dal post n. 58

5)"24/7" - un' idea in nuce...


 

 

TAG

 

SCRIVERE

 

«Scrivere un romanzo è una cerimonia che somiglia allo streap-tease. Come la ragazza che, sotto impudichi riflettori, si libera dei propri indumenti e mostra, a uno a uno, i suoi incanti segreti, cosí anche il romanziere mette a nudo la propria intimità in pubblico attraverso i suoi romanzi».

Mario Vargas Llosa

 

ULTIME VISITE AL BLOG

TheBlueOysterzahaliaDillDavidsonDuoadSophie_AugustineVelo_di_Carneminia.turaNarcysseFemminaEreticaOdile_GenettrealmassimoA.PhatosFramment.Ariamari_anna_d
 

ULTIMI COMMENTI

Cara Odile, cosa sarebbe la vita senza qualche colpo di...
Inviato da: Duoad
il 26/05/2012 alle 11:53
 
Stupendo il colpo di scena finale!
Inviato da: Odile_Genet
il 25/05/2012 alle 19:55
 
Non ti preoccupare, salirò stasera anche io dalla famiglia...
Inviato da: Duoad
il 25/05/2012 alle 18:36
 
Altrochè :)) Ehi, senti un po'.. son tre giorni che...
Inviato da: A.Phatos
il 25/05/2012 alle 16:19
 
Porgerà l'altra guancia? :-)
Inviato da: Duoad
il 24/05/2012 alle 22:50
 
 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31      
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 39
 
 


Statistiche