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Un blog creato da latuaossessione7 il 26/06/2009

Ossessionando

fammi entrare nella tua testa e nella tua anima

 
 

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Casalinghitudine

Post n°455 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da latuaossessione7

Chiusa forzatamente tra le pareti domestiche pensavo di potermi finalmente godere qualche giorno di dolce far niente che potesse essere, perché no, anche piacevole.
Tv, dvd, internet, libri, musica, insomma tutto quello che di solito mi vede fruitrice molto distratta e molto poco fedele (che ce posso fà, la natura prima o poi prende il sopravvento).
Così ho scoperto l'esistenza di cose molto interessanti. Senza le quali avevo vissuto (quasi) beatamente finora e senza le quali (temo) riuscirò a sopravvivere anche poi.
Ad esempio il mitico Dr. Oz Show, spettacolo televisivo condotto da un gran bell'ometto che nulla ha a che vedere con i camici bianchi delle nostre Asl, il quale si impegna in cosucce di poco conto, ad esempio far dimezzare il peso di qualche milione di americani. Ma anche cercare di guarire una tizia che è leggermente disturbata da una sindrome ossessiva che le fa chiamare il marito almeno una volta ogni ora e che dà in escandescenze se lui non risponde.
La cosa più comica, comunque, in un siparietto che vuole sembrare intriso di genuino melodramma, è la risposta del marito alla domanda: 'E tu come fai a sopportare il suo comportamento?' Orbene io, nutrita a pane e Piccole Donne, mi aspettavo una risposta, una sola: 'Perché la amo'. Invece no, siamo in America, di fronte a qualche decina di milioni di telespettatori, e il tipo dal collo taurino sibila 'Perché l'ho sposata e il matrimonio è sacro'. Praticamente se ci fossero i sottotitoli leggeremmo: l'avrei già strangolata, accoltellata, bruciata duemila volte, ma rischio la sedia elettrica, quindi mi tocca pure comparire qui e prendere del pirla da tutta la nazione.
Istruttivo, non c'è che dire.
Non paga, mi sono sorbita in ordine random un Claudio Lippi canterino in versione giovanile, spettacolo per evitare il quale sarei stata disposta anche a pagare, perché riprendersi da certi choc ad una certa età è difficile; un Fred Astaire in lingua originale che mi avrebbe anche divertito se le voci non avessero avuto un che di stantio, proprio come un pezzo di formaggio conservato per troppo tempo, la cinquemillionesima replica di Un medico in famiglia, la lite Malgioglio-Savino riproposta in salsa rosa, salsa tartara e salsa tonnata, la riesumazione della Estrada e delle sue indimenticate performance di conduzione.
Ma sono sicura che non dimenticherò tanto presto le immagini del film Shame (qualcuno è così gentile da spiegarmi come inserire un link alla scheda della pellicola?) di cui si è barabaricamente discusso dalla Bignardi, con il nudo integrale di Michael Fassbender che non so bene spiegarmi il perché non mi ha lasciato per nulla indifferente. 

 
 
 

Den-ghiù (che fa rima con ec-ciù)

Post n°454 pubblicato il 05 Febbraio 2012 da latuaossessione7

Alle 8 e mezza della domenica mattina suona il telefono. Pur con la mente annebbiata già normalmente di suo e ancora di più con i postumi del febbrone da cavallo che pare si sia invaghito follemente di me e non mi voglia lasciare più, capisco.

E' lei.

L'implacabile madre, quella che sa che hai l'influenza e che pur da lontano deve esercitare le sue doti di madre, quelle che è pienamente convinta di possedere e di avere messo a frutto in modo a dir poco esemplare dai suoi 28 anni di vita in poi.

- Come stai? Sei riuscita a riposare?

- Veramente io STAVO riposando.

- Ah, ma dimmi e la febbre? Ce l'hai ancora la febbre stamattina?

- Mamma, non ho il misuratore automatico di temperatura nel letto, se mi lasci il tempo di svegliarmi magari...

- Ecco, io mi interesso di come stai e tu mi rispondi male... (segue pistolotto tra l'arrabbbiato e il piagnucolante di durata variabile tra i 4 e gli 8 minuti, ma non saprei bene perché nel frattempo chiudo gli occhi e cerco di isolarmi dal mondo e farmi riprendere nelle dolci spire di morfeo, inutilmente)... Fatti sentire dopo, ciao.

Lo confesso pubblicamente. Non più tardi di quattro giorni fa, quando sono tornata dal lavoro scossa da brividi genere mare forza 9 e con la vitalità di una farfalla nella vetrinetta di un collezionista, anche prepararmi una tazza di thé mi era sembrata un'impresa ciclopica e avevo ripensato con nostalgia ai malanni di stagione della mia infanzia.

Mio fratello giocava al cameriere, si presentava con un tovagliolo sul braccio e mi chiedeva con voce impostata: Gradisce un thé, una spremuta, un bicchiere d'acqua? Mia madre veniva ogni cinque minuti a vedere come stavo e mio padre tornava dal lavoro sempre con una storiella divertente nuova e a volte anche con un regalino. Guardavo la tv, leggevo, insomma avere l'influenza era una vera pacchia.

Forse ero troppo viziata e non me ne rendevo conto. Quello che certamente non riuscivo a immaginarmi era che di lì a poco il quadretto ideale di una famiglia unita e affettuosa sarebbe andato per sempre in frantumi e che non sarei mai più riuscita a ricreare una situazione simile con gli stessi protagonisti né tantomeno ex novo, con le mie sole forze, insieme a qualcun altro. 

Ecco allora che alla luce di questi flashback anche le telefonate piene di apprensione di mia madre posso fare uno sforzo e tollerarle. Anzi, cercherò di farmi entrare nella zucca che sono manifestazioni di affetto, anche se a volte assumono toni e contenuti da kapò e seguono fusi orari di un altro emisfero.

Ma ciò di cui sono più grata in assoluto, è avere una ristretta cerchia di amicizie che mi ha supportato e aiutato in questi giorni. Chi mi ha mollato il sacchetto della spesa in forma quasi anonima, camminando a passi felpati sulle scale, per evitare che aprendo la porta potessi starnutirgli addosso tutti gli allegri virus di cui mi circondo, e chi invece ha avuto l'ardire di suonare, farsi aprire e mettersi sul divano accanto a me, sprezzante del contagio, o forse solo speranzoso di potersi assentare dal lavoro a sua volta. La nostalgia per l'infanzia perduta ce l'ho ancora. Il rimpianto per quello che non è stato idem. Ma anche nella più banale delle domande e nel più furtivo dei gesti - che mica tutti siamo votati al sacrificio e pure gli ipocondriaci hanno diritto di vivere - ho colto un affetto e un attaccamento che non sospettavo.

Grazie.

 
 
 

E da stasera calza time!

Post n°453 pubblicato il 01 Febbraio 2012 da latuaossessione7

E va bene, stavolta mi arrendo.
All'evidenza e a tutto il resto.
Ogni cosa intorno me lo dice, anzi me lo segnala con cartelloni a caratteri cubitali e segnali di allerta fosforescenti.
Non hai più 20 anni (anche se io nelle orecchie sento una voce che fa più o meno vec-chia, vec-chia, vec-chia... cosa vorrà mai dire?).
Certo che io ci ho provato ancora disperatamente, con una tenacia che se non fosse perché non posso essere protagonista e giudice al tempo stesso, definirei commuovente.
Ho preparato la valigia, stampato la carta d'imbarco e sono andata.
Sola, direzione nord.
Scalo intermedio in una capitale europea favolosa, di cui da lontano ho potuto percepire il simbolo più conosciuto, corsa disperata da un terminal all'altro, arrivo al banco degli imbarchi con mezzo metro di lingua fuori e la convinzione che sarei morta lì, davanti al gate 64. Volo con il sorriso sulle labbra e un pensiero che scava genere black&decker: ma se io ho stabilito il nuovo record di trasferimento a piedi e con zaino pesante dal 2E al 2F, come avrà fatto il mio bagaglio a seguirmi altrettanto celermente?
E infatti, davanti al nastro trasportatore dell'aeroport di destinazioneo, siamo rimasti in tre. Inebetiti a renderci conto che le nostre valigie non erano arrivate.
Non sapendo bene in che lingua imprecare - ma confesso che un vaffanculo è liberatorio in ogni angolo d'Europa - faccio denucia con relativa descrizione della borsa andata perduta, rapido calcolo di tutto quello che c'era dentro, lacrime che salgono e che ricaccio giù perché intanto cerco di prendere se non il bus previsto almeno quello successivo e di arrivare in hotel ad un orario decente.
La città riserva sempre un benvenuto speciale, anche in uno sputo di autostazione e con il sorriso tra il malefico e l'ironico del tassista dall'accento tanto temuto.
L'hotel è carino e ti fa sentire a casa, ma non avere nulla da mettere in bagno o sotto il cuscino del letto ti fa sentire come se ti avessero tagliato un braccio.
Su facebook lanci un messaggio, gli amici che sono in zona si offrono di aiutarti, ma tu hai bisogno di un pigiama caldo, del dentifricio, del maglione soffice che avevi nel borsone e magari anche di un abbraccio, ma sono servizi ancora non in vendita che io sappia.
Esci per fare un po' di shopping perché tanto hai perso il giro della città che avevi prenotato. Al reparto pantaloni sei presa da un momento di sconforto perché sono tutti incredibilmente lunghi e non potrai comprarli e indossarli. Ripieghi su qualcosa che potrebbe andar bene in palestra, ci unisci una felpa, un paio di guanti, un mascara, le salviettine struccanti, il dentifricio, una crema per il viso. Ti guardi intorno e ti senti maledettamente sola.
Rientri con la faccia sferzata da un vento malandrino e le ossa infreddolite.
Verso sera senti dei passi nel corridoio, una mano che bussa alla porta. Apri e lei è lì, con i suoi manici rinforzati e la doppia etichetta con il nome.
Felice. Non ti sentivi così da anni. Apri e tra le magliette e le calze riacquisti appetito e voglia di vivere.
Ti cambi, esci e ceni da sola in un locale dove la singletudine sembra una condizione condivisa, ma hai le tue cose in stanza e anche la solitudine si veste - è il caso di dirlo - di rosa.
Ti addormenti avvolta in una coperta di pile, poco convinta che i 25 gradi indicati sul termostato della stanza superino in realtà i 17-18.
Il giorno dopo esci presto, vai a zonzo senza meta, in attesa dell'appuntamento fissato per l'una. Con il tuo carico di zaino e borsone arrivi, abbracci, sorridi, sali in macchina e pensi che un altro anno è passato.
Dopo un'ora ridiscendi, acchiappi una chiave, apri una porta, rabbrividisci e pensi che non sopravviverai a queste temperature degne di una ghiacciaia, siberiana perdipiù.
Poi la vera, grande illusione. Due giorni di musica, amici ritrovati, grande energia. Non resisti e ti spingi sotto il palco, salti, ti agiti, scopri che ogni tuo muscolo e ogni nervo è ancora vivo, che i sogni di tanti anni prima sono ancora lì, annidati nei tuoi tessuti come se la vita li avesse legati con un filo invisibile perché restassero per sempre tuoi.
La mattina dopo, dormito giusto un paio d'ore, riprendi il tuo pullman e riguadagni l'aeroporto. Non senti più le gambe, un po' perchè  con 20 anni e 20 chili di più non è come allora, un po' perché fa freddo e se dio deve salvare una regina forse non dovrebbe salvare un popolo che con tre gradi di temperatura gira tranquillamente in tshirt di cotone e non riscalda adeguatamente le sale d'aspetto.
Dopo undici ore, un aeroporto intermedio dove vendono waffel capaci di ammorbidire anche il più rigido dei cuori, un baggage claim con la suspence e la tua borsa che compare trionfalmente sul nastro, arrivi davanti alla porta di casa.
Seguono due giorni di rumori sospetti provenienti dalle tue ginocchia, lamenti strazianti quando devi salire le scale, una stanchezza atavica che non passa nemmeno se ti infili a letto alle nove di sera come quando eri bambina, e un'infreddatura che diventa influenza bell'e buona.
Ergo, da stasera calza time.Che poi di lavorare a maglia non sono nemmeno capace, ma perlomeno con una coperta di pile sulle ginocchia e con la salvietta per i suffumigi in testa troverò finalmente, dopo tanto peregrinare su e giù per l'Europa come avanti e indietro per i corridoi della vita, la mia dimensione ideale.

 
 
 

Because the night

Post n°452 pubblicato il 19 Gennaio 2012 da latuaossessione7

Quando il telefono di casa suona a orari notturni, ti si gela il sangue nelle vene.
Mia madre - ho pensato immediatamente - dev'esserle successo qualcosa.
L'una meno cinque: ero ancora sveglia, perché mandarmi a dormire la sera è difficile quasi quanto farmi alzare dal letto qualche ora dopo. Ma non per questo meno spaventata.
La mano tremava quando ho sollevato la cornetta.
In una frazione di secondo mi si sono ammassati nel cervello pensieri scuri riassumibili in un solo, profondo quanto sintetico concetto: o cazzo!!
Pronto - voce tipica di donna sola in casa struccata spettinata e perdipiù atterrita. 

Nel film della vita ci sono fotogrammi che vanno affrontati con coraggio.
Momenti in cui vorresti non essere soltanto una povera disgraziata in compagnia di un gatto seminapelo e di un frigo tentatore.
Vorresti superare i tuoi limiti, uscire da quel pigiama e toglierti una volta per tutte quei calzerotti.
Prendere il coraggio nelle mani e respirare a fondo per saper affrontare le situazioni, anche le più avverse, con esemplare lucidità.
Andare oltre la tua storia personale, rimuovere i paletti che hanno condizionato pesantemente la tua esistenza con la consapevolezza che la vita è fatta così.
Vorresti addirittura cambiare identità, sesso, modo di pensare.
Vorresti soprattutto cambiare numero di telefono.
Ciao sono io, ho combinato un casino, devi aiutarmi.
Riconosci subito quella voce e quel tono.
E vorresti urlare nella cornetta, con voce perentoria e inequivocabile, un VAFFANCULO  talmente gigante da restare vergato a caratteri cubitali nella storia delle  telecomunicazioni.

 
 
 

I dialoghi di stomaco e anima

Post n°451 pubblicato il 16 Gennaio 2012 da latuaossessione7

Tour de force in palestra genere bagno penale senza nemmeno la dolcezza delle millebolleblu. In pratica uno di quei lunedì che vorresti iniziassero e chiudessero direttamente la settimana perché il martedì e gli altri suoi fratelli ti sembrano troppo, troppo per qualsiasi cosa e soprattutto per una come te.
Sì, perché prova tu a uscire dal lavoro con il borsone che è stato sei ore nel baule della macchina ad una temperatura di zero gradi centigradi.
Ti fiondi in palestra di corsa perché l'istruttore è come il tempo, e per dirla con la linguaccia di fuori waits for no one, estrai dal borsone pantaloni, maglietta, calze, scarpe e bottiglietta dell'acqua e pensi che ti ritroveranno ibernata, a fine giornata, le donne delle pulizie. Riesci ad affrontare il gelo sulla pelle come una siberiana doc, pensi quasi di cambiarti nome in Irina Celhogelata, e affronti pronta a tutto il tuo destino.
Così muovi le gambe, le braccia, il culo, insomma tutto quello che c'è da muovere, ma il cervello resta fisso lì, sulla palude melmosa della tua anima che - magra o grassa che sia (ma esisteranno poi bilance per l'anima?) - è comunque un po' in difficoltà e ha bisogno di cose belle e bei gesti e belle parole più che di gocce di sudore come se piovesse e di placebi per fare finta di ritrovarsi.
Esci con i capelli genere medusa che ha messo le dita nella presa della corrente, hai giusto il tempo di passare da casa, vuotare il borsone, ficcare tutto in lavatrice, sfamare il gatto, acchiappare due fette di prosciutto volante dal frigo e correre dal tecnico del pc che 'sto disgraziato ti ha abbandonato ancora una volta, manco fosse l'ennesimo dei tuoi uomini fotocopia.
Alimentatore: stavolta andiamo bene, niente sequestro settimanale con solita sistematina che mi costa i 'soliti' 50 euro. Orbene, se volessi cambiare mestiere e sceglierne uno decisamente più redditizio, mi metterei di certo a produrre alimentatori. Perché 45 euro per una scatolina con attaccati due fili di plastica mi sembrano francamente un furto legalizzato.
Con il portafogli alleggerito mi dirigo al supermercato.
Faccio finta di non sentire il profumo del pane appena sfornato, ignoro le provocazioni dei formaggi che come le sirene mi chiamano a gran voce mostrandomi le loro forme tonde e invitanti, mi convinco che il cioccolato mi ha sempre fatto schifo e che finora l'ho mangiato soltanto per stupida moda, perché in tante abbiamo sostenuto che è meglio del sesso ma eravamo tutte sole come cani rognosi quindi con la mente offuscata e - quel che è peggio - nessuna valida alternativa, nemmeno calva, con i calzini corti e con i maniglioni antipanico dell'amore.
Verdure e frutta, pesce, ricottina magra, sono un'acquirente modello.
Casa. Lavatrice che non risciacqua. Dopo tre tentativi sbuffo, apro l'oblò, prendo la roba, la metto in un bagnino e via: metodi antichi per risparmiare tempo ed energia (elettrica e soprattutto mentale).
Aspirapolvere, peli di gatto, sabbia del gatto da pulire, wc net, peli di gatto, letto, straccio per la polvere, peli di gatto, vomito di gatto, scarpe da sistemare, magliette da stirare su cui - pensa un po' - trovo peli di gatto.
Trancio di pescespada in padella, dio quanto è buono il pesce.
Spinaci al limone, non ricordavo fossero così deliziosi.
Voglia di dolce? E' solo un'abitudine. E le cattive abitudini si combattono. Un'arancia e via, il generale ossy è in tenuta d'assalto.
Peccato che sotto la mimetica l'anima sia sempre modello sacco vuoto.
Volendo vedere lo stomaco anche, ma è molto meno grave.

 
 
 
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