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CHIACCHIERATA CON UNA ABITANTE DI MORASCO IN ALTA VAL FORMAZZA

Post n°7 pubblicato il 06 Maggio 2011 da paesesommerso

L’incontro con la signora Edwige Ferrera risale al marzo 1996 e si svolse nella sua casa di Ponte di Formazza, non troppo lontano dalla località che le diede i natali, Grovella. Da qui partiva con i genitori, in primavera, alla volta del villaggio di Morasco. Dopo aver ripulito i prati tornavano giù per poi risalire ad agosto per il fieno e restavano fino ai primi giorni di settembre. A ottobre salivano nuovamente e, se il tempo lo permetteva, non scendevano piu’ fino alla vigilia di Natale, con le slitte cariche di fieno avanzato attaccate alle manze e alle giovenche.

Lei era una ragazzina, ma le vicende di quel piccolo angolo di Paradiso le porta indelebili nel cuore. Alcune belle, altre tristi, altre legate alle leggende che da sempre avvolgono con un velo misterioso le montagne.

E’ dura realtà il terribile episodio capitato al figlio dello zio di suo papà che, con la sorellina, stava portando patate bollite e un poco di formaggio a coloro che lavoravano nei campi. Nell’attraversare il pericoloso ponticello a due travi cadde in acqua e la furia del fiume lo trascinò via. E come lui molti bimbi persero la vita così tragicamente.

Persino gli uomini avevano paura di quella corrente così forte tanto che, spesso, quando avevano un carico pesante di fieno sulle spalle, si facevano aiutare. Lo lanciavano al di là del ponte e le loro coraggiose donne stavano pronte a prenderlo, per non perdere quel prezioso alimento per le loro bestie.

Una leggenda racconta che neppure le vipere osavano attraversare quel maledetto passaggio sospeso sull’acqua, infatti, nel caso si fossero nascoste nelle gerle, giunte in quel punto, uscivano e scappavano. Naturalmente con somma felicità degli abitanti!

Ricorda che quando venne costruita la diga, a Morasco vivevano circa 20 famiglie. I genitori della signora Edwige erano giunti al punto di non dormire più la notte dal dispiacere che provarono alla terribile notizia, ma dovettero rassegnarsi: se non avessero accettato i soldi che venivano offerti loro, le proprietà sarebbero comunque state espropriate. A sua mamma vennero date 86.000 lire, era il 1936, periodo in cui una mucca  poteva costare tra le 400 e le 600 lire. Mentre parlava un sorriso le illuminò il viso solcato da rughe leggere e disse: “ Il Gregorio però ne aveva venduta una a 1.000 lire perché era molto bella!”, forse perché i prati in alta montagna davano un’erba davvero speciale e c’era anche la cicoria che le donne alla sera tardi, con il “lanternino”, andavano a raccogliere, nonostante la stanchezza per la dura giornata di lavoro.

I campi non erano solo cibo per il bestiame, ma anche una gioia per gli occhi: in primavera le fioriture cambiavano colore per ben tre volte. La prima stendeva un tappeto giallo, la seconda bianco e, infine, la terza blu.

L’acqua non risparmiò quelle distese d’erba e neppure il piccolo oratorio dedicato a Sant’Anna e a San Lorenzo, anche se la Edison, ora Enel, lo fece ricostruire su di una collinetta nei pressi di Riale, a ricordo non solo della chiesetta, ma dell’intero villaggio e degli operai morti durante la costruzione della diga.

 Quando negli anni successivi al riempimento dell’invaso in primavera la signora risaliva in quei luoghi, la pena maggiore era udire il rumore sinistro provocato dai crolli del legname e dei mattoni delle case, che portavano in superficie i ricordi di una vita. Solo pochi avevano pensato di recuperare le travi per riutilizzarle in nuove costruzioni.

Se le giornate erano limpide si poteva scorgere ancora il campanile, quasi volesse urlare al cielo la sua pena.

Qualche anno prima dell’intervista, durante una fase di manutenzione della struttura, il bacino venne svuotato e riaffiorarono i poveri resti di quelle che furono splendide abitazioni e stalle accoglienti. Con sommo rimpianto e commozione riuscì a riconoscere ancora la sua casa in mezzo al fango del fondo melmoso del lago.

 
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Post N° 6

Post n°6 pubblicato il 06 Maggio 2011 da paesesommerso
Foto di paesesommerso

E' terribile dover lasciare le proprie case in nome del progresso...

 
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I MITICI DELLE DIGHE

Post n°5 pubblicato il 23 Febbraio 2011 da paesesommerso

Visitate questo sito o voi che amate le dighe....

www.progettodighe.it

 
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LA DIGA DI QUARAZZA

Post n°4 pubblicato il 01 Luglio 2010 da paesesommerso

Curiosità.....la parola diga in alcune lingue

Americano-Inglese:dam
Italiano: diga
Francese: barrage se è in calcestruzzo, digue se è in terra
Tedesco: talsperre
Finlandese: pato
Danese: dige
Olandese:dam

 
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L'ULTIMO ABITANTE DI QUARAZZA, ANGELO IACCHINI

Post n°3 pubblicato il 01 Luglio 2010 da paesesommerso
Foto di paesesommerso

Quanti ricordi, quante immagini del passato riaffiorano nella mente di Angelo, mentre parla della sua Quarazza.

Ripensa a quando venne costruita la diga, nel 1952.  Quando vennero quei signori dalle belle maniere, dai modi gentili, che comunicarono agli abitanti che le case sarebbero state sommerse dalle acque del bacino. Certo, ricorda anche che vennero dati dei soldi, ma non troppi. A chi ne faceva richiesta venivano dati appezzamenti di terreno in altri luoghi. Ma è rimasto comunque il detto che per quelle case è stata data solo una “zucca di latte” , poco per il valore affettivo del frutto di una vita di sacrifici…

Che bella che era Quarazza, alla sera ci si riuniva tutti per la recita del rosario e spesso c’era chi cominciava a raccontare storie di streghe ai bambini che erano costretti “ad alzare i piedi e a tirarsi insieme” dalla paura.  Vi era una donna, ricorda Angelo, che terminava le orazioni con una preghiera che, tradotta, suona più o meno così:

“O Madonna, o Signor, preservami dal fulmine, dal tuono e dal Pinscimun”  Ma chi mai sarà stato questo Pinscimun? Un uomo, un carrettiere che entrava in Val Quarazza e, forse un po’ birichino, faceva tribolare le donne, tanto da entrare persino in una preghiera.

Ma la vita in Quarazza era dura come in tutti i villaggi Walser. Lanti Emiliano, ultimo pastore che possedeva una ventina tra capre e pecore, lo sapeva bene e lo andava cantando mentre scendeva o saliva per il sentiero verso Borca:

“Se vuoi provare le pene dell’inferno, vieni in Quarazza d’inverno”

Quando l’invaso sommerse il paese lui costruì una casetta in legno, era come un’arca di Noè, con tutte le bestie: capre, mucche, pecore, galline, c’era perfino un cervo. A lui bastava una stanza e una cucina.

Fino al 1947 in Quarazza non arrivava neppure l’energia elettrica, si stava a lume di candela o con il carburo. In quell’anno però il comune di Macugnaga diede il permesso di tagliare le piante per realizzare i pali sui quali la Società Dinamo avrebbe fatto passare i fili della corrente.  Tutto il lavoro venne svolto dagli uomini di Quarazza, agli operai della Dinamo non restò altro che posizionare i fili e i contatori. Le lampadine erano di solo 5 candele, ma erano talmente potenti per gli abitanti non  abituati, i quali furono costretti per giorni a strofinarsi gli occhi. Quando si accese la luce per la prima volta si fece una grande festa: le ragazze avevano fatto i tortelli e cotto le castagne, i ragazzi avevano portato una damigiana di vino e qualcuno suonava un organetto. Tutti si divertivano. Un divertimento da poco, ma un divertimento sano, che faceva dimenticare le fatiche della giornata.

Ma lo sapete perché il Lago delle Fate si chiama così? Perché quando oramai l’invaso si stava riempiendo, in un’abitazione viveva ancora una donna, Orsola Rabbogliati. Era molto alta e magra e tutto il giorno girava intorno al lago con lo sguardo fisso a quell’acqua che stava salendo inesorabile. I turisti che passavano di là la scambiarono per una fata uscita dal bosco e perciò da allora il lago è conosciuto con questo nome così suggestivo.

Più triste invece è la storia della protagonista che, dopo essere stata portata a Borca, lontana dalla sua casa, resistette solo un paio di mesi.

Ancora tanti pensieri, uno agli abitanti di Quarazza emigrati lontani nel mondo, il cui ricordo resta indelebile nelle croci appese sul muro della chiesetta, dedicata a San Nicola.

Che bella festa si svolgeva il 16 agosto in quella cappelletta, il signor Iacchini se lo ricorda bene. La processione saliva dalla frazione Motta, sottostante Quarazza.

Della chiesetta originale le colonne, l’elemosiniere e l’acquasantiera sono state inglobate nel nuovo edificio ricostruito più a monte.

E per il giorno di festa si mangiava il formaggio, il pane cotto a ottobre, con la croce beneaugurale, nel forno comunitario e ritirato per tutto l’inverno, la carne secca cotta nel brodo. Che profumi uscivano dalle cucine!

Certo però che a Quarazza non era mai mancato il cibo, Angelo si sente ancora i brividi addosso a rammentare i “pumitt”, piccolissime mele che arrivavano dal fondovalle. Erano molto acerbe, al tempo stesso profumatissime.

E proprio dal fondovalle arrivavano anche fichi, uva e ancora i mestoli e le scodelle in legno dalla Val Strona.

Ma i bambini a Quarazza giocavano? Andavano a scuola ?  Certo giocavano al cerchio da far rotolare, a correre, a nascondino, ma soprattutto giocavano a diventare grandi, curando i fratellini e le sorelline, aiutando la mamma con gli animali o il formaggio

Per andare a scuola dovevano scendere fino a Borca, per le 9 tutti in classe, poi a mezzogiorno tornavano a casa per il pranzo e alle 14 il rientro pomeridiano. Ma non c’era lo scuolabus che li portava belli comodi, tutta a piedi dovevano farsela… E quando in inverno c’era la neve usavano le racchette, ma mai mancavano all’appello.

Vita dura in Quarazza, i Walser non si sono mai visti in luoghi dove è facile vivere.

Il signor Iacchini   ne sa qualcosa,  sul suo viso passa una nuvola nera, ma è solo un’espressione, un attimo di tristezza.

Il suo villaggio è stato immolato, come tanti altri, sull’altare del progresso.

Questo sia da ricordo eterno.

 

 
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