Creato da patacri il 10/01/2010

PATABLOG

patapensieri

 

 

a proposito di empty o full...direi free refil !!!

Post n°22 pubblicato il 30 Agosto 2011 da gmetti

dicesi laiano nella lingua sabuado un soggetto pigro, lazy in quella di oltrepolso.

sono stato molto laiano (e me ne vanto), ho scritto poco (dovreste rendermi grazia di non avervi tediato con pippe mentali imperiali e plutoniche), pensato abbastanza (si sono leso ma cerebralmente normodotato, ma in compenso ho vissuto molto. e devo dire molto bene. ripreso me stesso, migliorato, dedicato tempo alle cose che mi fanno stare bene, spaccato i 70kg 

tutto cambia, tutto si trasforma, nulla rimane fedele a sè stesso

e alla fine che rimane?

o cosa dovrebbe rimanere?

solo quello per cui vale la pena vivere e soffrire: i propri sogni

se poi li fai ad occhi aperti sei pure un privilegiato, perchè quelli dormendo sono proprio bravi tutti a farli

non c'è velocità che paghi. fai un gran minestrone, che di per sè non è magari male ma poi hai bisogno di fare un rutto alla Fantozzi per riprenderti

e quindi il mio obiettivo alla fine è quello di mangiare a Natale un bel panettone fatto in casa con dei canditi e condividerlo con chi sa sognare come me

è una questione di qualità
o una formalità
non ricordo più bene una formalità
come decidere di radersi i capelli
di eliminare il caffè, le sigarette
di farla finita con qualcuno
o qualcosa, una formalità una formalità
o una questione di qualità

definitely: è una questione di qualità caro il mio Ferretti

ps c'è sempre la canzone giusta per ogni momento

quindi vita = azione di succhiare attraverso il sifone ombelicale

che volessero dire questo i Peppers con Suck my Kiss?

non credo, ma che tiro quella canzone!

funky!

 

 
 
 

Bichhiere mezzo pieno o vuoto?

Post n°21 pubblicato il 23 Aprile 2011 da gmetti

Ieri sera qualcuno mi ha dato un grandissimo insegnamento.

Come modificare dello stesso problema la prospettiva, aiuti a vedere le cose in modo totalmente diverso. Beh non è una grande scoperta qualcuno dirà. Sì vero. E’ così. Lo sapevo anch’io, ma è un altro aspetto ad essere stato messo in luce. L’effetto che dare di un problema un’eccezione negativa (il bicchiere mezzo vuoto) genera sulla persona che hai accanto. Rischi di convincerla a lungo andare che sia davvero mezzo vuoto. Così è il senso di appartenenza. Cosa è? Mah … a dirla alla Moretti nell’ultimo straordinario Habemus Papam è il contrario della malattia che la psicanalista (Margherita Buy) diagnostica al Papa ovvero il “deficit di accudimento”.  Conferme, giudizi sulle parole, soprattutto se non dette, determinano l’eccezione negativa. Fanno vedere il bicchiere dal lato vuoto, quando è la parte piena la preponderante. Ma se si guarda dalla prospettiva sbagliata, il deficit lo trasmetti in una forma davvero pericolosa: fai sentire inadeguato l’altro/a, semplicemente per modalità di espressione diverse. Questo non è assolutamente un fatto banale. Ci vuole grandissima maturità a capire questi schemi mentali. Io non li avevo capito, perché ho un evidente eccesso (ma non sempre è così…) Maikovskiano “dell’amato me stesso”. Non può funzionare così. Non c’è un solo modo, ma diversi modi di esprimersi e l’intelligenza sta proprio nell’incontrare modi diversi, combinarli, accettarli e sapere talvolta sdrammatizzare il tutto con grande ironia.

E allora perché esprimere la paura di perdere qualcuno e non esaltare piuttosto il fatto che quel qualcuno, chiunque esso/a sia, C’E’ ed è nella tua vita? Perché esprimere la paura dell’abbandono? Perché cercare il suo soddisfacimento o peggio ancora la sua continua approvazione, se questo mette a repentaglio la propria natura? Prima o poi si scatenerà con forza, con violenza, perché repressa. Parlare è la terapia, ma non parlare troppo. Lasciare che sia il vino a scorrere come diceva il buon Baudelaire e che riempia il bicchiere della vita. Non avere paura del tempo, cavalcarlo, viverlo senza esserne schiavi, ma lasciarlo anche libero di sviluppare la propria storia senza troppi interrogativi e soprattutto paronoie programmatiche sul futuro.

 

Per non essere schiavi del tempo bisogna ubriacarsi e non fermarsi. Ubriacarsi di vino, di virtù, di poesia, di ciò che volete

 
 
 

vertical stage

Post n°20 pubblicato il 19 Aprile 2011 da gmetti

Tre balconi. Tre musicisti. Un piano di livello del suono di rombo verticale. Una facciata di un edificio su cui proiettare ma da cui emettere suoni, bassi, loop, basi elettroniche. Cos’è tutto questo? Una bella invenzione! Rendere fruibile la musica e trasformare una via di Milano in un grande dancefloor con tutti con il naso all’insù! Appunto: un vertical stage. Come liberare idee, essere leader dell’ispirazione di fare una cosa (la musica) e renderla fruibile in un modo diverso, non convenzionale.

Ora la sfida è di fare un horizontal stage. Il gruppo sulla strada e il pubblico alla finestra. Cambiare il punto di vista. Solo che i balconi dovrebbero essere una marea disseminata su una facciata che,  di certo, esprimerebbe un gusto architettonico dubbio.

O perché no fare un black out stage. Chiudere il rumore di rombo lasciando che la musica si diffonda nelle cuffie del pubblico (prima o poi Steve Jobs si inventerà anche questo), ma saprebbe da concerto in memoria di M. Jackson e quindi, forse, “ma anche no”

Ma pensate se il vertical fosse stato fatto in una corte?! All’interno di un cortile dei navigli chiuso su 4 lati, con i membri del gruppo su tre lati contrapposti e non “complanari”, muovendo il suono come un grande wah wah? Che ne sarebbe stato? Che trip avrebbe creato sentire in fase e controfase il suono? Ribaltare il punto di ricezione e mandata?

Se ci si pensa è tutto un gioco di prospettive e di piani di rappresentazione: semplicemente un gioco basato su regole “formali”. Ma chi ha detto che le regole rappresentino il gioco? E se tutto fosse come in una rappresentazione della Fura dels Baus, messo volutamente in discussione, facendo interagire il pubblico a ciò che sente o guarda modificando proprio le sue regole percettive? Come se a un sommellier si tappasse il naso e si chiedesse di esprimere il gusto del vino. Sarebbe impossibile, mancherebbero i presupposti per costruire la linea di percezione “comune”.  Il gioco ha poi un obiettivo normalmente: conquistare Parco della Vittoria, farsi le leggi ad personam, o mettere la palla a terra. Ma tutto può essere modificato e non è detto che sia meno interessante,costruire un gioco dove si possa fare delle leggi per tutti ad esempio…ma questo è un altro discorso, ma veniva bene per cui concedetemelo!

Beh a me è proprio piaciuto sto gioco dei Motel Connection in via Stendhal. Certo un po’ debolucci con il sound ma efficaci nel rappresentarlo e come si sa talvolta la forma riesce a prevalere sul contenuto.

Adesso mi invento una cosa simile in cucina. La cena all’incontrario, partendo dal digestivo per poi andare al caffè e poi via via per chiudere con l’aperitivo! Credo non avrebbe molto successo da Sadler però non sarebbe divertente partire con un Montenegro?

 
 
 

correlazioni?

Post n°19 pubblicato il 28 Gennaio 2011 da gmetti

1 incontro

2 sguardo

3 intesa

4 condivisione

5 complicità

6 attesa

7 accudimento

8 legame

9 rito

10 sogno

 

a cosa abbineresti?

 

A rosa

B visione

C progetto

D tempo

E senso

F causa

G effetto

H privilegio

I .............

L scelta

 

cosa manca secondo te per comporre il tutto?




 



 

 
 
 

sogno o son destO' sono un desto sognante

Post n°18 pubblicato il 15 Gennaio 2011 da gmetti

Patafisicamente ultimamente non mi sono venuti dei grandi pensieri

Che sia stanco?

Decisamente no, ne fisicamente a parte un ginocchio sifulo, né tanto meno mentalmente

Anzi…

Sarei quasi iperattivo mentalmente. Ho messo giù i caratteri per un libro…ma non so se un libro debba avere necessariamente una sorta di trama. I personaggi devono incontrarsi per forza? Interagire fra loro? Come farli però convergere in un brodo comune e poi magari quadrarlo?

Ma ha importanza?

Boh…forse no o DPDVPELS….

In realtà, ho bisogno di Aldo grande satrapo della scienza diffusa e effusa e della Pata esimia satrapa della pizza ettagonale inscritta in una circonferenza per essere edotto della tecnica giusta della narrazione compiuta

Intanto, io vivo. E cerco di farlo al meglio

 

Cambio sistema: passo dallo stare attento agli altri e al comportarmi con responsabilità, al vivere per rispetto “del me”. Devo dire che funziona, sicuramente funziona meglio. Molto più soddisfacente e io “sto bene!”

 

Questa notte ho sognato due fatti così lontani dalla realtà da essere così impossibili ma da entrare nel mio mito onirico: sciare in neve fresca e suonare bene la batteria. Già direte voi, che ci vuole…porca miseria quanto darei per scendere giù da una montagna canadese piena di polvere bianca senza centrare i pini e suonare così bene da lasciare a bocca aperta…ma cosa c’è di meglio? Ma perché vogliamo sempre sognare? Perché non sappiamo cogliere il valore dalle cose che viviamo ogni giorno? A me non piace affatto il realismo, chi è sempre ancorato ai fatti contingenti è per definizione noioso, privo di inventiva, uno che non rischia mai. Io invece so sognare a occhi aperti. Credo perdutamente nell’amore, nella forza di una carezza, nel sentirsi parte di qualcuno o qualcosa…si ci credo! Ma credo anche nel senso delle parole, di quelle che devi usare con cura e rispetto e sempre coniugando a queste le azioni che le rendono vere, oppure di una manina di una bimba di 5 anni che senza saperlo mi porta in giro guidandomi in un pomeriggio di nebbia, di risate allegre dopo aver mangiato come Obelix dal ritorno dalle fatiche di Cleopatra. Il cinismo mi ha rotto francamente i coglioni. Chi non crede nelle parole dette, chi pensa che dietro ci siano interessi o falsità, di chi non crede che ogni tanto nella vita puoi incontrare un angelo. Io ci voglio credere

 

Il mondo dei sogni è importante. Più importante è però saper sognare. Sognare a occhi aperti, perché farlo dormendo son buoni tutti, ma proprio tutti. Come mi ha insegnato qualcuno: vivere è come leggere le pagine di un libro in sequenza, sognare è aprirlo a caso. Io voglio aprirlo sto libro, cogliere il buono e farlo crescere, credendoci, piano piano, con consapevolezza ma senza sentire alcun peso. Da soli non si va da nessuna parte: questo è certo.

 

Che la felicità vera sia solo quella condivisa è molto più che una bella frase di un film, è quello a cui, credo, tutti, dovremmo tendere

 
 
 
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