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IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

Post n°69 pubblicato il 23 Aprile 2008 da aidanred
Foto di aidanred

 

Il 25 aprile era giunta la notizia della liberazione, ma per me non ci fu festa nel cuore. La guerra non si cancella con un colpo di spugna. Sulla lavagna della mia vita il dolore aveva inciso i ricordi amari, le notti insonni, le corse disperate alla ricerca di un rifugio e il suono sordo delle bombe, si moltiplicava come un'eco dentro un burrone.

I miei sogni di bambina si erano tinti di nero. I giochi dell'infanzia non riuscivano a distrarmi dalla tensione che mi strozzava il respiro.

La guerra non segnò solo l'esistenza degli adulti, anche chi come me si affacciava all'adolescenza, respirava il suo sapore acido, e il sole nel cielo non teneva lontane le nubi delle nostre paure.

A quel tempo io abitavo con i miei genitori sulla strada che dal fondo del paese portava verso la città. Era una via poco battuta e sul percorso che si perdeva nei campi, per poi finire ai piedi della Maddalena, c'era il poligono di tiro. Mi ero abituata al suono secco dei proiettili che si fermavano sul muro alto, grigio, dall'aspetto funereo quanto quello dell'attesa della morte, ma m'avevano convinto che lì si sparava solo per gioco.

Gli spari facevano eco e dal muro rimbalzavano secchi fino da me, dentro la mia casa. Era un rumore familiare, quanto i rintocchi delle campane della chiesa che scandivano le ore delle giornate e, ormai, non ci facevo più caso.

La guerra mi aveva regalato il boato dei bombardamenti, il rombo agghiacciante degli aerei e Pippo me lo sognavo tutte le notti. Le sirene dell'allarme erano un incubo costante e ad esse si accompagnava il pensiero della mia casa distrutta da una bomba. Nel sonno spalancavo gli occhi e mi mettevo a piangere.

Ora, si diceva che la guerra fosse finita, ma il 25 aprile non si vestì con i colori della primavera.

Ricordo un clima teso, confuso; Tedeschi e repubblichini scappavano disordinati nella speranza di trovare una via libera di fuga. I Tedeschi da una parte, i partigiani dall'altra, su un terreno aperto e alla luce del giorno, si potevano guardare in faccia. 

Le truppe nemiche da noi c'erano ancora e nella disperazione più totale fuggivano con la triste certezza d'aver perduto la guerra.

Volevano bruciare tutto, mettere a fuoco le nostre case e suor Viola li aveva convinti a lasciare il paese, senza commettere quel gesto ingiusto e ingrato.

Le suore non avevano opposto resistenza, quando si decise che lì, nel loro convento doveva stanziarsi il Comando tedesco e si ritirarono in un'ala appartata lasciando il resto dell'edificio agli ufficiali.

Ora, i Tedeschi non potevano dimenticare o negare la gentile ospitalità e disponibilità delle monache.

La gente del posto non aveva mai fatto del male ai soldati e perciò infierire sul paese, mettendolo a fuoco, sarebbe stato un atto di incivile crudeltà.

Il comandante ascoltò le parole di suor Viola e ordinò ai suoi uomini di lasciare tutto così com'era e di non perdere tempo.

I motori delle motociclette, dei camion e delle camionette militari alimentavano la confusione e alzavano nuvole spesse di polvere nera.

Cosa stesse succedendo di preciso lo sapevano in pochi; che strano! La guerra era finita ma io non mi sentivo felice.

Vidi passare sotto casa dei soldati tedeschi in borghese con degli zaini a spalle, camminavano veloci lungo la strada che portava alla Maddalena, in quel modo avrebbero superato la città, dove c'erano gli Americani e i partigiani pronti ad aspettarli.

Allora non mi posi domande, se ne andavano e questo bastava; ora, mi auguro che anche per loro ci sia stato un ritorno a casa e i miei sentimenti, lavati da ogni traccia di umana paura, sono di profonda pietà: il valore della vita è unico e universale.

 

Fu però proprio in quel clima di fuggi fuggi generale che  si compì l'ultima disumana tragedia. Secondo il codice di guerra nazista, l'uccisione di un soldato tedesco doveva essere pagata con la morte di dieci Italiani, tanto poco valevamo: dieci Italiani per un Tedesco morto.

Così fu, quando venne ritrovato il corpo di un loro soldato ucciso.

La matematica della guerra, le ragioni del nazismo, il potere centrato sulla paura.

E' la paura che ci fa dimenticare chi siamo, la paura scappa, insegue, è un gatto che ruota intorno a se stesso e finisce per mordersi la coda.

In quanti modi ho coniugato le mie paure: ora la guerra era finita, ma esse rimanevano accese come fari nel buio del mio domani.

Nei giorni della libertà si versò nuovo sangue innocente.

Li avevo uditi gli spari, ad essi seguì un breve silenzio e poi una successione di colpi, ben scanditi.

Ne avevo sentiti tanti, uno in più o in meno, che differenza poteva fare?

Ore dopo, quando vidi mio papà entrare in casa con la faccia contratta dalla rabbia e dal pianto, compresi che qualcosa di tragico era accaduto vicino a noi.

«Hanno assassinato i Boccacci», ci disse «sono là, al poligono, tra i corpi c'è anche quello della figlia…, povera ragazza, morire adesso che la guerra è finita. E' una tragedia, una vergognosa vendetta».

Ricordo che salii le scale, entrai in camera, mi buttai sul letto e piansi disperata.

Nel poligono i Tedeschi cercavano le armi e i partigiani nascosti.

Dovevano essere lì gli assassini del loro camerata e perciò chi viveva in quel luogo era colpevole e per questo avrebbe pagato.

Assurdo destino attese coloro che furono costretti a morire nei giorni della liberazione.

Quando li invitarono a vestirsi bene, a pettinare i capelli, lei, la figlia dei custodi del poligono, ci aveva creduto alle fotografie che i nemici le avrebbero scattato tra le viti del campo, e nei capelli s'era messa un fermaglio e un velo di rossetto sulle labbra.

Non sorrideva l'immagine fissa della sua morte, la mia mamma mi descrisse i suoi occhi aperti nello stupore dell'inaccettabile fine.

Era una bella ragazza e nel giorno della gioia aveva dato addio alla vita.

 

Quella sera in città il cielo si coprì di cascate di colori. Stelline rosse bianche verdi illuminavano la nuova notte di pace e potevamo guardarle senza paura perché non erano bengala.

Non avevo mai visto i fuochi d'artificio, ma pur essendo ragazzina non provai emozioni di gioia, anzi, rimasi indifferente.

Quando finì lo spettacolo e l'ultimo scoppio fece eco nell'aria, rientrai in casa, mi coricai nel letto con l'inseparabile paura nel cuore e devo confessare che quell'appiccicosa tensione non mi abbandonò per lunghi anni.   

Un sogno, sempre lo stesso: aerei…, sirene d'allarme, corse affannose per la ricerca di un rifugio e bombardamenti.

 Tratto da Filomena e le altre

 Storie vere delle donne del mio paese

 
 
 
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Un blog di: aidanred
Data di creazione: 21/10/2007
 

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