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Creato da moibe0 il 28/01/2006

Volare nella poesia

Digressioni sulla poesia

 

 

Post N° 16

Post n°16 pubblicato il 16 Dicembre 2006 da moibe0
 

E' in rete il sito ufficiale del poeta-scrittore

CLAUDIO MOICA

Buona visione a tutti

www.claudiomoica.it

 
 
 

PABLO NERUDA

Post n°15 pubblicato il 22 Ottobre 2006 da moibe0
Foto di moibe0

www.pabloneruda.it

Poeta cileno, premio Nobel della Letteratura nel 1971.


Pablo Neruda è lo pseudonimo che Neftalí Ricardo Reyes scelse in onore del poeta cecoslovacco Jan Neruda (1834-1891) cantore della povera gente. Egli nacque a Parral nel 1904 e morì a Santiago nel 1973. Di famiglia modesta, trascorse l'infanzia nel piovoso, malinconico e selvaggio sud del Cile, dove il padre era ferroviere; nella cittadina di Temuco, frequentò le scuole fino al liceo mentre proseguì gli studi universitarie al Santiago del Cile.

Nel 1924 il suo "Viente poemas de amor y una canción desesperada" (Venti poesie d'Amore e una canzone disperata) divenne un best-seller facendolo diventare uno dei più noti e giovani poeti latinoamericani.

Dal 1926 al 1943 girò il mondo come rappresentante diplomatico del suo paese, nel'36-37 visse l'esperienza della guerra civile spagnola, non soltanto da spettatore interessato. L'incontro,o meglio, la scoperta della Spagna fu per Pablo Neruda un'esperienza di estrema importanza. Come scrisse di lui Dario Puccini: "Uno di quei salti dialettici grazie ai quali la storia esterna diviene storia personale, immaginela vita degli altri vita propria, il dolore del mondo sentimento radicato". Neruda, favorito dalle circostanze, creò, un pur lieve, scompiglio nella letteratura spagnola facendosi paladino della "poesia impura" opponendosi alla linea purista di Juan Ramón Jiménez. Allora la sua influenza non fu preponderante ma si fece sentire più tardi e ancora perdura, in qualche modo, presso le generazioni intermedie e recenti.

Dopo aver subito il fascino dell'incontro con la poesia spagnola, il poeta cileno venne travolto nell'appassionata vicenda della guerra civile: prese subito posizione a favore della Repubblica aggredita; fu scosso dalla tremenda fucilazione di García Lorca e con César Vallejo, un poeta peruviano, fondò il Gruppo ispano-americano d'aiuto alla Spagna. La guerra civile determinò un mutamento profondo nell'animo, nelle convinzioni, nella cultura, nella poesia del poeta. La sua fu una vera e propria conversione al prossimo e la sua poesia divenne quella dell'uomo con gli uomini, cioè una poesia sociale e di lotta politica, di adesione e di repulsione rispetto al prossimo, di sostegno e di esacrazione, di speranza e di rabbia: d'azione.

E, quando, cessata la guerra civile e sconfitte le armi repubblicane, tanti spagnoli furono costretti all'esilio o morirono fucilati o in carcere, quel "legame materno" con la Spagna si fece per Pablo drammatico e fu come una goccia di sangue che rimase indelebile. Se uno dei sentimenti più forti dell'anima moderna è quello di un continuo e cocente esilio, di una imprecisata perdita esistenziale, la Spagna è stata per Neruda quella perdita, quell'esilio: Un vuoto angoscioso e accorato che si ripercuote, nel suo virile grido di poeta, dal lontano 1939 a oggi.
Nel 1944, tornato in Cile, s'iscrisse al Partito Comunista cileno e venne eletto senatore.

Dal 1948 al 1952 fu perseguitato e costretto all'esilio per la sua presa di posizione contro il neodittatore Gonzalez Videla; così tornò a viaggiare per il mondo. Nel 1971 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1973 ritornò in Cile.
Neruda, genio immaginativo, cominciò come simbolista, diventò quindi surrealista e infine realista, abbandonando, la struttura formale e tradizionale della poesia, per una espressività più semplice e più terrena. La sua influenza sulla poesia in lingua spagnola è stata enorme e tuttavia la sua reputazione internazionale è andata molto oltre i confini linguistici. Neruda è morto di leucemia a Santiago il 23 settembre del 1973. La sua morte è stata accelerata probabilmente dal colpo di stato di Pinochet avvenuto nei primi del mese. Durante la sua lunga carriera letteraria, Neruda ha prodotto più di quaranta libri di poesia, traduzioni e teatro in versi.

 
 
 

MASSIMO STERI

Post n°14 pubblicato il 22 Ottobre 2006 da moibe0

Massimo Steri nasce a Cagliari il 26 giugno 1974.
Si è laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Cagliari
ed è funzionario statale.
Scrive versi dall’età di 9 anni. Nel 2000 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie
Gli spazi dell'anima - Cocco Edizioni, Cagliari.
Con la seconda raccolta di poesie Fotogrammi si è classificato al 2° posto alla 5^ Edizione,
anno 2004, del Premio Letterario “Città di Cagliari” - Sezione Poesia,
a cura dell’Associazione Culturale “Cagliari di risveglia”.
La seconda raccolta è stata pubblicata nel 2005 dalle Edizioni Grafica del Parteolla - Dolianova (CA).
Ha partecipato a diversi concorsi di scrittura.
È stato membro di giurie per l'assegnazione
di premi internazionali di letteratura e poesia.
Attualmente collabora con il Centro Teatrale "Il Teatro dell'Anima" di Quartu Sant'Elena,
fondato nel 2001 da Elisa Piano e specializzato nella letteratura e nel teatro dal 1100 al 1600,
con studi specifici su Shakespeare, Goldoni e Pirandello.
In particolare è impegnato nello studio de "La Locandiera" di Goldoni,
di cui il Centro Teatrale sta curando l'allestimento, quale omaggio al grande commediografo italiano,
di cui nel 2007 si celebreranno i trecento anni dalla nascita.
immagine

 
 
 

UNIONE di Claudio MOICA

Post n°13 pubblicato il 26 Marzo 2006 da moibe0

Abbandonati

alla mia voce distratta

segui il suo vento leggero

come stella d’oriente

fissala nella tua mente.

E poi

raggiungimi

tra le sponde dei consegnati

strappami

dal castigo degli uomini

chiamami

con nuovi linguaggi

baciami

di sapori dimenticati

e infine

assolvimi dagli errori infiniti.

 
 
 

“Se la catena non si spezza”

Post n°12 pubblicato il 10 Febbraio 2006 da moibe0
Foto di moibe0

racconti di Franco Santamaria

recensione di Aurelio De Rose

 

Con il libro “Se la catena non si spezza” (prefazione di Letizia Lanza e postfazione di Pasquale Matrone), edito dalla Bastogi, Franco Santamaria pone un altro importante tassello alla Sua dedizione verso le forme d’arte che lo interessano e che questa volta si sviluppano attraverso la narrativa. Conoscevo Franco come eccellente poeta e nello stesso tempo pittore di quelle stesse sensazioni provate nei versi. Ora, egli aggiunge a quelle forme una più “diluita” modellazione d’espressione: ovvero la narrazione, che non si distacca assolutamente dalle altre citate, anzi è figlia delle stesse. Certo, perché attraverso questi quadri narrativi non è difficile ritrovarsi nel percorso della Sua vita che non si distacca e mai lo farà, dalle origini lucane; dalla Sua terra, dalle immagini di luoghi e cose e uomini, che in essa, pur distante negli anni, ritrova.

Nel corso delle letture non sarà difficile scavarne tutte le sensibilità che accomunano, nella pur tormentata rivisitazione di quel mondo, la personale visione di riscatto che è intrinseca negli uomini di quella antichissima cultura. Così nel testo, Santamaria ci accompagna in quel contesto “voluto”, quasi sempre contadino, che ancora oggi ha serbato in sé tutta la propria voglia di rivincita, restando legato per sopravvivere a quello che era ed è ancora per molti l’unica possibilità di vita: la propria terra, la propria cultura.

Ed è soprattutto verso la terra che i racconti si snodano rivelandone personaggi tipici che il ricordo e la fantasia narrativa possono tramandare. Sono quattro in tutto questi “quadri”, ed in essi l’Io narrativo può intravedersi in particolare attraverso la descrizione dei luoghi, certo vissuti, che come “fantasmi ironici” si ripropongono alla mente.

Così, ci appare in una sorta di “continuum”, la melanconia e l’ironia tipica di un mondo “paesano” che ritorna nella descrizione di uomini e di cose che al di là del “sudare” il proprio suolo natio, come unico sostentamento, restano ad esso legati, spesso, senza una vera volontà di distacco.

Ed è tipico di quel trascorrere i giorni, l’evento che più d’altri Santamaria pone all’attenzione del lettore: quello dello scherzo o scherno che restava soprattutto negli anni giovanili del narratore, l’unico “espediente” per diversificare l’andamento “noioso” di una vita grama. A questo, si aggiunge poi la tipica figura d’un contesto più “emancipato” che non ostenta la propria posizione sociale: come la giovane vedova del racconto che dà titolo al libro, che mostra però tutta la propria fragilità ed il “livellamento” che porta tutti sulla stesso piano emotivo dinanzi alla morte ed al ricordo dei cari.

Ma vi è poi, quasi volutamente direi da parte di Santamaria, la volontà di porsi fuori da quei contesti che mostrano la fragilità di quel mondo rurale e contadino come grido di riscatto che si ritrova nel racconto di chiusura: “Non sono come te”, che si può sintetizzare nelle quattro fasi che partendo da una condizione mentale e comportamentale uguale ai conterranei, passa a quello del risveglio fisico e successivamente matura e porta ad avere scelte diverse che maturando lo “diversifica” ponendolo in una condizione ricercata e superiore rispetto a tanti concittadini..

In questi giorni, prima di leggere il libro, involontariamente, mi era venuto alla mente un viaggio che feci a Montalbano Jonico del 1956. Per analogia ai personaggi che vengono descritti da Santamaria, ho anche io rivisitato quella terra, quegli anni. Andai ospite d’un mio compagno di liceo che era venuto a Napoli a studiare, unico della famiglia a dedicarsi a cosa diversa dal curare la terra e gli animali, sostenuto economicamente dai vecchi genitori e dai fratelli e sorelle.

Abitava, con il vecchio padre cieco ed ammalato e la madre, in un specie di grotta con l’asina e il grano conservato ed usato come baratto agli acquisti. Mi riservarono però un letto in casa, in campagna, non ultimata del tutto e quindi senza né acqua né luce, e lì dormii. Malgrado queste difficoltà, per me “cittadino” quel soggiorno l’ho sempre ricordato con grande piacere e mi sono rimasti ancora infissi nella mente nomi e volti e luoghi che conobbi. Mi dilungherei ancora ma il perché di questo divagare è dovuto al fatto che allora appresi anche di un poeta natio di Montalbano: Giuseppe Lomonaco che non solo rappresentava il simbolo culturale di quel paese ma anche come tant’altri della Lucania intera.

Ebbene a Lomonaco, che credo molti non conoscono, Alessandro Manzoni dedicò una poesia i cui primi versi recitano:

« Come il divo Alighier l'ingrata Flor / errar fea, per civil rabbia sanguigna, / pel suol, di liberal natura inflora, /ove spesso il buon nasce, e rado alligna..

Esule egregio, narri, e Tu pur ora / duro esempio ne dai, Tu, cui maligna / sorte sospinse, e tiene incerto ancora / in questa di gentil alme matrigna .

Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi / che pro se piangi, e 'l cener freddo adori, / e al nome vôto onor divino fai?

Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi, / e ognor tuoi danni e tue colpe deplori, / pentita sempre, e non cangiata mai ».

Non sembri un paradosso quello di aver citato il Lomonaco parlando di Santamaria; ritengo che questo accostamento ai fini di quel riscatto “sociale e culturale”, seppure sviluppato in tempi diversi (il Lomonaco fu tra quelli che morirono durante la Rivoluzione napoletana del 1799) per nascita e vissuto in quei lembi di continente, che pochi conoscono come Montalbano Jonico o Tursi, città natia di Franco, rappresentino così come tanti altri lucani “esuli”, la volontà di mostrare quella “terra”: riscattarsi e riscattare secolari dimenticanze. Terra “dura” che solo la volontà ha fatto resistere i lucani, gente generosa e buona, difficilmente ritrovabile in altri lembi della nostra penisola.

Aurelio De Rose

(Il Brigante, dicembre 2005

 

… Scarno il dettato, ispirato ai canoni del colloquiale – ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più vivido dall'insistita ripetizione di idee e di espressioni; rapida la narrazione, talora scandita da tempi verbali in successione martellante. Senza leziosità o lenocinii retorici, senza ammiccamenti vani – al contrario, con brutale efficacia – la parola narrativa di Santamaria si disnoda consapevolmente realistica, benché non di rado invenata di squarci surreali o comunque fortemente allusivi...

(dalla "Prefazione" di Letizia Lanza)

 

  … I racconti di Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate l’una sull’altra con impietosa e consapevole determinazione, non per edificare case eleganti e dalla architettura sofisticata bensì solamente aridi e sinistri muri a secco ricoperti di tetti di lamiera e di sterpaglie, pronti a ospitare dannati dalla schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta di irreversibile ferinità…

(dalla "Postfazione" di Pasquale Matrone)

_________

 

Franco Santamaria, Se la catena non si spezza

pp. 106, Euro 8,00 - (Ed. 11/2005) Cod. ISBN 88-8185-818-5

Bastogi Editrice Italiana srl

Via Zara 47 - 71100 Foggia

Tel. 0881.725070 - E-mail: bastogi@tiscali.it

 

 

Luigi Cannillo

“Se la catena non si spezza” di Franco Santamaria

 

 

Non solo poeta, organizzatore culturale, instancabile animatore di newsletters e iniziative in rete; Franco Santamaria si propone in questa raccolta di racconti anche come narratore, artista a tutto tondo, se pensiamo anche alla sua attività di pittore. “L’idea di ogni racconto mi è venuta da notizie riportate da giornali in un rettangolino, forse non diversamente utilizzabili, di pagina interna”, afferma l’autore nella nota introduttiva. Cronaca, quindi, come elemento per la letteratura. Si tratta di quattro racconti uno dei quali dà il titolo al volume. La catena che “non si spezza” è nel testo specifico quella tra vita e morte, quella che spinge alla reiterazione di manie, abitudini. Nel rituale riconosciamo quindi una concatenazione di avvenimenti, ma pure il vincolo che costringe individui e comunità famigliari e sociali a forme di schiavitù psicofisica. A parte l’atmosfera misteriosa del racconto citato, nei suoi riflessi di genere noir dei suoi squarci surreali, nei comportamenti individuali e famigliari, la costrizione che sembra venire evidenziata e denunciata da Santamaria è quella della ignoranza e della povertà. I luoghi sono quelli cari allo scrittore, conosciuti nella  composizione sociale e nella tipologia psicologica degli abitanti perché appartengono al Sud più profondo, nel quale lo scrittore è nato e vissuto, e la cui arretratezza ha denunciato anche nelle  opere in poesia come responsabilità specifica e collettiva. Sia i comportamenti che i linguaggi, conclude Santamaria, appartengono ”a uno spazio geografico assai più ampio di quello in cui si svolgono

Particolarmente coinvolgente risulta “Non sono come te”, l’ultimo dei racconti, anche il più articolato nello sviluppo dei meccanismi narrativi e nell’approfondimento dei personaggi. È l’assoluta povertà, la miseria anche dei rapporti affettivi e famigliari, ancorati al più violento patriarcalismo, e il torvo desiderio  di riscatto a spingere il protagonista verso una forma ingenua di scalata sociale attraverso la disinvoltura dei rapporti sentimentali e sociali e, infine, all’orrore della pedofilia e dell’abuso sessuale. È un universo tutto maschile, basato sulla assoluta mancanza di comprensione e sensibilità verso la donna, complice nel non sottrarsi alla bestialità e nel subire e impartire umiliazioni.

Come afferma Letizia Lanza nella prefazione, si tratta di “un mondo contadino e di paese ricorrente in questi lunghi racconti…che invischiano una folla di diseredati lacera e dolente, non di rado abbrutita dalla miseria, dall’ignoranza,dall’egoismo”.  In questo scenario si muovono il carbonaio del primo racconto, irresistibilmente destinato a una furia piromane e omicida, e il protagonista del secondo, “Gli scherzi sono il mio mestiere”, eterno idiota che, in atmosfera pirandelliana, si prende gioco delle debolezze altrui con scherzi con finale in tragedia. Ma anche il vasto campionario dei gregari, comprimari in queste gesta. I protagonisti raccontano i fatti in monologhi spesso reiterati dalla verbalizzazione dei fantasmi e delle espressioni personali, da un linguaggio diretto e coinvolgente, con inserti di parlato e dialetto. Coprotagonista, e in un certo senso coautrice dei racconti,  è una società arcaica complice e avara di vera umanità, che il realismo di Santamaria rappresenta con rigore etico, senza complicità né indulgenze.

Luigi Cannillo

 

_____________

Franco Santamaria, Se la catena non si spezza

Prefazione di Letizia Lanza, Postfazione di Pasquale Matrone

Bastogi Editrice, Foggia 2005 - ISBN 86-8185-818-5 - € 8,00

 

Bastogi Editrice Italiana, Via Zara 47, 71100 Foggia

Tel. 0881.725.070 – bastogi@tiscali.it

 

Franco Santamaria

Sitoweb: www.modulazioni.it

Email: frasmari_fs@libero.it

 
 
 
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