Creato da pensieroinespresso il 01/02/2005

Essere e pensiero

E' stato già scritto tutto, per fortuna non tutto ancora pensato.

 

Etica e Politica

Post n°99 pubblicato il 19 Ottobre 2009 da pensieroinespresso
Foto di pensieroinespresso

Platone pensava che i filosofi avrebbero dovuto guidare la res publica, rinunciando ad ogni interesse privato, nell’esclusivo bene della collettività. La sua utopia politica prescriveva, per chi avrebbe assunto funzioni pubbliche, la dedizione totale allo Stato, da vivere alla luce della ragione, ispiratrice dell’etica.

Valori, principi e comportamenti da acquisire ed interiorizzare nel tempo, durante un lunghissimo percorso di formazione umana e culturale, in cui nulla può essere improvvisato o lasciato al caso o velato da zone d’ombra.

 

Filosofia, etica e politica costituiscono da sempre un circolo virtuoso, spezzato il quale non resta che la barbarie ed il trionfo dei più biechi individualismi.

Qualsiasi scelta politica, la cui ricaduta non sia a vantaggio della totalità o della maggioranza dei cittadini, non è razionalmente coerente, pertanto non è eticamente valida e, di conseguenza, è politicamente sbagliata.

 

A livello politico sono giusti solo quelle scelte e quei comportamenti che prescindono dall’interesse e dal vantaggio individuale di chi li compie, per porre al centro, almeno nei principi e nei propositi, il vantaggio di tutti, a partire sempre dalle fasce più deboli e disagiate della popolazione.

 

Il nesso tra etica e politica è ciò che mantiene in vita lo Stato e le sue istituzioni democratiche.

 

Qualsiasi deriva autoritaria affonda sempre le radici nella rottura di questo nesso.

 

Il compito di un’etica filosofica, adeguata ai tempi, è la ricerca e la proposizione di una scala di valori che rifletta le dinamiche sociali nella loro costante evoluzione.

 

Se l’essere umano è, aristotelicamente, un animale politico, cioè un essere che si realizza a pieno solo nella relazione con gli altri esseri umani, allora i valori di riferimento della sua vita individuale non possono non orientare anche la sua vita sociale ed il suo impegno politico.

Ciò che l’etica indica come rilevante, dal punto di vista assiologico, per la vita individuale non può non inerire anche alla vita sociale e politica.

 

In poche parole, un buon politico non può non essere un uomo eticamente corretto e coerente.

 

Infatti, se un singolo individuo, che non ha impegni pubblici, assumesse atteggiamenti negativi ed incoerenti dal punto di vista etico, le conseguenze delle sue azioni ricadrebbero solo su di lui, sulla sua coscienza e sull’ambito ristretto delle sue relazioni.

 

Invece, se ad assumere atteggiamenti eticamente riprovevoli fosse un uomo con incarichi pubblici, le conseguenze delle sue azioni, riflettendosi inevitabilmente in un ambito vasto e complesso, non potrebbero non condizionare negativamente tutta la collettività, attivando un vortice con dinamiche comportamentali rese sempre più perverse dal vuoto valoriale in cui tutto è concesso.

 

Il “fare”, in politica, non può prescindere dall’ “essere”e dal “pensare”, secondo principi etici orientati al riscatto dei più deboli e all’accoglienza dei meno fortunati, senza venature discriminatorie di alcun genere.

 

Una visione egocentrica della realtà, che guardi il sociale ed il pubblico a partire dai propri interessi e bisogni individuali, non può non portare a comportamenti politici inadeguati e funzionali solo agli interessi di una fetta della collettività, quella legata alla parte politica di chi detiene il potere.

Invece, una visione della realtà policentrica e legata a valori etici universali, non può non condurre a scelte politiche funzionali agli interessi di tutti, a partire dai più deboli e da chi ha bisogni più profondi e impellenti.

 

Per governare bene bisogna prescindere da sé e porre al centro gli altri e ciò è possibile solo se si accetta il rigore di un’etica che non fa eccezioni e sconti a nessuno.

 

Prima di affermare che nessuno è diverso nei confronti della legge, è giusto affermare che nessuno è privilegiato nei confronti dell’etica o immune dai suoi principi.

 

E’ il ritenersi immune dal giudizio etico che spinge alla ricerca dell’immunità giudiziaria.

 

E’ l’etica, il diritto e la carta costituzionale a scrivere e definire gli ambiti possibili d’azione di un politico, al di là dei quali c’è solo il delirio di onnipotenza alimentato dal riferimento alla “piazza”, la cui volontà transeunte, una volta espressa, non può che abdicare alla forza dei valori etici e giuridici su cui si fonda lo Stato democratico.

 

Si evince da quanto detto, ma è meglio ribadirlo, che parliamo naturalmente di un’etica laica e autonoma, che ricerca e trova nella ragione i suoi principi, duttili e flessibili quanto si vuole, non assoluti né dogmatici, ma rigorosi e inflessibili nell’idea che la rinuncia ai propri interessi e vantaggi e ad una visione egocentrica della realtà siano le condizioni imprescindibili per una politica non di parte, ma autenticamente democratica.

Roosevelt Sykes
(1906 - 1983)
pianista e cantante

 

 
 
 

Sia come sia...

Post n°98 pubblicato il 10 Aprile 2008 da pensieroinespresso

Credo che ogni testo, oltre ad avere un significato intrinseco legato al contesto in cui è inserito, possa arricchirsi di significati nuovi, se letto in controluce, cioè alla luce di altri testi che ne integrino o ne smentiscano il senso originario, offrendo, in tal modo, inediti motivi di riflessione. 

E’ ciò che mi sembra possa accadere se lasciamo interagire nel nostro animo i due testi proposti in lettura in questo messaggio, completamente diversi per tipologia e struttura.

Il primo, famosissimo, è un breve testo filosofico, estrapolato dalla prefazione ai Lineamenti di Filosofia del diritto di Hegel.

Il secondo, poco noto, è un testo poetico della poetessa cilena contemporanea, Cecilia Vicuña.Testi dal senso netto e perentorio che, posti in relazione, riescono a donare un’inaspettata polivocità di sensazioni e prospettive.

"Ciò che é razionale é reale; e ciò che é reale é razionale."

G. W. F. Hegel
Prefazione ai
Lineamenti di Filosofia del diritto

 

  Sia come sia

 

svanisco con la mia stupida sincerità.
solo ciò che è stupido naviga nell’universo.
é qualcosa di stupido creare un mondo dal nulla
solo per riempirlo di fiori
alberi e animali;
tutte cose perfettamente sciocche
e senza senso.
così pure sono i pianeti che girano
come pazzi
intorno al loro astro-sole,
insieme alle stupide comete
che vagano lanciando luci.
tutto ciò che dio creò è stupido
e manca di senso.

io amo dio.
si impiccano quelli che vogliono dare
un senso a ciò che non ce l’ha.
il senso di tutto ciò
è che non ce l’ha.

questo è la perfezione.
solo a dio poteva venire in mente
d’inventare l’inutile, che è sublime.

“perchè è grande sembra sciocco”
lao-tsè 

 

  Cecilia Vicuña
Cile

 

Etta James
(Jamesetta Hawkins)
1938
voce fondamentale del
rhythm and blues, del soul e del blues

 

 

 

 
 
 

L'incontro...

Post n°96 pubblicato il 20 Marzo 2008 da pensieroinespresso

Non serve guardare verso l’alto per essere certi di incontrarlo.

Altre sono le direzioni verso cui rivolgere lo sguardo, mentre si è sospesi sull’incerta passerella dell’esistere.

“Noli foras ire, in teipsum redi”, diceva il vescovo di Ippona, uno che ha sperimentato la gioia intensa di conoscerlo bene. Nel viaggio dentro di te, egli  pensava, incontrerai l’Altro da te, respiro ed anima mundi.

Per Agostino, almeno, fu così.

Non basta, però, sedersi a tavola per spezzare il pane, viso a viso, con chi ci sta di fronte. E’ necessario addomesticare ogni riluttanza per incontrare l’altro che soffre nei luoghi impervi della storia, sulle tracce di chi non si è mai proclamato Dio, pur agendo sempre da Dio, evitando con tatto e sensibilità, tutta umana, ogni inutile discussione. E lo incontreremo sempre e solo nel profondo del nostro essere dove si annidano le più radicali carenze e dove la fragilità e la finitudine fanno tutt’uno col desiderio di realizzazione e di riscatto.

Nel recupero delle nostre comuni radici, ritroveremo allora la bussola che saprà indicarci la rotta della giusta navigazione.

Tale è ogni fede che nutre la speranza.

Big Walter Horton
1917 - 1981
grande
armonicista
blues

 
 
 

Il tempo dell'esistere...

Post n°95 pubblicato il 03 Marzo 2008 da pensieroinespresso

 

Al pensiero greco classico, legato ad una concezione circolare del tempo, era estranea l’idea del progresso. Nel tempo che si svolge secondo un ciclo eterno in cui tutto si ripete, la dimensione temporale dominante è quella del “presente”, destinato eternamente a ritornare, rendendo così improbabile l’istaurarsi delle condizioni di ogni possibile processo evolutivo.

 L’idea del progresso, tipica della modernità, è figlia della rivoluzione scientifica. Essa segna l’abbandono della concezione ciclica del tempo, propria del pensiero greco, a vantaggio della concezione “lineare” del tempo, espressione del pensiero cristiano. Il clima di fiducia circa le possibilità di un futuro migliore per l’intera umanità, indotto, agli albori della modernità, dallo sviluppo della scienza e della tecnica, determina la nascita dell’idea di progresso. Essa è legata alla convinzione che il “regnum hominis”, il dominio dell’uomo sulla natura, sia un dato acquisito al punto tale da proteggere le sorti dell’umanità dalla forza dirompente della natura, proiettando l’uomo verso il futuro e neutralizzando il rischio di ricorrenti ritorni alla condizione originaria.

Come è evidente, tale idea presuppone una nuova concezione del tempo, lineare e non più ciclica, propria del pensiero cristiano. Se nella concezione ciclica del tempo la dimensione prevalente era quella del “presente”, destinato eternamente a riproporsi, in modo che il tempo risulti su di esso irrimediabilmente schiacciato, nella visione “lineare” del tempo la dimensione prevalente è quella del “futuro”. Nel tempo inteso come una linea continua vi sono un ieri, un oggi e un domani; un inizio, un centro ed una fine e diviene, pertanto, possibile la realizzazione progressiva di un progetto e di una meta finale. Nel tempo vi è un centro, Gesù di Nazareth e la sua pratica di vita, che illumina tutta la “linea”, rischiarando il passato e fondando la tensione verso l’avvenire. Tale fulcro, centro del tempo e della storia, ha un valore fondativo sul piano valoriale, alimentando la speranza ed attivando i dinamismi dell’utopia.

 

Con la certezza che già qualcosa è avvenuto é possibile progettare il nuovo ed ipotizzare il futuro. Nella vita e nella pratica rivoluzionaria di Cristo è plausibile cercare ancora oggi le ragioni della speranza e le radici di rinnovate tensioni valoriali. L’essere di Cristo, che è stato ed è esistenza libera e liberante, può diventare esperienza fondante e progettuale anche per l’uomo contemporaneo, insofferente ad ogni costrizione dogmatica. Viviamo in un segmento di tempo sospeso fra un qualcosa di decisivo già realizzato ed un qualcosa di bello ancora da realizzare. Un futuro migliore (speranza, utopia e progetto), che può diventare realtà, è prefigurabile, in quanto ha radici profonde che innervano ancora oggi il nostro cammino. La storia è nelle nostre mani ed è in nostro potere, sin da ora, “assaporare le meraviglie del mondo avvenire”(Ebr. 6, 5)

 
 
 

Rizomata...radici...

Post n°94 pubblicato il 20 Febbraio 2008 da pensieroinespresso

La mattina del 17 febbraio del 1600, in Campo dei fiori a Roma, moriva sul rogo Giordano Bruno. Aveva 52 anni. Nato a Nola, un piccolo paese presso Napoli, divenne famoso in tutta Europa per le straordinarie qualità intellettuali e le sue idee rivoluzionarie, sia in campo filosofico che religioso. L’inevitabile scontro con l’istituzione ecclesiastica e la ferma volontà a non rinnegare nessuna delle sue idee lo condussero alla morte, dopo due lunghi processi ed oltre sette anni di carcere. Il 17 febbraio, anniversario della sua morte, ho scritto un piccolo omaggio al grande filosofo nolano, con l’intenzione di evidenziare l’importanza delle radici nella sua storia umana, come nella storia di ognuno di noi.

 

Quando si nasce in una terra come la mia, si hanno radici così profonde che non è possibile smarrire.

L’ho capito solo a 50 anni, dopo aver viaggiato senza posa e senza meta. Da giovane non credevo di averne. Le radici mi sembravano un insopportabile fardello, un impaccio per la leggerezza del pensiero e la sua assoluta libertà. Vivevo la pienezza dell’istante e la gioia incontenibile che sa donare la vita vissuta senza freni, come un’irrinunciabile sfida.

Amavo il dibattito serrato, il confronto aspro e dialettico, capace di aprire nuovi orizzonti. Non amavo neutralizzare la potenza delle idee. Volevo che esplodessero, inondando il cuore con la loro energia. Ho sempre pensato che solo le idee che arrivano al cuore sanno muovere la mente, perché solo ciò che si ama si conosce veramente, lasciando nell’anima segni profondi ed indelebili. Ed ho amato tutto l’amabile: la bellezza di una donna, la gioia conviviale del mangiare insieme, il buon vino, la natura, l’infinità dell’universo.

Non ho mai usato prudenza nei rapporti con i potenti, navigando da solo e controcorrente nel mare infido della politica, avendo come unico faro la luce della ragione, anche se credere in lei non è bastato a salvarmi la vita. Mi sentivo cittadino del mondo, mentre ero solo un uomo del mio paese con lo sguardo aperto al futuro.

Il furore acceso d’amore, che ho scoperto in me, aveva il colore della mia terra fertile e dei suoi frutti maturi, come la passione per la bellezza dell’infinito nasceva dai lunghi pomeriggi trascorsi a contemplare l’immensità del mare e ad infrangere il filo tenue dell’orizzonte. Al di là di esso scorgevo immagini sempre nuove, nutrite dalla fantasia e ossigenate dalla ragione. Un universo spettacolare che nessuno mai aveva osato immaginare, con infiniti soli ed infinite terre, in cui tutti gli esseri hanno lo stesso valore e la stessa dignità, perché tutto è in tutto, ciascuna cosa è in tutte le cose e partecipa delle sorti di tutto. Un universo che è Dio.

La bellezza inebriante di quella visione mi portò in giro per l’Europa e mi ricondusse, come attratto da una forza magnetica, verso il paese da cui provenivo. Dovevo tornare nel luogo in cui la visione aveva avuto origine, altrimenti sentivo che essa sarebbe svanita.

E tornando laddove mai sarei dovuto tornare capii che, quando si nasce in una terra come la mia, si hanno radici così profonde che non è possibile smarrire.

C’è un tempo per ogni cosa, diceva l’amato Qohelet, e nell’attimo in cui, procedendo verso il fuoco, cominciai ad avvertire la pelle bruciata dal calore, sentii che il mio tempo era quello della fine.

 

 

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