Giuseppe LigrestiPoesia |
POESIA E MUSICA
Le lettere d'amore(Vecchioni canta Fernando Pessoa)
http://www.youtube.com/watch?v=xnslQaGKj44
Confessioni di un malandrino(Branduardi canta Esenin)
http://www.youtube.com/watch?v=E3GI_ysk4MA
Bene (F.De Gregori)
http://www.youtube.com/watch?v=bo3Kl3KBgrk
Incontro (F.Guccini)
http://www.youtube.com/watch?v=s31PuZ6TUQk
La canzone del padre (F.De Andrè)
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PASOLINI-I MEDIUM DI MASSA
PASOLINI,SABAUDIA E LA "CIVILTA' DEI CONSUMI"
CARMELO BENE -SU CHIESA E CATTOLICESIMO
LETTERA DI LICIO GELLI
PASOLINI INTERVISTA UNGARETTI
PASOLINI SU MARILYN MONROE (DA LA RABBIA)
Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli piu' grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri,i loro coltellini,
tu sorellina piu' piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non hai mai saputo di averla,
perche' altrimenti non sarebbe stata bellezza
Spari', come un pulviscolo d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata.
Cosi' la tua bellezza divenne sua.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre cosi' facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma
Spari', come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnato,
e cosi' la tua bellezza non fu piu' bellezza.
Ma tu continuavi ad esser bambina,
sciocca come l’antichita', crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidita' e la crudelta' del presente
te la portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime
impudica per passivita', indecente per obbedienza.
Spari' come una bianca ombra d’oro.
La tua bellezza sopravvissuta del mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne cosi' un male.
Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: “E' possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?”
Ora sei tu, la prima, tu la sorella piu' piccola, quella
che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.
PASOLINI:HORROR DREAMS
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Post n°33 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3
Sdraiati su una stella fornicavamo, sfidavamo il dileggio farcendo le bocche d’una densa saliva, e nulla era così chiaro come il bagliore di quella luna.
Ah notte, divoravi l’aria, e tu, mia cara, lo senti ancora l’ansante respiro dimorare ai tuoi seni?
Nessun sangue poteva annerire il colore di un sogno, l’etere ci sembrava d’improvviso così vicino, ed estasiata affondavi i colpi, ed io ti incoronavo, divenivi d’un tratto grano per il mio campo, orchidea che ornava lo steccato;
ed io non ero più selvaggio e bianco e dorato ora apparivo, splendevo quasi dello stesso bagliore di quella luna.
Poi disumanamente si fece giorno. Ed il grano mutò in falce.
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Miei baci, scoloriti, invecchiati, danzate ancora come diavoli volanti sulle aureole delle peccatrici infanti?
Ah, come mi ricordo quando il murmure incessante delle foglie intonava la melodia dell’amore, e dopo ancora il vento, che mi alitava alle orecchie parole mortuarie.
Un pino, un grosso pino, svettava ai bordi dell’autostrada, come un fulmine sul cielo di Bahia, e io non lo vedevo nascere, lo vedevo sul retrovisore, svanire, poiché non ho mai visto nulla nascere ma tutto morire!
Vento, che mi aliti ancora all’orecchio parole mortuarie:
“Ho freddo questa notte e i miei pensieri tremano di sangue”.
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Non credere a un amore fisico, carnale, percepiscimi come amore etereo, consumerò ameni pensieri fra i sepolcreti delle mie visioni, mi vedrò sdraiato accanto alla tua figura ridotta a frantumi di specchio conficcati alle pareti del cervello. Crolla il tramonto per violentare notti, e tenebre, figlie di questo quotidiano stupro, verranno a sigillare il disamore. E lussuria campeggerà nell’atrio come le stridule voci dell’Inferno che designeranno vergini sentieri quando rinsecchite appariranno a te le mie passioni.
“Cercami oh Morte”, e candido ti sembrerà il mio volto.
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Quanta gente si adagerà alla terra, come uno scoppio d’allegra morte, senza lasciare traccia, Parola, di quel feto seccato?
Sonnecchiando tra le polveri rimarrà adesso immortale a osservare il buio fitto di un rimorso, a veder fiorire agli angoli della bara le nere tele dei ragni che di lì a poco domineranno incontrastati in un regno non più Regno, ma visione |
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Post n°32 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3
L’attimo carnale seguì le intenzioni, quando accasciati tra l’erbetta ancora vergine vagheggiammo la ricerca di un ideale. E non bastò la Fantasia, il corpo era già Mito, un’atmosfera non più terrena mi mise davanti agli occhi il Proibito, ed io con le mani che pulsavano sangue non mi trattenni nell’afferrare la tua gola e bere da un calice il tuo nettare ancora giovane, nel proporti il cuore, come olocausto. Le tue vesti divennero ad un tratto la mia coltre e mi ritrovai a scavare il tuo vigore, accarezzai l’Attimo, accarezzai l’Infanzia, e divenni parte del mio stesso Seme quando ti raggiunsi nell’orgasmo.
Poi mi sembrò arrossita anche la luna, mi sembrò caldo persino l’etere, ed io offuscato dalla mia quiete giunsi a patto con la Morte.
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Un po’ più in là della Fantasia c’è il Tuono, i ragazzi seduti al lumicino che si vegliano inconsapevolmente tracciando univoche forme d’Amore per chi li disegna prossimi caduti.
“Detto tra noi” c’è il concavo librarsi d’ali, lo scuotere repentino della Paura, che impigrita, dimora la Carne. E poi un crogiolare ritmico di epiche visioni ad impossessarsi del proverbiale ansimo che percuote un Uomo.
“Sii per me ancora la brezza mattutina, finestra che s’apre all’aurora e schiude all’annerirsi del cielo, quando ancora di te voglio inebriarmi e impastarmi come la merda sotto gli zoccoli dei cavalli, come l’angoscia che mi nuoce per la tua scellerata inconsistenza”.
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Sognavo ancora... e una falce già squarciava il mio silenzio! In cielo gemmavano ardenti stelle, una fucina arroventata forgiava il ferro delle armi, e ai piedi - un mantello intriso del sangue regale - copriva il putridume.
Parigi era lontana, il vento libico rabbrividiva in spari che bagnavano i crani così dolcemente.
E tu, folle Amante, palpiterai per bocca altrui, i tuoi seni risiederanno in altre mani per riposare in due coppe d’oro e capezzoli d’oro allatteranno un’intera nazione che diventerà Rivolta. Un Popolo dalle moschee guiderà l’Oriente e vessilli si pianteranno a Corte.
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Perdermi nel silenzio straziante per non chiedere carità, né ai venti, né agli infiniti, per raccogliermi tra i tuoi capelli a tinte d’oro, d’oro, come graffi di Van Gogh. E dirmi cosa c’è al di là del grano, dell’infinito grano, cosa c’è al di là degli occhi, al di là della mia sempiterna solitudine, se non la visione al crepuscolo della vita mia, degli anni miei, dissolti al lume della tua presenza. |
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Post n°31 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3
Credevi a un malato tisico? Invece no, vivo ancora! Con la mia toga, con la stessa voglia di difendere il mio Delirio, con le mie muse che a volte arrivano, violentano le mie sillabe e inaspriscono le mie vocali fino a stuprare l’Istante. E vanno via leggere come l'Incanto, -distrattamente distratte- distruggendosi in un Tempo per giocarne il Tormento, pregando a Dio un giorno ancora per provare a squartarmi, per giungere al mio Urlo. E così mi concederò nel mio Maggio bruciando nel rosso, nel terrore d’essere apparso una canaglia.
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Quegli occhi così azzurri splendevano di una Bellezza cadaverica.
Fiammeggiante, atavica, girava, rigirava tra le colonne sacre, poggiava gli zigomi ad un capitello. E io immaginavo di mostrarla nuda nelle trincee o di vederla nuda nella nostra alcova muta. In mezzo al Tempo giacevo con la lussuria intellettuale predicando le distanze che mi allontanavano da Dio, mostravo solidarietà per quella Dinamo disarmante che convertiva ora il mio allarmismo, il mio Golgota, in emozioni sub-umane, che sfiorava appena il mio orecchio -il silenzio ubriaco degli estratti d’oppio- con l’idea di estasiarmi nel focolaio del Linguaggio nuovo.
Wall Street faceva ora il bello e il cattivo tempo e i ragazzi danzanti si scambiavano nell’arena baci languidi e masturbazioni cerebrali.
Quegli occhi così azzurri splenderono d’un tratto di un’Assenza cadaverica.
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Insoliti decadenti bisogni vennero a colpirmi in quel cielo di pura estate. Venne il momento di esorcizzare i miei istinti e non importava se il vino rosso ardeva il ventre o se era solo un vizio quello di credermi morto; esigenze, dolori e ancora illusioni colpirono i miei orizzonti.
Genuflesso a un altare, al Ricordo, sprigionai la mia voce: “Cala su di me Tenebra ottemperata dal dolore, raggiungimi in questa spiaggia deserta e toccami con la Luce, e io, naufrago di un mare in solitudine, avvisterò immaginifici vascelli che solcano le onde e i rimpianti, per inabissarsi nell’indaco e fra le alghe della memoria”.
Accadde per la prima volta che Qualcuno mi stesse a sentire e un rantolio infinito inquinò quei dolci istanti: Dissestare le radici e dissacrare il Tempo per scrutare la Potenza di Dio.
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Fu in quel giorno d’inverno, mentre i fumi s’alzavano lesti verso cielo, verso quel cielo che rendeva promesse, che la vidi ai miei occhi come una reliquia, e lei saltellava fra la onde e il mio giudizio. Poi, capitò di perderla nel caldo dell’estate, il vento che batteva ad occidente, verso Sud, cambiò d’un tratto direzione, fino a spargerla come petali caduti su un campo bellico, gelido più del marmo. La portò a danzare altrove, a Salonicco, a Lisbona, scommisero di averla vista passeggiare per le vie di Pigalle e muovere i passi fino all’Irriconoscibile gusto della vittoria. Ed io stetti ancora lì come quel giorno d’inverno, ad assaporare l’ebbrezza di un ritorno divenuto oramai stridente come il suono degli addii. |
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Post n°26 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
Io diverso Sono carne da macello, io! Non sono mai angelico, ma pedante di cadaverici ideali, bivacco nell’esistenziale mia voglia di sapere e vita e morte mi distinguono da Dio. Il ricordo trapassa la carne, raggelato dagli odori sempre uguali che fanno i morti mi rendo estraneo al mio tempo, e occhi attenti non possono che prestarsi a versi bellici e testi di preghiera. Ad infingarda donna restano gli avanzi e mi regala pugnali ad occasione.
Indizi Fra il temporale e le nubi scorsi il senso, ma non il vostro. Non trovai stelle o indulgenze né il vizio d’atterrire; delirante, attraverso gli spazi, incarnai la mia voluttà, riscoprii il genio e il mendicante che è in me. Indizi che riflessero la mia sacralità.
L’uomo affranto Quale musicalità accoglie le nostre orecchie quando siamo avvinghiati alla solitudine, quando i nostri non-sensi ostacolano le lucide metamorfosi della quotidianità?
Oh nuova condizione, mi spingi ad affondare nell’antico per sentirmi meno forte di un tempo o più giovane del tempo.
Ove declinano le acque si posa il mio focolare, nelle prime serate di maggio quando l’aria è ancora fresca ed entra gelidamente al senno, laddove ancora le zanzare non si posano alla pelle e non si mischiano al mio corrotto sangue, dove tutto manifesta desolazione o quiete.
È oggi solo un uomo affranto che scrive alla storia passioni reali o vite.
Complicità La complicità dei corpi ristagna nell’abisso del pensiero, domani ingenui e passati scialbi guardano il colosso oramai medievale del credo mio fanciullesco. Vecchio, come un bastione innalzo la mia trincea alla sprovvedutezza di colei che scava e dissesta le mie radici.
Tregua
Nessuna cosa può mutare il male che porto in groppa, nembi aleggiano vorticosi sul mio futuro e la brughiera è già invasa dai soliti massacri. Non riponete in me speranza, tra i corbezzoli riposerò, e il nettare fruttuoso di scarlatto sangue colerà di maggio sul restio carcame.
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Post n°25 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
Oh, quant’è borioso il fanciulletto quando il sole d’estate strappa alla pelle fantasia e gemme di malinconia nelle ore fugate all’aurora. Nessuno pensa, nessuno ride di questi capelli cerchiati d’avorio, nessuno elude lo sguardo dagli occhi che brillano d’incustodita scaltrezza, tutti si soffermano, danzano ai saluti, e io denudo il mio intento d’essere così estraniato dall’apparire. Non ho mai ignorato il corpo né la morte, e il fresco pessimismo dell’età giovanile appare ora come nolontà. Riverbera lo specchiarsi del sangue annacquato nella pienezza mia divenuta grazia corrotto nei rivoli rossi più rossi del vespro che insegue la notte. Oh lucente brezza, ti annodi alla gola se luce viene meno al primo mattino, se i temporali annidano stanchezza alle piogge e quando bestemmia é osannare la roccia, San Pietro. Quando il corpo abbandona la gogna il mio sesso diviene morte; ma quando il mio volto si fa scandalo e tuona alle primule come aria leggera? Bella e funesta èra, garzoncella sedicente, ti posi ancora al pilastro di quella Chiesa? Com’è chiara la logica del trapasso dal mio “io” al mio tempo, invettiva urge per calunniare i vinti, “Cristo mio”, sei venuto e non ti abbiamo udito se non nel Tuo flebile spirare; io bestemmio e la croce si dissesta e seminudo Tu implori il mio dolore, ormai hai capito il pudore e compassione chiedo al Tuo respiro. Solitudine, mia greve solitudine, barbaro è strascinare il passo, nomade la passione, ma tu non arrossisci nello starmi al petto e stretta alla vita mi stringi, mi incanti e mi cingo allor della fida tua allegria.
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Post n°24 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
Italia Italia, che cedi al ricatto straniero, ti pisci addosso nel ritrovarti sola coi tuoi cittadini: derisa da politichesi annunci, i tuoi frantumi si raccolgono per strade oggi, mille novecento novanta due, svenata degli ultimi “romani” ancora vivi. Italia dei padroni, hai bevuto con burocrati, fascisti, cattolici, ti sei seduta tra omicidi di Stato, hai portato per piazze stragi, hai visto tingere Bologna di rosso e burattini cadere da finestre adornate. I poeti ne raccolgono oggi le ossa e non distinguono il tuo nome, i drogati raccattano fiori nei tuoi prati ricoperti di aghi, sono solo un ricordo i valorosi marinai che ricercano strofe per lodarti. In te non rivedo più romano ardore, mercenaria età sopravanza nel lutto costante di noi figli; né chiediamo cannoni né abbracci, ma la storia nostra, quella dei miei padri.
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Post n°23 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
Fratelli
Tu fratello, che t’annerisci al picchio del sole africano, e tu che ti strascini fra i monti d’Alsazia, di nostalgia muore nei campi e tra le mani dell’aratro la vostra sfiancata stanchezza proletaria, sottoproletaria, schiava. Alle narici la polvere, la terra dei padri come l’asfalto indurito delle vie enormi della Capitale, di Milano, di Genova, così l’immagine stridente dell’uomo medio che macina il proprio tempo a rincorrere la rabbia e poi ancora l’odore dei porci, l’appartamento e il verso della civetta. Le rogge versano sangue alle sorgenti in ogni crepuscolo del giorno, salubri alle vene elitarie del padrone, e come la sacerdotessa di Ecate il primitivo borghese realizza riti di fertilità, e riemerge dal seme il seme, dal denaro il denaro. Le frescure delle dodici, degli olmi, ricuciono la morte alla vita, mani unte di salumi, oli e spezie, imbrattano le labbra, gli zigomi, gli aliti delle schiene spezzate; sogna le cosce dell’amante, con occhio semichiuso, disteso nei suoi stracci, lo sporco contadino, sogna anarchia, evasione, il vino, o forse solo ripresentarsi al grembo l’illuso contadino, e s’assopisce a vana attesa. Poi ancora ritorna l’ora di lavoro, morte e ancora morte, sorte selvaggia e bastarda, la storia non muta e la terra dà ancora frutti, ma ancora morti che addolciscono il mare e rendono deserti i camposanti; è pietra scolpita, la vita, nei campi s’arrossisce di vergogna, ed al cuore resta un grido represso. E nelle case si attende il pane.
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Post n°21 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
I
Passeggio allegramente tra le mie borgate e incappo tra i cuori ansimanti e le connesse vie colme di sete e di fame da appagare. Desiosa sete d’amore strascini l’uomo obbligato tra le viuzze antiche ove odorar di fradicio e antica arte regnano senza sosta da vetusto tempo. Misera vita che mi accogli ogni giorno tra le tue gambe, illumini di vecchi lampioni i volti remissivi degli ultimi operai ancora lieti; infinita è ancora la voglia di piacersi di femmine rugose, la spesa giornaliera diventa evasione casalinga e infatuarsi ancora di macellai e fornai all’opra è la risposta a una primavera andata. Prendo ogni giorno la statale che mi porta nel mio sempre e inutile tentativo di socializzazione, ma dentro di me si usura nell’andirivieni chilometrico la voglia di libertà, e racchiuso per un esile istante al mio pensiero mi chiedo ancora quante frustrazioni leniranno il mio senno, quanti anni potrò sopportare; il sole arido di luglio mi accompagna come le piogge e i tremolii d’inverno e nulla muta e nulla si rassegna, neanche il roboante suono del motore sembra spalancare nuovi scenari. Tutto rimane identico, fuorché il mio amare, e vedo solo giocattoli da rompere nel mio domani sempre incerto; cresceva ansimante di riconoscenza la mia sete d’amore e la cullavo come un padre giovinetto sognando petali di rose sotto la suola lucente e chicchi bianchi e dorati sul mio viso assente, saprò mai riconciliarmi col destino e potrà la caligine farsi nuova allegria?
II
Passano inesorabili le mie giornate sempre identiche, come il sempre identico tintinnio di campane della chiesa Madre, e ogni rintocco di morte è un inno alla vita che giace; i vecchi che abitavano il mio quartiere sono solo figure del mio gioire, dentro i bar e su la piazza i miei occhi da bambino amato si posavano sulle loro mani sempre pronti ad accarezzarmi il viso, così ruvide e magre. Ora vedo tutta la meridionalità venir fuori nei vizi di giovani divenuti grandi, troppo adulti da non saper giocare troppo maschi per poter sognare. Macchine, motorini, vite, non hanno più appartenenza, come una cosa sola, di comune uso passano facilmente da mani a mani, e non chiamatelo rubare i giovani hanno finalmente un loro“avvenire”. Io e la mia casa siamo al centro del mondo laddove nasce all’alba la vita, tra i caffè del risveglio e le brocche da riempire cominciano quelle beduine genti ad aprire le stesse ferite del giorno prima e il lavoro gli darà ancora forza; e di lì a poco comincia ad affollarsi la deserta piazza, schiamazzi di zaini con bambini in groppa, e son tutti così belli, colorati, profumano ancora di tenera età. Suona la campana della scuola e di lì a poco tutto torna ancora vuoto fino a quando diviene un piazzale di mercato; si muovono in fretta la madre e la nonna e mentre Via Roma diventa un aggrovigliarsi di lamiere le bancarelle sulla piazza si schierano nella solita e ordinaria postazione e ogni cosa diventa così confusa, le grida dei mercanti si mescolano all’odor di triglia e pecorino e dal mio balcone rivedo “babele”.
III
Alla sera imbrunisce presto il mio paese e i tavoli del vecchio bar colanti di birra e inceneriti dal tempo fanno da balia ai soliti avvinazzati e la moneta che sbatte furiosa è il suono che battezza la resa, non importa se briscola o scopa una bestemmia aleggia indifesa. Uscir di casa è incontrar libeccio e caldo mi sbatte in volto l’ardore dei miei anni, voglia viva d’incontro s’infrange nell’aperto spiazzo, laddove si consuma svelto amor d’ago e polveriera; ritorno a capo chino alla mia macchina e percorro i viali infangati che portano altrove, un urlo inatteso fuoriesce dal mio io, “lurida realtà hai ammazzato un’altra sera”. Tra Fondachello e Riposto dono i miei occhi all’azzurro mare e non lascio spazio al mio umore, frettolosamente estrapolo dal sedile accanto la vitrea visione di liquorosa essenza e mi cingo di scontata compagnia che arde in gola e sfonda le pareti. Arrivo or dunque scosso e senza meta tra le braccia dei miei compagni e ora qui riverbera l’ora andata e la mia mente divien radura. Anche qui sento gli ugual odori e l’orto reso arso dall’atto umano vibra nelle notti di paura, ragazzini e ragazzine calpestano l’erbosa siepe e cadono come pere di matura grazia, l’innocente passione vibra di artefatta foga e piange all’orizzonte la cruenta morte per l’ultimo sventolio di voce, infranta nell’eccessiva dose e presto si fa muta. |
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Post n°19 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3
Scarpinata di cimitero In rari momenti mi muovo tra i labirintici viali deserti di un’impalpabile aria, tra fiori sepolti che sanno di vita, nel colore rossastro che ha ceduto al biancore. Son pallidi i volti degli ultimi “addio”, oramai frugate le ossa dei precursori e armonici tesson le lodi dei tempi già andati, trapelano le odi da un triste sudario. Il fascino del cielo si riflette nel solo mio viso, come tombe frapposte gli inutili non hanno più da vedere e posano immobili per uno scatto d’autore ombre scarnite di vecchie figure. Nel tetro silenzio di celeri passi ritrovo me stesso, nel languido suono di tristi lamenti riscopro la vita, oltre il cancello ritrovo la morte.
L’usignolo del mio tempo Tra la fitta nebbia odor di rugiada ecco l’usignolo a cantarmi la notte, il sacrificio perenne di me crocifisso è quando finisce e ritorna al delirio quotidiano. L’oscuro mio sentimento battezza le passioni delle mie sere e lungo il passeggiare indomito sugli avanzi del tempo, il cuor mio gramo per cose mai vedute estende il passo ad occidente; e quando dalle finestre adornate si sente il caldo appiglio d’odor natalizio tutto ciò è un oltraggio alla mia intelligenza, perché se il morir è ormai maturo nei campi, come nei campi di calcio, l’uomo medio assume contorni di sottoproletario. Così riprendo i miei borghi, le feritoie della mia generazione e come l’homo ricerca la brutalità nell’uomo vile, io ricerco in lui la dolcezza per l’uomo amato.
Semi di ginestra Io cerco la guerra ma trovo solo l’Oriente, tra i visi nascosti di piccole bestie, il volo c’è stato ma è stato ignorato, il primo ministro ha la pancia profonda. C’è chi lancia la palla oltre il confine tra le pozze di piscio straniero e nell’attesa del lesto ritorno rimbomba un fragore annunciato. Letti ora caldi di sangue versato, per delle assenze frugate nel vuoto l’orrore non canta le gesta ma i resti raccolti, dal padre in pensione. L’urlo è assordante,vedove e madri, l’odio stretto tra i denti, come macerie; basteranno mai i tuoi semi di ginestra sparsi tra gli obbrobri di Baghdad? E tu sapevi tutto Quando Roma investe la notte nei suoi segreti sguardi il confine più oscuro ha faccia d’assassino, e nel volto magro del cristo risorto inveisce con l’ardore amato la vita moribonda che cede il passo. Nelle pagine ignare dell’avvenire tracciasti un filo di vergogna e se l’uomo è talmente solo non è stato mai così in pericolo. La realtà ti sputa in faccia il bordello delle tue passioni e nella ricerca della verginità scopri l’allettante voglia di rivalsa; ecco l’erboso suolo tingersi di rosso, ecco l’omertà venire avanti per mano degli ignoti ecco l’illusorio amare di una bestia soprassedere sugli avanzi del cuore. In grembo portasti voci che deliberavano sentenze, che parlavano come il pazzosul ponte di Trastevere, ma perché mai non sapesti di quell’aperto spiazzo e di quell’inumano grido che già portavi in tasca? Il vecchio Avvolto in veli rugosi scavo ogni giorno il domani, peccato che la mia vanga sia troppo corta per scorger lontano. Poco aggraziato strascino i miei passi, la ricerca di Dio mi getta tra rive nascoste, fra plumbei scogli che ho sempre vissuto; troppe navi ho visto attraccare a quei moli troppo sangue è passato tra queste mie mani. Sono io il vecchio che vedi alla sera bighellonare tra le vie del centro, cianciare di cose mai viste, e m’accompagno di solitudine giù per contrade fino a scoprire l’arrugginita inferriata e osservare le memorie di tanti “tre sette”, alla vista celata di vecchi cipressi. Sono oramai le due non c’è più luce per un vecchio contrabbandiere, e la notte non la lascio ho troppo paura d’addormentarmi, rimango tra i beceri scarti ancorati alla vita.
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Post n°4 pubblicato il 09 Ottobre 2009 da pierpaolopasolini3
Prendimi |
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Post n°1 pubblicato il 08 Ottobre 2009 da pierpaolopasolini3
La genesi |
INFO
ATTESTATI DI MORTE
Leggere Attestati di Morte di Giuseppe Ligresti è un’esperienza odeporica, in cui il viaggio del Poeta assume tinte immaginifiche ed una consapevolezza che ci rimanda a Borges, quando scriveva che "la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare". Ligresti possiede il dono di consegnarci dei versi che contengono solidi impasti, e chi è in grado di assaggiarli, saprà assaporare perfino i più dolci elementi – amalgamati con cura – nel suo panem amarum che costituisce Attestati di Morte.
Tratto dalla postfazione "Fino a farsi Luce" di Eugenio Patanè
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ULTIMI COMMENTI
LA TERRA DI LAVORO-PIER PAOLO PASOLINI
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DARIO BELLEZZA LEGGE SE STESSO 1/3
DARIO BELLEZZA LEGGE SE STESSO 2/3
DARIO BELLEZZA LEGGE SE SETSSO 3/3
DINO CAMPANA-A UNA TROIA DAGLI OCCHI FERRIGNI
HO SCESO,DANDOTI IL BRACCIO-MONTALE
INNO ALLA MORTE-UNGARETTI
Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E' l'ultima volta che miro
(Appiè del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.
Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.
Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell'acqua buia
Senza rimpianto.
Morte, arido fiume...
Immemore sorella, morte,
L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.
Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.
Mi darai il cuore immobile
D'un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri nè bontà.
Colla mente murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.


Inviato da: poetica_mente
il 08/10/2009 alle 13:57