Community
 
pierpaolopa...
   
 

Giuseppe Ligresti

Poesia

 

POESIA E MUSICA

Le lettere d'amore(Vecchioni canta Fernando Pessoa)

http://www.youtube.com/watch?v=xnslQaGKj44

Confessioni di un malandrino(Branduardi canta Esenin)

http://www.youtube.com/watch?v=E3GI_ysk4MA

Bene (F.De Gregori)

http://www.youtube.com/watch?v=bo3Kl3KBgrk

Incontro (F.Guccini)

http://www.youtube.com/watch?v=s31PuZ6TUQk

La canzone del padre (F.De Andrè) 

http://www.youtube.com/watch?v=w75KaCK9MQo

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31      
 
 

AREA PERSONALE

 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 1
 

IO SO...PIER PAOLO PASOLINI

 

PASOLINI-I MEDIUM DI MASSA

 

PASOLINI,SABAUDIA E LA "CIVILTA' DEI CONSUMI"

 

CARMELO BENE -SU CHIESA E CATTOLICESIMO

 

LETTERA DI LICIO GELLI

 

PASOLINI INTERVISTA UNGARETTI

 

PASOLINI SU MARILYN MONROE (DA LA RABBIA)

Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli piu' grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri,i loro coltellini,
tu sorellina piu' piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non hai mai saputo di averla,
perche' altrimenti non sarebbe stata bellezza
Spari', come un pulviscolo d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata.
Cosi' la tua bellezza divenne sua.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre cosi' facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma
Spari', come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnato,
e cosi' la tua bellezza non fu piu' bellezza.
Ma tu continuavi ad esser bambina,
sciocca come l’antichita', crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidita' e la crudelta' del presente
te la portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime
impudica per passivita', indecente per obbedienza.
Spari' come una bianca ombra d’oro.
La tua bellezza sopravvissuta del mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne cosi' un male.
Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: “E' possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?”
Ora sei tu, la prima, tu la sorella piu' piccola, quella
che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.

 

PASOLINI:HORROR DREAMS

 

 

da "Attestati di Morte"

Post n°33 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3

Sdraiati su una stella

fornicavamo,

sfidavamo il dileggio

farcendo le bocche d’una densa saliva,

e nulla era così chiaro

come il bagliore di quella luna.

 

Ah notte,

divoravi l’aria,

e tu, mia cara,

lo senti ancora l’ansante respiro

dimorare ai tuoi seni?

 

Nessun sangue poteva annerire il colore di un sogno,

l’etere ci sembrava d’improvviso così vicino,

ed estasiata affondavi i colpi,

ed io

ti incoronavo,

divenivi d’un tratto

grano per il mio campo,

orchidea

che ornava lo steccato;

 

ed io non ero più selvaggio

e bianco e dorato

ora apparivo,

splendevo quasi dello stesso bagliore

di quella luna.

 

Poi disumanamente si fece giorno.

Ed il grano mutò in falce.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Miei baci,

scoloriti, invecchiati,

danzate ancora come diavoli volanti

sulle aureole delle peccatrici infanti?

 

Ah, come mi ricordo

quando il murmure incessante delle foglie

intonava la melodia dell’amore,

e dopo ancora

il vento,

che mi alitava alle orecchie

parole mortuarie.

 

Un pino, un grosso pino,

svettava ai bordi dell’autostrada,

come un fulmine sul cielo di Bahia,

e io non lo vedevo nascere,

lo vedevo sul retrovisore, svanire,

poiché non ho mai visto nulla nascere

ma tutto morire!

 

Vento,

che mi aliti ancora all’orecchio parole mortuarie:

 

“Ho freddo questa notte

e i miei pensieri tremano di sangue”.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Non credere a un amore fisico, carnale,

percepiscimi come amore etereo,

consumerò ameni pensieri

fra i sepolcreti delle mie visioni,

mi vedrò sdraiato accanto alla tua figura

ridotta a frantumi di specchio

conficcati alle pareti del cervello.

Crolla il tramonto per violentare notti,

e tenebre, figlie di questo quotidiano stupro,

verranno a sigillare il disamore.

E lussuria campeggerà nell’atrio

come le stridule voci dell’Inferno

che designeranno vergini sentieri

quando rinsecchite appariranno

a te le mie passioni.

 

“Cercami oh Morte”,

e candido ti

sembrerà il mio volto.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Quanta gente

si adagerà alla terra,

come uno scoppio d’allegra morte,

senza lasciare

traccia, Parola,

di quel feto seccato?

 

Sonnecchiando tra le polveri

rimarrà adesso immortale

a osservare il buio fitto

di un rimorso,

a veder fiorire

agli angoli della bara

le nere tele dei ragni

che di lì a poco

domineranno incontrastati

in un regno non più Regno,

ma visione
di un uomo senza Storia.
  

 
 
 

da "Attestati di Morte"

Post n°32 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3

L’attimo carnale seguì le intenzioni,

quando accasciati tra l’erbetta ancora vergine

vagheggiammo la ricerca di un ideale.

E non bastò la Fantasia,

il corpo era già Mito,

un’atmosfera non più terrena

mi mise davanti agli occhi il Proibito,

ed io con le mani che pulsavano sangue

non mi trattenni

nell’afferrare la tua gola

e bere da un calice il tuo nettare ancora giovane,

nel proporti il cuore, come olocausto.

Le tue vesti divennero ad un tratto la mia coltre

e mi ritrovai a scavare il tuo vigore,

accarezzai l’Attimo,

accarezzai l’Infanzia,

e divenni parte del mio stesso Seme

quando ti raggiunsi nell’orgasmo.

 

Poi mi sembrò arrossita anche la luna,

mi sembrò caldo persino l’etere,

ed io offuscato dalla mia quiete

giunsi a patto con la Morte.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Un po’ più in là della Fantasia

c’è il Tuono,

i ragazzi seduti al lumicino

che si vegliano inconsapevolmente

tracciando univoche forme d’Amore

per chi li disegna prossimi caduti.

 

“Detto tra noi”

c’è il concavo librarsi d’ali,

lo scuotere repentino della Paura,

che impigrita, dimora la Carne.

E poi un crogiolare ritmico di epiche visioni

ad impossessarsi del proverbiale ansimo

che percuote un Uomo.

 

“Sii per me

ancora la brezza mattutina,

finestra che s’apre all’aurora

e schiude all’annerirsi del cielo,

quando ancora di te voglio inebriarmi

e impastarmi

come la merda sotto gli zoccoli dei cavalli,

come l’angoscia

che mi nuoce

per la tua scellerata inconsistenza”.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Sognavo ancora...

e una falce già squarciava il mio silenzio!

In cielo gemmavano ardenti stelle,

una fucina arroventata forgiava il ferro delle armi,

e ai piedi - un mantello intriso del sangue regale -

copriva il putridume.

 

Parigi era lontana,

il vento libico rabbrividiva in spari

che bagnavano i crani così dolcemente.

 

E tu, folle Amante,

palpiterai per bocca altrui,

i tuoi seni risiederanno in altre mani

per riposare in due coppe d’oro

e capezzoli d’oro allatteranno un’intera nazione

che diventerà Rivolta.

Un Popolo dalle moschee

guiderà l’Oriente

e vessilli si pianteranno a Corte.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Perdermi nel silenzio straziante

per non chiedere carità,

né ai venti, né agli infiniti,

per raccogliermi

tra i tuoi capelli a tinte d’oro,

d’oro, come graffi di Van Gogh.

E dirmi cosa c’è al di là del grano,

dell’infinito grano,

cosa c’è al di là degli occhi,

al di là della mia sempiterna solitudine,

se non la visione al crepuscolo

della vita mia, degli anni miei,

dissolti al lume della tua presenza.

 
 
 

... da "Attestati di Morte"

Post n°31 pubblicato il 07 Gennaio 2012 da pierpaolopasolini3

Credevi a un malato tisico?

Invece no, vivo ancora!

Con la mia toga,

con la stessa voglia

di difendere il mio Delirio,

con le mie muse

che a volte arrivano,

violentano le mie sillabe

e inaspriscono le mie vocali

fino a stuprare l’Istante.

E vanno via

leggere

come l'Incanto,

-distrattamente distratte-

distruggendosi in un Tempo

per giocarne il Tormento,

pregando a Dio un giorno ancora

per provare a squartarmi,

per giungere al mio Urlo.

E così mi concederò

nel mio Maggio

bruciando nel rosso, nel terrore 

d’essere apparso una canaglia.

 

 

----------------------------------------------------------------------

 

Quegli occhi così azzurri

splendevano

di una Bellezza cadaverica.

 

Fiammeggiante, atavica,

girava, rigirava

tra le colonne sacre,

poggiava gli zigomi ad un capitello.

E io immaginavo di mostrarla nuda nelle trincee

o di vederla nuda

nella nostra alcova muta.

In mezzo al Tempo

giacevo con la lussuria intellettuale

predicando le distanze che

mi allontanavano da Dio,

mostravo solidarietà

per quella Dinamo disarmante

che convertiva ora il mio allarmismo, il mio Golgota,

in emozioni sub-umane,

che sfiorava appena il mio orecchio

-il silenzio ubriaco

degli estratti d’oppio-

con l’idea di estasiarmi

nel focolaio del Linguaggio nuovo.

 

Wall Street faceva ora

il bello e il cattivo tempo

e i ragazzi danzanti

si scambiavano nell’arena

baci languidi

e masturbazioni cerebrali.

 

Quegli occhi così azzurri

splenderono d’un tratto

di un’Assenza cadaverica.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Insoliti decadenti bisogni

vennero a colpirmi 

in quel cielo di pura estate.

Venne il momento di esorcizzare i miei istinti

e non importava se il vino rosso ardeva il ventre

o se era solo un vizio quello di credermi morto;

esigenze, dolori e ancora illusioni

colpirono i miei orizzonti.

 

Genuflesso a un altare,

al Ricordo,

sprigionai la mia voce:

“Cala su di me

Tenebra ottemperata dal dolore,

raggiungimi in questa spiaggia deserta

e toccami con la Luce,

e io, naufrago di un mare in solitudine,

avvisterò immaginifici vascelli

che solcano le onde

e i rimpianti,

per inabissarsi nell’indaco

e fra le alghe della memoria”.

 

Accadde per la prima volta

che Qualcuno mi stesse a sentire

e un rantolio infinito inquinò quei dolci istanti:

Dissestare le radici

e dissacrare il Tempo

per scrutare la Potenza di Dio.

 

----------------------------------------------------------------------

 

Fu in quel giorno d’inverno,

mentre i fumi s’alzavano lesti verso cielo,

verso quel cielo che rendeva promesse,

che la vidi ai miei occhi come una reliquia,

e lei 

saltellava fra la onde e il mio giudizio.

Poi, capitò di perderla nel caldo dell’estate,

il vento che batteva ad occidente,

verso Sud,

cambiò d’un tratto direzione,

fino a spargerla come petali caduti

su un campo bellico, gelido più del marmo.

La portò a danzare altrove,

a Salonicco, a Lisbona,

scommisero di averla vista passeggiare

per le vie di Pigalle

e muovere i passi fino all’Irriconoscibile

gusto della vittoria.

Ed io stetti ancora lì

come quel giorno d’inverno,

ad assaporare l’ebbrezza di un ritorno

divenuto oramai stridente

come il suono degli addii.

 
 
 

Poesie tratte da: "Dall'invettiva all'io"

Post n°26 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

Io diverso

Sono carne da macello, io!

Non sono mai angelico,

ma pedante di cadaverici ideali,

bivacco nell’esistenziale mia voglia di sapere

e vita e morte mi distinguono da Dio.

Il ricordo trapassa la carne,

raggelato dagli odori sempre uguali

che fanno i morti

mi rendo estraneo al mio tempo,

e occhi attenti non possono che prestarsi

a versi bellici e testi di preghiera.

Ad infingarda donna restano gli avanzi

e mi regala pugnali ad occasione. 

 

 

Indizi                      

Fra il temporale e le nubi

scorsi il senso,

ma non il vostro.

Non trovai stelle o indulgenze

né il vizio d’atterrire;

delirante, attraverso gli spazi,

incarnai la mia voluttà,

riscoprii il genio e il mendicante che è in me.

Indizi che riflessero la mia sacralità. 

 

 

 

L’uomo affranto 

Quale musicalità accoglie le nostre orecchie

quando siamo avvinghiati alla solitudine,

quando i nostri non-sensi

ostacolano le lucide metamorfosi della quotidianità?

 

Oh nuova condizione,

mi spingi ad affondare nell’antico

per sentirmi meno forte di un tempo

o più giovane del tempo.

 

Ove declinano le acque

si posa il mio focolare,

nelle prime serate di maggio

quando l’aria è ancora fresca

ed entra gelidamente al senno,

laddove ancora le zanzare

non si posano alla pelle

e non si mischiano al mio corrotto sangue,

dove tutto manifesta desolazione o quiete.

 

È oggi solo un uomo affranto

che scrive alla storia

passioni reali o vite.

 

 

Complicità 

La complicità dei corpi

ristagna nell’abisso del pensiero,

domani ingenui e passati scialbi

guardano il colosso oramai medievale

del credo mio fanciullesco.

Vecchio, come un bastione innalzo

la mia trincea alla sprovvedutezza

di colei che scava e dissesta le mie radici. 

 

Tregua

 

Nessuna cosa può mutare

il male che porto in groppa,

nembi aleggiano vorticosi

sul mio futuro

e la brughiera è già invasa

dai soliti massacri.

Non riponete in me speranza,

tra i corbezzoli riposerò,

e il nettare fruttuoso

di scarlatto sangue

colerà di maggio

sul restio carcame.

 

 
 
 

Corpus Domini

Post n°25 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

 

Oh, quant’è borioso il fanciulletto

quando il sole d’estate strappa alla pelle

fantasia e gemme di malinconia

nelle ore fugate all’aurora.

Nessuno pensa, nessuno ride

di questi capelli cerchiati d’avorio,

nessuno elude lo sguardo dagli occhi

che brillano d’incustodita scaltrezza,

tutti si soffermano, danzano ai saluti,

e io denudo il mio intento d’essere

così estraniato dall’apparire.

Non ho mai ignorato il corpo né la morte,

e il fresco pessimismo dell’età giovanile

appare ora come nolontà.

Riverbera lo specchiarsi del sangue annacquato

nella pienezza mia divenuta grazia

corrotto nei rivoli rossi

più rossi del vespro che insegue la notte.

Oh lucente brezza,

ti annodi alla gola

se luce viene meno al primo mattino,

se i temporali annidano stanchezza alle piogge

e quando bestemmia é osannare

la roccia, San Pietro.

Quando il corpo abbandona la gogna

il mio sesso diviene morte;

ma quando il mio volto si fa scandalo

e tuona alle primule come aria leggera?

Bella e funesta èra, garzoncella sedicente,

ti posi ancora al pilastro di quella Chiesa?

Com’è  chiara la logica del trapasso

dal mio “io” al mio tempo,

invettiva urge per calunniare i vinti,

“Cristo mio”, sei venuto e non ti abbiamo udito

se non nel Tuo flebile spirare;

io bestemmio e la croce si dissesta

e seminudo Tu implori il mio dolore,

ormai hai capito il pudore

e compassione chiedo al Tuo respiro.

Solitudine, mia greve solitudine,

barbaro è strascinare il passo,

nomade la passione,

ma tu non arrossisci nello starmi al petto

e stretta alla vita mi stringi, mi incanti

e mi cingo allor della fida tua allegria.

 

 
 
 

Italia

Post n°24 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

           

Italia

           

Italia, che cedi al ricatto straniero,

ti pisci addosso nel ritrovarti sola

coi tuoi cittadini:

derisa da politichesi annunci,

i tuoi frantumi si raccolgono per strade

oggi, mille novecento novanta due,

svenata degli ultimi “romani” ancora vivi.

Italia dei padroni, hai bevuto

con burocrati, fascisti, cattolici,

ti sei seduta tra omicidi di Stato,

hai portato per piazze stragi,

hai visto tingere Bologna di rosso

e burattini cadere da finestre adornate.

I poeti ne raccolgono oggi le ossa

e non distinguono il tuo nome,

i drogati raccattano fiori

nei tuoi prati ricoperti di aghi,

sono solo un ricordo i valorosi

marinai che ricercano strofe per lodarti.

In te non rivedo più romano ardore,

mercenaria età sopravanza

nel lutto costante di noi figli;

né chiediamo cannoni né abbracci,

ma la storia nostra, quella dei miei padri.

 

 

 
 
 

Fratelli

Post n°23 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

 

Fratelli

 

Tu fratello, che t’annerisci al picchio del sole africano,

e tu che ti strascini fra i monti d’Alsazia,

di nostalgia muore nei campi e tra le mani dell’aratro

la vostra sfiancata stanchezza

proletaria, sottoproletaria, schiava.

Alle narici la polvere, la terra dei padri

come l’asfalto indurito delle vie enormi

della Capitale, di Milano, di Genova,

così l’immagine stridente dell’uomo medio

che macina il proprio tempo a rincorrere

la rabbia e poi ancora l’odore dei porci,

l’appartamento e il verso della civetta.

Le rogge versano sangue alle sorgenti

in ogni crepuscolo del giorno,

salubri alle vene elitarie del padrone,

e come la sacerdotessa di Ecate

il primitivo borghese realizza riti di fertilità,

e riemerge dal seme il seme,

dal denaro il denaro.

Le frescure delle dodici, degli olmi,

ricuciono la morte alla vita,

mani unte di salumi, oli e spezie,

imbrattano le labbra, gli zigomi, gli aliti

delle schiene spezzate;

sogna le cosce dell’amante,

con occhio semichiuso, disteso nei suoi stracci,

lo sporco contadino,

sogna anarchia, evasione, il vino,

o forse solo ripresentarsi al grembo

l’illuso contadino,

e s’assopisce a vana attesa.

Poi ancora ritorna l’ora di lavoro,

morte e ancora morte,

sorte selvaggia e bastarda,

la storia non muta

e la terra dà ancora frutti,

ma ancora morti

che addolciscono il mare

e rendono deserti i camposanti;

è pietra scolpita, la vita,

nei campi s’arrossisce di vergogna,

ed al cuore resta un grido represso.

E nelle case si attende il pane.

 

 
 
 

All'alitar della sera: Tratto da "Un cielo rivestito d'altre stelle"

Post n°21 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

I

 

Passeggio allegramente tra le mie borgate

e incappo tra i cuori ansimanti

e le connesse vie

colme di sete e di fame da appagare.

Desiosa sete d’amore

strascini l’uomo obbligato tra le viuzze antiche

ove odorar di fradicio e antica arte

regnano senza sosta da vetusto tempo.

Misera vita

che mi accogli ogni giorno tra le tue gambe,

illumini di vecchi lampioni i volti remissivi

degli ultimi operai ancora lieti;

infinita è ancora la voglia di piacersi

di femmine rugose,

la spesa giornaliera diventa evasione casalinga

e infatuarsi ancora di macellai e fornai all’opra

è la risposta a una primavera andata.

Prendo ogni giorno la statale

che mi porta nel mio sempre e inutile tentativo

di socializzazione, ma dentro di me si usura

nell’andirivieni chilometrico la voglia di libertà,

e racchiuso per un esile istante al mio pensiero

mi chiedo ancora quante frustrazioni leniranno

il mio senno, quanti anni potrò sopportare;

il sole arido di luglio mi accompagna

come le piogge e i tremolii d’inverno

e nulla muta e nulla si rassegna,

neanche il roboante suono del motore

sembra spalancare nuovi scenari.

Tutto rimane identico, fuorché il mio amare,

e vedo solo giocattoli da rompere

nel mio domani sempre incerto;

cresceva ansimante di riconoscenza

la mia sete d’amore

e la cullavo come un padre giovinetto

sognando petali di rose sotto la suola lucente

e chicchi bianchi e dorati sul mio viso assente,

saprò mai riconciliarmi col destino

e potrà la caligine farsi nuova allegria?

 

 

 

 

 

II

 

Passano inesorabili le mie giornate

sempre identiche, come il sempre identico

tintinnio di campane della chiesa Madre,

e ogni rintocco di morte

è un inno alla vita che giace;

i vecchi che abitavano il mio quartiere

sono solo figure del mio gioire,

dentro i bar e su la piazza  

i miei occhi da bambino amato

si posavano sulle loro mani

sempre pronti ad accarezzarmi il viso,

così ruvide e magre.

Ora vedo tutta la meridionalità venir fuori

nei vizi di giovani divenuti grandi,

troppo adulti da non saper giocare

troppo maschi per poter sognare.

Macchine, motorini, vite,

non hanno più appartenenza,

come una cosa sola, di comune uso

passano facilmente da mani a mani,

e non chiamatelo rubare

i giovani hanno finalmente un loro“avvenire”.

Io e la mia casa siamo al centro del mondo

laddove nasce all’alba la vita,

tra i caffè del risveglio e le brocche da riempire

cominciano quelle beduine genti

ad aprire le stesse ferite del giorno prima

e il lavoro gli darà ancora forza;

e di lì a poco comincia ad affollarsi

la deserta piazza, schiamazzi di zaini

con bambini in groppa, e son tutti così belli,

colorati, profumano ancora di tenera età.

Suona la campana della scuola e di lì a poco

tutto torna ancora vuoto fino a quando

diviene un piazzale di mercato;

si muovono in fretta la madre e la nonna

e mentre Via Roma

diventa un aggrovigliarsi di lamiere

le bancarelle sulla piazza si schierano

nella solita e ordinaria postazione

e ogni cosa diventa così confusa,

le grida dei mercanti si mescolano

all’odor di triglia e pecorino

e dal mio balcone rivedo “babele”.

 

 

III

 

Alla sera imbrunisce presto il mio paese

e i tavoli del vecchio bar

colanti di birra e inceneriti dal tempo

fanno da balia ai soliti avvinazzati

e la moneta che sbatte furiosa

è il suono che battezza la resa,

non importa se briscola o scopa

una bestemmia aleggia indifesa.

Uscir di casa è incontrar libeccio

e caldo mi sbatte in volto

l’ardore dei miei anni,

voglia viva d’incontro s’infrange

nell’aperto spiazzo,

laddove si consuma svelto

amor d’ago e polveriera;

ritorno a capo chino alla mia macchina

e percorro i viali infangati che portano altrove,

un urlo inatteso fuoriesce dal mio io,

“lurida realtà hai ammazzato un’altra sera”.

Tra Fondachello e Riposto

dono i miei occhi all’azzurro mare

e non lascio spazio al mio umore,

frettolosamente estrapolo dal sedile accanto

la vitrea visione di liquorosa essenza

e mi cingo di scontata compagnia

che arde in gola e sfonda le pareti.

Arrivo or dunque scosso e senza meta

tra le braccia dei miei compagni

e ora qui riverbera l’ora andata

e la mia mente divien radura.

Anche qui sento gli ugual odori

e l’orto reso arso dall’atto umano

vibra nelle notti di paura,

ragazzini e ragazzine calpestano l’erbosa siepe

e cadono come pere di matura grazia,

l’innocente passione vibra di artefatta foga

e piange all’orizzonte la cruenta morte

per l’ultimo sventolio di voce,

infranta nell’eccessiva dose

e presto si fa muta.

 
 
 

Frammenti di vita: Tratte da "Un cielo rivestito d'altre stelle"

Post n°19 pubblicato il 02 Giugno 2010 da pierpaolopasolini3

 

Scarpinata di cimitero  

In rari momenti mi muovo

tra i labirintici viali deserti

di un’impalpabile aria,

tra fiori sepolti che sanno di vita,

nel colore rossastro che ha ceduto

al biancore.

Son pallidi i volti degli ultimi “addio”,

oramai frugate le ossa dei precursori

e armonici tesson le lodi dei tempi già andati,

trapelano le odi da un triste sudario.

Il fascino del cielo si riflette nel solo mio viso,

come tombe frapposte

gli inutili non hanno più da vedere

e posano immobili per uno scatto d’autore

ombre scarnite di vecchie figure.

Nel tetro silenzio di celeri passi

ritrovo me stesso,

nel languido suono di tristi lamenti

riscopro la vita,

oltre il cancello ritrovo la morte.  

 

L’usignolo del mio tempo                                   

Tra la fitta nebbia odor di rugiada

ecco l’usignolo a cantarmi la notte,

il sacrificio perenne di me crocifisso

è quando finisce e ritorna

al delirio quotidiano.

L’oscuro mio sentimento

battezza le passioni delle mie sere

e lungo il passeggiare indomito

sugli avanzi del tempo,

il cuor mio gramo

per cose mai vedute

estende il passo ad occidente;

e quando dalle finestre adornate

si sente il caldo appiglio d’odor natalizio

tutto ciò è un oltraggio alla mia intelligenza,

perché se il morir è ormai maturo

nei campi, come nei campi di calcio,

l’uomo medio assume contorni di sottoproletario.

Così riprendo i miei borghi,

le feritoie della mia generazione

e come l’homo ricerca

la brutalità nell’uomo vile,

io ricerco in lui la dolcezza

per l’uomo amato.

 

Semi di ginestra   

Io cerco la guerra

ma trovo solo l’Oriente,

tra i visi nascosti di piccole bestie,

il volo c’è stato ma è stato ignorato,

il primo ministro ha la pancia profonda.

C’è chi lancia la palla oltre il confine

tra le pozze di piscio straniero

e nell’attesa del lesto ritorno

rimbomba un fragore annunciato.

Letti ora caldi di sangue versato,

per delle assenze frugate nel vuoto

l’orrore non canta le gesta

ma i resti raccolti, dal padre in pensione.

L’urlo è assordante,vedove e madri,

l’odio stretto tra i denti, come macerie;

basteranno mai i tuoi semi di ginestra

sparsi tra gli obbrobri di Baghdad?  

 

E tu sapevi tutto  

Quando Roma investe la notte

nei suoi segreti sguardi

il confine più oscuro ha faccia d’assassino,

e nel volto magro del cristo risorto

inveisce con l’ardore amato

la vita moribonda che cede il passo.

Nelle pagine ignare dell’avvenire

tracciasti un filo di vergogna

e se l’uomo è talmente solo

non è stato mai così in pericolo.

La realtà ti sputa in faccia

il bordello delle tue passioni

e nella ricerca della verginità

scopri l’allettante voglia di rivalsa;

ecco l’erboso suolo tingersi di rosso,

ecco l’omertà venire avanti per mano degli ignoti

ecco l’illusorio amare di una bestia

soprassedere sugli avanzi del cuore.

In grembo portasti voci che deliberavano sentenze,

che parlavano come il pazzosul ponte di Trastevere,

ma perché mai non sapesti di quell’aperto spiazzo

e di quell’inumano grido che già portavi in tasca?

 

Il vecchio

Avvolto in veli rugosi

scavo ogni giorno il domani,

peccato che la mia vanga

sia troppo corta per scorger lontano.

Poco aggraziato strascino i miei passi,

la ricerca di Dio

mi getta tra rive nascoste,

fra plumbei scogli che ho sempre vissuto;

troppe navi ho visto

attraccare a quei moli

troppo sangue è passato

tra queste mie mani.

Sono io

il vecchio che vedi alla sera

bighellonare tra le vie del centro,

cianciare di cose mai viste,

e m’accompagno di solitudine

giù per contrade

fino a scoprire l’arrugginita inferriata

e osservare le memorie di tanti “tre sette”,

alla vista celata di vecchi cipressi.

Sono oramai le due

non c’è più luce

per un vecchio contrabbandiere,

e la notte non la lascio

ho troppo paura d’addormentarmi,     

rimango tra i beceri scarti

ancorati alla vita.

 

 

 
 
 

"Odi amorose" (tratte da: "Un cielo rivestito d'altre stelle" )

Post n°4 pubblicato il 09 Ottobre 2009 da pierpaolopasolini3

Prendimi

Il suono del mondo
si agita nei tuoi seni pesanti,
scova il mio celere battito
l’erpice affilato delle tue labbra,
mi entri dentro
nello stelo arso di passione
e in questo letto sudato
mi spogli
degli ultimi attimi di lucidità.



Curiosità

Tu vuoi davvero annusare il mio sangue?
Una volta al mese sgorga alla foce
denso di ricordi,
una macchia infinita sciolta nel pianto.
Un respiro affannoso sobilla le ombre
sfiora le note di una dannata danza,
ma è fuori di me che ritrovo le polveri,
frammenti di un’agognata esistenza.
Effimere illusioni giocano il tempo
e appeso ai giochi dell’eros
maledico il canto dei miei giorni,
disteso su un vecchio selciato
attendo che appaghi la tua curiosità.



Stranezze

Che strana la vita;
oggi posso leccare la parte più fonda
del tuo cuore,
posso parlarti a piene mani
delle mie bestemmie,
posso ancora odorare i tuoi pensieri.
Domani mi perderò solo nella routine
di un saluto, nell’offesa delle tue parole,
nelle cicatrici dei tuoi sguardi;
e quando poserò davanti a un obiettivo
mi ritornerà Firenze,
un fiume che scorre ancora fluido
nelle vene dei miei ricordi,
la morte che mi aspetta eccitata
tra le lenzuola di un vecchio hotel.




Sorriso

Il tuo sorriso come lama tagliente
violenta le mie aorte,
fino al raggiungimento
di un dissanguante orgasmo.


Un sogno


Avrei voluto scolpire di sogni le tombe,
vederli raccolti a misura d’uomo
negli spazi ristretti di un'umile fossa,
seccati nello scorrere svelto del tempo.
Il sangue sgorga lento nella mente dell’illuso,
la realtà prende la parte del boia,
mi uccide, in un volto di donna
che stenta a volare.
In una camera sazia d’attesa
l’amore travestito da dio
mi prende l’anima
e come i vermi al carcame
mi ruba gli ultimi attimi di lucidità.






 
 
 

Introspezioni ( Tratte da:" Un cielo rivestito d'altre stelle " )

Post n°1 pubblicato il 08 Ottobre 2009 da pierpaolopasolini3

La genesi

Non ho invocato il paradiso
per sfociare nell’ultimo assillo,
ho ricercato vesti danzanti
nel cuore di Gerusalemme,
ma il tempo che stride alla suola
fa il rumore del sogno disperso
e nello sguardo ombrato dal vuoto
ho generato ali di poeta.


Amata patria.

Penetrante bellezza
la ruga scavata alla gola,
un passo fremente
la goccia discesa sul suolo;
non fui mai romano di nascita
ma italiano d’adozione,
e questo tanto mi basta
per rincorrere un grido faceto
che sa di speranza.


Fragilità


Nel “dialettare” posseggo la forza del divino,
ma fuori le mura riscopro la mia gracilità;
perché mai la terra mia
è così distante dall’universo
e il cuore un passo ombroso che recita messe?
Io guadagno le mie ore nel frugar la mia mente,
e nel colonnato rinvenire del tempo amato
siedo con la daga puntata al mio costato
e mi penetra come un fallo d’acqua santa.



L’invito

Satana è gentile
mi ha offerto un biglietto per l’inferno,
scredita i miei mali
e mi offre del vino invecchiato.
Io devo solo donargli il culo
sbattermi troie di regime
ed emanciparmi nel sodalizio della morte,
e ancora professare il mio stato di poeta
scrivendo per lui lettere d’amore,
chissà quante cose belle avrà da dire,
chissà quanto lunghe sembreranno le sue corna.
Carver mi ha scritto:
“Gesù è bellissimo,
ha detto che mi strappava gli occhi
se venivo quassù a scopare”
e io gli credo,
anche a me ha suggerito
di continuare a rimanere casto,
tanto le chiavi della galera
son già smarrite.

 
 
 
 
 

INFO


Un blog di: pierpaolopasolini3
Data di creazione: 08/10/2009
 

ATTESTATI DI MORTE

 

Leggere Attestati di Morte di Giuseppe Ligresti è un’esperienza odeporica, in cui il viaggio del Poeta assume tinte immaginifiche ed una consapevolezza che ci rimanda a Borges, quando scriveva che "la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare". Ligresti possiede il dono di consegnarci dei versi che contengono solidi impasti, e chi è in grado di assaggiarli, saprà assaporare perfino i più dolci elementi – amalgamati con cura – nel suo panem amarum che costituisce Attestati di Morte.


Tratto dalla postfazione  "Fino a farsi Luce" di Eugenio Patanè

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

maury_60lucyvanpelt64sognatore_instabileocsurtemauafelpsicologiaforensesawijper_plesso_originalpierpaolopasolini3dueoreper1Nicknostromo_doriamonello11NullaDentromitrus
 
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 

LA TERRA DI LAVORO-PIER PAOLO PASOLINI

 

LE CENERI DI GRAMSCI-PIER PAOLO PASOLINI

 

LA PROFEZIA-PASOLINI

 

ALLA MIA NAZIONE-PIER PAOLO PASOLINI(V.GASSMAN)

 

DARIO BELLEZZA LEGGE SE STESSO 1/3

 

DARIO BELLEZZA LEGGE SE STESSO 2/3

 

DARIO BELLEZZA LEGGE SE SETSSO 3/3

 

DINO CAMPANA-A UNA TROIA DAGLI OCCHI FERRIGNI

 

HO SCESO,DANDOTI IL BRACCIO-MONTALE

 

INNO ALLA MORTE-UNGARETTI


Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E' l'ultima volta che miro
(Appiè del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell'acqua buia
Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,
L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.

Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.

Mi darai il cuore immobile
D'un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri nè bontà.

Colla mente murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.