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Il Dittamondo, Libro Primo

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Il Dittamondo, Libro Terzo
Il Dittamondo, Libro Quarto
Il Dittamondo, Libro Quinto
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Rime di Celio Magno, indice 1 (di Celio Magno)
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Rime inedite del Cinquecento (di vari autori)
Rime inedite del Cinquecento Indice 2 (di vari autori)

 

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La duttrinella. Cento sonetti in vernacolo romanesco. Roma, Tipografia Barbèra, 1877 (di Luigi Ferretti)

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Piazze de Roma indice 1 (di Natale Polci)
Piazze de Roma indice 2 (di Natale Polci)

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Carlo Martini

Piazza di Spagna

La Barca del Bernini ha preso il volo -
nella notturna queta ci solleva
oltre la scalinata prodigiosa.
Lascia di Villa Medici i cipressi
la luna - e ci accompagna armoniosa.
A noi così felici, così liberi
dal consueto peso della terra
l'ora notturna parla favolosa.



Tevere: dopo un temporale

Il viola elettrico del temporale
è ancora nell'aria. -
strani colori s'alzano dai tetti
e dalle cupole.
Vogatori già risolcano il Tevere:
io dalla spalletta li guardo
già cinti d'arcobaleno,
e guardo quei remi sicuri
solcare verso un'ignota speranza,_
Al timone di quei veloci scafi
c'è un lieve stendardo d'aria azzurra,
così fresco così nuovo
che il mio vecchio cuore trasale.

Carlo Martini
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 335

 
 
 

Piazza romana

Post n°3821 pubblicato il 27 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

Piazza romana

Indove Roma è più vicina ar celo
c' è 'na piazza segnata da 'na stella
Farnese e Micchelangelo co' quella
resero la Bellezza senza velo.

Nun ce n'è in tutt'er monno una più bella:
sotto ar fôco d'estate o sotto ar gelo
è come un fiore maggico: lo stelo
viè' su dar Foro, verde de mortella.



Perfino Marc' Aurelio sur cavallo
riluce d'oro quanno, senza veli,
er sole môre tinto de corallo.

T' abbasti a dì' che pure er Bambinello
de tutta Roma ha scerto l'Araceli
sai perché? Er Campidojo è troppo bello!

Clara Raimondi
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 383

 
 
 

Li pescatori de Funtan...

Li pescatori de Funtan de Trevi

Gente d'ogni Paese e ogni Nazzione,
manco a Roma, la vedi e la vedevi
incantata a guardà Funtan de Trevi
e a buttà sòrdi dentro a quer vascone.

Ma li regazzinacci de l'urione,
tu dovevi smiccialli, li dovevi:
canna, paletta, e a pésca; e ce godevi
si quarcuno sfuggiva ar pizzardone.



"Bada regà, che ariva chi t'acchiappa"
- 'na voce amica avverte - "Scappa via,
butta la canna, quello te se pappa!".

'Sta canajola cure come er vento,
e già sta in sarvo pe' la Stamperia
facenno segni de ringrazziamento.

Amilcare Pettineli
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 366

 
 
 

Er mardicente

Tipi e tipacci 4

Er mardicente


Questo è un, ometto mezzo staggionato
Che dice sempre male de la gente;
Un giorno stava a di cor sor Cremente,,
(Anzi lo disse a tutto er vicinato)

Che Giggi venne er vino inciafrujato,
E chi lo beve nun conosce gnente,
Però, siccome io puro so criente,
Trovo che invece è un vino prelibbato.



Fa 'na gran bella parte da bojaccia
A calugnà la gente, st'animale! ...
Vôi di' male de uno? ... Dielo in faccia!

Ma li crienti, che nun so' balordi,
Lo sanno be' che lui ne dice male
poichè ja da portà' diversi sòrdi!!

Antonio Camilli
Tratto da: Poesie Romanesche, Roma, Tipografia Industria e Lavoro, 1906, pag. 102

 
 
 

Er (El)

Post n°3818 pubblicato il 26 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

Er (El)

L'articolo "il" diviene sempre, in romanesco, er. Però, quando esso articolo deve precedere un vocabolo con iniziale "I", er - di regola - si trasforma in el. In passato, a dire il vero, el valeva (e si alternava) ad er anche davanti alle altre consonanti, denunciando una chiara derivazione d'uso toscano.
A questo proposito, citeremo il Berneri: ... In 'sto tempo alzà el gomito se sole ... ("Il Meo Patacca", I, 11); ... el caldo insopportabbile se renne ... (Ibidem, II, 1); ... c'è in cima, et esce in fora, el su' stuppino ... (lb., X, 3).
G. G. Belli seguì la vecchia tradizione (se non andiamo errati) due sole volte: ... Gnentedemeno ch'ha preso el compagno / la governante del sor don Matteo! ... ("La bona spesa"); ... Via, dunque, el su' cappello se lavora ... ("El cappellaro").
Non c'è dubbio! Il Belli vuole evocare una parlata distinta, affettata, ciovile. Quanto a Trilussa, el (per er) è rispettatissimo. Basta dare una scorsa ai titoli di alcuni suoi componimenti: El Leone riconoscente; L'Omo e el Lupo. Rispettatissimo el, certo! Ma con poca convinzione, se poi lo stesso Trilussa scrive altri titoli, come L'Omo e er Lupo (ripetuto!), Er Lupo e er Micio.
C'è di più. Un verso trilussiano dice: ... Nun capischi er latino? Ah, male, male! ... ("Tre strozzini", III, Don Micchele). Infine, il Trilussa estende alla consonante "r" iniziale (una sola volta, ci pare) l'uso di el: ... Mentre el Re, co tutti li sovrani, / nun parla che de pace e de lavoro, / li sudditi se magneno fra loro / fino a sbranasse peggio de li cani ... ("Li cannibali", I).

Il plurale di er (el) è unico:
Li
.
Tanto per concludere con Trilussa: Ho rivisto Zazzà. L'ho rincontrata/ dopo quasi quattr'anni. È sempre bella! / Tiè sempre li capelli a madonnella, / cià sempre la medesima risata ... ("Tutto sfuma"). [Mario Adriano Bernoni].
Un'altra "parlata ciovile", più che mai rara ed esclusivamente in forma ironica, usa come articolo singolare maschile
Ir
A proposito di tale forma, che in Belli ricorre 41 volte, il poeta annota: "Ir per «il»: sforzo di parlar gentile, dicendosi veramente dai Romaneschi er" ed anche "Affettato civilismo di discorso in modo di sarcasmo. Ji fa mmale ir rimore. Altrimenti avrebbe detto Je fa mmale er rumore, o anche er rimore".
T2-1299, Lo stufarolo appuntato: "«Questo, Minenza, è un barzimo illustrale, / che annetterebbe ir pelo in de la vita, / senza fà ttorto a llei, puro a un majale»."

 
 
 

Er clandestino

Er clandestino

Quanno che 'n poro turco o 'n'arbanese
se trova a fa' 'na vita malamente,
nun je rimane che lascia' er paese
e rifugiasse in quarche continente

Ma siccome nun cia' le carte bone,
c'è solo un modo pe' 'mbroja' er destino:
sbarca' de notte drento a un barcone
e poi buttasse a fare er clandestino,

Fa finta de 'n capi', perche' fa er sordo,
de nun parla', perche' nun cia' piu' voce;
pe' fa' vede' ch'e' puro un po' balordo,
saluta Allah cor segno de la croce.

M'ha da sta' 'n .guardia co' sta buzzichella,
che si se scorda a fa' la pecorella
e je scappa 'na mossa da caprone,
se perde puro l'urtima illusione.

Zambo (Giulio Zannoni)
Da: Zambo 'na storia - Poesie in romanesco di Padre Giulio Zannoni S.J.

 
 
 

Ecco

Ecco

Questo avverbio, unito ai pronomi personali "io", "tu", "egli", "noi", "voi", "essi", forma, in romanesco, èccheme, ècchete, ècchelo, ècchece, èccheve, èccheli. Si ha, inoltre, ècchene, ècchetene, èccheneve. Oggi c'è da osservare che la forma èccheme si va corrompendo in ècchime.
Ècchece
Eccoci.
Belli: Ecchece ar Campidojo, indove Tito / venné a mercato tanta gente abbrea... ("Campidojo").
Ècchela
Eccola.
Trilussa: ... In mezzo a tante infamie e a tanti guai, / ècchela lì! nun s'è cambiata mai / e rimane impassibile, rimane ... ("Er Cane e la Luna").
Èccheli
Eccoli.
Belli: ... Eccheli sbarellati e sderelitti, / come l'abbi accoppati 'na saetta ... ("L'orecchie de mercante").



Èccheme (Èccheme cqua)
Eccomi.
T1-0065, Er pizzico: "nun poteva stà acceso er moccoletto! / Eppuro eccheme cquà; ggnente paura."
Trilussa: ... Invece, èccheme qua! De tanta gente, / sia giovene sia vecchia, / che me passa davanti e me se specchia, / che ce rimane? Gnente ... ("Lo Specchio").
Ècchete
Eccoti.
Belli: Ecchete qua si come l'ha saputa. / Nanna s'è confidata co Vincenza; / questa l'ha detto a Nina a la Sapienza: / Nina l'ha detto in confidenza a Tuta ... ("Li segreti").
Trilussa, Roccasciutta: "in fonno ar bosco che ce vô mezz'ora. // Ècchete che un ber giorno / un signorone pieno de quatrini,".

 
 
 

L'anzianità

Post n°3815 pubblicato il 25 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

L'anzianità

M'è ppresa propio sai 'n'anzianità
pe' ttutto quanto er tempo ch'è ppassato
e mmó mme sento tutto prôccupato:
mmó só' nnov'anni, 'n ce se pô ppenzà!

Nell'urtim'anno me só ffatto serio.
Ancora vô scrivenno dde fregnacce,
però nun só' le mie e ssó' mmeno àcce ...,
ma dde sparà ccazzate ho ddesiderio!



Viè cqua che mmó te spiego che succede,
che ffaccio quanno nun voj'annoiamme:
me leggo storie che nun ce se créde!

Me crompo 'n libbr'usato, poco caro,
me mett'a sséde pe' rasserenamme
e doppo scriv'e lleggo, così imparo.

Pe' nun sentì l' amaro
der monno d'oggi pieno de bruttura ...
sorido, scherzo ... e passa la pavùra!

Libera traduzione:
L'ansietà [Belli, L’inappetenza de Nina: "Eh sor dottore mia, che vvorà ddì / che mm’è sparita quell'anzianità / che 'na vorta sentivo in ner maggnà,"] /// Mi è proprio presa l'ansia / per tutto il tempo trascorso / ed ora sono preoccupato: / sono nove anni [del blog Quid Novi?], è incredibile! // Nell'ultimo anno sono diventato serio. / Ancora scrivo parecchie scempiaggini, / però non sono farina del mio sacco e perciò non sono così brutte ..., / ma ho tuttora voglia di divagarmi con un po' di sciocchezze. // Vieni qui e ti spiego cosa accade / e cosa faccio per evitare di annoiarmi: / leggo storie divertenti ed incredibili! /// Compro un libro usato a basso prezzo, / mi siedo e mi rassereno / e dopo scrivo e leggo, così imparo. // Per non sentire l'amarezza / del mondo moderno, pieno di brutture, / sorrido, scherzo ... e tutto procede per il meglio!

Valerio Sampieri
25 aprile 2017

 
 
 

Le nuove occupazioni

Le nuove occupazioni
Di un ex-Birro

Mo me la passo bene alla Ritonna:
La matina pulisco li stivali,
Er dopo pranzo poi a piazza Colonna
Venno prosperi, sigheri e giornali.

Verso er tardi m'ammaschero da donna
E pe discredità li liberali
Quanno che trovo un Santo o una Madonna,
Je sfracasso li vetri e li fanali.



Infin de settimana dar Curato
Me ne vado a riscote li denari,
De li vetri e fanali ch'ho sfasciato.

E a sto modo l'eretichi confonno.
E er bene che fo in terra a li vetrari
Spero d'aritrovallo a l'antro monno.

Augusto Marini
1872
Da: Cento sonetti in vernacolo romanesco, Perino 1877, pag. 43

 
 
 

La badessa e le brache...

La badessa e le brache del prete    

[Decameron, Giornata IX, novella 2] Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; e essendo con lei un prete, credendosi il saltero de' veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l'accusata, e fattalane accorgere, fu diliberata e ebbe agio di starsi col suo amante.
1. Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato; e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l'ardita presunzion degli amanti, quando la reina a Elissa vezzosamente disse: - Elissa, segui -; la qual prestamente incominciò:
2. - Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la cui obedienzia era la monaca della quale debbo dire.
3. Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l'altre donne monache che v'erano, v'era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta, d'un bel giovane che con lui era s'innamorò; e esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s'accese: e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma, molte con gran piacer di ciascuno la visitò.
4. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene e egli o ella, dall'Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò; e prima ebber consiglio d'accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinion delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa; e così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.
5. Or, non guardandosi l'Isabetta da questo né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire, il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano; le quali, quando a lor parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia dell'uscio della cella dell'Isabetta e un'altra n'andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a lei che già rispondeva dissero: "Sù, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l'Isabetta ha un giovane nella cella."



6. Era quella notte la badessa accompagnata d'un prete il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose tanto l'uscio sospignessero, che egli s'aprisse, spacciatamente si levò suso e come il meglio seppe si vesti al buio; e credendosi torre certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamangli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che senza avvedersene in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori e prestamente l'uscio si riserrò dietro dicendo: "Dove è questa maladetta da Dio?" E con l'altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l'Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s'avvedieno, giunse all'uscio della cella, e quello, dall'altre aiutata, pinse in terra: e entrate dentro nel letto trovarono i due amanti abbracciati. Li quali, da così subito sopraprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall'altre monache presa e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s'era rimaso; e vestitosi aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.
7. La badessa, postasi a sedere in capitolo in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l'onestà, la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea: e dietro alla villania aggiugnea gravissime minacce.
8. La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole non sapeva che si rispondere, ma tacendo di sé metteva compassion nell'altre: e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo e gli usulieri che di qua e di là pendevano: di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: "Madonna, se Dio v'aiuti, annodatevi la cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete."
9. La badessa, che non la 'ntendeva, disse: "Che cuffia, rea femina? ora hai tu viso da motteggiare? parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?"
10. Allora la giovane un'altra volta disse: "Madonna, io vi priego che voi v'annodiate la cuffia; poi dite a me ciò che vi piace"; laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa e, ella similmente ponendovisi le mani, s'accorsero perché l'Isabetta così diceva.
11. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone e in tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s'era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse; e liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fé venire; l'altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.

Giovanni Boccaccio    
Decameron, Giornata IX, Novella 2

 
 
 

Er monumento

Er monumento

Quanno che 'n'omo passa ne la storia
per quarche luminoso avvenimento,
er popolo j'ammolla un monumento
pe' tene' sempre viva la memoria.

Po' esse 'na colonna, un cippo ar ghetto,
un busto, un omo a sede o cor cavallo
siconno l'importanza der soggetto,
come sta scritto sotto ar piedistallo.



C' e' puro er nome drento a l' iscrizione;
leggilo bene, pe' nun fa' er peccato
de pija' Bixio pe' Napoleone.

E si pe' caso er nome e' cancellato,
tu ce poi legge quello che te pare:
che' er vivo s' e' scordato e er morto tace.

Zambo (Giulio Zannoni)
Da: Zambo 'na storia - Poesie in romanesco di Padre Giulio Zannoni S.J.

 
 
 

L'ideale

Post n°3811 pubblicato il 23 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

L'ideale

Broccolo è un omo tanto origginale
che s'è rinchiuso in una catapecchia
con un gatto, una pippa e un ideale,
e assieme a tutt'e tre vive e s'invecchia.

L'ideale de Broccolo consiste
in una donna bionna, tanto bella,
che cià un difetto solo: nun esiste.
Però, de tante femmine ch'ha viste,
nu' je piace che quella.
Se la fece a vent'anni, da lui stesso,
la chiamò Boccadoro, e da quer giorno
je gira sempre intorno e je va appresso.
E spesso, quanno fuma
ne la pippa de schiuma,
chiude l'occhi, s'appennica (1) e je pare
de vede Boccadoro che se perde
ner verde d'una villa, in riva ar mare ...



Se quarche amico o quarche conoscente
je dice: - Pija moje ... -j'arisponne:
- O Boccadoro o gnente!
Pe' me nun c'è che quella. L'antre donne
me so' rimaste tutte indiferente! -

L'unica, infatti, che ce va per casa,
è una servetta storta, mezza gobba,
che je spiccia (2) la robba e sficcanasa.
Lui nu' la guarda mai, ma in prima sera,
quanno da la finestra mezza chiusa
entra una luce debbole e confusa
che mette tutto sotto un'ombra nera,
la vede meno brutta e quarche vorta
je pare meno gobba e meno storta.
E col lavoro de la fantasia
s'immaggina che sia
propio lei, Boccadoro, che je dice:
- L'omo che bacerà la bocca mia
sarai tu, sarai tu, vivi felice! -

Allora ce sospira, e piano piano
allunga er braccio e attasta co' la mano
come cercasse ne l'oscurità ...
Così, povero Broccolo, conserva
tutto l'amore suo per l'Ideale ...
Ma intanto dà li pizzichi a la serva
e forse un giorno se la sposerà.

Note:
1 S'appisola.
2 Gli rassetta.

Trilussa
Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori, 1954, pag. 358

 
 
 

Colloqui - La girella...

Colloqui

La girella der pozzo e la luna


La girella der pozzo, che girava,
co' la vociaccia sua che s' aritrova,
dice a la luna che mo' propio prova
a specchiasse 'ndo sempre se specchiava:

- Io vorebbe sapè che ciaricava
a specchiasse là drento, a che je giova,
si l'acqua zozza che qui in fonno cova
nu se po manco beve, e ce se lava ...



- Nun te potressi fà l'affari tui -
fà la luna: - 'sto zelo te s'è smosso?
io me vojo specchià; dunque, per cui,

che te n'importa a te si me ciaffisso?
Io, vedi, so' contenta quanno posso
fà scegne un po' de luce ind' un abbisso ...

Clemente Giuntella
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 300

 
 
 

Un gobbetto in celo

Un gobbetto in celo

Lo rivedo ar cantone e lo risento:
"Du' scudi, la schedina fortunata!".
La gente passa e je da 'n' allisciata ...
Lui ce ride, ma maschera er tormento.

Adesso se ne va tutto contento
verso le stelle. E accenne 'na risata,
penzanno a l'incombenza che ha lasciata
a Checco, amico suo, ner testamento:



"Checco, vojo sperà che nun farai
economia de legno ...". E se dilunga:
"Abbada: nun se deve storce ... mai!".

Spatocca la campana der quartiere.
Ecco 'na cassa lunga, lunga, lunga:
c'è un gobbetto, ma pare un corazziere.

Giorgio Roberti
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 400

 
 
 

Er viaggio de Loreto

Er viaggio de Loreto

Ito che ffui co tté a la Nunziatella, (1)
agnéde a vvisità la Santacasa,
pe strufinà ne la sagra scudella(2)
sta coroncina d'ossi de scerasa.

De féd è cche per aria sii rimasa, (3)
ma ggnisuno c'è degno de vedella;
e un anno 'na Reggina ficcanasa (4)
ce perze l'occhi. Si cche ccosa bbella!



Bè, llí a Maria Santissima, in ner mentre
disse: E cciancilla Dommine, er Ziggnore
je mannò ne la panza fruttusventre.

Eh? cche ttibbi (5) de casa in cuella Cchiesa!
Oh vvà che sse trovassi un muratore,
da fanne un'antra pe cquant'oro pesa!

Note:
1 Chiesa suburbana, dove in dato tempo dell'anno corre il popolo divoto a gozzovigliare.
2 Nella Santa Casa di Loreto si conserva e mostra la vera scodella in cui mangiava il pancotto N.S.G. Su di essa i pii pellegrini fregano le loro corone le quali ipso facto rimangono benedette e operatrici di portenti anche meteorologici.
3 Pretendevasi, ma in oggi que' buon preti van più a rilento nel sostenerlo, che quella sagra Casa fosse sospesa in aria come la cassa di Maometto, e che in prova di ciò poteva passarlesi per di sotto un nastro. Una dama però che accettò l'esperimento, rimase cieca miracolosamente, prima della consumazione dell'atto. Bel testimonio è venuto a mancare! È da leggersi un'opera di un Vescovo Lauretano sulla nostralità de' materiali betlemici onde è costrutta quella casa volante.
4 Curiosa.
5 Che tocco! Che specie solenne.

Giuseppe Gioachino Belli
Terni, 9 ottobre 1831 - D'er medemo
(Sonetto 194)

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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Volevo dirlo io, ma mi hai anticipata :-)))))) :-* :-*
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