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Il Trecentonovelle (di Franco Sacchetti)

I trovatori (Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847)

Poesie varie (di Cesare Pascarella, Nino Ilari, Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio)

 

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I primi bolognesi che scrissero versi italiani: memorie storico-letterarie e saggi poetici (di Salvatore Muzzi)

Il Galateo (di Giovanni Della Casa)

Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630 - Prima edizione 1804 (di Pietro Verri)

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Cinquanta madrigali inediti del Signor Torquato Tasso alla Granduchessa Bianca Cappello nei Medici (di Torquato Tasso)

La Bella Mano (di Giusto de' Conti)

Poetesse italiane, indici (varie autrici)

Rime di Celio Magno, indice 1 (di Celio Magno)
Rime di Celio Magno, indice 2 (di Celio Magno)

Rime di Cino Rinuccini (di Cino Rinuccini)

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Rime di Mariotto Davanzati (di Mariotto Davanzati)

Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio, Genova, Bernardo Tarigo, 1753 (di Giovambattista Ricchieri)

Rime inedite del Cinquecento (di vari autori)
Rime inedite del Cinquecento Indice 2 (di vari autori)

 

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Un equivoco

Post n°1409 pubblicato il 28 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Un equivoco

Visto che mi' marito nun veniva
uscii da l'osteria e me n' agnede .
ciavevo 'na pisciata da nun crede',
dico: intanto che piscio lui m'ariva.

Detto fatto montai sur marciapiede
e me messi a cambià l'acqua a l'oliva ;
quanto, perdio, sento strillà: « Chi evviva!,
io, come stavo, pijo e sbarzo in piede.

Me svorto e, a quattro passi, Nannarella,
fra e' lusco er brusco vedo un luccicore
e te trovo un sordato in sentinella.

La sbronza ce l'avevo tanto fitta,
ch' invece de piscià in d'un pisciatore,
m'ero mess' a piscià 'n d'una galitta .

Giggi Zanazzo
31 gennaio 1881

Fra il lusco e il brusco (modo di dire anche della lingua), alla luce incerta del crepuscolo.

 
 
 

L'ufficiali de comprimenti

Post n°1408 pubblicato il 27 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

L'ufficiali de comprimenti
(Gli ufficiali di complemento)

Mettemo da 'na parte li romani
che se giucorno tutti li paesi,
quelli ereno colossi e no cristiani,
retichi, menacciuti e maganzesi.

Lassamo queli boja de francesi,
nun dimo gnente de l'antibojani;
ma, cazzo! st'ufficiali de Tajani ,
Jesomaria, che pitocchi pollesi!

Nun pareno, a vardalli, tajolini,
manichi de padelle, crude d'ago,
cazzetti, stennarelli, spazzolini?

Dio ne guardi ce fussi un serra-serra,
« Ah mamma mia, m'arampico, che spago !... »
Una scureggia e cascheno pe' terra.

Giggi ZanazzO
2 agosto 1880

 
 
 

Robba da frosche

Post n°1407 pubblicato il 26 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Robba da frosche

Quann'ero regazzino, sor Lorenzo,
e annavo a la Receli a di er sermone ,
una vorta me fece tanto senzo
a vede' quela folla de persone,

che m'impunto ner pezzo indove aspone
ch'i re maggi portaveno oro e incenzo...
« Mira » nun me viè fora! ... Più ce penzo
più arimano a pensà com'un fregnone.

Er culo me faceva lippe lappe,
mi' matre me soffiava : « mira », sì !...
chi la capiva co' quer battichiappe?

Se spiega com'un ciuco ce se perda,
e tanto me ce persi lì pe' lì
che in cammio de di mira dissi merda.

Giggi Zanazzo
9 novembre 1880

Allusione al « sermone de Natale », cantilena o filastrocca in versi che si fa recitare ai bambini in quella ricorrenza «Sta notte a mezza notte / E' nato un bel bambino / Bianco rosso e ricciutino» ecc.). I sermoni vengono recitati di solito nella chiesa di S. Maria in Aracoeli sul Campidoglio.

 
 
 

Lo spauracchio

Post n°1406 pubblicato il 25 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Lo spauracchio

Un povero villano, 
pe' spaventà l'ucelli 
che magnaveno er grano, 
fece un pupazzo e lo piantò ner prato 
ch'aveva seminato. 
Lo spauracchio, brutto quanto mai, 
ciaveva in mano una bandiera rossa, 
cór braccio steso, dritto, ne la mossa 
d'uno che dice: — A chi s'accosta, guai! —

Un Tordo, impensierito de la cosa, 
sur primo s'imbruttì; ma ner vedello 
che rimaneva sempre in una posa 
capì che c'era sotto un macchiavello. 
— Questo è un pupazzo... — disse. E una matina 
je fece quel'affare sur cappello.

Trilussa
16 maggio 1915 

 
 
 

Massimo Della Pena 4

Post n°1405 pubblicato il 24 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Stupidario Giudiziario - Massimo Della Pena - BUM Mondadori - Milano 1993

Gli avvocati - le arringhe, i battibecchi, il disperato ricorso a lontane memorie scolastiche 2a parte

E così la vicenda ha avuto un tragico epigono.

Certo, la tesi dell'accusa, se vera, non è completamente sbagliata.

A Parigi, dove i vari quartieri si chiamano arrondissment...

Questa, non altra, è la differenza tra un animale e un homus sapiens.

Inutile menare il can per l'aria.

Da quegli anni felici, molta acqua è passata sotto il Tevere.

D'altronde ciascuno ha il proprio credito religioso.

A questo punto del dibattimento è troppo tardi per cambiare linea difensiva: rien va più.

Per il mio patrocinato un'esperienza terribile, traumatologica.

[...] questi figuri pretendono di essere innocenti come pecorelle che brulicano l'erba di un prato.

Un giorno, quando anche per noi spunterà il crepuscolo...

Allevato non da un vero padre, ma da uno pseudo.

Mi chiedo: qui prodest?

[...] dileguandosi nelle tenebre alla velocità della luce.

Signor presidente, non insisto più: se son fiori fioriranno.

 
 
 

Le mesate

Post n°1404 pubblicato il 23 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Le mesate

Levateve de qui... stateve zitta,
è cosa d'addannaccese a pensacce:
n'avrò girate cento de casacce,
che nun m'arreggio più nemmanco dritta.

Eppoi che ve credete de trovacce?
So' scatole, bucetti, è vero Titta?
sapete quant'è mejo 'na soffitta
de 'st'antre catapecchie e capannacce! ...

lndove ce pagavio dieci scudi
a l'anno, adesso li pagate ar mese:
ce vanno propio vede' gnudi e crudi!

E chi se move più da la Pedacchia?
eppoi 'sto sgommerà so' sempre spese.
Ahibbò, arifermo er bucio de sor Tacchia .

Giggi Zanazzo
4 marzo 1880.

Via della Pedacchia nelle vicinanze del Campidoglio scomparve con l'erezione del monumento a Vittorio Emanuele Il, nei primi anni del Novecento. Il conte Adriano Bennicelli, morto nel 1925, soprannominato il conte Tacchia a ricordo dei suoi avi falegnami, fu personagio eccentrico della Roma a cavallo tra l'Otto e il Novecento. Era solito guidare magistralmente per le strade più strette delle città sei cavalli a pariglia, lanciando pesanti ingiurie romanesche a chi non si scanzava a tempo o tentava di canzonarlo. Fu proprietario d'un gran numero di case per abitazione. La sua figura è rievocata fra altre in un saporito elzeviro di Arnaldo Fratelli.

 
 
 

Il Trecentonovelle 87-90

Post n°1403 pubblicato il 23 Marzo 2015 da valerio.sampieri

Il Trecentonovelle
di Franco Sacchetti

NOVELLA LXXXVII

Maestro Dino da Olena medico, cenando co' Priori di Firenze una sera, essendo Dino di Geri Tigliamochi gonfaloniere di justizia, fa tanto che 'l detto Dino non cena, volendo dar poi i confini al detto maestro Dino.

Dino di Geri Tigliamochi fu uno cittadino di Firenze mercatante, uso molto ne' paesi di Fiandra e d'Inghilterra. Era lunghissimo e maghero, con uno smisurato gorgozzule; ed era molto schifo d'udire o di vedere brutture, e per questo, favellando mezzo la lingua di là, avea un poco del nuovo. Essendo gonfaloniere di justizia, fece invitare maestro Dino a cena, e 'l detto maestro Dino era vie piú nuovo che 'l detto Dino. Essendosi adunche posti a tavola, il detto gonfaloniere in capo di tavola, e 'l maestro Dino allatogli, e poi era Ghino di Bernardo d'Anselmo, che era priore, e forse componitore col maestro Dino di quello che seguí della presente novella, posta la tavola, fu recato un ventre di vitella in tavola; e cominciandosi a tagliare, dice il maestro Dino a Dino:
- Per quanto mangereste in una scodella, dove fosse stata la merda parecchi mesi?
Dino guarda costui, e turbatosi, dice:
- È mala mescianza a chi è mal costumato; porta via, porta.
Dice il maestro Dino:
- Che è questo che è venuto in tavola? è ancor peggio.
Dino sconvolge il suo gorgozzule:
- E che parole son queste?
Dice il maestro Dino:
- Sono secondo quello che è venuto in tavola per la prima vivanda: confessatemi il vero; non è questo ventre il vasello dove è stata la feccia di questa bestia, poi ch'ella nacque? E voi sete il signore che voi sete, e pascetevi di sí lorda vivanda?
- È mala mescianza, è mala mescianza; levate via, - dice a' donzelli, - e 'n fé del Criatore vo' non ci mangerè plus.
Dino infino a qui non mangiò né del ventre, né alcuna cosa. Levata questa vivanda, vennono starne lesse; e maestro Dino dice:
- Quest'acqua delle starne pute -; e dice allo spenditore: - Dove le comperasti tu?
Dice lo spenditore:
- Da Francesco pollaiuolo.
E maestro Dino dice:
- Egli ne sono venute molte a questi dí, e alcuno mio vicino n'ha comperate, credendo siano buone, poi l'ha trovate tutte verminose; e queste fiano di quelle.
E Dino dice:
- È mala mescianza, mala mescianza, nell'ora mala a tanto scostume -; e dà la sua scodella al famiglio, e dice:
- To' via.
Dice maestro Dino:
- E' mi conviene pur pur mangiare, s'io voglio vivere; lascia stare.
E Dino in gote, e non mangia, e parea il Volto santo.
Levata questa vivanda, vennono sardelle in tocchetto. Dice il maestro Dino:
- Gonfaloniere, e' mi risovviene quando e' miei fanciulli erano piccoli, che uscivano loro i bachi da dosso.
E Dino levasi:
- È mala mescianza a chi è mal costumato; per Madonna di Parigi, che non m'avete lasciato mangiar stasera con sí laida maniera di parlare; ma per mie foi non verrete piú a questo albergo.
Maestro Dino ridea e pregavalo tornasse a tavola, e non ci fu mai modo, ché se ne andò tra le camere, dicendo:
- Nostro Signore vi doni ciattiva giornea; un poltroniere venuto in tal magione, e tiensi esser gran maestro di musica, e le sue parlanze sono piú da rubaldi che votono li giardini che da quelli che debbon dare esempli e dottrine, come doverrebbe dar elli, che si può dire esser vecchio mal vissuto.
Ghino di Bernardo, e gli altri signori, che di ciò avevono grandissimo piacere, si levarono da tavola e andorono dove Dino era, e trovaronlo molto in gran mescianza, e non voler vedere il maestro Dino; pur tanto feciono, che un poco si raumiliò: e maestro Dino con lui a' versi, tanto che si conciliò con lui. Ma poco duroe, però che stando un pezzo, e maestro Dino volendosi partire, disse Ghino di Bernardo:
- Maestro, pigliate commiato da Dino e fategli reverenza.
E 'l maestro Dino piglia per la mano Dino, e dice:
- Messer lo gonfaloniere, con la grazia vostra, datemi licenzia -; e quel li porge la mano; e 'l maestro Dino, pigliandola, subito si volge, e mandate giú le brache, a un tratto gli scappuccia il culo e 'l capo.
Or non piú; Dino si comincia afferrare:
- Pigliatelo, pigliatelo.
Ghino e gli altri diceano:
- O Dino, non gridate; anderemo nell'udienza, e là faremo quello che fia da fare.
Maestro Dino dice:
- Signori, io mi vi raccomando che per aver fatta debita reverenza io non perisca -; e pur scendendo le scale si va con Dio.
Dino, rimaso furioso, la sera medesima va nell'audienza, raguna i compagni, e mette il partito, ché era Proposto, di mandare uno bullettino allo esecutore, e che 'l maestro Dino abbia i confini. Metti il partito, e metti e rimetti, non si poté mai vincere. Veggendo Dino questo, col gorgozzule gonfiato chiama li donzelli che facciano accendere i torchi, ché se ne volea andare a casa. Li compagni scoppiavono delle risa, e diceano:
- Doh, Dino, non andare istasera.
E Dino, brievemente, non rattemperandosi, n'andò a casa, e la mattina fu mandato per lui; e non c'ebbe mai modo che lo dí seguente tornasse in Palagio; tanto che uno de' signori, con uno carbone, nella minore audienza ebbe dipinto nel muro proprio Dino con uno gorgozzule grande, e con la gola lunga, che parea proprio desso. Essendo la sera di notte, che Dino non era voluto tornare in Palagio, vi mandorono li signori ser Piero delle Riformagioni, pregandolo dovesse tornare acciò che e' fatti del comune non remanessino senza governo; e ancora per provvedere che 'l maestro Dino fosse punito del fallo commesso. Dopo molte parole, Dino si lasciò vincere e la mattina seguente tornò al Palagio, e come sul dí giunse nell'udienza minore, ebbe veduto, essendo con Ghino di Bernardo insieme, il viso ch'era stato dipinto nel muro; e guardando quello, cominciò a soffiare: e Ghino dice:
- Deh, lasciate andare queste cose, non ve ne combattete piú.
Dice Dino:
- Come diavolo mi di' tu questo, che m'ha ancora dipinto in questo muro? E se tu non mi credi, vedilo.
Ghino, che scoppiava dentro sí gran voglia avea di ridere, dice:
- Come, buona ventura, vi recate voi a noia questo viso, e dite che sia dipinto per voi? Questo fu dipinto, già fa piú tempo, per lo viso del re Carlo primo, che fu magro e lungo, col naso sgrignuto. E perdonatemi, Dino, che io ho udito dire a molti cittadini che 'l vostro viso è proprio quello del re Carlo primo.
Dino a queste parole diede fede, e ancora si racconsolò, sentendosi assomigliare al re Carlo primo: e stando alquanto, ritornò in sul maestro Dino, e tiratosi nell'audienza, mette a partito el bullettino e' confini, e non si vince, e disperavasene forte. Alla per fine disse Ghino:
- Poiché questo partito non si vince, commettete in due di noi che mandino per lo maestro Dino, e dicangli quello che si conviene, facendogli una gran paura -; e cosí feciono.
E fu Ghino e un altro, che mandorono per lo maestro Dino: e come fu venuto, e Ghino comincia a ridere, e in fine gli disse che Dino il voleva pur per l'uomo morto, e che tutte l'altre cose averebbe dimesse, e datosene pace, salvo che del trarre delle brache. Dice il maestro Dino:
- Egli è una parte del mondo che è grandissima, ed èvvi un re che è il maggiore, e ha molti principi sotto sé, e chiamasi il re di Sara: quando uno fa reverenza a uno di quelli principi, si trae il cappuccio; e quando si fa reverenza allo re maggiore, si cava a un tratto il cappuccio e le brache; e io, considerando il gonfaloniere della justizia essere il maggior signore, non che di questa provincia, ma di tutta l'Italia, volendogli far reverenza, feci il simile che s'usa colàe.
Udendo li due priori questa ragione, risono ancora vie piú, e tornorono a Dino e agli altri, e dissono come aveano vituperato il maestro Dino, e fattogli una gran villania; e che s'era scusato con la tale usanza che è in tal paese; e se cosí era, non aver elli tanto errato; pregando Dino che non se ne desse pensiero, e che a loro lasciassono questa faccenda. Brievemente, a poco a poco Dino venne dimenticando la ingiuria del maestro Dino, ma non sí che non gli tenesse favella parecchi anni; e 'l maestro Dino di ciò ne godea, e dicea:
- Se non mi favellerà, e io non andrò a medicarlo, quando avrà male -; e cosí stettono buon tempo, infino a tanto che 'l maestro Tommaso del Garbo, dando loro a cena una sera un ventre e delle starne, fe' loro far pace.
Sempre conviene che tra' signori officiali e brigate sia uno che pe' suoi modi gli altri ne piglino diletto. Questo Dino fu di quelli: non già per vizio, ma per costume, era biasimevole delle cose lorde, e non volea udire; e perché maestro Dino ebbe piacere, e' dienne a' signori. E però è grazia a Dio d'avere sí fatto stomaco che ogni cosa patisca.


NOVELLA LXXXVIII

Uno contadino da Decomano viene a dolersi a messer Francesco de' Medici che uno suo consorto gli vuol tòrre una vigna, e allega si piacevolmente che messer Francesco fa ch'ella non gli è tolta.

Fu a Decomano, non è molt'anni, uno contadino assai agiato, e avea possessione insino in su quello di Vicchio; là dove tenea a sue mani una bella vigna, la quale uno de' Medici gli volea tòrre, ed era presso che per aversela. Veggendosi costui, che Cenni credo avea nome, a mal partito, pensò d'andarsene a dolersene a Firenze al maggiore della casa; e cosí fece; ché salito una mattina a cavallo, andò a Firenze, e saputo che messer Francesco era il maggiore, se n'andò a lui, e giunto là, disse:
- Messer Francesco, io vengo a Dio e a voi, a pregarvi per l'amor di Dio, che io non sia rubato, se rubato non debbo essere. Uno vostro consorto mi vuol tòrre una vigna, la quale io fo perduta, se da voi non sono aiutato. E dicovi cosí, messer Francesco, che se egli la dee avere, io voglio che l'abbia; e dirovvi in che modo. Voi dovete sapere, che sete molto vissuto, che questo mondo corre per andazzi, e quando corre un andazzo di vaiuolo, quando di pestilenze mortali, quando è andazzo che si guastano tutti e' vini, quando è andazzo che in poco tempo s'uccideranno molt'uomini, quando è andazzo che non si fa ragione a persona: e cosí quando è andazzo d'una cosa, e quando d'un'altra. E però, tornando a proposito, dico che contro a quelli non si pote far riparo. Similmente quello di che io al presente vi vo' pregare per l'amor di Dio, è questo: che s'egli è andazzo di tòr vigne, che il vostro consorto s'abbia la mia vigna segnata e benedetta, però che contro all'andazzo non ne potrei, né non ne voglio far difesa; ma, se non fusse andazzo di tòr vigne, io vi prego caramente che la vigna mia non mi sia tolta.
Udendo messer Francesco la piacevolezza di costui, il domandò come avea nome; e quel gliel disse; e poi dice:
- Buon uomo, il mio consorto con teco non potrebbe aver ragione, e sie certo che, andazzo o non andazzo che sia, la vigna tua non ti fia tolta -; e disse: - Non t'incresca di aspettare un poco.
E mandò per quattro i maggiori della casa; e dice loro questa piacevol novella; e piú, che chiama Cenni e dice:
- Di' a costoro ciò che hai detto a me -; e quelli 'l disse a littera.
Costoro tutti di concordia mandarono per lo loro consorto che già s'avea messo a entrata la vigna, e riprendonlo del fatto, e brievemente liberarono la vigna dalle mani di Faraone, e dissongli che Cenni avea allegato la ragione degli andazzi, per forma che non potea avere il torto; e che di ciò facesse sí che mai non ne sentissino alcuno richiamo. E cosí promesse loro, poiché andazzo non era, di liberare la vigna, e di non seguire piú la sua impresa.
Per certo la legge non arebbe in molto tempo fatta fare quella ragione a Cenni, che l'allegare suo piacevole dell'andazzo fece. E non se ne faccia alcuno beffe; ché chi vi porrà ben cura, da buon tempo in qua, mi pare che 'l mondo sia corso per andazzi, salvo che d'una cosa, cioè d'adoprare bene, ma di tutto il contrario è stato bene andazzo, ed è durato gran tempo.


NOVELLA LXXXIX

Il prete da Mont'Ughi, portando il corpo di Cristo a uno infermo, veggendo uno su uno suo fico, con parole nuove e disoneste lo grida, poco curandosi del sacramento che avea tra le mani.

Alla chiesa di San Martino a Mont'Ughi presso a Firenze, fu poco tempo fa un prete che avea nome Ser... il quale era poco devoto, ma piú tosto scellerato; e fra l'altre cose, tutta la chiesa tenea mal coperta, e sopra l'altare peggio che in altro luogo era coperto, per tal segnale, che 'l dí della sua festa, piovendo su l'altare, e' vicini e gli altri diceano:
- Doh, prete, perché non cuopri tu che non piova su l'altare?
E quelli rispondea:
- Tal sia di lui, se vuole che gli piova addosso. E' disse fiat , e fu fatto il mondo; ben può dir cuopri, e fia coperto, e non gli pioverà addosso.
E cosí era di diversa condizione in ogni cosa.
Avvenne per caso che, essendo ammalato a morte un suo populano nel tempo di state, fu mandato per lui acciò che portasse la comunione; ed egli pigliando il corpo di Cristo, andò per comunicare lo infermo; e non essendosi molto dilungato dalla chiesa, guardando per un suo campo, vide su uno fico uno garzone che mangiava e coglieva de' fichi suoi; e come uomo non cattolico, né che andasse con la comunione nelle mani, ma come uno malandrino disperato, voltosi a quello, disse gridando:
- Se il diavol mi dà grazia ch'io ponga giú costui, io ti concerò sí che cotesti saranno i peggiori fichi che tu manicassi mai.
Il garzone, che avea del reo, e anco forse avea voglia di farli dir peggio, dice:
- O Domine , voi portate il Signore, et ego vado in tentatione ficorum.
Dice il prete:
- Io fo boto a Dio che m'uccella! Che dirai? Scendine, che sie mort'a ghiado.
Il garzone, avendo il corpo pieno, disse:
- Or ecco, io scendo, e' fichi tuoi ti rendo.
E tirò un peto che parve una bombarda; e 'l prete se n'andò al suo viaggio tutto gonfiato; e 'l nostro Signore tra 'l prete discreto, e 'l ghiottoncello che era sul fico, cosí fu onorato; e l'infermo dal venerabile prete cosí ben disposto fu comunicato.
Che diremo che fosse quella ostia da sí devoto cherico sacrata e portata? Io per me non credo che cattivo arbore possa fare buon frutto. E tutto il mondo n'è pieno di tali, che Dio il sa tra cui mani è venuto.


NOVELLA XC

Un calzolaio da San Ginegio tratta di tòrre la terra a messer Ridolfo da Camerino, al quale essendo venuto agli orecchi, con belle parole lo fa ricredente del suo errore, e perdonagli.

Ancora mi conviene tornare a una delle novelle di messer Ridolfo da Camerino, la quale sta in questa forma. Uno calzolaio della terra di San Ginegio, la qual tenea il detto messer Ridolfo, fu una volta sí presuntuoso che cominciò a parlare e a trattare per via di stato contro al detto messer Ridolfo; di che gli venne agli orecchi. Essendo il detto messer Ridolfo nella detta terra, e saputo che ebbe il convenente del fatto, non corse a furia, come molti stolti fanno; e non volle che queste cose paressino, se non come da calzolaio. E ancora non volendo mostrare viltà, ma piú tosto magnanimità, mostrò d'andare a sollazzo per la terra; e andando dove questo calzolaio stava con la sua stazzone, e messer Ridolfo si ferma e dice:
- Perché fa' tu quest'arte? - E quelli dice: - Signor mio, per poter vivere - . E messer Ridolfo dice: - Non ci puoi vivere con essa, non è tua arte e non è tuo mestiero, e non la sai fare -; e toglie le forme e falle portar via.
Il calzolaio poté assai dire, che non si trovasse senza le forme; e non sapendo che si fare, e non potendo pensare quello che questo volesse dire, se ne va piú volte a messer Ridolfo a richiedere le sue forme. Alla per fine v'andò una volta, e trovò messer Ridolfo con una brigata di valentri uomini; e avvisandosi, se chiedesse le forme dinanzi a tanti, gli verrebbe meglio fatto di riaverle, considerando il detto messer Ridolfo per vergogna piú tosto gliene rendesse; e fattosi innanzi, in presenza di tutti dice:
- Signor mio, io vi priego mi rendiate le mia forme, ché io non posso lavorare, né far l'arte mia.
E messer Ridolfo guarda costui, e dice:
- Io ci t'ho detto, che non è l'arte tua di cucire ciabatte e fare calzari.
E 'l calzolaio disse:
- O se questa non è l'arte mia, che sempre ce l'ho fatta qual è la mia?
Disse messer Ridolfo:
- Ben ci hai domandato; l'arte tua è di stare per questo bello palazzo, e darti alle cose piú alte; e io voglio tener quelle forme, per imprender di cucire, e di fare le scarpe e' calzari, se mi bisognassi.
Questo calzolaio, continuando le sue domande, e messer Ridolfo facendo risposte strane e chiuse, e gli omeni che qui erano pareano come smemorati a udire il calzolaio domandare le forme e le risposte che 'l signor facea. Stati per alquanto spazio, e messer Ridolfo dice:
- Questo ciabattino che voi vedete qui, ha trattato di tormi la signoria; e io, sappiendo ciò, e veggendo che l'animo suo de' esser grandissimo, e non da tirare li cuoi con li denti, ma piú tosto da esser signore in questi palazzi, gli ho tolto le forme, però che, se cerca questo mestiero e parli che questo debba essere il suo, di quello non ha a fare alcuna cosa, però che non è suo mestiere, ma è molto vile e basso al suo grand'animo.
Questo calzolaio si scusava, e cominciorongli a tremare li pippioni: e messer Ridolfo dice:
- Nella tua mal'ora, non ti pure scusare, ch'io so ogni cosa, e voglioti condannare in presenza di costoro -; e disse a uno che andasse per le forme.
Quando il calzolaio udí questo, s'avvisò che con le dette forme il dovesse fare uccidere. Giunte le forme, dice messer Ridolfo:
- Dappoi che ci hai detto innanzi a costoro che questo è il tuo mestiero, e io ti voglio credere, e rendoti le forme; ma lascia stare il mio mestiero che non è da te, né da tuo pari, e torna a tagliare e a cucire le scarpe nella tua mal'ora; e va' e fammi lo peggio che puoi.
Al calzolaio cominciò a tornare lo spirito; e disse:
- Signor mio, - inginocchiandosi, - io prego Dio che vi dia lunga e buona vita; e della grazia che mi avete fatta vi dia quel merito che alla vostra virtú e alla vostra misericordia si richiede. Io per me non sono da tanto che mai ve lo potesse meritare; ma bene siate certo d'una cosa che l'animo mio, e ciò che io posso, è tutto dato a voi.
E cosí si partí in quell'ora, che mai non pensò, né in detto né in fatto, se non ad esaltazione del suo signore. E 'l detto messer Ridolfo per questo ne divenne al suo populo sí amato che tutti parve che... con un fervente amore ad ogni suo bisogno.
Oh quanto egli è da commendare uno signore quando per uno vile uomo gli è fatto simile offensa, che egli se ne curi come curò costui, mostrando la sua magnanimità e l'animo liberale, il quale il fa grande e montare fino alle stelle, per aver annullate e fatto poca stima di quelle cose le quali molti vili fanno maggiori, temendo che ogni mosca non gli offenda.

 
 
 

La Lavannara

Post n°1402 pubblicato il 23 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

La Lavannara

Aspetta e taspettavi in Dominò
e li burini se n'annorno via
e nun sentirno messa, è ve' Maria?
perchè quell'aspettà nu' je garbò.

Ma qua 'sta messa cià 'na littania
che nu' la vonno tenninà pe' mo :
intanto io, poveraccia, come fo?
dove stenno quer po' de biancheria?

Loro nun vonno più che pe' decoro
s'abbi da stènne' drento la città:
loro..... se po' sapé chi so' sti loro?!.....

Io stenno, incoccio, intigno più d'un mulo:
m'avessino magara da squartà:
nu' me faccio schiaffà la zeppa in culo

Giggi Zanazzo
4 marzo 1880

Nell'illustrare il noto proverbio «Burino, scarpe grosse e cervello fino », lo Zanazzo scrive: «Burrini son chiamati da noi quei robusti contadini provenienti dalla Romagna finitima al ducato d'Urbino, da questo e dalle Marche. Essi vengono a lavorare nelle nostre vigne, a coltivare, a vangare, ecc. Alcuni invece fanno i venditori di agli e scope (scopari, ajari), di fusaie (lupini) ed altro.». 

 
 
 

La peracottara

La peracottara

Sto a ffà la caccia, caso che mmommone (1)
passassi (2) pe dde cqua cquela pasciocca, (3)
che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone. (4)

Ché la voría (5) schiaffà (6) ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla (7) indove tocca, tocca;
sibbè che (8) mm’abbi ditto Delarocca, (9)
c’ho la pulenta (10) e mmó mme viè un tincone.

Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro (11) chi ll’attacca a llei?

Le cose de sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei. (12)
Alegria! chi sse (1)3 scortica su’ danno.

Giuseppe Gioacchino Belli
Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

Note:

1 Caso mai or ora.
2 Passasse.
3 Paciocca: bella donna giovane e piuttosto ritondetta.
4 Sono canditi etc.: grido de’ venditori di pere cotte al forno, i quali girano nelle ore più calde della stagione estiva, dette perciò a Roma: l’ore de peracottari.
5 Vorrei.
6 Cacciare.
7 Ingrufarla: parola oscena.
8 Benché.
9 Professor chirurgo, oggi morto.
10 Gonorrea.
11 Si trova pure.
12 Se ci sei, ci sei.
13 Chi si, ecc.

 
 
 

Li cunventi mutati in tormenti

Post n°1400 pubblicato il 22 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Li cunventi mutati in tormenti

Ammazza, ammazza... Eh sto proverbio è vero
e ce ne danno un saggio li carnenti.
Come disseno loro? Stat'attenti:
er frate ar monno vale quanto un zero,

er prete o drento o fora è sempre nero.
Via preti e frati, via da li conventi:
damo 'sti lochi a tutti li pezzenti
che n'ànno de bisogno pe' davero.

Scacciato er prete e er frate a mano a mano
ogni locale l'hanno aripulito
e ciànno messo drento un torcimano.

Cusì adesso o convento, o stanzia o portico,
qualunque bucio è stato convertito
per uso e pe' consumo de lo scortico.

Giggi Zanazzo
6 marzo 1880

«Ammazza ammazza, son tutti una razza ». I parenti; in questo caso, i fratelli italiani venuti a Roma dalle regioni del Nord. -«Turcimanno, che, nel nostro caso, dicesi anche a Roma manutengolo» Il «turcimanno» era l'interprete, specialmente nei paesi orientali; la parola passò poi a significare scherzosamente il mezzano.

Dopo il Settanta, i conventi, com'è noto, furono adibiti a uffici governativi: perciò gl'impiegati di questi uffici sono chiamati dal popolano di Roma, con tono sprezzante, torcimani, ossia mezzani, manutengoli dell'odiato Governo.

Allusione al fisco che scortica i cittadini (scortico, dal latino "scortum " cioè « meretrice », significa anche il puttaneggiare, l'atto carnale, il luogo dove si dànno convegno coppie clandestine.

 
 
 

A oggnuno er zuo

A oggnuno er zuo

Ma inzomma, de che ccosa se lamenta? 
Da che pparte j’ho pperzo de rispetto? 
Ch’ edè st’ inzurto che llei pijja a ppetto 
Che ne vò ammazzà vventi e fferí ttrenta? 

Tutt’ è cche mmarteddí ggiú ppe la sscenta 
De la Salita de Cresscenzi, ho ddetto 
Ch’ è ’na cristiana che nnegozzia in Ghetto 
De carnaccia, de tinche e de pulenta.

Disce: «Ma cquesto me viè a ddí mmiggnotta».
Bbe’, cquann’ anche arrivassimo a sto nome, 
Io nun pòzzo capí pperché jje scotta.

Chi a mmé mme disce oste, io me ne grorio.
E er dí pputtana a llei sarebbe come 
Chiamà Ssu’ Santità Ppapa Grigorio.

Giuseppe Gioacchino Belli
21 giugno 1844

 
 
 

Li piamontesi

Post n°1398 pubblicato il 22 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Li piamontesi

A dìttela papale, l'avo presi
che fussino tudeschi quela schiuma,
laggiù a parlà in quer modo se costuma?
dico, accusi se parla i' 'sti paesi?

Nun parlaveno mejo li Francesi?
questi pe' fatte: annamo, fanno: annuma;
pe' di: che famo, dicheno: che fuma:
che fuma, sì: ma come, nu' l'ài intesi?

Pe' divve addio, burlen' er gatto: gnavo,
oppuramente dicheno: ciarea,
come staven' a di certi a lo scavo.

E so' Tajani, di', 'sti ciafrujoni?
Si loro so' Tajani, car'Andrea,
me fo tajà de netto li cojoni !

Giggi Zanazzo
3 marzo 1880.

Un proverbio romano di quegli anni diceva: «Piamontesi, bazzurri, buzzurri e magnapulenta».

 
 
 

La murta sur piscià

Post n°1397 pubblicato il 21 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

La murta sur piscià

Bevi, bevi, che vòi! m'ero stufato:
dico: no, nu' la fo 'sta passatella.
Esco p'annà a piscià, c'er' un sordato;
avevo da crepà? sarebbe bella!

Ma vedi quann' un omo è disgraziato!
me stav'a sbottonà, quanto, sorella,
tàffete! un pizzardone m'è spuntato
faccia-a-faccia da via de la Mortella.

Pe' quanto feci e dissi pe' smovello,
lo possin'ammazzallo, quer gargante,
nun me calò nemmanc'un quadrinello.

Me fa ride' er compare: «Stassi zitto?»
Che vòi rugà, si me pijò in fregante?
ciavevo in mano er còrpo der delitto.

La poesia di Giggi Zanazzo, scritta il 22 dicembre 1877, si ispira evidentemente a "La pissciata pericolosa" di Giuseppe Gioacchino Belli (13 settembre 1830). In "Vox populi" il titolo era "Oh questa è bella pe' piscia si paga?", mentre in "Quattro bojerie" esso è stato mutato in "La murta sur piscià".

Per il sonetto "La pissciata pericolosa" si veda il post precedente.

 
 
 

La pissciata pericolosa

La pissciata pericolosa

Stavo a ppisscià jjerzéra llí a lo scuro
tra Mmadama Lugrezzia e ttra Ssan Marco,
quann’ecchete, affiarato com’un farco,
un sguizzero der Papa duro duro.

De posta me fa sbatte er cazzo ar muro,
poi vô llevamme er fongo: io me l’incarco:
e cco la patta in mano pijjo l’arco
de li tre-Rre, strillanno: vienghi puro.

Me sentivo quer froscio dí a le tacche
cor fiatone: «Tartaifel, sor paine,
pss, nun currete tante, ché ssò stracche».

Poi co mill’antre parole turchine
ciaggiontava: «Viè cquà, ffijje te vacche,
che ppeveremo un pon picchier te vine».

Giuseppe Gioacchino Belli
Roma, 13 settembre 1830 - De Peppe er tosto

Note:

Verso 2: Madama Lucrezia è un busto mutilato di una antica statua colossale, eretto contro un muro presso la chiesa di San Marco.
Verso 3: affiarato = avventato.Verso 4: un sguizzero = uno svizzero. Leone XIIi aveva destinato uno svizzero della sua guardia per ognuna di varie chiese, onde armato di alabarda presiedesse nell’interno al rispetto del culto e al discacciamento de’ cani, e fuori impedisse le indecenti soddisfazioni de’ bisogni naturali.
Verso 5: apposta mi fa urtare
Verso 6:  poi uol levarmi il cappello.
Verso 9: mi sentivo quel tedesco dirmi alle spalle.
Verso 12: parole turchine = parole inintelligibili.
Verso 13: ciaggiontava = ci aggiungeva.

 
 
 

Li beccamorti

Li beccamorti

E cc’affari vòi fà? ggnisuno more: 
Sto po’ d’aria cattiva è ggià ffinita: 
Tutti attaccati a sta mazzata vita...
Oh vva’ a ffà er beccamorto con amore!

Povera cortra mia! sta llí ammuffita.
E ssi vva de sto passo, e cqua er Ziggnore 
Nun allúmina un po’ cquarche ddottore, 
La profession der beccamorto è ita.

L’annata bbona fu in ner disciassette.
Allora sí, in sta piazza, era un ber vive, 
Ché li morti fioccaveno a ccarrette.

Bbasta...; chi ssa! Mmatteo disse jjerzera 
C’un beccamorto amico suo je scrive 
Che cc’è cquarche speranza in sto collèra.

Giuseppe Gioacchino Belli
18 marzo 1834

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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