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Chiamateme er poveta

Post n°4418 pubblicato il 08 Dicembre 2017 da valerio.sampieri
 

Chiamateme er poveta

Só tutto tronfio perché só poeta:
me metto a sede lì su la portrona,
fumo la pippa, che 'n po' me rintrona,
appizzo er grugno come fà 'n asceta.

Sortanto che l'assenzio me disseta,
la voce da la bocca me risôna
-a culo de gallina, ché me dona!-
libbrannose da 'st'anima inquiëta!

Ammazza che fortuna che ciài, Cocco,
avé incontrato 'n ômo come me,
che te potrà imparà che cos'è l'arte!

Io só poeta, quinni stò in disparte:
só penzatore, si lo vôi sapè,
medito tanto, ... tanto che m'abbiocco.

Valerio Sampieri
7 dicembre 2017

 
 
 

Feste

Post n°4417 pubblicato il 04 Dicembre 2017 da valerio.sampieri
 

Feste
Per l'arrivo del Re a Roma

Dice che ar Municipio, in occasione
Dell'arrivo del Re nostro Soprano,
Abbino preso la risoluzione
De festeggià quer giorno, uso romano.

Pe Roma ce sarà illuminazione
Fatta da un lampionario urtramontano: (1)
Poi a Piazza Venezia un funtanone
Hanno ordinato e cianno messo mano.

Tutta la gente che l'ha visto approva
Questa risoluzione ch'hanno presa,
E per ora difetti nun ce trova.

Pe me, però, dovenno fa la spesa,
Pe fa na cosa mejo, e poi più nova,
Ciavrebbe fatto fabbricà na Chiesa. (2)

Note:
1. Il Cav. Ottino che fece fiasco colla sua illuminazione.
2. Perché a Roma abbondano in grande abbondanza Chiese e Fontane.

Augusto Marini
1872
Da: Cento sonetti in vernacolo romanesco, Perino 1877, pag. 52

 
 
 

Vecchie ottobbrate sull'Appia Antica

Vecchie ottobbrate sull'Appia Antica

Ma indove trovi più l'incannucciate
pe' ritornacce a fà la « passatella »,
a giocà a «morra», a beve a garganella,
sull'Appia Antica, ar tempo d'ottobbrate?

Sète sparite, vigne aggrappolate,
dall'uva bianca, nera e pizzutella,
e puro voi, bellezze in carettella,
ragazze spopolanti e ingrillettate.

Balli a l'antica ar sòno der pianino,
accordi de ghitare appassionate,
tra er vai e viè de li caretti a vino.

E sotto ar celo limpido e sereno,
stornelli co' le voci più aggrazziate,
'n'odore d'erba, de mentuccia e fieno.

Amilcare Pettinelli
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 368

 
 
 

Er vino de li frati

Er vino de li frati

Er vino de Ii frati a via Baccelli,
straportato ner fusto de copella
da Ii vigneti attorno a li Castelli,
te ristora la gola e le budella,

Si te ne scoli un litro a garganella,
a sede' sotto l'arberi gemelli
che l'estate funzioneno da ombrelli,
te pare che la vita sia più bella.

Vino de le campagne nostre, care,
spisciolato dall'uve bianche e nere,
bono pe' di' la Messa su l'artare,

sei te lo sciurio, identico e preciso
sversato da li frati ner bicchiere,
bevuto da li Santi in paradiso!

Francesco Possenti
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 361

 
 
 

Il San Giuseppe al Trionfale

Il San Giuseppe al Trionfale

I palazzi di Trionfale
vengono incontro
in rumorosa quadriglia:
tendono sopra di noi
braccia di lampadine
e odor di vainìglia.

Gioiose voci lanciano antiche
invettive e la sguaiata apòstrofe
s'intreccia
alla casta allegria.

L'olio bolle nelle pentole,
il fumo aureola i lampioni
e dall'odorosa magìa
sboccia d'incanto il bigné
e la frittella inventa
la delizia del cerchio.

La venditrice grida l'elogio
dei suoi dolci e l'ampio
seno di matrona si distende
tenero e quieto
come una piazza romana.

Edoardo Sala
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 400

 
 
 

Padre Giovanni Genocchi

Padre Giovanni Genocchi
Presbyter Ravennas
Cristo MDCCCLX-MCMXXllll

Tale è il ricordo marmoreo
in una oscura cappella
del Quattrocento
in San Giacomo degli Spagnoli
in un angolo di Piazza Navona.
Una porta s'apre
sulla fontana del Moro,
un'altra sulla facciata della Sapienza
e sul miracolo
del campanile di Sant'Ivo.
Là dorme il sonno eterno
Padre Giovanni Genocchi.
Era alto, curvo,
la barba fluente
prima grigia, poi bianca.
Il suo sguardo di miope
fissava buono
gli uomini e le cose
e sempre gli restava un margine
per vedere quello
che lui solo vedeva.
La sua parola scendeva
come un fiume placido
che mai si increspava;
acque limpide,
quasi immote,
pure il fiume scendeva al suo mare,
il mare di Cristo, della Carità.
Lo incontrai nell'età torbida
dell' adolescenza,
l'età dei sogni inumani,
delle sconfinate illusioni.
Mi parvero le sue parole
di una semplicità di fanciulla;
sentivo il fascino
del vegliardo michelangiolesco
dagli occhi miti e la parola dolce;
ma fuggii dietro i folli richiami
di quella che crediamo la vita.

Un ventoso meriggio di aprile
mi ha ricondotto a Padre Genocchi
in un richiama inconscio
ai luoghi dell'adolescenza.
L'acre melanconia
s'è dispersa
al Tuo ricordo, o Santo.
Non un rimprovero
come allora, come sempre,
nella Tua voce
nel Tuo sguardo.
Come allora, come sempre
l'infinita comprensione
della debolezza dell'uomo
e la certezza del transito lieve
delle acque lente del fiume
verso il porto sicuro,
là dove il fiume
combacia col mare
e l'uomo,
accompagnato da Cristo
con Dio.
Così come accade nei bei giorni
al mare di Ravenna
dai canali che hanno lambito
le colonne e i moSaici
dei templi bizantini.

Alfredo Signoretti
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 422

 
 
 

Ponte Garibaldi

Post n°4412 pubblicato il 01 Dicembre 2017 da valerio.sampieri
 

Ponte Garibaldi

Quando dietro la cupola
di San Pietro
il sole si nasconde
sembra volerla incendiare,
giungendo ad allungare
con mano voluttuosa
morbidamente
una carezza rosa
alla montagna azzurra.
Al lontano orizzonte
Rocca di Papa si assopisce
in un sorriso
di struggente malinconia.
Le vecchie pietre del Ponte Palatino
e dell'Isola Tiberina,
le fatidiche pietre
della vetusta Roma,
in quella luce,
hanno un palpito lieve
di nostalgia
risvegliando nella loro anima
un ricordo di potenza
che nella popolare fantasia
vive ed agisce
come il tessuto dì una favola.

Anche il Ponte Garibaldi,
ebbro di colore,
pare che arda
mentre ti conduce laddove
il grande Gioacchino,
in cappello a cilindro e finanziera,
all'ombra di due pini
e fingendo di scherzare,
vigila del suo popolo
la civile conquista
di una serena giocondità
nascondendone tutta l'amarezza,
e parendo cercare la verità
come nei prati
si cerca l' insalatina
guardando in terra.

Stringendosi alle braccia
in atto di solidale amicizia,
tre giovanissime popolane
cantano a squarciagola
attraversando il ponte
per ritornare a casa.
Vantano
la colma rotondità del ventre
sotto la veste sciolta:
spose dell'anno
e gravide tutte tre nel nono mese.
Due brune a lato
e nel mezzo la bionda
lasciando svolazzare
la chioma lucida e robusta
sembrano proclamare
l'affascinante varietà
della muliebre bellezza:
«Quanto sei bella Roma di prima sera».

Aldo Palazzeschi
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 346

 
 
 

Canticchianno a 'la luna

Canticchianno a 'la luna

Luna che ce rincori quann'è sera,
sempre s'intenne quanno che nun piove,
sta attenta: l'omo mo sta a fa' le prove
pe' venì su da te, fa 'gni maniera
pe' conquistatte e si ciariverà,
er tu grugno soridente
quanti pianti se farà!

Tu che c'ispiri amore a tutta prova,
che co' la luce ce ricami tutto,
sta attenta che mo l'omo farabbutto
s'è messo in testa de venìtte a trova,
e si pe' caso ce riescirà,
luna bella pacioccona
nun farai che tribbolà.

Si ariva l'omo, buttelo de sotto
perché viè a avvelenatte er tu' destino,
te farà micca come fa er burino
co' la patacca ... d'oro e farà er dotto
p'inventà tutte le dificortà.
Er tu' grugno ch'è sereno
le boccacce ce farà!

Si te viè a trova l'omo che pretenne
co' la guera spietata a mette pace,
'gni vurcano smorzato se riaccenne,
l'atomica sarà la tu' fornace
che in un baleno te potrà agnentà!
Così luna si viè l'omo
hai finito de campà!

Co' 'sta mania de sfratti ch'è 'na spina,
l'omo ch'aggisce senza sentimento,
a te te sfratterà dar Firmamento
pe' da' er posto a 'na stella più carina,
perché jè piace sempre a pomicià.
Si tu voi scanzà 'sta jella,
luna mia, datte da fa'.

Cittadino Moscucci
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 308

 
 
 

La Divina Commedia in romanesco

La Divina Commedia in romanesco

INFERNO - CANTO XXXIII

Quanno me risvejai da quer veleno
de carcere, sentii li fiji in bua
ner chiede pane. Nun tenei più er freno

de la tortura, e causa è la sua,
se tu nun ciài l'orrore e mo nun piagni
vordì che nun hai pianto mamma tua.

L'ora incarzava su quer verbo: magni.
Ne l'avverasse er dubbio io me presi
la testa come uno se la sfragni.

La porta a un martellio de chiodi intesi
ner fonno de la torre fredda e tetra,
senza parlà guardai li fiji offesi.

Er core mio s'era fatto pietra
ma no de loro, tanto ch'uno disse:
"Padre che ciài, che l'occhio in noi se ammetra?"

Risposi: "Niente"· Le pupille fisse
tenni quer giorno co' la notte, e stracchi
loro a cascà faceveno già er bisse.

Come de luce un raggio, entrò, lì a scacchi,
vidi li quattro visi nnr mio viso
che feci in me: "Dio mio, così m'acciacchi?"

Le mano mozzicai a l'improvviso,
ma quelli co' lo sputo che se ammucchia
in gola, e senza un ombra de sorriso

dissero: "Padre: troppo in te se scrucchia
la fame, noi se offrimo volentieri,
così più tu nun batterai la scucchia."

L'intimo torturava li pensieri,
la pena nun conosce più favella,
ciàvevo l'occhi sbigottiti e neri.

Se venne ar quarto giorno, e lì, a la bella
Gaddo cascò dicenno giù disteso:
"Papà, me sento rode le budella. "

Morì. Come me vedi ar freddo preso,
così cascorno l'artri e bestemmiai
la morte ner tenemme ancora illeso.

Tre giorni, pe' tre giorni li chiamai,
ma poi, capisci, se diventa matto,
de fame mori ma de pena mai.

INFERNO - CANTO V

La bocca appiccicò su la mia bocca:
libro ruffiano: uno a l'artro trasse
leggendo de li sensi quer che tocca.

Mentre 'ste cose disse, a le ganasse
scenneva er pianto a l'artro; ner mio esame
parse che er core in gola me zompasse,

tanto che ce cascai come un salame.

PURGATORIO - CANTO XI

"O Padre nostro che ne la Tua reggia
l'angeli in Tua virtù so' la cadenza
a batte ar ferro de l'amore, e scheggia.

L'umirtà mia de fronte a la potenza
Tua de la grazia, a ognuno l'occhio è velo
benché sia degno de la Tua sapienza,

manna da noi la pace der Tuo cielo
perché le forze nostre mai potranno
scrostaje addosso tutto quanto er gelo.

E a cognizione propria a quer che fanno
l'angeli in sacrificio a sarvamento,
così perviè a coloro che nun sanno.

Dacce ner nostro spirito in tormento
dei suffragi ner pane d'eucarista,
la sarvazione scopo de l'intento.

E come er male a noi che ce rattrista
percui er perdono in primo se saluta,
Tu uguale a nun guardà la nostra vista.

Che la nostra virtù resta abbattuta
conforme a chi e pe' chi la tenta a prova
mettella a repentajo de chi sputa.

E 'st'urtima orazione sempre nova
fa che sia data a dimostrà l'omaggio
de desiderio a chi dietro se trova.

Bona felicità ner nostro viaggio e loro."

Claudio Patrizi
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 287

 
 
 

Via in Serci

Via in Serci

Quanno ripenzo ar nome de 'sta via
chissà perché, me riviè sempre in mente
certa gente curiosa, certa gente
che nissuno sa bene quer che sia.

La critica a le vorte, assai indurgente,
sia che lo faccia un po' pe finteria,
sia che je frutti a di' quarche bucia,
te crea l'innesisttbile dar gnente.

Così un poeta, un musico, un pittore
senza ingegno e magara un po' cretino,
te viè' chiamato artista de valore.

Propio come via in Serci, 'n'do' li serci
li poi puro cercà cor lanternino,
che nun li trovi manco si te sguerci!

Nota: La «Via in Selci» è una delle poche vie di Roma non selciata.

Armando Morici
Da Strenna dei Romanisti, 1965, pag. 276

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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