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Della Casa 06: sonetti

Post n°1151 pubblicato il 28 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XXVI

Mentre fra valli paludose e ime
ritengon me larve turbate e mostri,
che tra le gemme, lasso, e l'auro e gli ostri
copron venen che 'l cor mi roda e lime;

ov'orma di virtù raro s'imprime,
per sentier novi, a nullo ancor dimostri,
qual chi seco d'onor contenda e giostri
ten vai tu sciolto a le spedite cime.

Onde m'assal vergogna e duol, qualora
membrando vo com'a non degna rete
col vulgo caddi, e converrà ch'io mora.

Felice te, che spento hai la tua sete!
Meco non Febo, ma dolor dimora,
cui sola pò lavar l'onda di Lete.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 26 (pag. 14)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 274

Note:
Anche questo al Cappello; ed è risposta per le rime, come usavano i poeti d' un tempo, e qualche volta anche quelli del nostro. Il sonetto del Cappello comincia: Casa gentil, che con si colte rime.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXVII

Gioia e mercede, e non ira e tormento,
principio son de le mie risse nove,
e con pietate Amor guerra mi move:
che com'è più tranquillo, i' più 'l pavento.

Ma sì speranza in me ragione ha spento
e sì tolte mi son l'armi ond'io prove
difesa far, ch'io bramo in me rinove
l'acerbo imperio suo, non pur consento.

Mansueto odio spero e pregion pia
da signor crudo e fero, a cui pur dianzi
con tal desio cercai ribello farmi.

O penser folle! e te, Venezia mia,
ne 'ncolpo, ch'a nemico aspro dinanzi
e d'ardire e di schermo mi disarmi.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 27 (pag. 14)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 275

Note:
Quando il Casa compose questo sonetto era nunzio in Venezia, mandatovi da Paolo III; ed innamorò di certa Cammilletta. Il seguente e l' altro hanno Io stesso soggetto. È questa la seconda fiamma accesa al cuore del poeta; però chiama la sua nuova galanteria prigione seconda.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXVIII

Certo ben son quei due begli occhi degni
onde non schifi il cor piaga profonda,
e quella treccia inanellata e bionda,
ove al laccio cader l'alma non sdegni.

Altri due lustri e più nel mio cor regni
e mi conduca a la prigion seconda
Amor, che i passi miei sempre circonda
co' i più pericolosi suoi ritegni;

poi che sì dolce è 'l colpo ond'i' languisco,
sì leggiadra la rete ond'i' son preso,
sì 'l novo carcer mio diporto e festa.

Benedetta colei che m'have offeso,
e 'l mare, e l'onda, in cui nacque il mio risco
securo, e la tranquilla mia tempesta.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 28 (pag. 15)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 276

Note:
V. 5. Altri due lustri e più, ec. Vedi il sonetto XX, ove canta di essere contento di vivere servo d' amore sette anni e sette; e se vogliamo trovare corrispondenza colla storia dell'Isacide, bisogna anche aggiugnere con differita mercede fino a quel lungo termine. Sembra che la sua prima passione, probabilmente per la Orsina, fosse durata oltre ai dieci anni. Di questa seconda parmi non dovesse superbire il poeta gran fatto, s'è quella di cui parla a Girolamo Quirino come d' un amorazzo (vedi la decima delle Lettere al Gualteruzzi). Gli anni concorderebbero, e questi sonetti sarebbero stati scritti nel 1544, o indi a poco. Dall'amorazzo ebbe un figlio, e il chiamò Quirino, in memoria di Lisabelta Quirini e di M. Girolamo, persone da lui amate e stimate, come spiega l'indulgentissimo annotatore delle prefate Lettere al Gualteruzzi. Di madonna Lisabetta Quirini vedi più innanzi.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXIX

Soccorri, Amor, al mio novo periglio,
ché 'n riposo e 'n piacer, travaglio e guai,
e 'n somma cortesia morte trovai,
né vagliono al mio scampo armi o consiglio.

D'un lieto sguardo e d'un sereno ciglio,
cui par nel regno tuo luce non hai,
a te mi doglio, ch'ivi entro ti stai,
e d'un bel viso candido e vermiglio.

E de' leggiadri membri anco mi lagno,
eguali a quei che contrastar ignudi
vider le selve fortunate d'Ida.

Da questi con pietate acerbi e crudi
nemici (poi ch'ancor non mi scompagno
da le tue schiere) tu, che pòi, m'affida.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 29 (pag. 15)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 277



XXX

Le chiome d'or, ch'Amor solea mostrarmi
per meraviglia fiammeggiar sovente
d'intorno al foco mio puro, cocente
(e ben avrà vigor cenere farmi),

son tronche, ahi lasso: o fera mano e armi
crude, e o levi mie catene e lente!
Deh come il signor mio soffre e consente
del suo lacciuol più forte altri il disarmi?

Qual chiuso in orto suol purpureo fiore,
cui l'aura dolce, e 'l sol tepido, e 'l rio
corrente nutre, aprir tra l'erba fresca;

tale, e più vago ancora, il crin vid'io,
che solo esser devea laccio al mio core:
non già ch'io, rotto lui, del carcer esca.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 30 (pag. 16)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 278

Note:
Non so se scritto per la Quirini, ma crederei che fosse piuttosto per la Cammilletta soprannotata. Si paragoni a quello dell'Ariosto sopra lo stesso soggetto a pag. 93 della nostra raccolta. La prima terzina è pasta catulliana. E si questo, che il seguente, ebbero lodi grandissime e meritamente, essendo bellissimi in ogni parte. Dai commentatori si citano parecchie poesie per chiome recise. Chi non sa dell' elegia di Callimaco e dell'ode di Anacreonte pei capelli fatti radere dal tiranno Policrate al giovine Smerdia? (Eliano, Storia Varia, lib. IX, cap. 3). Nel VII libro degli Epigrammi greci si ha d'una chioma che un geloso fece tagliare all' innamorato. Peggior fatto si narra dal Guicciardini, sul fine del lib. VI, d'Ippolito, cardinale, da Este, che fece cavar gli occhi a Giulio suo fratello carnale, perchè concorrenti nel suo amore. Nei versi 7-8 sono ricordati que' del Petrarca, p. I, s. 176: Ma tu come il consenti, o sommo Padre, Che del tuo caro dono altri ne spoglie?
E vedi anche il primo dell' Ariosto.
(Carrer, cit., pag. 305)

 
 
 

Il Dittamondo (5-24)

Post n°1150 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXIV

"L’aspido sordo lo balsamo guarda
sí, che sua vita a la morte dispone:
veglia e quanto può lo sonno tarda. 

Sotto Rifeo, in quella regione 
lá dove gli Arimaspi fan dimoro, 5 
son li smeraldi a guardia del grifone. 
E cosí per li stremi di costoro, 
dove noi siamo, per la rena molta 
truovi formiche assai, che guardan l’oro. 
O doloroso avaro, anima stolta, 10 
che guardi l’or come bruto animale, 
lo qual non ha ragion né mai l’ascolta, 
dimmi: ecco la morte; che ti vale? 
E dimmi, se pur vivi e non ne hai prode, 
s’altro ne puoi aver che danno e male. 15 
L’oro è buono a colui il qual lo gode 
e fanne bene a’ suoi e dá per Dio 
e che n’aspetta il cielo e, qua giú, lode. 
Ma qui taccio di te, aspido rio, 
per tornar dove lassai, in su la rena, 20 
le tue soror col cupido disio. 
Grandi son come can che s’incatena; 
dente han qual porco e leonine zampi: 
di nascondere l’oro è la lor pena. 
Se ’l dí per torne vai, da lor non scampi; 25 
la notte, quando stan sotto la terra, 
sicur ne puoi portar, ché non v’inciampi". 
Cosí quel savio accorto, che non erra, 
seguio lo suo parlare, andando sempre, 
come tenea il cammin, di serra in serra. 30 
"Ancora vo’ che ne la mente tempre 
la forma del parandro, a ciò che tue, 
se gli altri noti, questo metti in tempre. 
La sua grandezza è simile d’un bue 
e tal qual cervo mostra la sua testa, 35 
salvo ch’ello ha maggior le corna sue. 
Nel Nilo vive piú ch’a la foresta; 
e tal qual vedi il pel de l’orso fatto, 
di quel propio color par che si vesta". 
Indi mi disse la natura e l’atto 40 
de la sua vita, sí come la conta, 
ch’assai mi piacque e parvemi gran fatto. 
Poi del polipo e del cameleonta 
m’aperse, come l’uno nasce in mare, 
in terra l’altro: e la vita m’impronta. 45 
"Lo lupo Licaon dipinto pare 
di tanti color nuovi e sí diversi, 
che l’uom, che ’l vede, il pel non sa contare. 
L’istrice truovi in questi luoghi spersi 
sí grande e duro, che, ove lo spin getta, 50 
verretta par che dal balestro versi. 
Però, quando è cacciato e messo a stretta, 
sí forte scocca i colpi e li spesseggia, 
che mal ne sta qualunque can l’aspetta. 
L’uccello pegaseo par che si veggia 
di qua e questo a riguardare è tale 
per novitá, quanto altro che si leggia. 
Ardito, forte e fiero sta su l’ale; 
niuna cosa tien piú di cavallo 
che sol l’orecchia, ché propio l’ha tale. 60 
Io dico struzzi molti, senza fallo, 
e piú altri animal, ciascuno strano, 
puote veder qual va per questo stallo". 
Alfin mi nominò lo tragipano, 
dicendo: "Questo piú d’aguglia cresce 65 
ed è quanto altro uccel crudo e villano. 
Fuor de la fronte due gran corna gli esce 
simili a quelle ch’a un montone vedi, 
con le quai s’arma e ferir non gl’incresce". 
Cosí movendo per l’Africa i piedi, 70 
parlando d’una cosa e altra strana, 
giungemmo dove ancor mi disse: "Vedi". 
E mostrommi in un piano una fontana, 
dicendo: "Al mondo non la so migliore 
a la voce de l’uomo né piú sana". 75 
E io a lui: "Se quella di Litore 
e questa avesse un musico per uso 
piú li farebbe assai, che ’l vino, onore". 
La nostra via era come un fuso 
diritta in vèr levante, dove il Nille 80 
percuote Egitto e bagnalo col muso. 
Io vidi fiammeggiar foco e faville 
in tanta quantitá, che ’l monte d’Enna 
non par maggior, quando arde mare e ville. 
Qui mi volsi a colui, lo qual m’impenna 85 
di ciò ch’è il vero, quando sono in dubio, 
e dissi: "O sol, del vero qui m’insenna. 
Quel che foco è? Arde bosco o carrubio 
sopra quel monte, o fallo natura 
sí come vidi giá sopra Vesubio?" 90 
Ed ello a me: "Figliuol, se porrai cura, 
quando piú presso del monte saremo, 
vedrai che fuor ne svampa la calura". 
E poi che ’n quella parte giunti semo, 
non è si alto il Torraccio a Cremona, 95 
come quel foco andare in suso spremo. 
E, nel forte spirar, tai mugghi sona 
con voci spaventevoli per entro, 
che smarrir vi farebbe ogni persona. 
Allor diss’io: "Ben credo che dal centro 100 
de lo ’nferno questa fiamma procede, 
a gli urli e gridi ch’io vi sento dentro. 
E certo, se la porta qui si vede 
d’andare in esso, non m’è maraviglia,
ché questa gente non ha legge e fede 105
e poi dimonio ciascun ci somiglia".
 
 
 

Mariotto Davanzati 09

Post n°1149 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

IX

Capitolo di Mariotto d'Arrico Davanzati, cittadino fiorentino, pure sopra l'amicizia, recitato nel predetto luogo e tempo per Messer Antonio di Matteo di Meglio, Cavaliere Araldo della Magnifica Signoria di Firenze.

Quel divo ingegno, qual per voi s'infuse,
onde 'l greco e latin poema uscìo,
o sacre o sante e venerande Muse,
s'infonda or sì nello 'ntelletto mio
ch'al degno e bel prencipio, mezzo e fine
ne satisfaccia tal qual io desio!
O chiome illustre mirte e pellegrine,
sovenite ora al servo bisognoso
coll'arme fuor delle mortal vagine!
O di mie vita sostegno e riposo,
compatrïoti miei Dante e Petrarca,
sanza i qua' di parlar non sare' oso,
ponete mano alla mie fragil barca
sicché, per mezzo di duo sacri lumi,
di palma e lauro in porto arrivi carca,
trattar volendo elezioni e costumi
e legami ed effetti d'amistate,
come s'apprenda mantenga e consumi!
Notar dovriesi pria la degnitate
immensa in tanto sublime inventore,
quanto la lingua nostra ha di bontate;
ma, sol per non uscir del certar fore,
in me disposi tacerlo al presente
per cerner tra gli amici el frutto e 'l fiore.
Né in invenzion fabulose e assente
dal termin dimandato vo' mie versi
indarno ispender sì disutilmente,
quale in opre comporre, o in diversi
titoli degni a parlar per figura,
sotto fizion già molti intender fêrsi.
Ma perché con poetica mistura
filosofia è qui ferma e 'ndivisa,
tutte fizion fien fuor d'esta misura.
Né per ambizïon vo' far recisa
amicizia da sé, soffisticando
per vari modi e sentenzia intercisa.
Alcun dice amicizia regnar quando
l'uno amico dall'altro utile aspetta
e, quel mancato, lei venir mancando;
e ch'un'altra amicizia è che diletta
la vita dell'amico, e qual si volta
el disiderio, tal la fa imperfetta.
Così, sott'ombra d'amistà, raccolta
fanno di molte e varie adulazioni,
qual tedian chi le dice e chi l'ascolta.
Ma a vera amicizia i miei sermoni
drizzo, la qual sol per virtù s'elegge,
unica, intègra a paragon de' buoni.
Tant'alta gloria in sé reserva e regge
questo immortale, invitto e divin titolo,
che comprender nol può l'umana gregge.
E se in prosa, in dialogo o 'n capitolo
alcun trattonne o tratta, il caso innizia
e scompigliato poi lascia il gomitolo,
ché questo eccelso effetto d'amicizia,
qual dee, regnando per sua conseguenza,
il rigor danna e ministra giustizia;
onde i mortali invan viverien senza,
né necessaria cosa più ci appare
pel conservar dell'umana semenza.
Con costante e matur diliberare
Socrate vuol ch'elegger cerchi amici
con possa e voglia a fedeltà servare,
e ch'amico è chi non pur ne' filici
avenimenti ti vicita e proffera,
ma fermo a' medïocri e a' mendici,
e per l'amico amico in pace soffera
qualunque cosa più greve e molesta
e di nuovo sé pronto dona e offera.
La vita dell'amico allegra o mesta
qual la tuo propria debbi reputare,
e d'un pari volere esser contesta,
e volere anzi vita abbandonare
pel vero amico che coll'inimico
viver, credendo per lui triünfare.
Aristotile afferma che l'amico
nel prosper tempo a conoscere è duro,
ma presto il cerna lo stato mendico;
che fuor d'amistà sia acro e scuro
el vivere, e che nullo eleggerebbe
di viver senza nel tempo futuro;
che, tolto a' fortunati in chi vorrebbe
per amistà lor ben comunicare,
la lor prosperità nulla sarebbe,
né potrieno atto virtuoso usare;
el miser, non avendo alcun refugio
d'amico, si porria morto chiamare
e che 'l bruto animal, che dal pertugio
sol di natura il lume attende e piglia,
privo d'ogni elezion, col cervel bugio,
amar si vede, effetto e maraviglia;
onde amicizia nasce e si nutrica
e virtù senza lei non si consiglia.
Onde vuol ch'amistà virtù si dica
essere in sé o tal qual virtù puote,
senza la quale indarno s'affatica.
Ma Teofrasto par ch'affermi e note
dover l'amico anzi amar che provare
s'estrema nicistà non si percuote.
E Pittagora vuol che tal trovare
si debba uom senz'amico, qual senz'alma
corpo, possendo vivo al mondo stare.
Né vuol che tu ti carchi della salma
dell'adular l'amico, ch'amistate
da dritto e ben parlar prencipia e calma;
e che sia amico di tal degnitate
ch'altri d'averlo per nimico tema,
e, quando regge in gran prosperitate,
l'amico tuo il vicitare iscema
e va' vi raro se non se' chiamato;
ma s'egli avien che 'l male stato il prema,
senza chiamar debb'esser vicitato
e soccorso da te col dire e 'l fare,
mostrando lui, non sua fortuna, a grato;
e che l'amico, quando ingiurïare
si vede, tal più ch'altri si corruccia,
qual freddo o caldo non può insieme stare.
E se per caso amico da te muccia,
nemico fatto, non speri che t'ami
in etterno, ché tutti èn d'una buccia.
E ben ch'amico a te si mostri e chiami,
tornar cercando in tua pristina grazia,
quale a' pesci t'aopra e l'esca e gli ami;
né cerca per amor di contumazia
volere uscir, ma per util ch'aspetta,
o per me' far di te suo voglia sazia;
sicché, se ben non colse la saetta,
la quale a te come nemico trasse,
sotto inganno me' colga e vada netta.
Ed amico richiedi quel gustasse
di voler tu da lui esser richiesto
perch'amistà d'un sol lato non fasse,
degno, giusto legame alto ed onesto
esser dell'amistà la vera fede,
senza 'l qual sarie 'l mondo acro e funesto.
E Augustin, d'Ambrogio degno erede,
in Civitate Dei vuol che l'amico
ami qual l'alma che dentro a te sède.
Ma 'n fra più degne cose ch'io v'isprico
per distinguere il titol glorioso,
qual mai non giunse moderno od antico,
non vo' che 'ndietro, derelitto e ascoso,
il nostro moral Seneca rimagna,
d'ogni virtù, ma più di questa, sposo,
qual vuol più dolce, più nobile e magna
cosa non possa al mondo uom possedere
ch'un amico provato in suo compagna,
col quale ogni accidente, ogni pensiere
possa cumunicar qual con se stesso,
e di par voglia allegrare e dolere.
Né vo' tacere insomma il noto espresso
volume, il quale il nostro almo oratore
per ciò compose; ma pur brieve il tesso,
perché, ordinato a narrar tal tinore,
sarie il framesso più che la vivanda:
ma diànne quel ch'è di miglior sapore.
Onde afferma che ciò ch'uomo addimanda
siccome cose buone e singulari
una disia, perché in altra si spanda.
Qual per ispender si disia danari
e per seguito aver, brama potenza,
onor, per esser tra gl'illustri e chiari
diletto dona d'allegrezza intensa,
amistate per esser amicato;
e così l'altre van per conseguenza.
Ma solo ad amicizia è riservato
da tempo né da luogo esser rimossa,
ma ti bisogna da qualunque lato;
e che sempre ti segue e sempre ha possa
dove acqua o foco non ti fa mestieri,
e d'ogni tuo sinestro alla riscossa;
tal che l'amico morto, e non pure ieri,
qual prima vive nella mente al vivo
amico, e 'n fama ritorni qual t'eri.
E tal cosa uom per sé di fare è schivo
che per l'amico fa, perch'onestate
d'onor l'addorna in altri, e 'n sé il fa privo.
E tutte cose, a fermezza ordinate
di cielo in terra, dice Agrigentina,
discordia fugge e contrage amistate,
la qual tra' buon com'oro in foco affina:
in par consentimento e voluntà
suo forza regge e in averso ruina.
Nel vecchio amico è tal più degnità
che nel nuovo, qual è dal fiore al frutto,
ché l'un dà speme e l'altro utilità.
E vita brevitale in parte o in tutto,
secondo ch'Ennio vuole, esser non puote
senza benivolenza o suo costrutto.
Or tutte este sentenzie sopra note
per molti e varî autor, qual sai, racconto,
non tutte in me son ferme né remote;
ma quanto i' ne conosco e sento pronto
esplicherò, non più come auctorista,
ma qual per dare e per aver tien conto.
Amico ver l'amico non resista
per mezzo alcun, se non qual se medesmo,
e 'n duo corpi un'anima consista.
E quale in ciel volar senza battesmo
può l'alma tal qui può regnare schiatta
senz'amistà, mancandone un millesmo.
Né per offesa dall'amico fatta
ti debbi mai dall'amicar partire,
anzi di ridur lui col ben far tratta,
ché, proponendo in te, se a te fallire
vedrai l'amico, che più amar nol vogli,
nemico occulto ti vieni a chiarire.
Perché sospetti infra due sono scogli
maggior contro amistate ch'all'acquisto
del paradiso rapine ed orgogli.
E nell'incerto caso, lieto o tristo,
qualunque amico si conosce e scorge
s'egli è fin oro o rame insieme misto.
Il savio sempre al prencipio s'accorge
non si dover co' rei innamicare,
perché tale amistà de' due l'un porge:
o 'n infamia gravissima cascare
pe' portamenti lor brutti e inonesti,
o con odio da lor partenza fare.
Prova l'amico tuo, se 'n fatti e 'n gesti
amicizia, qual dee, dentro a sé sente
non per profitto d'util che 'n te resti,
ma sol per carità farlo gaudente
di tal dolcezza, nulla possedendo,
e se in lui regna in addoppiar fervente.
E perché molti, non ben discernendo,
carità dicono essere amicizia,
qual differenza v'è chiarire intendo:
sorelle son, perché ciascuna innizia
da dritto amore, onde amicizia attende
ad amicare e general letizia;
carità quella conserva e difende
contro agli assalti d'odio e di discordia,
e di più sempre amar fiamma raccende.
L'amico aiuta e non pur con esordia,
ma col portar del suo fallo la pena,
se loco in ciò non ha misericordia;
però ch'Amor, la Magestà serena,
e gli angeli creare e l'uom dispose
e a far Maria poi di grazia piena
pel peccar nostro e, tutt'altre vie ascose
sendo a poter purgar tanto delitto,
in croce il Figlio per l'amico pose.
Onde da amicizia ogni profitto
di tutte altre virtù nasce e mantiensi,
senza quale ogni bene è derelitto.
Però fa' che coll'alma, il core e' sensi
ami l'amico e serva colla fede,
la quale a te per te propio appartiensi,
sempre, in qualunque caso gli succede.

 
 
 

Il Dittamondo (5-23)

Post n°1148 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXIII

Cercato l’Etiopia di ponente,
che ’l Nilo serra e il grande oceano,
e giá passati in quella d’oriente, 

vidi che quella è men di questa in piano, 
e questa piú che quella par diserta 5 
e mostruosa da ciascuna mano. 
Io mi rivolsi a la mia guida sperta: 
"Di quel, diss’io, che è scuro a vedere, 
andando noi, quanto piú puoi m’accerta". 
Ed ello a me: "Figliuol, tu dèi sapere 
che di qua son molti luoghi rimoti 
pieni di genti, di mostri e di fiere. 
Da la parte di Libia vo’ che noti 
uomini lunghi di dodici piedi, 
che nominati son di qua Serboti. 15 
De’ cinocefali i Nomadi credi, 
una gran gente, che vivon di latte: 
poco ne dèi curar, se non li vedi. 
Cosí, per quelle prode ascose e quatte, 
popol bestiali e salvatichi stanno 20 
e, ’n fra gli altri, i Sambari, genti matte. 
Tra lor ti dico che bestia non hanno 
con quattro piedi, ch’abbia orecchia in testa; 
per uso, a chi va ’l can lor signor fanno. 
Li Azachei sono gente da tempesta; 25 
cacciando vanno leofanti e leoni; 
la vita loro è stare a la foresta. 
Ne’ gran diserti di queste regioni 
son fiere molte e velenose assai 
e propriamente infiniti dragoni. 30 
Qui non bisogna dir, ché so che ’l sai, 
la poca forza ch’egli hanno ne’ denti 
e che sol con la coda altrui dán guai. 
Ma quel che non ne sai voglio che senti, 
de la pietra draconica, com’io, 35 
a ciò che ’l sappi dire a l’altre genti. 
Nel celabro del drago acerbo e rio, 
subito morto, la pietra si trova; 
ma se stai punto, non l’andar ratio. 
Bianca la truovi, rilucente e nova; 40 
d’essa giá molti re si gloriaro, 
provate le vertú a ch’ella giova. 
Sotaco, autor discretissimo e caro, 
ti scrive e dice la natura propia: 
però lui truova, se ’l vuoi saper chiaro. 45 
E io ancora assai te ne fo copia; 
ma qui nol conto, ché mi par mill’anni 
ch’io t’abbia tratto fuor de l’Etiopia. 
Per queste selve ancor, piene d’affanni, 
cameleopardi sono e fanno stallo: 50 
nabun lo noman Cirenensi e Fanni. 
Questo ha propio collo di cavallo 
e la sua testa simile al camello 
e qual bufalo ha i piedi, senza fallo. 
Del pelo, a riguardare, è molto bello: 55 
risprende di colori ed è rotato 
d’un bianco tutto, che riluce in ello. 
Questo ti dico che fu pubblicato 
essendo Cesar dittatore, in prima 
per lui, che per altrui, dal nostro lato. 60 
Ancora dentro a queste selve stima 
un animal molto diverso e strano: 
cefos lo noma, se mai ne fai rima. 
Del busto mostra quasi come umano, 
perch’ello ha gambe e pie’ tratti a quel modo 65 
e similmente ciascheduna mano. 
Gneo di Pompeo quivi pregio e lodo, 
però che sol dinanzi dal suo ludo 
questo palesa, ché di piú non odo. 
Un altro animal v’ha fiero e crudo: 70 
quei del paese il chiaman noceronte 
e io il nome suo cosí conchiudo. 
Suso le nara, sotto da la fronte, 
un aspro corno porta per sembiante, 
miracoloso a dir, ben ch’io nol conte. 75 
Odio si porta tal col leofante, 
che spesso si combatton fino a morte: 
non tien l’un l’altro, quando può, in bistante. 
Ancor non è men grande né men forte; 
ne l’acqua si riposa, per costume; 
colore ha busseo e le gambe corte". 
Dissemi apresso quel mio caro lume: 
"Un animal, ch’è detto catoplepa, 
picciol del corpo, lungo il Negro fiume 
si truova, al quale fuor degli occhi crepa 85 
tanto velen, ch’a colui ch’ello offende 
di subito senz’alma riman l’epa". 
Allor diss’io fra me: Ben fa chi spende 
e non è scarso a trovar buona guida, 
se va dove ir non sappia e non l’intende. 90 
Che farei io di qua, tra tante nida 
di serpenti e di fiere, se non fosse 
costui che mi consiglia e che mi fida? 
Certo io ci rimarrei in carne e in osse.
 
 
 

Della Casa 05: sonetti

Post n°1147 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XXI

Già nel mio duol non pote Amor quetarmi,
perché dolcezza altronde in me destille
che da' begli occhi, ond'escon le faville
che sole hanno vigor cenere farmi.

Da lor fui pria trafitto; e con queste armi
chiuda le piaghe mie colei ch'aprille,
o l'inaspri e m'uccida, e pia tranquille
mio corso o 'l turbi, e pur d'orgoglio s'armi.

Però che da lei sola ogni mio fato,
quasi da chiaro del ciel lume, pende:
per altra have ei quadrella ottuse e tarde.

Anzi, quanto m'è 'l raggio suo negato,
tanto 'l mio stame lei che 'l torce e stende
prego raccorci, o fermi il fuso e tarde.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 21 (pag. 11)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 269

Note:
v. 4. Questo verso è ripetuto nel sonetto XXX. Fo ricordo di ciò, perchè s'intenda come possa accadere anche a valenti poeti di ripetere senz' avvedersene interi versi d'altri, se ripetono talvolta anche i proprj.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXII

Né quale ingegno è 'n voi colto e ferace,
Cosmo, né scorto in nobil arte il vero,
né retto con virtù tranquillo impero,
né loda, né valor sommo e verace;

né altro mai, cheunque più ne piace,
empieo sì di dolcezza uman pensero,
com'al regno d'Amor turbato e fero
di bella donna amata or pieta or pace.

Ciò con tutto 'l mio cor vo cercand'io
da lei, ch'è sovr'ogni altra amata e bella,
ma fin qui, lasso me, guerrera e cruda.

Null'altro è di ch'io pensi: ella m'aprìo
con dolci piaghe acerbe il fianco, ed ella
vien che m'uccida, o pur le sani e chiuda.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 22 (pag. 12)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 270

Note:
A Cosimo Gerio, Vescovo di Fano. Il Bembo gl'indirizzò alcune lettere.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXIII

Sotto 'l gran fascio de' miei primi danni,
Amor, di cui piangendo ancor son roco,
è per sé 'l cor oppresso, e non v'han loco
lacrime e sospir novi, o freschi affanni.

E tu pur mi richiami, e ricondanni
a l'aspre lutte del tuo crudo gioco,
là 'v'io ricaggia, e par ch'a poco a poco
di mio stesso voler mi sforzi e 'nganni.

Ma s'io sommetto a novo incarco l'alma
debile e vinta, e poi l'affligga il pondo,
che fia mia scusa? o chi n'avrà pietade?

Pur così stanco, e sotto doppia salma,
di seguir te per le tue dure strade
m'invoglia il desir mio, ned io l'ascondo.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 23 (pag. 12)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 271



XXIV

Nessun lieto giamai, né 'n sua ventura
pago, né pien, com'io, di speme visse
i pochi dì ch'a la mia vita oscura
puri e sereni il ciel parco prescrisse.

Ma tosto in chiara fronte oltra misura
lungo e acerbo strazio Amore scrisse,
e poscia, «in questa selce bella e dura
le leggi del tuo corso avrai», mi disse.

«E questa man d'avorio tersa e bianca,
e queste braccia, e queste bionde chiome,
fian per inanzi a te ferza e tormento».

Ond'io parte di duol strugger mi sento,
e parte leggo in due begli occhi come
non dee mai riposar quest'alma stanca.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 24 (pag. 13)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 272

Note:
Diretto a Bernardo Cappello, di cui vedi a pag. 252 di questa raccolta, e le note a quel luogo. Si lagna di aver anteposto le brighe della corte agli studj.
(Carrer, cit., pag. 304)



XXV

Solea per boschi il dì fontana o speco
cercar cantando, e le mie dolci pene
tessendo in rime, e le notti serene
vegghiar, quand'eran Febo e Amor meco.

Né temea di poggiar, Bernardo, teco
nel sacro monte ov'oggi uom rado vène:
ma quasi onda di mar, cui nulla affrene,
l'uso del vulgo trasse anco me seco,

e 'n pianto mi ripose e 'n vita acerba,
ove non fonti, ove non lauro od ombra,
ma falso d'onor segno in pregio è posto.

Or con la mente non d'invidia sgombra
te giunto miro a giogo erto e riposto,
ove non segnò pria vestigio l'erba.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 25 (pag. 13)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 273

 
 
 

Il Dittamondo (5-22)

Post n°1146 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXII

Quanto è maggior la cosa e piú affanno
per acquistarla soffrir si convene;
e quanto ha l’uom piú cuor, men li fa danno. 

Pensa come Alessandro con gran pene 
acquistò il mondo e quanto al nobil core 
parve leggeri e poco tanto bene; 
e pensa quanto Glauco pescatore 
s’affaticava e, se prendeva un pesce, 
rimanea stanco e teneasi signore. 
Dunque, se per valor del cuor l’uom cresce 
in fama, non temer, ma prendi ardire 
e fatti forte, quanto piú t’incresce. 
Questo cammino, onde ora dobbiam ire, 
è tanto grave, pauroso e oscuro, 
quanto alcun altro, ch’io sapessi dire". 
Cosí quel mio maestro caro e puro 
mi disse; e io a lui: "Va pure innanzi, 
ché me vedrai qual diamante duro. 
Ben penso che di’ questo, perché dianzi 
mostrai d’aver paura di coloro, 
dov’io dissi: "Per Dio, che qui non stanzi! –". 
Non mi rispuose né fe’ piú dimoro; 
prese la strada dritta in vèr levante, 
che giá cercato avea di foro in foro. 
Grande il paese e sonvi genti tante, 
che pare un formicaio e, se ben vidi, 
poveri alberghi v’hanno per sembiante. 
"Tutta Etiopia in due parti dividi, 
disse il mio sol: l’una è questa in ponente; 
l’altra suso in levante par s’annidi. 
Tra l’una e l’altra non abita gente; 
sí v’è la terra rigida e selvaggia, 
ch’a la vita de l’uom non vale niente". 
Cosí parlando, trovammo le piaggia 
del Negro, un grande e nobile fiume, 35 
che bagna l’Etiopo e che l’assaggia. 
Vero è che, per natura e per costume, 
questo col Nilo un’acqua si crede: 
e tal lo troverai in alcun volume. 
Io vedea per tutto andare a piede 40 
uomini e femine e stare in brigata, 
come fra noi le mondane si vede. 
Mentre io mirava, disse Solin: "Guata 
questa gente bestiale e senza legge 
come al piacer di Venere s’è data. 45 
E sappi che di quante se ne legge, 
non truovi schiatta di questa piú vile: 
niun conosce il padre, ben ch’el vegge. 
E per natura il mondo ha questo stile: 
che ne’ piú stremi i men nobili pone 50 
e per lo dritto suo i piú gentile. 
Al gran calor, che ’l sole qui dispone, 
Etiopi funno primamente ditti, 
secondo che alcun vuole e propone. 
Sotto il cardin meridian son fitti: 55 
assai ci sono i quali, spesse volti, 
lo sol biasteman, sí da lui son fritti. 
Piú popoli diversi, e bestial molti, 
si ponno annoverare in questa parte 
e genti nude, per le piagge sciolti. 60 
Poco si curan di scienza o d’arte; 
la terra han buona e bestiame assai, 
oro e gemme quanto in altra parte. 
Truovi ove funno, s’al mezzodí vai, 
Antipodes da presso a l’oceano, 65 
di cui i poeti parlâr come sai". 
Cosí cercando il paese lontano 
e ragionando, giungemmo a un lago 
ch’assai mi parve di natura strano. 
"Non si vuol esser di quest’acqua vago, 70 
disse Solin, per sete che l’uom abbia, 
perché quella d’Acon non fa piú smago: 
però che chi ne bee o ello arrabbia 
o che dal sonno egli è si forte preso, 
che come morto il portaresti in gabbia". 75 
Di lá partiti, io andava sospeso 
tra quelle genti e davami lagno 
di veder quel ch’io vengo a dir testeso. 
Pensa, lettor, se mai fosti in Bisagno 
o in Poncevere, nel tempo del Gemini, 80 
per festa, ch’uom non cerchi alcun guadagno, 
e veduto hai donne, donzelle e femini 
coi volti lor piú neri assai che mora 
e i denti come neve, che ’l ciel semini, 
tali eran quei di questi ch’io dico ora: 85 
e cosí degli azzurri e verdi scuri, 
sí come quivi, non vedesti ancora. 
Barba non hanno o poca i piú maturi; 
le labbra grosse dico e i nasi corti; 
crespi i capelli e ne la vista oscuri. 90 
Assai dei corpi lor son duri e forti, 
freddi del cuore e vil quanto coniglia 
e ne l’atto de l’armi poco scorti. 
Se di guardarli m’era maraviglia, 
minor non parea lor di veder noi: 95 
ridean fra lor, rivolte a noi le ciglia,
e l’uno a l’altro n’additava poi.
 
 
 

Mariotto Davanzati 07-08

Post n°1145 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

VII

Ad Antonio di Meglio. Mandato all'araldo in preghiera della canzona.

Messer Anton, della più eccelsa petra
e dove men valore ha sempre Appollo,
in grembo al più quïeto e vago collo,
che di Muse o d'Orfeo sentisse cetra,

col basso ingegno mio, ch'amore aretra,
per forza svelsi, e non al primo crollo,
questa tremante e rozza in atto brollo,
tal ch'assai più merzé che fama impetra.

Però, siccome a giusto e caro padre,
a voi ricorre, e me priega ch'i' prieghi
la vostra immensa e solida eccellenza,

che, coll'opere vostre alte e leggiadre,
l'amaestrate sì ch'ogn'uom si pieghi
dov'ella arriva a farle reverenza.


VIII

Sonetto del detto mandato al cardinale di Colonna nobilitandolo. E fu a dì 5 di luglio 1441.

Sacra eccelsa colonna invitta e giusta,
qual per fama e per merto il ciel trascende,
per l'alte alme illustre e reverende
d'appostolica mano e di robusta,

se mai contrari venti ebbe tuo fusta
per fortuna o destino o lor vicende,
or t'allegra, ché 'n te tal luce splende,
qual Pietro in Dio per la Chiesa vetusta.

Tal che più fiamma in vetro non traspare
che 'n te, inclito mio caro signore,
d'ogni cristian la disïata speme.

Tu debbi il mondo in pace collocare
e 'nvïar l'alme al sommo Redentore,
fior, fronde, frutto del tuo santo seme.

 
 
 

Della Casa 04: sonetti

Post n°1144 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

XVI

Tempo ben fôra omai, stolto mio core,
da mitigar questi sospiri ardenti,
e 'ncontr'a tal nemico, e sì pungenti
arme, da procurar schermo migliore.

Già vago non son io del mio dolore:
ma non commosser mai contrari venti
onda di mar, come le nostre menti
con le tempeste sue conturba Amore.

Dunque dovevi tu spirto sì fero,
ver' cui nulla ti val vela o governo,
ricever nel mio pria tranquillo stato?

Allor ne l'età fresca, uman pensero
senz'amor fia, che senza nubi il verno
securo andrà contra Orione armato.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 16 (pag. 9)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 264

Note:
Dialogo fra il Poeta e il suo cuore.
(Carrer, cit., pag. 304)



XVII

Io, che l'età solea viver nel fango,
oggi, mutato il cor da quel ch'i' soglio,
d'ogni immondo penser mi purgo e spoglio,
e 'l mio lungo fallir correggo e piango.

Di seguir falso duce mi rimango,
a te mi dono, ad ogni altro mi toglio;
né rotta nave mai partì da scoglio
sì pentita del mar, com'io rimango.

E poi ch'a mortal rischio è gita invano,
e senza frutto i cari giorni ha spesi
questa mia vita, in porto omai l'accolgo.

Reggami per pietà tua santa mano,
Padre del ciel, ché poi ch'a te mi volgo,
tanto t'adorerò quant'io t'offesi.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 17 (pag. 9)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 265



XVIII

S'io vissi cieco, e grave fallo indegno
fin qui commisi, or ch'io mi specchio e sento
che tanto ho di ragion varcato il segno
in procurando pur danno e tormento,

piangone tristo; e gli occhi a fermo segno
rivolgo, e apro il seno a miglior vento:
di me mi doglio e 'ncontro Amor mi sdegno,
per cui 'l mio lume in tutto è quasi spento.

O fera voglia, che ne rodi e pasci
e suggi il cor, quasi affamato verme,
ch'amara cresci e pur dolce cominci;

di che falso piacer circondi e fasci
le tue menzogne, e 'l nostro vero inerme
come sovente, lasso, inganni e vinci!

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 18 (pag. 10)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 266

Note:
Può leggersi a riscontro quello del Tasso: Arsi gran tempo,e del mio foco indegno, ec.
(Carrer, cit., pag. 304)



XIX

Sperando, Amor, da te salute invano,
molti anni tristi e poche ore serene
vissi di falsa gioia e nuda spene,
contrario nudrimento al cor non sano.

Per ricovrarmi, e fuor de la tua mano
viver lieto il mio tempo e fuor di pene,
or che tanta dal ciel luce mi vène,
quant'io posso da te fuggo lontano:

e fo come augellin, campato il visco,
che fugge ratto a i più nascosti rami
e sbigottisce del passato risco.

Ben sento i' te che 'ndietro mi richiami:
ma quel Signor, ch'i' lodo e reverisco,
omai vuol che lui solo e me stesso ami.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 19 (pag. 10)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 267



XX

Ben foste voi per l'armi e 'l foco elette,
luci leggiadre, ond'anzi tempo i' mora:
sì tosto il cor piagaste, e 'n sì brev'ora
fur le virtuti mie d'arder constrette.

Terrene stelle al ciel care e dilette,
che de lo splendor suo v'orna e onora,
breve spazio per voi viver mi fôra
in pianto e 'n servitù sett'anni e sette;

sol per vaghezza del bel nome chiaro
ch'i' vo cantando, lasso, in dolce suono,
ed ei pur nel mio cor rimbomba amaro.

Ma cheunque lo stato è dov'io sono,
doglia o servaggio o morte, assai m'è caro
da sì begli occhi e prezioso dono.

Le Rime secondo la stampa del 1558
Lirici italiani del Secolo Decimosesto con annotazioni, di Luigi Carrer, Venezia, 1836, Sonetto 20 (pag. 11)
Parnaso Italiano, Vol. 26, 1787, pag. 268

Note:
Sette anni e sette, del v. 8 ricorda i servigi di Giacobbe ad ottenere Rachele.
(Carrer, cit., pag. 304)

 
 
 

I Trovatori (11)

Post n°1143 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXXV-LXXXII

CLXIX. Nella raccolta dei poeti burleschi in 27 volumi si legge un capitolo dell' altalena, spiritoso e vivace ma un poco laidetto, attribuito a Lodovico Martelli. I primi editori in questo andarono grandemente errati, forse perchè in alcuni codici si trova colle iniziali L. M., e non trovando nel catalogo dei poeti cinquecentisti un altro poeta il cui nome cominci colle stesse iniziali, non riflettendo quanto lo stile severo, e 'l pensiero classico di Lodovico Martelli sia diverso da questa ingegnosa ma lascivetta poesia, addirittura l' attribuirono a lui. Ma nel testo a penna, codice 374 magliabechiano, si legge questo capitolo col nome del suo vero autore, e di più con due righe di dedica, che, per la sua brevità e originalità, mi giova a maggior chiarezza trascrivere.

CLXX. «L' altalena di Alfonso di Lionfante da Massa, capitolo indirizzalo a mosser Ferrando Malvone da Campiglia. - Io vi fo parte, messer Ferrando mio, di tulle le mie fatiche, che a me pare che voi siate uno specchio non solamente della terra vostra, ma di tute le maremme del mondo, e per questa cagione vi mando un capitolo fatto dell' altalena, della quale molto maggior lodi dirsi poteano, e molti e vari e artificiosi e piacevoli modi di altaleneggiare; pure, perch' io non so più, qual' ella sia, ve la mando. Voi intendete il giuoco eccellentemente, per ciò che voi siate in quello ammassicciato, secondo che per li atti, e per le parole, e per le infinite virtù e buone qualità vostre ne dimostrate. Leggete il capitolo, e non abbandonate cosi dolce passatempo, che voi fareste torto a voi stesso».

CLXXI. Ma se io volessi rigorosamente notare tutti gli errori ne' quali son caduti gli antichi e i moderni editori e commentatori di rime antiche, sarebbe troppo lungo discorso. E mi converrebbe incominciare da quelle piccole cose da me pubblicate ne' tempi addietro, e risalir fino alle prime edizioni veneta e giuntina. Mi ristringerò adunque a venir notando e correggendo a suo luogo, e quando assolutamente il soggetto lo richieda, gli errori più gravi e di maggior conseguenza.

CLXXII. È debito sacro d'onore e di giustizia il rendere a ciascuno il merito delle opere sue, frutto dei suoi studi e delle sue onorate fatiche, per mala fede di amanuensi usurpate ai legittimi autori, e per negligenza di editori attribuite altrui; come avvenne del Trattato delle virtù morali, stampato in Roma nel 1612, da Federigo degli Ubaldini, sotto nome di Roberto re di Napoli, e sotto tal nome accettato e riconosciuto nella repubblica letteraria, ristampato nella stamperia reale di Torino, e inserito nella raccolta palermitana delle rime antiche toscane del marchese Villarosa; il quale non è altrimenti opera di re Roberto, ma di Graziuolo Bambagiuoli, bolognese, che fioriva nel 1331. Graziuolo dedicò il suo libro a Beltrame del Balzo, conte di Montescaglioso, cognato del re (per avere sposato Beatrice sorella di Roberto, vedova di Azzo marchese di Ferrara), il quale fu eletto capitan generale della lega guelfa toscana dopo la sconfitta di Montecatini. Il Conte la presentò al suo cognato. Trovato dopo molti anni fra le carte del re, come filosofo e amatore della poesia, per esser possessore del codice, Roberto fu stimato addirittura autore del libro, e sotto tal nome è giunto sino a noi.

CLXXIII. Ma il tempo ha fatto scoprire il codice originale di Graziuolo, moltissimo più corretto che non è il testo stampato, nel quale si legge una lunga lettera dedicatoria dell' autore in latino, che comincia: «Illustrissimo , excellentissimo domino, domino Beltrame de Baucio, clarissimo comiti Montiscaveosi, Gratiolus de Bambusolis, bononiensis, exul immerite, et olim civitatis Bononiae cancellarius, humilis servus etc. etc.». E così il nome di re Roberto è giunto insino a noi circondato di tre corone, di re, di filosofo e di poeta; e il nome dell' autore del Trattato delle virtù morali, il povero Graziuolo, immeritamente proscritto, è rimasto finora sepolto nell' oblio.

CLXXIV. A molti rincrescerà il veder così ad un tratto, e direi senza altra forma di processo, toglier via a Pier delle Vigne, a Federigo II, al Notare da Lentino, a Guido Guinizelli, ai Ruggeri, a Bonaggiunta da Lucca, a re Roberto, e agli altri autori quelle poesie che oramai da tanto tempo sono state credute parto del loro ingegno , e come tali si trovano citate in mille volumi dagli scrittori d' ogni maniera. Io risponderò, che dovendosi col tempo a questo finalmente venire, meglio ora che poi onde evitar per l' avvenire que' tanti errori onde ridondano i volumi di quelli che hanno scritto della storia letteraria d' Italia.

CLXXV. Per questa medesima ragione son certo, che non potrà se non riuscir caro agli amatori della nostra letteratura primitiva, il veder confermate e autenticate ai loro veri e legittimi autori (con la grande autorità del libro reale), le poesie già conosciute, edite o inedite, le quali si possono certamente e fermamente dire autentiche, purché si trovino sotto il medesimo nome nel libro reale, che per la sua maggior antichità, e maggior correzione, e per la somma diligenza, e pel savio discernimento di chi lo compose, d' or innanzi è destinato a servir di norma a tutti gli editori di rime antiche.

CLXXVI. Già si sarà da molti notato, in queste poche righe di prefazione, e meglio si scorgerà nel progresso della medesima, che i primi autori italiani che dettarono versi volgari, per lo più, non son da me chiamati poeti ma trovatori; il che non essendo avvenuto a caso, ma per deliberato consiglio, e per un sistema da me adottato di chiamarli trovatori, e non poeti, mi è d' uopo dover ora render ragione di questa novità.

CLXXVIL Impropriamente, al mio parere, furon chiamati finora poeti tutti quelli che dettaron versi volgari ne' primi principii della lingua italiana; e son di avviso che una distinzione tra i trovatori e i poeti era, ed è, e sarà sempre necessaria per la più facile intelligenza degli andamenti della poesia medesima, e per poter meglio rendersi ragione della gran trasformazione che subiva sul principio della seconda metà del dugento, e della gran diversità che corre tra la maniera di trovare della prima, e la maniera di poetare della seconda metà di quel secolo.

CLXXVIII. Al contrario dei provenzali, che chiamarono sempre trovatori anche i loro poeti, gl'italiani chiamarono tutti poeti anche i primi trovatori. Eppure essendo i trovatori e i poeti una cosa tanto diversa, ben si conviene che con diversi nomi sieno chiamati. Quella gran mente di Dante Allighieri ben seppe distinguere i due diversi modi di poesia, e 'l primo fece sentire, così per incidenza ragionando, che come diversi di sostanza, così dovevansi con diverso nome chiamare, là dove nel libro della volgar eloquenza lasciò scritto: «Ci ricordiamo avere spesse volte quelli, che fan versi volgari, per poeti nominati; il che senza dubbio ragionevolmente avemo avuto ardimento di dire; perciò che sono veramente poeti, se dirittamente la poesia consideriamo; la quale non è altro che una finzione rettorica e posta in musica. Nondimeno sono differenti dai grandi poeti, cioè dai regolati, perciò che questi (i poeti) hanno usato sermone ed arte regolata, e quelli (i trovatori), come si è detto, hanno ogni cosa a caso».

CLXXIX. Non saprei addurre miglior diffinizione dei trovatori, di quella che ci dà il sommo poeta, cioè quelli dicitori in rima «che hanno ogni cosa a caso»; e se questa sia esatta diffinizione, basterà leggere alcune composizioni dei più chiari trovatori, che cominciano e proseguono e finiscono senz' alcun principio d' arte, ma così a caso, come viene viene, e confrontarle con due soli versi delle composizioni dei veri poeti, nei quali l' arte fece l' estremo di sua potenza.

CLXXX. E senza scostarsi dai più famosi trovatori, noi leggiamo in Federigo II:

Di dolor mi conviene cantare,
Com altr' uom per allegranza.

E in Guido Guinicelli:

Contro lo mio valore
Amor mi face amare
Donna di grand' affare.

E in messer Rinaldo d' Aquino:

Venuto m' è in talento
Di gio' mi rinovare.

CLXXXI. Ora sentiamo un poeta: Cino da Pistoia, per esempio:

Quand' io pur veggio che sen vola 'l sole,
Ed apparisce l' ombra,
Per cui non spero più la dolce vista,
Né ricevuto ha l' alma come suole
Quel raggio che la sgombra
D' ogni martire, che lontana acquista, ec.

Qual differenza non corre tra l'una e l'altra maniera? Qual fare più franco, più sicuro, più grandioso, più splendido non si vede nel poeta?

CLXXXII. Il trovatore è propriamente quelli che timidamente incomincia a voler esprimere in versi, con linguaggio novo ed incolto, un sentimento come lo prova, un'idea come la pensa; e movendo i primi passi per un mare sconosciuto, procede incerto e dubbioso nel suo verseggiare e tanto semplice nel suo dire, che si accosta alla lingua parlata, e diventa prosaico, senz'arte di eloquenza, e senz' armonia di stile: o se pur tenta innalzare alquanto lo stile, s'intralcia, si confonde, e diventa oscuro. E con questo, nobili pensieri, sempre, veri lampi di genio, qua e là; sentimenti di un' estrema e squisita delicatezza di animo; una grazia che si sente, ma che non si può ridire; vive immagini, voci, maniere, espressioni di tutta evidenza, di una naturalezza sorprendente, e di una proprietà maravigliosa: ecco il trovatore.

CLXXXIIl. Il poeta al contrario trova una lingua già formata, una serie di utili cognizioni, e un ordine d' idee già acquistate. Egli perfeziona e arricchisce quella lingua accresce e allarga la sfera delle cognizioni, e delle idee, aggiunge allo studio della natura il magistero dell' arte, e con più ardito e più robusto volo s' innalza a cantare le armi, l' amore, la rettitudine, la gloria, le maraviglie del creato, e la divina giustizia. Il poeta non si lascia a capriccio guidar dalla fantasia: egli medita e studia, indi sceglie, crivella ben bene, come dice Dante, le parole, e i concetti; e i concetti e le parole ordina in modo, che la poesia acquisti la maggior chiarezza, la maggior evidenza e la maggior armonia possibile: ecco il poeta.

CLXXXIV. E per toccare più addentro de' modi diversi del trovatore e del poeta, e meglio conoscere l' intima essenza e la diversa ragione della loro poesia, il trovatore non sa cantare che di amore, e di un amore sovente fantastico, qual non esiste, e non può esistere in natura, e tutte le sue ispirazioni derivano dal principio romantico cavalleresco, che è il principio dei barbari conquistatori, quando si cominciano a spogliare degli istinti bestiali, e vergognarsi dei loro feroci e brutali costumi. Ad ogni stanza e ad ogni verso dei trovatori incontri le reminiscenze della Tavola Rotonda, e d' altre simili leggende ch' erano la lettura favorita di quei tempi. Delle frasi intere levate di peso da quel libro, son verseggiate nelle loro canzoni, senz' alcun cangiamento. Le allusioni ai fatti, alle donne, agli amori, ai cavalieri, e alle gesta degli eroi del famoso romanzo ricorrono cento volte nei versi dei trovatori.

CLXXXV. Il poeta parla di amore anch' egli, perchè l' amore e i sentimenti tutti delle umane passioni sono il campo favorito, sono il regno della poesia; ma i poeti cantano amori possibili, amori reali, amori sovente esaltati, ma che non escono dai termini del vero. L'ispirazione del poeta non è più il solo principio romantico cavalleresco, ma vi se ne aggiungono ancora degli altri ben più nobili e più ricchi di grandi affetti e di grandi passioni, come il principio filosofico, il religioso, e soprattutto il patriottico, se non sempre nel tema del canto, almeno in questa veduta, che il poeta spera col suo canto render la patria più illustre e più gloriosa.

CLXXXVI. I trovatori, per lo più, scrivono per solo diletto, e a sfogo dell' amore o dell' odio personale che li agita. Scherzano volentieri sopra le cose religiose, e ridonsi dei più sacri doveri del cristiano, perchè non conoscono quanto vi ha di santo e di augusto nella religione, e non sentono quanto vi ha di sublime e di terribile nel pensiero dell' infinita grandezza dell' Onnipossente. I poeti veri hanno e dimostrano sempre un gran concetto della divinità, e un rispetto grandissimo per le cose attenenti alla religione -, essi tendono all' ammaestramento non meno che al diletto degli uomini; un principio filosofico, e un principio religioso domina sempre nelle composizioni del vero poeta, ond' è che si veggono sparse di belle sentenze morali, e di massime di sana filosofia.

 
 
 

Rime di Celio Magno (361-362)

Post n°1142 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Rime di Celio Magno

361

Al molto magnifico signor Francesco Melchiori

Leggete prima insin al fine, e poi,
se vi parrà, vi mareviglierete;
né legger diece versi o più v'annoi,
ché l'onesta cagione intenderete
c'ha fatto ch'or io vi saluti e scriva:
il qual chi sia forse non conoscete.
Io vi conosco bene, e sempre viva
tengo di voi memoria dentro il core,
e la terrò finché mi regga e viva.
Ma per disporvi la cagione fuore
del scriver mio sì baldanzosamente
in questo fantastico tenore,
sappiate che m'ha posto questo in mente
uno messer Orazio Toscanella,
osservator di voi ben diligente:
ed ogni giorno di voi mi favella
e mi rafferma che pur non si move
parte in voi che non sia perfetta e bella.
Mi dice quanto a le sorelle nove
voi sete caro, quanta in voi dal cielo
gentileza, bontade e grazia piove.
Io sto ad udirlo come un [ ]
e [ ] che son fatto tanto vostro
che non ho in me, che non sia vostro, un pelo.
Or, s'io fossi un'altr'io, più carta e inchiostro
consumerei per rendermivi amico
con dir: — Alto valor del secol nostro; —
ma perché 'n tal lusinghe i' non m'intrico
e andar mi piace ognor a la carlona,
quel c'ho nel cor puramente vi dico.
Io dunque sono una certa persona
c'ha desiderio d'esser di quelli uno
c'han la vostra amistà verace e buona.
E vi dico ch'aver dove alcuno
che v'ama quanto me: ma che mi passi,
per santa [ ], non ve n'è nessuno.
E s'averrà ch'io possa opera e passi
spender per voi con l'alma e ogni altra cosa,
vedrete ben se 'n vostro pro fien lassi.
E benché questa penna sia stat'osa
dimandar quel di ch'io son forse indegno,
ne la vostra bontà pur si riposa:
sperando ch'ella me ne farà degno,
ed accettando il mio voler perfetto
l'alta dimanda mia non avrà a sdegno.
Onde; perché tal cosa io mi prometto,
e mi par già sentir risposta tale:
— Fratel, per quel che vuoi, ti tengo e accetto, —
non have [ ] ancor [ ] quale
sia 'l stato della mia vita; sappiate
che non ho qui la stanza principale.
Io stanzio d'Adria ne l'acque salate,
dico in Venezia, e vengo alcuna volta
a goder queste dolci alme contrate;
e mi sto finché dura la ricolta,
poi volgo i passi all'antico soggiorno
dov'è la nostra famigliuola accolta,
ed ora tosto vi farò ritorno,
da poi che l'aere si rinfresca e 'l sole
ne comincia a menar più breve il giorno.
Però se voi darete, il che far suole
la gentileza vostra, a me risposta,
fate la mansione in tal parole:
— A Celio amico questa in man sia posta. —
Ditemi pur amico, e poi leggiero
se mi sopranomase ben; sua posta
farete poi di sotto: — A San Severo,
preso il fornaro su la fondamenta, —
e darla poi potrete al messaggiero;
o vero, acciò non giunga tarda e lenta,
indrizzar la potrete a queste sponde
per cui l'Adige e l'acque il freno allenta.
Di qui meser Orazio a le nostr'onde
me la rimanderà, né più sicura
credo ch'ella venir mi possa altronde.
Ma per non occuparvi in più lettura
facci qui fine, e a voi mi recomando
con tutto 'l cor, senza fin e misura.
A vederci dapoi, fin Dio sa quando.

362

Pignoccae, marzapani e calissoni,
frittole, torte, gnocchi e zanzarelle,
sé tutte cantafole e bagatelle,
fia mia, respetto ai vostri macaroni.
Potta de san Custù, mò i sé pur boni!
Mò i dà del becco pur fin a le stelle!
La mia gola, la panza e le buelle
va in gloria e in paradiso a 'sti bocconi.
Che ghe avèu messo dentro, cara fia,
che me sa cussì ben e me deletta?
Mò i sé pur rari, Verzine Maria!
Però siéu mille volte benedetta
e ringrazià de tanta cortesia;
ma ve priego, insegneme la recetta.
Benché la sé più schietta
e più segura co mi ghe ne voio,
che vegna a far un puocotin de broio
per no dar in t'un scoio.
Ch'altri, certo che vu, no reinsirà,
a farli bon de sta carattà.
Perché sta so bontà
no vien tanto dall'esser impastai
de bone cose, e meio governai,
se ben questo sé assai;
quanto perché cussì rara vivanda
ha preso qualitae da chi la manda;
ch'è de bontà sì granda
de costumi, de grazia e de bellezza,
retratto proprio de delicatezza
e d'ogni zentilezza.
In summa tutto in vu sé bello e bon
sora la brocca de perfezion.
E però con rason
mi v'amo, e sì ve priesio e reverisso
e adesso più che mai ve benedisso.
Ma ben e v'avertisso
che vu tegnì secreta sta vertù,
azzò che no la galda altri che nu.
Che se 'l se sa che vu
i fe' cussì eccellenti e cussì boni,
inviaré un perdon de macaroni,
e tutti in zenocchioni
ve pregherà che ghe ne dé a cercar:
e stare' tutto 'l dì sul menestrar
e su l'infornaciar;
che vu, che sé l'istessa cortesia,
no ve soffrirà 'l cuor mandarli via.
Donca tasé, fia mia:
feghene per mi solo; e quando che
per grazia vostra me ne mandaré,
più che spesseghiré
e più che vederò 'l piatto mazor,
tanto più caro me sarà 'l favor.

 
 
 

Il Dittamondo (5-21)

Post n°1141 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XXI

La novitá de’ volti, ch’io vedea,
diletto m’era; e nondimen temenza
de’ feri denti alan, mirando, avea: 

perché, quando venia in lor presenza, 
digrignavano il ceffo, come i cani 5 
a l’uom, del qual non hanno conoscenza. 
Passato per li poggi e per li piani 
di questa gente, un’altra ne trovai 
di vita e di natura molto strani. 
"O cara spene mia, diss’io, che m’hai 10 
guidato in queste strane regioni, 
dimmi chi son costor, s’a mente l’hai". 
"Agriofagi li nomo e, se ragioni 
di lor, dir puoi che quei cibi, ch’essi hanno, 
pantere sono e carne di leoni 15 
(cosí rispuose) e loro signor fanno 
colui c’ha solo un occhio ne la testa 
e dietro a lui e a le sue leggi vanno". 
Fra me pensai allora e dissi: "Questa 
gente fa come lupa in sua lussuria, 20 
che ’l piú cattivo, quando dorme, desta". 
Poi il domandai se fanno altrui ingiuria. 
Rispuose: "No, se per alcuno oltraggio, 
sí come avièn, non fosson messi in furia". 
Cercato noi quel paese selvaggio 25 
e visto ch’altro da notar non v’era, 
Solin si mosse e prese il suo viaggio. 
Sempre da la sinistra il Nilo ci era 
ed era da la destra un ricco fiume, 
lo qual porta oro per la sua rivera. 30 
Non molto lungi al cerchio, ove il gran lume 
si truova, da poi che la sera vene, 
gente trovammo con fiero costume. 
"Qui, mi disse Solino, ir si convene 
col cuor sospeso e con gli occhi accorti 35 
a’ piè mirarsi, a voler far bene. 
Gli Antropofagi son questi c’hai scorti, 
tanto crudeli e di sí triste foggi, 
che mangiano de l’uomo i corpi morti". 
"Per Dio!, diss’io, fuggiam tosto quei poggi 40 
e, se t’incresce sí che non possi ire, 
quanto tu puoi fa che a me t’appoggi". 
Un poco rise, udendomi ciò dire; 
poi disse: "Non temer, ché giá qui fui 
e senza danno mi seppi partire". 45 
A l’atto e al parlar, ch’io vidi in lui, 
pensai fra me: Se pericol ci fosse, 
non riderebbe, come fa, costui. 
Poi seguitò: "Quel ch’a ciò dir mi mosse 
si è che fanno una e altra cava, 50 
dove uom riman talora in carne e in osse". 
Dato le spalle a quella gente prava, 
noi ci trovammo giunti in su lo stremo, 
dove il grande ocean le piagge lava. 
Gente trovammo qui, dove noi semo, 55 
misera tanto ne l’aspetto, ch’io 
fra me, per la pietá, ancor ne gemo. 
Ahi quanto ha bene da lodare Iddio 
colui, che ’n buon paese e degno nascia, 
ed esser suo col cuore e col disio! 60 
Questa gente, ch’io dico, il corpo fascia 
da lo bellico in giú di frondi c’hanno 
e l’altra parte tutta nuda lascia. 
Lo piú del tempo come bestie vanno 
in quattro pie’; di locuste e di grilli 65 
la vita loro i miseri fanno. 
Non san che casamenti sian né villi; 
tane e spilonche sono i loro alberghi; 
or qua or lá ciascun par che vacilli. 
Dietro Atalante e Morocco hanno i terghi; 70 
gli ultimi questi sono nel ponente, 
neri a vedere come corbi o merghi. 
Io dimandai Solino: "Questa gente 
come si noma? E contami ancora 
se cosa da notar ci ha piú niente". 75 
"Artabatici, mi rispuose allora, 
nomati sono e per questo diritto 
niente piú, che sia da dir, dimora. 
Ma vienne omai, ch’assai di loro è ditto". 
E qui si volse in verso il mezzogiorno 80 
per quel cammin, ch’è dal sol secco e fritto. 
Sol rena e acqua ci parea d’intorno: 
e ’n questo modo camminammo tanto, 
che in Etiopia entrammo da quel corno. 
Vero è che noi ci lasciammo da canto 85 
li Pamfagi, Dodani e piú molti altri, 
che andarli a ritrovar sarebbe un pianto. 
"Qui si convien passare accorti e scaltri, 
disse Solin, ché ci ha diversi popoli 
ch’a’ lor son crudi e via peggiori in altri. 90
E fa che quel ch’è bello in fra te copoli".
 
 
 

I Trovatori (10)

Post n°1140 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXVIII-LXXV

CXLV. Nel libro reale adunque si leggono le canzoni dei seguenti trovatori. E prima Ruggieri di Amici siciliano, III canzoni.

Dolce cominciamento.
Sovente amor mi ha ricorso innanti.
Lo mio cor che si stava.

La prima è stampata nella raccolta fiorentina, sotto nome di Iacopo da Lentino. La seconda si trova sotto nome di Bonaggiunta Urbiciani da Lucca, scorrettissimamente stampata, e comincia in questo modo:

Sovente amor aggio visto manti.

La terza è del pari edita sotto nome di Bonaggiunta da Lucca; ma la maniera è molto più antica, e la lingua e lo stile della canzone precisamente somigliano allo stile e alla lingua di Ruggieri di Amici, come attesta anche il libro reale. Che non sia di Bonaggiunta da Lucca lo prova ancora il commiato della canzone:

Canzonetta gioiosa,
Partiti, e vanne a lo regno.

CXLVI. Paganino da Sarzana, I canzone.

Contr' a lo mio volere.

Si trova a stampa sotto nome di Guido Guinizelli. La maniera di questa canzone evidentemente è più antica, e differisce moltissimo dallo stile proprio di Guido Guinizelli.

CXLVII. Ser Istofane protonotaro da Messina, I canzone.

Assai cretti celare.

L' Allacci la pubblica sotto nome di ser Istofane da Messina: il Valeriani, credendo che l' Allacci avesse errato, la riproduce sotto nome di Pier delle Vigne. Il libro reale la restituisce al suo vero autore, ser Istofane da Messina.

CXLVIII. Iacopo Mostacci, II canzoni.

Allegramente eo canto.
Di sì fina ragione.

La prima è pubblicata dall' Allacci, e attribuita a Ranieri da Palermo: la seconda si legge stampata nella raccolta fiorentina, sotto nome di Ruggeri di Amici.

CXLIX. Ruggieri Pugliese, II canzoni.

In alta donna ho messa mia intendanza.
Uno piacente sguardo.

La prima è attribuita a Galletto da Pisa, dal Crescimbeni: la seconda a Pier delle Vigne dagli editori della raccolta giuntina, e il nome di Ruggieri Pugliese è rimasto finora sconosciuto.

CL. Neri Poponi, I canzone.

Dogliosamente e con gran malenanza.

Edita nella raccolta fiorentina, sotto nome di Freddi da Lucca, e scorrettissimamente, e comincia in questo modo:

Dogliosamente e con grand' allegranza.

Che è un controsenso: e il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLI. Messer Prinzivalle Doria, I canzone.

Come lo giorno grande dal mattino.

Si trova a stampa sotto nome di Semprebene da Bologna, e mancante dell' ultima strofe. Il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLII. Caccia da Siena, I canzone.

Per forza di piacer lontana cosa.

Edita nella raccolta fiorentina, sotto nome di Mino di Federigo.

CLIII. Ser Bonaggiunta da Lucca, II canzoni.

Un giorno ben avventuroso.
Lo fin pregio avanzato.

Si legge la prima a stampa sotto nome d' Inghilfredi siciliano; e la seconda sotto nome di Guido Guinicelli nella raccolta fiorentina.

CLIV. Don Arrigo, I canzone.

Amando con fin pregio e con speranza.

Edita sotto nome di Pier delle Vigne: e 'l nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto.

CLV. Camino Ghiberti di Firenze, II canzoni.

Lontan vi son, ma presso v' è lo core.
Poiché sì vergognoso.

Edite entrambe sotto nome di Amorozzo di Firenze: e il nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto.

CLVI. Pier Moronelli di Firenze, II canzoni.

Donna amorosa.
Poich' a voi piace, amore.

Edita la prima nella raccolta fiorentina, sotto nome di Bonaggiunta da Lucca; e la seconda nelle rime antiche, sotto nome di Federigo II: e il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLVII. Neri Visdomini, I canzone.

Perciò che 'l cor si dole.

È attribuita a messer Rinaldo d' Aquino: e il nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto. Un soaeUo del medesimo autore:

Come l' argento vivo fugge 'l fuoco,

trovasi nella raccolta fiorentina stampato, soiio nome di ser Iacopo da Lentino.

CLVIII. Guido Orlandi, I sonetto.

Chi se medesmo inganna per negghienza.

Edito sotto nome di Bonaggiunta da Lucca nelle rime antiche, e sotto nome di Lapo Salterello nella raccolta fiorentina; è restituito al suo vero autore Guido Orlandi dal libro reale.

CLIX. La confusione e il disordine che regna nelle rime de' trovatori antichi si riproduce nelle rime dei poeti del trecento e del quattrocento, e del cinquecento, quando pare che l' invenzione della stampa avesse dovuto ovviare in gran parte a questi disordini.

CLX. Ma qui ci manca per andar innanzi con sicurezza la guida e la grande autorità del libro reale; e qui farem fine, per non entrar in qualche pericoloso laberinto, alla rassegna critica delle rime antiche. Non lascerem però di notare alcuni altri errori più evidenti; i quali basterà accennare, perchè dagli uomini di senno e di buona fede, senz' altra prova, sieno riconosciuti. Così la canzone:

Deo, poi m' hai degnato,

nel codice di Pier del Nero 2846 riccardiano, ha per titolo «Non so di chi», e va stampata sotto nome di Cino da Pistoia -, ma è di una maniera piìi antica almeno quarant'anni, dei tempi di Gino da Pistoia; e in un codice antico vaticano sta sotto nome di Noffo d' Oltrarno, ed è tutta sua maniera.

CLXI. La canzone:

Non spero che giammai per salute,

attribuita a Dante nelle rime antiche, sta nel codice 7767 della biblioteca reale di Parigi, sotto nome di Sennuccio del Bene: ma Dante nel suo libro della volgar eloquenza la restituisce a messer Gino. All' opposto la canzone che comincia:

Avvegna eh' io nggia più volte per tempo,

che va stampata sotto nome di Guido Guinizclli nell' Allacci, e nella raccolta fiorentina, si trova nel medesimo codice in foglio 7767 della biblioteca nazionale di Francia sotto nome di Gino, con queste precise parole: «Canzone di messer Cino da Pistoia a Dante Allighieri, in morte di Beatrice». E così nel codice 3i2l3, in foglio, vaticano, e nel codice 1118, in quarto, riccardiano, e nel codice del Redi; e Dante stesso nel libro della volgar eloquenza la restituisce a messer Cino.

CLXII. La canzone morale inedita che comincia:

Quella virtù che il terzo cielo infonde,

si trova nel codice XIV -4:2 casanatense (biblioteca della Minerva di Roma), sotto nome di Bindo Bonichi-, in un codice Biscioni, sotto nome di Fazio degli Uberti: ma la maggiorità dei codici riccardiani, palatini e vaticani la restituiscono a maestro Bartolommeo da Castel della Pieve.

CLXIII. E al medesimo Bartolommeo da Cstel della Pieve si deve restituire la canzone:

Cruda, selvaggia, fuggitiva fiera,

stampata sotto nome di Franco Sacchetti, dietro la Bella Mano di Giusto de' Gonti, ed anche fra le poesie liriche del Boccaccio nella raccolta palermitana del Villarosa; perchè in molti codici vaticani, laurenziani, riccardiani, e parigini, si trova ripetutamente sotto nome di maestro Bartolommeo, insieme con le altre poesie liriche dello stesso autore. Mentre all' opposto nella raccolta compiuta di tutte le poesie di Franco Sacchetti, in tre volumi in foglio, non si trova, e neppure nel codice del Giraldi, o nel codice del Biscioni, o nel codice del Redi, che tutti contengono tutte le poesie di Franco Sacchetti.

CLXIV. I quali codici tutti, Redi, Biscioni, Giraldi 3 volumi in foglio, e di più un riccardiano, e un vaticano, e un parigino, contengono tutti la caccia:

Passando con pensier per un boschetto,

di Franco Sacchetti, attribuita in alcune raccolte di rime antiche a Ugolino Ubaldini, e in alcune altre, come in quella dell' Atanagi, edita senza nome di autore. Crescimbeni giudica esser di certo di Ugolino Ubaldini; e così il Zilioli nella sua storia manoscritta dei poeti volgari, e il Perticari nella difesa di Dante. L' Atanagi stimò quella caccia «una reliquia della purità naturale dell' antica lingua toscana», e il Perticari opina che essere stimato autore di tal poesia, è tal gloria da farne onorato non solo un uomo ed una città, ma un' intera provincia. Ma il Crescimbeni e il Zilioli e l' Atanagi e il Perticari furono grandemente indotti in errore, poiché questa caccia, simile alle altre del medesimo autore, che per la prima volta vengono a luce in questa nostra raccolta, si deve assolutamente restituire, per l' autorità dei codici suddetti, e di molti altri ancora che non occorre citare, a Franco Sacchetti.

CLXV. Una ballata, che si trova stampata, e dal Crescimbeni attribuita a ser Salvi sulla fede di un codice chisiano, sta nel codice 1110 riccardiano, sotto nome di ser Durante da Saraminiato. E la canzone:

Il se non fosse il poco 'l meno e 'l presso,

che si legge a stampa sotto nome di Guido Cavalcanti nella raccolta palermitana del Viilarosa e in altri volumi, sta nell' antico codice strozziano 991 sotto nome di Cortese da Siena.

CLXVI. Il sonetto:

Spesse volle ritorno al dolce loco,

pubblicato dal Crescimbeni sotto nome di Meuzzo dei Tolomei, sta nel bellissimo codice 1118 riccardiano, del secolo decimosesto, sotto nome di Fazio degli Uberti.

CLXVII. Il madrigale:

Perchè piangi, alma, se del pianto mai,

che nel testo a penna 719 magliabechiano sta sotto nome di Girolamo Cittadino, si trova a stampa nelle rime oneste del Mazzoleni, sotto nome di messer Iacopo Sannazzaro.

CLXVIII. E il sonetto:

Quando al mio ben fortuna aspra e molesta,

edito nella raccolta del Dolce, e in quella dell' Atanagi, sotto nome di Claudio dei Tolomei, si legge nel medesimo testo a penna 719 magliabechiano con questo titolo, a chiare note: «del reverendissimo de' Medici alla illustrissima donna lulia Gonzaga»; cioè del cardinale Ippolito de' Medici, e si trova in mezzo agli altri sonetti del medesimo cardinale.

 
 
 

Il Dittamondo (5-20)

Post n°1139 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da valerio.sampieri

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XX

Quanto piú cerco e piú novitá trovo; 
e ’l veder tanto a l’animo diletta, 
che non mi grava l’affanno ch’io provo. 
"Qui non si vuole, andando, alcuna fretta, 
disse Solin, ma porsi mente ai piedi, 5 
ché questa gente è cruda e maledetta; 
poi il paese è maggior che non credi; 
non è cristiano né buon Saracino 
qualunque intorno abitare ci vedi. 
Garamanti son detti in lor latino, 
nominati cosí anticamente 
da Garama, figliuolo d’Apollino. 
La lussuria è comune a questa gente, 
sí come a l’Etiope, e cosí indoma 
e senza legge vive bestialmente. 15 
Colui che primo li castiga e doma 
Cornelio Balbo per certo fu quello 
e che n’ebbe trionfo giunto a Roma". 
Cosí parlando, trovammo un castello 
non lungi da la strada, sopra un monte: 20 
Debris si noma, molto ricco e bello. 
Qui mi trasse Solino a una fonte 
abondevole d’acqua e d’alte grotte, 
chiusa e serrata da le ripe conte. 
"Guarda, diss’ello, quest’acqua: la notte, 25 
Mungibel mostra o qual piú forte bolla; 
di dí, par ghiaccio sopra l’Alpi Cotte". 
E come d’un pensier l’altro rampolla, 
diss’io fra me: Di questa Ovidio dice 
la sua natura e come surge e polla. 30 
Apresso disse: "In su questa pendice 
sol per quel prego che già fece Ammone 
a Iupiter, che tanto fu felice, 
fece scolpire un ricco montone, 
sopra un petrone, con due corna d’oro, 35 
che giá fu molto caro a le persone. 
Ed era opinione di coloro 
che veri sogni sognava colui 
lo qual, dormendo, li facea dimoro". 
Cosí parlando e seguitando lui, 40 
aggiunse: "Non bisogna ch’io ti dica 
de le pecore lor, ché ’l sai d’altrui, 
come e perché, pascendo, vanno oblica". 
Indi arrivammo a una cittade 
nomata Garama, grande e antica. 45 
Pensa, lettore, che queste contrade 
dal nostro lato col Nilo confina; 
da l’altro par che l’Etiopo bade. 
Andavam da la parte u’ è Cercina 
in verso Gaulea, sempre spiando 50 
d’alcuna novitá lungi o vicina. 
Piú giorni giá eravamo iti, quando 
trovammo un altro popol, molto grande, 
del qual Solino dimandai, andando. 
Ed ello a me: "Questa gente si spande 55 
in fino a lo Esperido oceano 
per gran diserti e salvatiche lande. 
Una isola è in questo luogo strano, 
ch’è ditta Gauleon, onde Gaulei 
si noman quanti in questa parte stano. 60 
In essa alcun serpente, saper dèi, 
viver non può, e sia di qual vuol sorte, 
né li scorpioni, c’han toschi sí rei. 
E piú ancor: se di lá terra porte 
in altra parte, tanto è lor contrara, 65 
che a l’una sorte e a l’altra dá la morte". 
E poi che la mia vista fu ben chiara 
de l’esser loro, in vèr colui mi trassi 
che dentro al mio pensier col suo ripara. 
Io volea dire; ed el: "Tu vuoi ch’io lassi 70 
questa contrada e cerchi altro paese". 
"Vero è, diss’io, ché indarno omai qui stassi". 
Qui non fu piú, se non che la via prese 
pur a ponente, da la man sinestra, 
in verso il mar, come il cammin discese. 75 
Non mi parve che fosse piú silvestra 
la gente ch’i’ trovai nel mar di Sizia, 
che quella che qui vidi a la campestra. 
"O luce mia, se puoi, qui mi indizia 
chi son costoro, in queste parti strane, 80 
che fun creati in tanta tristizia: 
vedi c’han muso e labbra di cane; 
d’andar lor presso m’è una paura; 
per Dio!, fuggiamo in tutto le lor tane". 
Ed ello a me: "Figliuolo, or t’assicura 
e non temere che ti faccian male; 
vienmi pur dietro e quanto vuoi pon cura: 
questa gente ti dico ch’ella è tale 
e ne la vita lor tanto cattiva, 
che di far danno altrui poco lor cale". 90 
E io a lui: "A ciò ch’altrui lo scriva, 
dimmi il lor nome e con lievi prologhi 
passa pur oltre e quanto puoi li schiva". 
"Di qua, diss’el, si chiaman Cenomologhi".
 
 
 

Rime di Celio Magno (360)

Post n°1138 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Rime di Celio Magno

360

San Bernardo — Contadino.

Primo

Bernardo
O signor mio benigno,
o redentor di questa miser'alma,
accetta il buon volere
di me, tuo servo umìle.
E qualor questi sensi infermi e frali
traboccano al peccar, tu mi sostenta,
con la pietosa man de la tua grazia.
So molto ben che tutte
l'orazioni mie, tutti i digiuni
e quanto in gloria tua penso ed adopro,
è nulla, s'io riguardo a quel ch'io debbo.
Ma s'io mi volgo, come ognor m'inviti,
a l'infinita tua somma bontate,
spero de le mie colpe ancor perdono.
E che fatta per te d'indegna e brutta
quest'alma degna e bella,
quando a te piacerà trarla di questo
carcere a lei noioso,
fia chiamata nel cielo a goder teco
del gaudio e de' tesori
che doni a' servi tuoi più cari e fidi
in quella vera e sempiterna vita.
Pater noster, qui es in caelis, sanctificetur.
Contadino
Ecco il padre Bernardo,
uom tra noi d'essemplare e santa vita,
e prior degno del suo monastero.
Buon giorno, padre.
Bernardo
Dio ti sa lui figlio.
Ove ne vai così per tempo?
Contadino
Io vado
per udir messa al monasterio vostro,
oggi ch'è festa; e parmi aver sentito
il terzo segno.
Bernardo
Come, 'l terzo? Ancora
non è sonato il primo.
Contadino
A me pareva
d'udirlo; ma per dirvi il ver, ier sera
feci vigilia, e non gustai boccone
benché n'avessi voglia; e questa notte
poco ho dormito: onde or fame rabbiosa
fa ch'io vaneggio ed erro.
Parendomi sentir campane e trombe,
credea spedirmi tosto e tornar tosto
a far collazione a casa mia
ed aspettar per gli altri e desinare.
Bisogna aver pazienzia.
Bernardo
Quanto più scuso in te dopo il digiuno
questo spion natural de la tua fame,
tanto più lodo il fren di riverenza
verso il tuo creator, che a' suoi commanda
che cibo a l'alma dian prima ch'al corpo.
Benedetto sia tu, figliuol mio caro!
Prega il Signor che così buona mente
per tua bontade in te conservi e cresca.
Almen fossi tu stato a la mia messa
da me detta oggi a lo spuntar de l'alba
per mia divozion, come far soglio:
perch'or mangiar potresti a tuo piacere.
Contadino
Volesse Dio che ciò saputo avessi,
che ci sarei volato
a mezza notte, ancor, non pur a l'alba!
Io paziente sosterrò la fame
finch'abbia udito messa; ma dapoi
non so come potrò soffrirla tanto
ch'arrivar possa a casa.
Fatemi, caro padre, un gran favore:
supplico e prego vostra rebelenzia.
Bernardo
Volentieri. Dimanda, purch'io possa.
Contadino
Datemi mezzo di quel vostro pane
ch'avete nel carnier, dove solete
portarne ognor, per darlo in elemosina
a qualche poverello; in ogni modo
in tale stato posso anch'io chiamarmi
poverello e mendico.
Riceverollo per l'amor di Dio.
Bernardo
Vo' compiacerti; purché mi prometti
di non toccarlo finché tu non abbi
udito messa prima,
e 'l tuo debito ufficio a Dio pagato:
che sarà solo un differir mezz'ora.
Contadino
Così prometto.
Bernardo
Eccoti mezzo il pane.
Contadino
Riponetel voi stesso in questa tasca
con le man vostre, ch'io non vo' toccarlo
finché non oda messa,
sì come io v'ho promesso e 'l dover porta.
Bernardo
Ciò segno è ancor di ben disposta mente.
Porgi la tasca qui: ma guarda bene
che tu m'attenda la parola data.
Sai ben che la promessa
al sacerdote fatta è fatta a Dio.
Contadino
Siatene certo pur. Mi raccommando
a vostra rebelenzia.
Bernardo
Va in buon'ora.
Quando si scorge in uom semplice ignaro
seme alcun di bontate,
con la dolcezza e col favor si deve
nodrirlo e cura averne;
acciò, quasi novella ed util pianta,
fermi più sua radice,
e più fiorito e più fecondo cresca.
Ma fornir voglio il mio camino e i prieghi
che costui m'interruppe; ancor che 'l tempo
speso con lui non fu senz'alcun frutto.

360

2

Contadino
Sì, si, aspetta, che vegno.
Non diran messa di quest'ora intiera.
Il frate ch'a da dirla
non è parato ancora; anzi passeggia
per sacristia col breviario in mano,
e forse va dicendo il matutino.
Che debbo fare? Da l'un canto mi spinge
lo stimol de la fame,
e da l'altro la fede al padre data.
S'io 'l mangio innanzi, peccherò di gola,
se indugio un'ora, io morirò di fame.
Non è meglio ch'io viva e poi mi penta,
che morir qui, né poter poi pentirmi?
Ho pur sentito a dire
che la necessitade non ha legge,
e che nostro Signor non vuol la morte
del peccator, ma ch'anzi viva affine
che possa convertirsi. Adunque onesta
scusa averò s'io mangio questo pane;
forza è mangiarlo.
Bernardo
A quel ch'io veggio, dei
aver udito messa; ch'altramente
creder non vo' che tanto error facessi.
Perché mutolo resti? E non rispondi?
E perché torni entro la tasca il pane?
Contadino
Io non l'ho udita ancora,
perch'ancor non s'è detta; e 'l sacerdote
par che nulla vi pensi, e ad altro attende.
Ond'io mi son partito
di chiesa a passeggiar per minor tedio
dell'aspettar la messa;
ma quando ora sarà, darò di volta.
Né questo pane ho tratto
fuor per mangiarlo; ma per darli solo,
così, un'occhiata, e per trattenimento
de la mia fame; come fa l'infermo
che toglie un pomo in man per goder solo
la vaghezza e l'odor, non per mangiarlo.
Bernardo
Se questa fu la causa, io me n'acqueto;
ma perché, figlio mio, non stesti in chiesa
più tosto a pregar Dio, che uscirne fuora
impaziente in aspettar la messa?
Contadino
Io voglio e debbo confessar il vero
a vostra rebelenzia.
Ho visto in chiesa in ginocchion divota
una giovane bella come un fiore,
che gli occhi mi rapì nel suo bel volto.
Io sentendo per lei foco in camino,
deliberai schivar quel gran periglio
d'innamorarmi; perc'ho già provato
quant'aspra sia la vita degli amanti,
e quanto offenda Dio.
Talché, per non turbar né me né lei,
son fuori uscito a trattenermi alquanto.
Bernardo
Benissimo facesti
ché maggior fallo assai sarebbe stato
macchiar la conscienza
di carnal brama e di lascivi sguardi,
che romper il digiuno innanzi messa.
Contadino
Anch'io giva pur or pensando meco
che, s'è concesso a chi digiuna, a sera,
di cibo un poco pria che vada in letto,
perch'avend'io ier sera digiunato
senza nulla gustar, peccarei s'ora
con questo poco pane,
col qual ier sera non avrei peccato,
consolassi la fame innanzi messa?
Bernardo
Non hai fornito ancora
l'obligo del digiun, se non hai prima
ascoltata la messa;
anzi, se mangi pria, non sol tu guasti
il merito di questa e di quell'opra,
poich'ambe ordini son di santa Chiesa,
ma senza scusa mortalmente pecchi.
Che 'l peccato del qual tra noi si parla
non consiste in aver ier sera preso
poco o nulla di cibo;
benché 'l vero digiuno, a Dio più grato,
sia l'astenersi in tutto
ne le vigilie sante
dal mangiar e dal bere;
ma questa colpa è per l'incontinenza
di non voler soffrir mezz'ora sola
a saziar il tuo ingordo appetito.
Contadino
Questa mezz'ora a me parrà mill'anni.
Bernardo
Più lunghe a te parran le pene eterne
se per seguir la gola or nulla curi
l'onor devuto ai dì sacri e solenni,
anteponendo il pane
terreno e frale al pan celeste eterno
del sacrificio, in cui presente è Cristo,
che col suo sangue ti campò da morte.
Non colui che principia un'opra buona,
ma chi stabil continua insino al fine
grazia e mercede acquista.
Contadino
La vostra rebelenzia il vero dice,
io lo conosco; tuttavia mi pare
che tra voi sacerdoti e noi mondani
vi sia gran differenza: perché voi
per lungo tempo assuefatti foste
a patir fame e sete;
e noi viviam con via maggior licenza.
Voi sul digiunar sempre,
e noi sul mangiar sempre;
voi spesso pane ed acqua,
noi pane senza vin gustiam di raro;
e quanto a me non mai.
Ché senza non si puote
viver; e s'altri può, non già poss'io.
Bernardo
Per questa tua buona ragione a punto
fia maggiore il tuo merto appresso Dio
soffrendo ancora un poco,
finch'abbi udito messa.
Deh non fraudar te stesso
del frutto del ben far tanto vicino.
Contadino
Farò quel che consiglia
la vostra rebelenzia.
Bernardo
Ma sarà meglio ch'a me 'l pan tu lasci,
per schivar il periglio
de la tentazion che può venirti.
Contadino
No, no, padre; lassate pur ch'io 'l porti:
che di novo lo prometto
a vostra rebelenzia
che non lo toccherò prima ch'io m'abbia
udito messa, come debbo. Or vado.
Bernardo
Io son contento. Va. Dio t'accompagni.
Ave Maria, gratia plena...

 
 
 

I Trovatori (9)

Post n°1137 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXII-LVIII

CXXVII. Le prime raccolte di rime antiche che vennero a luce colle stampe sono quella di Venezia 1518, e quella di Firenze 1527, coi tipi dei Giunti. Quest' ultima fu condotta con gran discernimento, per cura principalmente di quegli egregi giovani Bardo Segni e Cosimo Rucellai, a cui dobbiamo la famosa edizione venzettina del Decamerone. Se non che, tratti in errore da alcuni codici scorretti e infedeli, quei giovani editori, più di una volta le poesie di un autore attribuirono ad un altro, e lasciaron correre non pochi errori.

CXXVIII. Vennero dipoi il Corbinelli, l' Allacci e 'l Crescimbeni, e non fecero che seguire gli errori corsi nell' edizione giuntina, coll' aggiunta dei propri. Il Valeriani, compilatore della raccolta fiorentina del 1816 degli scrittori del primo secolo, e l' editore della raccolta palermitana di rime antiche toscane del 1818, marchese Villarosa, senza darsi la briga di ricercare nei codici antichi l' autenticità delle poesie di ciascun autore, si contentarono di ristampare in un sol corpo le rime pubblicate dal Giunti, dall' Allacci, dal Corbinelli, e dal Crescimbeni, correggendone il testo coll' aiuto del codice di Pier del Nero, che era copia dell' antico codice Martelli, annotato dal Biscioni, e da Anton Maria Salvini, spaventati, e a gran ragione, dall' estrema difficoltà di un' impresa, che per la discordanza dei codici, per le diverse opinioni dei dotti, e per le dure fatiche richiedeva, non poteva che riuscir ardua, lunga, ferace di brighe e ingloriosa.

CXXIX. Nondimeno, avendo io su questi codici fatti alcuni studi speciali, mi credo far cosa grata ai cultori delle buone lettere italiane col cercare di portar qualche poco di lume e di ordine in mezzo a tanta oscurità e confusione, coll' aiuto dei migliori testi, e principalmente de' due codici del Redi, e del codice vaticano dei trovatori italiani.

CXXX. Fra i codici più stimati di rime antiche italiane citeremo il libro reale, sul quale studiava il Bembo, il codice aragonese, il codice di Pier del Nero, copia dell'antico codice Martelli, e il codice del Redi. Il codice del Redi, cotanto famoso, e cotanto citato da tutti gli scrittori, non si sa dove si trovi, e si crede generalmente perduto. Veramente, invece di uno, il Redi possedeva due insigni codici di rime antiche, uno in quarto e l' altro in foglio; e se non ho veduti i codici originali, ho potuto consultare una copia fedelissima dell' uno e dell' altro dei codici del Redi, fatta eseguire parola a parola dal chiarissimo canonico Biscioni.

CXXXI. Il codice di Pier del Nero, che è copia fedele dell' antico codice Martelli, esiste nella Riccardiana, e fornì molte poesie inedite, e molte buone varianti ai compilatori della raccolta dei poeti del primo secolo, che noi chiameremo fiorentina.

CXXXII. Il codice aragonese non si sa precisamente dove esista, ma io credo che sia quel codice di rime antiche, che Lorenzo il Magnifico e il Poliziano raccolsero in un bel volume, diligentemente scritto e miniato, per farne un dono a don Federigo d' Aragona che fu poi re di Napoli, accompagnandolo con quella giudiziosa lettera che tutti conoscono.

CXXXIII. Il qual codice, dopo aver corse diverse fortune, passò nella biblioteca imperiale di Vienna, e in ultimo fu dall'imperatore mandato in dono al regnante Granduca di Toscana, quando S. A. I. e R. intendeva a quella splendida edizione delle Opere di Lorenzo il Magnifico, che vide la luce in Firenze in 4 volumi in foglio massimo.

CXXXIV. Il codice aragonese si trova sovente citato dal Bembo, nelle note al codice 4640 vaticano, che non è altro che una copia del libro reale. Così al numero 104 si legge «Guido Guinizelli da Bologna»:

Madonna, il fino amore che vi porto.

E poi in margine, di mano del Bembo, vi è segnato «Libro di Ragon..» -, e al numero 105, del medesimo Guido:

Donna,
l' amor mi sforza.

E in margine, della stessa mano, «in libro di rag.»: e così in altri luoghi.

CXXXV. Ma è ormai tempo di parlare del libro reale. L' esistenza di questo codice mi era nota, e da gran tempo l' andava cercando. In un piccolo codicetto bislungo di studi letterari di un dotto cinquecentista mi ricordava di aver letto il primo verso di una tenzone che comincia:

Lo core innamorato

sotto nome di «Mazzeo di Ricco da Messina e la moglie», con queste parole: «Come sta al numero LXXIX del libro reale».

CXXXVI. Ora, nel corso de' miei studi nella biblioteca vaticana, domandai un codice di rime antiche per fare certi riscontri. Quegli che andò a prenderlo, sbagliò il numero, e invece mi portò un trattato politico di Senofonte. Allora mi alzai, e andai con lui alla scanzia a prenderlo da me stesso. Aperto l' armadio indicato, vedendo tanti codici e tanti numeri, non pensai più al numero che avea domandato, ma tratto da un movimento irresistibile di curiosità, presi in mano un bellissimo codice segnato 5793, e l' aprii a caso, e lessi: «Mazzeo di Ricco da Messina e la moglie». - Lo core innamorato. - È questo ? mi domandò colui. È questo sì, risposi io: il libro reale.
Pensai tra me: ed infatti era ben quello.

CXXXVII. In quel giorno, e per più di un mese, per buone e oneste ragioni, non mi fu permesso aver quel codice; ma in quel tempo mi venne a mano il codice 4640 vaticano, raccolta di rime antiche, già appartenuto al Bembo. Al numero 56, 58, 40, 42, 159, 151, 159, 160, 176, 578, e altrove, si legge scritto in margine «In libro reale», «In lo reale», «Libr. real.», «Quest'è in libro reale».

CXXXVIII. Quando finalmente mi fu permesso consultare il codice 5795, andai tosto a riscontrare i suddetti numeri, e trovai che avevano tutti i medesimi autori, e le medesime poesie del codice 4640, dal principio sino al fine; ed acquistai la piena convinzione, che il codice 4640 era una copia esatta del libro reale, fatta eseguire probabilmente dal Bembo, e dal medesimo riscontrata, e qua e là ricorretta, e fattovi qualche noterella; e che il codice 5793 vaticano non è altro che il tanto desiderato e ricercato libro reale.

CXXXIX. Il codice 5795 vaticano, ch'io chiamerò d'or innanzi, il Codice vaticano dei Trovatori Italiani, è senza contradizione la più antica, la più ricca, la più preziosa, la più corretta, e la più autentica raccolta delle rime dei primi trovatori della nostra volgar poesia. Il codice è in pergamena, in foglio, benissimo conservato, di un carattere minuto e sottile, ma uniforme dal principio al fine, tutto andante alla prosaica, senza divisione di stanze, di versi, e, alcune volte, neppur di parole, e senza punteggiatura, al solito dei dugentisti, di sorte alcuna. Non vi è data precisa del tempo in cui fu scritto; ma per molte ragioni si può francamente affermare che fu scritto tra il 1265 e il 1275, e contiene le poesie di non meno di cento trovatori italiani, tutti anteriori a Lapo Gianni, a Cino, a Guido e a Dante Allighieri; di modo che si può dire, che contiene quasi tutte le rime dei più illustri e dei più chiari trovatori italiani.

CXL. Perché sia chiamato libro reale non saprei.
Forse perchè in origine apparteneva a qualche re; o perchè contiene delle poesie di quattro re; o sì veramente fu libro reale chiamato per la sua bellezza, e il gran numero e il pregio delle rime che contiene; onde si può francamente dire che questo è il più bello e il più prezioso codice di antiche rime italiane, che si conosca.

CXLI. Da questo codice abbiam tratto il fiore delle rime dei trovatori dugentisti, come si vedrà nel corso di questo volume. E non solo è da tenersi in grandissimo pregio per le poesie che ha fornito alla nostra raccolta, ma eziandio per molte altre che vi sono ancor inedite, (le quali è da desiderare che un giorno sieno tutte stampate per l' intero in un sol corpo); e di più, perchè si possono con questo codice correggere le stampate e confermare e autenticare colla sua grande autorità ai loro veri autori le poesie già edite, o restituire a ciascuno autore le opere sue, attribuite ad altri nelle raccolte giuntina, corbinelliana, allacciana, fiorentina e palermitana.

GXLII. Delle poesie del libro reale, che fan parte di questa raccolta, non occorre qui far parole, poiché saranno in breve nel dominio della critica, e sarà in facoltà di ciascuno di vedere esaminare e giudicare da se, e secondo il suo modo di pensare.

CXLIII. Delle poesie che rimangono ancor inedite, citerò un sonetto, rammentato e lodato da Dante nel libro della volgar eloquenza, in dialetto fermano, in biasimo dei tre dialetti anconitano, marchigiano, spoletano; che comincia:

Una fermana scopai da casciuoli.

Due altre canzoni di messer Rinaldo d' Aquino, e fra queste una citata con lode da Dante nel medesimo libro, che si credeva perduta, la quale comincia:

Per fino amore vo si lietamente.

Diverse altre canzoni d' Iacopo Mostacci, di Ruggieri Pugliese, di Neri Visdomini, di Compagnetto da Prato, di messer Tiberto Galiziani da Pisa, di Chiaro Davanzati, di Monte, di Lapuccio Belfradelli, di Baldo da Passignano; e sonetti in gran numero di molti altri autori; che è cosa incredibile a pensare i tesori, se non di classica poesia, di bella, pura e virginal lingua italiana primitiva che contiene quel codice. E son certo, che se si mettessero a stampa tutte le poesie edite e inedite di quel solo codice, otto volumi in ottavo, sesto de' classici, cioè 200 fogli di stampa, ossia 6400 pagine, non le potrebbero tutte contenere.

CXLIV. Dissi che colla scorta e colla grande autorità del libro reale, si potrebbe portar un poco di ordine e di chiarezza nella distribuzione delle rime antiche, che abbiamo a stampa, nelle raccolte de' Giunti, del Corbinelli, dell' Allacci, del Valeriani, e del Villarosa, e restituire ai loro veri autori quelle rime che per errore o per negligenza di amanuensi o di editori sono state attribuite ad altri.
La qual cosa, benché sia per se stessa molto dilicata, e molto difficile impresa, nondimeno, colla guida dei migliori testi a penna, del codice del Redi, e l' autorità del libro reale, il più antico e il più compiuto di tutti i codici conosciuti, non voglio per viltà di animo rimanermi, nella speranza che questa ardua e dura fatica mia debba riuscir di qualche giovamento ai cultori delle buone lettere italiane.

 
 
 
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