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Il Meo Patacca 10-3

Post n°1318 pubblicato il 05 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

"Il Meo Patacca, ovvero Roma in feste ne i trionfi di Vienna" di Giuseppe Berneri

Titolo completo e frontespizio: Il Meo Patacca ovvero Roma in Feste ne i Trionfi di Vienna. Poema Giocoso nel Linguaggio Romanesco di Giuseppe Berneri Romano Accademico Infecondo.
Dedicato all'Illustriss. et Eccellentiss. Sig. il Sig. D. Clemente Domenico Rospigliosi. In Roma, per Marc'Antonio & Orazio Campana MDCXCV. Con licenza de' Superiori.

S'è messa in testa certa frenesìa,
Ch'io per lui mi vergogno di ridirla;
Si contenti però Vossignorìa
Dall'istessa sua bocca, di sentirla".
Lo chiama allora, e dice che non stia
Con quella flemma sua, da non soffrirla
A intrattenersi, perchè giù l'aspetta
Un ch'a lor due, pò commannà a bacchetta.

In sentì questo, se ne viè lo scioto,
Ma stralunato assai, con bocca aperta,
Stolido, teso teso, e resta immoto,
Allora, che di MEO fa la scuperta.
Lo crede un gran signor, (che non gl'è noto,
Chi sia 'sto Coram Vobis), e proferta,
Non fu da 'sto Martufo nè men sola,
Di PATACCA alla vista, una parola.

Questo bensì, con un ceffuto orgoglio;
"Ah infame! - dice, - ah brutto malscalzone!
Pur te ce coglio in casa, te ce coglio
Faccia de feccia! pezzo de briccone!
Te voglio io stesso fa morì, te voglio
Mò propio, da par tuo, sott'a un bastone.
E chi così, d'assassinà t'insegna
Un povero innocente? oh razza indegna!

Penza un po' s'a negà te torna conto,
D'haver tu fatto st'assassinamento,
Quann'ho, perchè a convincerti sia pronto,
Testimonj di vista più di cento".
Allora sì, del solito più tonto
Resta colui a 'sto sbravicchiamento,
Di sentirei ingiuria par che si doglia,
E incominza a tremà, com'una foglia.

Poi timido risponne: "È ver che quello,
Ch'in terra giù buttò colui, son io,
Ma stimo d'haver fatto un colpo bello,
Se però sbaglio non è stato il mio;
Sento dalla finestra un gran bordello,
Del popolo ribomba un mormorìo,
Dice più d'un, (lesto a sentirlo io fui):
- È questo il Gran Vissir. Certo ch'è lui. -

Io, ch'a quel Turco cane, a quel tiranno
Havevo un odio tal, da che sentivo
Che fece a Vienna, e far volea, gran danno,
Ch'a fè me lo saria magnato vivo,
Subbito allora mi ricordo, quanno
Tanto per causa sua mi spaurivo,
Mi viè la rabbia, e non glie la perdono,
Ma, preso l'archibuscio, glie la sono.

Io cresi, e credo ancora, e l'ho per vero,
Che sia questo il Vissirre sciagurato,
Ch'assediò Vienna, e me venì in penziero,
Che schiavo in Roma stato sia menato;
Poco fà mi diceva il locandiere,
Ch'in credere tal cosa, ho assai sbagliato,
E che questo è un de' nostri, che procura,
Rappresentar di quello la figura.

Già che voi mio signor! veniste quà,
Vi prego, quanto mai pregar vi sò,
Che mi vogliate dir la verità,
Se quello è il Gran Vissirre, si o no.
Io v'ho detta la cosa come stà,
E gnente di buscìa messo non ci hò;
Propio per Turco da me preso fu,
E credendolo tal, lo buttai giù".

MEO, benchè faccia el fiero e 'l brusco in viso,
E con lo sguardo fulmini spaventi,
In sentì 'sta sciotaggine, di riso
Gli viè voglia, ma serra i labbri e i denti.
Non vuò pare', con fa' chalche sorriso,
De volè sopportà 'sti tradimenti,
Ma si rimette in serio, e fà del sodo,
S'aggruma, e allo sciotèo parla a 'sto modo.

"Appena l'occi addosso io te mettei,
Ch'in un subbito tutto te squatrai,
E così ben conoscerti sapei,
Che tu stesso di te farlo non sai.
Già t'ho annasato, ch'un drittone sei,
E pe' cuccà la gente 'l gonzo fai;
Ma tu impicciala pur, dì quel che vuoi,
Non puoi 'sto fusto inzampognà non puoi".

S'era PATACCA molto ben accorto,
Che pe' semplicità, nò pe' malizia
Errò costui; ma pur lo guarda torto,
E minaccianno va la su' furbizia.
Poi dice: "Quel villan volevi morto,
Perchè forzi ci havevi nimicizia;
Di dir la verità ti torna conto,
Parlami schietto, e non ci fà del tonto.

Tu ancor non me cognosci? A fè te scacchio,
Tra poco ve, tra poco te la scrocchio,
O te scortico vivo, come un bacchio,
O per adesso, almen, te cavo un occhio".
Vuò MEO vedè, se co' 'sto spaventacchio,
Perchè sa 'l fatto suo fino a un finocchio,
E in età giovanesca è volpe vecchia,
E co' 'sto sbravicchià, te l'invertecchia.

Ma perchè fece in realtà lo sbaglio,
Et operò da semplice, non muta
Il su' parlà colui, bensì ha travaglio,
D'havè la cosa del villan saputa;
El penzà, che fu messa a repentaglio
La vita di quest'homo, conosciuta
L'innocenza di lui, gli dà sconforto,
E gran dolor havria, se fusse morto.

A bastanza PATACCA s'assicura,
Che in questo stramiscion non c'è furbara;
Ma pur, seguita a mettegli paura,
E di credergli ancor, non si diciara.
Da quel barbier, che del ferito ha cura
Menà lo vuò, pe' fà apparì più ciara
La verità, sforzanno allor costoro,
A dir, se ce fu mai rogna tra loro.

De 'sta prova fa MEO gran capitale,
E in tell'annà verzo la barberìa,
Fa che venga 'sto pezzo d'animale
Cinto da sgherri, acciò non fuggia via:
Presto arriva, e domanna se mortale
Di quel villano la ferita sia;
Gli risponne el barbier, che tal non era,
Ma che guarillo in poco tempo spera.

Togno ha la faccia insanguinata e sozza,
Tiè le guancie infasciate co' 'na pezza;
Marzocca, innanzi a lui, qual paparozza
Accovata, con frolli l'accarezza.
Si mette allor, com'una vite mozza,
A piagne 'l feritor la su' sciocchezza,
E quasi in capo si darìa 'na mazza,
Sol perchè gli venì voglia sì pazza.

Dice PATACCA a Togno: "O tu, che resti
Vivo, ma non so come, se passasti
Un risico sì granne, e sorte havesti,
Ch'a quel colpo, de fatto, no sballasti,
Dimmi, se mai costui tu cognoscesti,
Se mai tra voi venissivo a contrasti,
Che, se stati ci son de i tiritosti,
Io voglio ch'a costui cara gli costi".

Togno, in sentir di MEO l'ordine espresso,
Così accarvato come stava, attento
Guarda colui, ch'in faccia se gl'è messo,
Che sta mortificato, e assai scontento.
"Non ho visto quest'homo altro ch'adesso",
Poi dice, con frolloso fiottamento:
"In quanto a me, non lo cognosco", e appena
Hebbe, a potè dir questo, e fiato e lena.

"Hora sappi, - così MEO gli raggiona, -
Questo esser quello, che col su' schizzetto,
Pigliò in mira, e colpì la tu' perzona;
Ma lo fece pe' sbaglio el poveretto".
Più non volze sentì quella Marcona
Della moglie di Togno, ch'a dispetto
Della bocciaccherìa, che far gliel vieta,
Fece un salto da terra alto tre deta.

Al grugno di colui ecco s'allancia,
E le mani rannicchia come uncini,
In quest'atto che fa, pare una grancia,
Quanno và rimenanno i su' zampini:
E mentre a quello e l'una e l'altra guancia
Sgraffigna, dice: "Ah razza d'assassino!
Traditor! che mi dài tanto cordoglio,
Con queste mani mie strozzà ti voglio".

Colui non si risente, e se ne piglia
Quante mai lei sà dargliene et incoccia,
Nè si scanza; Marzocca lo sgarmiglia,
E lui più allora abbassa la capoccia.
Anzi gli dice: "Hai gran raggione o figlia!
Straziami a modo tuo, sin ch'una goccia
Di sangue ho nelle vene; peggio assai,
Io merito di quel, che mi farai".

Già 'na satolla fatta lei se n'era,
Si ferma sol, perchè si sente stracca,
Ma pisti gl'havea l'occi in tal maniera,
Che te gli fece bisognà la biacca:
Togno fa cenno allor alla mogliera
Che si fermi, e s'acqueti, e a MEO Patacca
Così parla assai flebbile: "E qual torto
Feci a costui, che mi voleva morto!".

MEO dello sbaglio lo rendè capace,
Gli fece da colui chieder perdono,
Commanna poi che faccino la pace,
E loro ubbidientissimi gli sono.
Perchè non vada il feritor fugace,
Lo fa nasconne, sin che ottiè perdono
Dalla Giustizia, e quel che mai si spènna
Pel ferito, da lui vuò che si renna.

Dà l'ordine a un su' sgherro, ch'una stanza
Pe' Togno, e ancor pe' la su' compagnia
Trovi in affitto, e che in quest'abitanza
E letto e ogn'altro commodo ce sia;
Che procuri d'haverla in vicinanza,
Più che si pò, di quella barberia;
Fatto questo, al marito et alla moglie,
Dà MEO la bona sera, e se la coglie.

Partito è appena, et ecco, oh cosa strana!
Un certo sgherro della Cappellina,
Che girava de fora alla lontana,
Subbito alla bottega s'avvicina.
Entra, e perchè c'è gente, alla villana
Col gomito, dà chiotto un'urtatina.
De fatto si rivolta la buzzona,
Guarda, nè sa chi sia 'na tal perzona.

Lui glie dice pian piano: "Monna quella,
Di grazia non ve spiaccia l'ascoltamme,
Troppo gonza voi sete e crederella,
Se dar volete fede a quel rasciamme.
Delle sfavate assai ve ne spiattella
Costui, che fà il riccone et il Quamquamme,
Sbrascia nelle promesse, et è uno scrocco,
Nè ve darà l'aiuto d'un baiocco.

Chi lo cognosce, a fè che non gli crede,
Sa ch'è un riggirator qual sempre è stato;
Mò che partì di qua, chi più lo vede?
Dov'è, che manco un giulio v'ha lassato?
Io già so quello, che v'ha da succede:
E direte, ch'appunto io ci ho azzeccato;
Vi farà fa' di molte spese, e poi
Toccherà certo di pagalle a voi".

"Oh questa saria bella, - allor lei disse,
- Che costui de parola mi mancasse!
Ch'a ordinà tante cose qua venisse,
E a pagà chi ha d'havè, non ritornasse!
Oh allora sì, vorria che mi sentisse,
E che dalli mi' strepiti imparasse
A non gabbà la gente, e che vedesse
Se a fa' 'st'inganni, conto gli mettesse".

"Oh sete pur la bona donna sete",
Ripiglia allor colui, "di grazia dite,
Dove 'sto ciurmator voi trovarete?
Le su' furbizie ancor voi non capite?
Che ve venga a trovà, non lo credete;
Non farà mai 'sta cosa, ma sentite,
Se voi del mi' consiglio vi fidate,
Non accurr'altro, a tutto rimediate.

Famo una cosa per adesso famo,
Et a su' tempo un'altra ne faremo,
Tutta 'sta notte de passà lassamo;
Domani all'alba qui ci trovaremo.
Allora vi dirò quello che tramo,
E a ripescà costui ce n'annaremo".
Se farete a mi' modo, certo stimo,
Che 'sto gabba compagni noi ciarimo".

"Io, poveraccia me!, non so che dirmi,
E solo posso a voi raccomandarmi",
Colei rispose, "e se vorrà tradirmi,
Come voi dite, io non saprò che farmi.
Habbiate carità di sovvenirmi,
E quello c'ho da fare, d'insegnarmi.
Ecco ch'a voi sol tocca in cura havermi,
E secondo il bisogno provedermi".

"Io già v'ho preso", dice il Farinello,
"Lassate pur di tutto a me 'l penziero,
Che col mortificà 'sto squarcioncello
Di MEO PATACCA io consolarvi spero".
Così parlò costui, che contro quello
Haveva un odio malignesco e fiero,
Sol perchè conosciutolo un poltrone,
Nol volze accettà MEO pel su' squatrone.

S'era già nella mente figurato,
Perche di vendicarzi ha gran prorito,
Di fa' restà PATACCA svergognato,
Acciò più d'un l'habbia a mostrar a dito.
Vuò che da 'sta bifolca sia trovato
In chalche loco pubrico, e assalito
Con gran chiassate, acciò sia MEO tenuto
Per un busciardo e ingannator creduto.

Contento se ne va, che gran fidanza,
Da al furbacchiolo 'sta trappolerìa,
Ma già la notte a più potè s'avanza,
E allor bel bello il popolo va via.
Titta le donne, usanno ogni creanza,
Rimena a casa con galanterìa;
Puro MEO si ritira, e a 'sta maniera
Fornì la festa della prima sera.

Fine del Decimo Canto.

 
 
 

A padron Marcello

A padron Marcello

Chi ha fabbricato Roma, er Vaticano,
er Campidojo, er Popolo, Castello?
Furno Romolo e Remolo, Marcello,
che nisun de li dua era Romano.

Ma volenno uno e l’antro èsse sovrano
de ‘sto paese novo accusì bello,
er fratello nemico der fratello,
vennero a patti cor cortello in mano!

Le cortellate agnedero a le stelle,
e Roma diventò dar primo giorno
com’è oggi: ‘na torre de Babbelle!

De li sfrizzoli, ognuno ebbe li sui:
e Roma, quelli dua la liticorno,
ma venne er papa, e se la prese lui!

Giuseppe Gioacchino Belli

 
 
 

L'antenati, ovverosii ...

Post n°1316 pubblicato il 04 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

L'antenati, ovverosii: li mortacci nostri

La storia principiò, si come sanno
inzin li pupi da le prime pappe,
co Enea trojano, poi ch’annò freganno
pe mezzo monno, e qui posò le chiappe.

Indifficile a disse er come e er quanno,
fra momenti de gloria e lippe-lappe,
er bon Virgijo ce sudò quarch’anno
a spreme er sugo e disegnà le mappe.

Je faceva bon gioco padre Enea
pe coprì le vergogne co ‘na foja:
fàsse razza d’eroi, fiji a ‘na dea!

Ma gratta gratta, e taja, e cala, e sbroja,
in fonno se vantaveno a l’idea
d’èsse li fiji (eh, sì) de ‘na gran ...Troja.

Bruno Fiorentini
Da: Storia semiseria di Roma Antica

 
 
 

Er teppista

Post n°1315 pubblicato il 04 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er teppista

Credi ch'io sia monarchico? Pe' gnente:
che me ne frega? E manco socialista!
Repubbricano? Affatto! Io so' teppista
e, pe' de più, teppista intransiggente!

Ciancico, sfrutto, faccio er propotente
cór proletario e cór capitalista,
caccio er cortello, meno a l'imprevista,
magno e nun pago e provoco la gente.

Se me capita, sfascio: e sputo in faccia
a le donne, a li preti, a li sordati...
Ma nun me crede poi tanto bojaccia:

che so' più onesto, quanno semo ar dunque,
de tutti 'sti teppisti ariparati
de dietro a 'na politica qualunque!

Trilussa

 
 
 

Il Meo Patacca 10-2

Post n°1314 pubblicato il 03 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

"Il Meo Patacca, ovvero Roma in feste ne i trionfi di Vienna" di Giuseppe Berneri

Titolo completo e frontespizio: Il Meo Patacca ovvero Roma in Feste ne i Trionfi di Vienna. Poema Giocoso nel Linguaggio Romanesco di Giuseppe Berneri Romano Accademico Infecondo.
Dedicato all'Illustriss. et Eccellentiss. Sig. il Sig. D. Clemente Domenico Rospigliosi. In Roma, per Marc'Antonio & Orazio Campana MDCXCV. Con licenza de' Superiori.

Ecco che s'incominzano a scropìne
Torcie assai, ch'a dispetto della notte,
Fanno in aria un bel lustro comparìne,
I soni più ribombano, e le botte;
Un chiasso, un calpestìo se fa sentìne
Di gente, che veniva a flotte a flotte;
Il popolo, che già affollato s'era
Si slarga, e gl'incominza a fa' spalliera.

So' i primi a comparì nello squatrone
Due trombetti abbottati in te le guancie;
Van sonando, e le trombe, pennolone,
Han due striscie di drappo con le francie:
Sgherri armati di stocco o di spuntone
Vengono doppo, e fan bordelli e ciancie
Con tutto scialamento e con baldoria,
E danno segno d'una gran vittoria.

Mentre tutti chalch'arme in mano tengono,
La gente, ai muri, d'accostà procurano.
Due tamburrini doppo loro vengono
Ch'a mani doppie sempre più stamburano;
Passati questi, poco si trattengono
Sgherrosi moschettieri, che figurano
I vincitori, et ecco già s'accostano,
Et ogni tanto, pe' sparà, s'impostano.

Foco danno col miccio, e più d'un schioppo
Si sente a un tempo stesso, e chi ha sparato,
Senza fermarzi, seguita 'l galoppo,
E te la fa da pratico soldato;
Non sol non si trattiè poco nè troppo,
Ma spara appena, e ha già ricaricato,
E si sente in guerrifiche maniere
La sinfonia di botte moschettiere.

Con armature poi capitaniesche,
Fingenno i trionfanti, a passi gravi,
Circondati da belle soldatesche
Vengono quattro sgherri de i più bravi.
Con giubbe un po' barone, ma turchesche
Van dreto seguitanno molti schiavi,
E ogn'un di loro comparì si vede,
Co' 'na catena al collo e un'altra al piede.

Vestito poi da Turco commannante,
E più d'ogn'altro incatenato forte,
Veniva il Gran Vissir, quasi spirante,
Parenno giusto un condannato a morte.
Annava col cotogno tremolante,
Con occi piagnolosi e guancie smorte,
Et a fa' 'sta funzion capato s'era
Un secco, un smunto, un di cattiva cera.

Villano era costui, ma sciotarello.
E bignò ch'un tal homo si capasse,
Perchè fargli strapazzi e questo e quello
Potesse, e queto lui li sopportasse:
Stava a cavallo sopra un ciucciarello,
E ogni poco pareva che cascasse,
Che pe' natura assai sguajato annava,
E poi, con arte ancor, ce s'ajutava.

È vero ch'era questo un Turlulù
Di quei, che vivon alla Babbalà,
D'annà facenno, pur capace fù
Le smorfie, che gli seppero insegnà.
Pareva un barbaggianni et un cuccù,
Si lassava da tutti strapazzà,
Tante e tante il bagèo ne sopportò,
Ch'uno pel verzo alfin glie la sonò.

Di sbeffe, ingiurie, urtoni, e spuntonate,
El povero merlotto a furia n'hebbe,
Nè gli mancorno gran merangolate,
E il furor, contro lui, sempre più crebbe;
A tanti stratii, a tante tozzolate,
Ogn'altro ammuinato si sarebbe,
Ma lui sta tosto ancor, quanno sul babbio,
O la fanga gli tirano, o lo stabbio.

Quest'era un certo 'fogno vignarolo,
Che quasi verzo sera, con la moglie
Arrivò in Roma, e si po' dir che solo
Venuto fusse al bagno pe' le doglie".
Lo conosceva Mommo Sassajolo,
Che co' smorfie grandissime l'accoglie,
E gli fa attorno più d'una monina,
Pe' poi mettelo quasi alla berlina.

'Sta coppia villanesca era venuta
A cavallo, in città, commodamente,
Havevano però testa orecchiuta
Le bestie loro sumarescamente.
Sul basto era la femmina seduta,
Ma l'homo a usanza della maschia gente,
E l'asino di Togno è quello stesso,
Sopra del quale ci cavalca adesso.

L'astuto romanen seppe dir tanto,
Sin ch'a forza di chiacchiare e promesse
Indusse il gonzo a dir, che tutto quanto
Fatto haverìa quello che lui volesse.
Veste, turbante, e vissirresco manto
Trovati a posta, addosso te gli messe;
Pel gran gusto, c'haveva quello sciorno,
S'annava riguardanno attorno attorno.

La moglie, che ciamavase Marzocca
Pe' sopranome, essenno assai bocciacca,
Del su' marito gnente meno è sciocca,
Come lui, va sciattona e assai zambracca.
Sta intontita a guarda, senza aprì bocca,
Mentre il sozzo gabbano e la casacca
Si leva a Togno, e addosso se gli ficca
Una giubba assai nobbile, assai ricca.

Vedenno Togno suo così addobbare.
Che lei cosa magnifica la cresce,
Si lassò facilmente inzampognare,
Ma adesso adesso, imparare a su' spese.
Pe' raccontà 'sto fatto alle commare,
Non vede l'hora de tornà al paese,
E dir che in Roma, e in festa sì sforgiata ',
È annato su' marito in cavalcata.

Mentre s'avvia 'sto finto personaggio
Con la gran turba dell'armati sgherri,
Un pò lontana lei seguita el viaggio,
Che non vuò che la calca la rinserri.
Se ne viè moccolona a su' vantaggio,
E come si suol dir, raccoglie i ferri,
Perch'in sopra al su' ciuccio in quella festa,
Fra tanti e tanti lei l'ultima resta.

Et ecco che incominzano li guai
E i malanni di Togno el poveraccio,
Che maltrattà si sente, et horamai
Quasi tutto gl'ammaccano il mostaccio.
Non si tirano scorze a' Tumellai,
Perchè avvezzato il romanesco braccio
A ben sajoccolà, quello che tira
Va giusto dove si pigliò la mira.

Pel continuo strillà della marmaglia,
Non pò sentì Marzocca le battute,
Che, come si suol far su 'na muraglia,
Si fan di Togno su le spalle ossute.
Anzi la pacchiarotta assai si sbaglia,
Perchè da lei, ch'è gonza, son credute
Grolie le sbeffe, et i plebbei schiamazzi
Apprausi lei li stima, e so' strapazzi.

O quanto è ver, che quanno men si penza
A 'na disgrazia, quest'allor più arriva,
E spesso ce lo mostra la sperienza,
Che da i contenti stessi il mal deriva.
Marzocca gnente haveva di temenza,
Anzi ch'allegra assai se ne veniva,
E puro una sventura gl'è ammannita,
Che quasi a Togno ha da levà la vita.

Un certo Marangone forestiero,
Che non havea ciarvello per un grillo,
Venne a vede 'ste feste, con penziero
D'osserva tutto e a casa sua ridillo.
Fu alloggiato costui da un locandiere,
E curze alla finestra al primo strillo
D'una truppa di gente, et in vedella
Domanna che cos'è, che buglia è quella.

Sente da tutti dire: "O bene! o bene!
Il Gran Vissir, il Gran Vissir è questo:
Come carico tutto è di catene!
E come in faccia è sfigurato e mesto!"
Lo scialèo gnente allora s'intrattiene,
Ma un schizzetto da caccia presto, presto
Caricato a palline in mano prese,
Che s'era già portato dal paese.

Schiaffa drento una palla, e pien di stizza
Ritorna alla finestra, e messo fora
El cacafoco, inverzo giù l'addrizza,
Pe' poi sparallo, quanno sarà l'hora.
Un certo error del su' penzier l'attizza
Contro quell'infelice, e perchè mora,
Di fare li su' sforzi già disegna,
E stima, il farli, un'opera assai degna.

Pe' certo lui teneva che il villano
Fusse il vero Vissir, ch'a VIENNA bella
Ardì de fa quel brutto sopramano
D'assedialla, pe' poi sottomettella.
'St'inganno causa fu dell'atto strano,
Che, messosi costui in sentinella
Alla finestra, fece, allor che passa
Il finto Turco, mentre il cane abbassa.

Spara alla volta sua, fischia la palla,
Ma, o fosse il moto del villano, o il caso,
Solo di sbiescio gli toccò 'na spalla,
Le migliarole, poi le guancie e 'l naso.
Il ferito dall'asino traballa,
Resta col capo pennolone e raso,
Che l'havevan già toso, e in tel piegasse,
Bignò bè ch'il turbante gli cascasse.

Perchè giù non tracolli, uno l'abbraccia,
Lui smonta, e sbalordito si spaventa,
Gli va colanno el sangue pe' la faccia,
E come un morto pallido diventa.
Ogn'un s'accosta, innanzi ogn'un si caccia,
Si fa 'na buglia granne, e non è lenta
La man di molti, mentr'è lui svenuto,
Nel mettelo a sedè, nel dargli ajuto.

Chi con l'aceto, perchè ha sale in zucca
Lo sbruffa, e glie lo mette in tel frosciante,
Chi la mano gli tiè dreto alla gnucca,
Ch'a reggerzi da sé, non è bastante;
Chi con li fazzoletti el sangue asciucca
Dalle guancie, pel collo, scivolante;
Chi poi, perchè si medichi 'l meschino,
Gli va a ciamà el barbier, ch'è lì vicino.

Marzocca da lontano accorta s'era
De 'sto bisbiglio, e de 'sta chiassarìa,
E si và tapinanno e si dispera,
Pe' non potè saper che cosa sia.
Stuzzica del sumaro la groppiera,
Pe' fargli fa' un tantin di scorrerìa.
Ha in man, per questo, un bastoncello et anco
Le scalcagnate gli dà allor nel fianco.

Un dolor improviso il cor gl'afferra,
Non sa s'è verità, non sa s'è sogno
Quel ch'antivede. Ah! ch'il pensier non erra,
Ma puro de ciarissene ha bisogno.
Arriva e vede un, che seduto è in terra,
Più s'accosta e conosce alfin ch'è Togno,
E visto il viso scolorito e guasto,
Non scese nò, precipitò dal basto.

A sfogàne incominza el su' travaglio
Con un sospiro, a foggia di sbaviglio,
Ma il fiato suo tanto sapeva d'aglio,
Ch'il fetor si sentì lontano un miglio.
Allor le treccie sue mette a sbaraglio,
Facenno de' capelli un gran scompiglio,
E mentre, te glie dà strappate fiere,
Glie ne restano in man le fezze intiere.

Pe' più mostrane il marital affetto,
Con quelle mani sue zotiche e dure,
Si rifibbiò pugni tamanti in petto,
Ch'impresse ci lassò le lividure.
A vedella smanià pel su' diletto,
A i pianti, all'urli, alle spasimature,
Havennose stracciato e busto e gonna,
Ha più cera di Furia che di donna.

S'accova poi su l'una e l'altra cianca,
(Stannoglie in piedi molta gente attorno),
E preso un po' di fiato, ecco spalanca
La sua gran bocca, che pareva un forno.
"Ahi Togno! - dice, - ahi scura me!, ti manca
Il vigor, già lo vedo; ah! ch'uno sciorno
Tu fusti, a volè fa st'inturcamento,
Io più sciorna di te, che c'acconsento.

E chi è stato quel cane e quell'indegno?
Marito mio! Ma già sei smaritato,
Se per tè ce n'è poco, ch'a 'sto segno
T'ha ridutto, e così t'ha macellato!
Dimmi se botta fu di sasso o legno?
Dimmi, fusti ferito o sei cascato?
Ah! che mori e rest'io vedova e sola.
Mori sì, che già perza hai la parola".

O quì si sgraffia el viso, o quì si sbatte,
Qui sì, che fa di lagrime una troscia,
Di Togno le fattezze scontrafatte,
Pe' poi meglio osservà, più allor s'accoscia.
Lui volta l'occhi, e in quei di lei s'imbatte,
Dice, con voce assai sfiatata e moscia,
Che giusto par d'un moribondo sia:
"Aiutami se pòi, Marzocca mia".

Mentre costoro favano 'sti fiotti,
Sul solito cavallo, a tutto corzo
MEO se ne viè, che par che d'ira abbotti,
E alle carriere sue dà più rinforzo.
Mostra, turbato in viso, che gli scotti
Il vede, che dal popolo quì accorzo
L'incominzata festa s'intrattenga;
Vie a sapè se il difetto da chi venga.

Si fà far largo, poi s'accosta e smonta,
E in vedè quella faccia così smunta,
Il fatto vuò sapè. Se gli racconta
Senza sminuimento, e senza giunta.
A cavallo allor subbito rimonta,
Perche la folla già s'è ricongiunta,
In tel mezzo del circolo si pianta,
E in vedello infoiato, ogn'un s'incanta.

Dice al barbiere, ch'in quel punto arriva,
Ch'il vada presto a medicà in bottega,
Se lì in terra il ferito assai pativa,
E in te la strada, non vuò più 'sta bega.
Marzocca allora, morta più che viva,
Che voglia farlo ben curà, lo prega.
Lui gliel promette, e poi vuò che si faccia,
Da dui guitti, una sedia con le braccia.

La fan questi, s'abbassano, e de peso
Acchiappano cert'altri quel merollo;
Lo schiaffano a sedè, quanno l'han preso,
Lui mette a quelli due le braccia al collo.
Ma allor Marzocca col su' braccio steso
La schina appuntellò, nè mai lasciollo
Fin che bel bello fu portato via,
Pe' medicallo in te la barberìa.

Serra i due ciucci in drento a 'na stalletta
Un vetturale, che stà lì vicino,
Che nell'albergo suo sempre ricetta
Bestiame cavallesco et asinino;
Sì lui, come il barbier MEO li precetta,
Che non taccino spennere un quatrino
A quei meschini, c'hebbero 'sta scossa,
Perchè lui, tutto de pagà s'addossa.

Poi si porta in due slanci alla locanna,
De dove già colui fece il delitto;
Come il patron di quella si domanna,
E dove sta, gl'havevano già ditto.
Arriva appena, e al locandier commanna,
Che pe' 'sto caso stava tutto afflitto,
Che dica dove annò, dove si trova
Quel traditor, ch'ardì de fa' 'sta prova.

"Signor, - dice costui, - for di me stesso
Io resto allo stranissimo accidente,
Che per disgrazia mia è qui successo,
Senza però, ch'io ci habbia colpa niente.
Il reo sta sopra, e giù lo chiamo adesso;
Non solo non fuggì, ma non si pente,
Anzi che ha gusto assai di quel ch'ha fatto.
In quanto a me signor, lo stimo un matto.

 
 
 

Er sorvejato sincero

Post n°1313 pubblicato il 03 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er sorvejato sincero

— Come ti chiami? — Cianciconi Pio.
— D'anni? — Ventotto. — Che mestiere fai?
— Sto con un socio... — Ma lavori? — Mai.
— E il tuo socio che fa? — Quer che fo io.

— Subisti altre condanne? — Un buggerìo!
— Sei sorvegliato, infatti; e tu lo sai...
— Eh, lo so, sor pretore, ma oramai
chi nun è sorvejato, sant'Iddio?

— Certe sere, però, sorti lo stesso...
— Accompagno Marietta... — E la ragione?
— Pe' nun falla arestà, je vado appresso.

Con un omo vicino, bene o male,
la faccio arispettà dar pattujone,
fo li quatrini e sarvo la morale.

Trilussa

 
 
 

Il Meo Patacca 10-1

Post n°1312 pubblicato il 02 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

"Il Meo Patacca, ovvero Roma in feste ne i trionfi di Vienna" di Giuseppe Berneri

Titolo completo e frontespizio: Il Meo Patacca ovvero Roma in Feste ne i Trionfi di Vienna. Poema Giocoso nel Linguaggio Romanesco di Giuseppe Berneri Romano Accademico Infecondo.
Dedicato all'Illustriss. et Eccellentiss. Sig. il Sig. D. Clemente Domenico Rospigliosi. In Roma, per Marc'Antonio & Orazio Campana MDCXCV. Con licenza de' Superiori.

CANTO DECIMO

ARGOMENTO

Seguita ancor la festa, e 'l prauso dura,
E il regazzume spara zaganelle;
Si vedon fatte con architettura
Machine nove, et altre cose belle.
Un villano, che fece la figura
Di Gran Vissir, ci hebbe a lassà la pelle;
MEO, di farlo curà l'assunto prese,
E pur ci fù, chi dirne mal pretese.

Già della notte la prim'hora è scorza,
Passata è la seconda, e ancor la terza,
E sempre più la calca si rinforza,
Ch'arriva tuttavia gente diverza.
In lochi stretti el popolo s'intorza,
S'a caso una carrozza s'intraverza,
Di regazzi una truppa intorno sparza,
Allora di ripieghi non è scarza.

Non dico già, che di scanza' procuri
Il risico, che curre ogni perzona:
Anzi pare, che propio non si curi
Del pericolo, e a quello più s'espona;
Acciò che chalche donna si spauri,
Hanno una certa scola un pò barona,
D'accostarzi pian pian vicino a quelle,
E col miccio sparà le zaganelle.

Si fan queste di carta un po' grossetta,
Che di polvere s'impe, e poi si piega;
Come in sè si raggruglia una serpetta,
Così questa in sè stessa si ripiega.
Perchè poi stia ben riquadrata e stretta,
Con un spago nel mezzo allor si lega,
E fattone a 'sto modo un fagottino,
C'è in cima, et esce in fora, el su' stuppino.

Ne fanno li ragazzi un capitale",
Che più dir non si pò, pare uno scrocco,
Chi assai non se ne crompa, e ogn'una vale
O due quatrini, o al più mezzo baiocco;
Hanno un genio maligno di far male,
Mò fanno spaventà chalche marrocco,
Con vederzi attaccà foco alli panni,
Mò le donne co' strepiti assai granni.

Un de 'sti ghinaldelli, ecco s'abbassa,
Quasi vicino a terra, e prestamente
La zaganella appiccia, e poi la lassa,
Dove stà ferma e folta più la gente.
Doppo, via presto scivola e trapassa.
Pe' la folla con impeto, e tiè mente,
Ma però da lontano, e sta a vedene
La zaganella, se si porta bene.

Questa di lì a un pezzetto, e foco piglia,
E sbalza via de fatto, e salta, e scoppia;
Quanno sta pe' finì, forza ripiglia,
Le scoppiature e i zompi allor raddoppia.
La gente, ecco si slarga, e si scompiglia,
E colui come quaglia in te la stoppia
Tra la folla appiattatosi se tratta,
Che tra di sè, di ridere si schiatta.

Osserva certe femmine zerbine,
Che strillano, e salticchiano in vederzi
Le faville attaccate alle vestine
Et ai zinali, e fan de' brutti verzi;
Se ci hanno core allor le signorine,
Glie bigna rimedià, pe' non tenerzi
El foco addosso, e a fè, non se ne burlano,
Ma presto presto, le faville scurlano.

In più lochi insolenze de 'sta sorte,
Fanno i regazzi, e l'un dall'altro impara,
E nel zaganella, maniere accorte
D'haver procura ogn'un di loro a gara.
C'è spesso, chi li tozzola assai forte,
Et allor sì, ch'assai gli costa cara
La loro insolentaggine, che molti
Nel fatto, a cavaliere ce so' colti.

Et oh! quanto a costoro gli sta bene,
Che ci sia chalched'un che li rifili,
Perch'è assai gran ardir, e non conviene
Far alle donne atti così incivili,
Di zaganelle, haver le mani piene,
E annar facenno spari puerili.
È ver che MEO gli dette ampia licenza,
Ma non di far ad altri impertinenza,

C'è chalch'homo de garbo e risentito,
Che gira con le figlie e con la moglie;
Che non habbiano affronti sta avvertito,
E mai da 'sto penzier non si distoglie;
Ecco con zaganelle un frasca ardito
Ce s'arrisica, e quello ce lo coglie,
E quanno giusto sta pe' fa la botta,
Te lo schiaffeggia e te lo scappellotta.

Perchè 'sta razza della Cappellina,
Più ce vuò profidià, quant'ha più busse,
El baroncello fa una ramanzina,
Come s'a torto rifilato fusse:
Va via rognanno, e non si ferma, inzina
Che di Bassà, Vissir, o di Chiausse
Non trova altra comparza, e gente nova,
Qui dell'astuzie sue torna a far prova.

Mò lesto la fa netta, e non c'è colto;
Mò buscia gli riesce, e ci ha de guai
E da i compagni, dov'è il popol folto,
Si fa 'sta giocarella pur assai.
Ma lassamoli fà, che poco o molto
Ci han de crostini, e dir si senton: Ahi!
Perchè gli dà, chi ha rabbia soprafina,
Pugni che fanno ribomba' la schina.

Un altro curre come fa un lacchè,
Dove la gente ad affollarzi và,
Ritto ritto un bastone in mano tiè,
E sopra un cerchio congegnato stà.
Qui più d'un razzo attorno attorno c'è,
Prima in terra colui foco gli dà,
Poi giran le faville, e cascan giù,
Mentre currenno, lo tiè alzato in sù.

El popolo si scanza, e gli dà 'l passo,
Non volennose mette in compromesso,
Perchè quel foco in tel casca giù abbasso,
Fà delli brutti scrizzi, e bene e spesso.
Vestito un altro poi da babbuasso,
Finge d'esser un Turco, che dismesso,
E lacero, e pezzente, et in rovina
Si dà pugni, si sgraffia, e si sciupina.

In tel mezzo del popolo si caccia,
E smania, e smorfie fa da disperato,
Quell'abbito, ch'ha addosso se lo straccia.
Che con più pezze unite era aggiustato.
Tira le toppe a più perzone in faccia,
Che son piene di pece, e se infoiato
Calch'uno, pe' 'st'affronto lo scapiglia
E sgrugnoni gli da, lui se li piglia.

Più si va innanzi, più s'incontra robba,
Da sganassà di ridere a vedella;
In figura d'un turco con la gobba,
Uno sta ritto su 'na botticella,
Taffia con un cucchiaro certa bobba,
Ch'è messa pe' minestra in t'una tiella,
E scritto sul turbante c'è 'sto motto:
Stroppio, spiantato, a mendicà ridotto.

Sopra un banco più in là, puro di carne
Un altro sta su in piedi, et è alla vista
E per quello ch'ogn'un pò giudicarne,
E per l'atto in che sta, turco abbachista:
Fà conti e s'affatiga di rifarne
Co' i deti, e perchè sbaglia, si contrista;
Va storcenno la bocca, e se la sgarba,
E si strappa li peli dalla barba.

Giusto è vestito come un homicciolo,
Ch'è tutto cenci: al fianco ha 'na scudella,
È infasciato da un straccio il cucuzzolo,
Sotto il braccio mancino ha una stampella.
Pende dal collo de 'sto stracciarolo,
Con un laccio attaccata una cartella
Dov'è scritto così: Questo m'avviene,
Perchè non seppi far li conti bene.

Passata poi 'sta cianfonèa burlesca,
C'è 'na machina soda et assai degna;
È circondata dalla soldatesca,
Acciò non c'urti 'l popolo e la spegna.
Forz'è che cosa nobbile riesca,
S'opera è d'uno, ch'assai ben disegna,
E ci hanno in più figure, e senza motti,
Molto da interpretà l'homini dotti.

Sopra un palco di tavole assai lisce
Da grossi et alti travi sostenuto,
Depinto un mattonato comparisce,
Ch'il più superbo mai non fu veduto.
Un trono assai magnifico apparisce,
Et il Gran Turco ce sta su seduto,
Stregne lo scettro con la man tremante,
E tiè su la capoccia el gran turbante.

Sta in atto, d'un che guarda sbigottito
Cosa, che troppo la su' vista offenne;
Par, che voglia fuggì, ma che impedito
Dal suo terror non pozza i passi stenne,
Un numero di turchi scompartito
Di quà e di là per longo si distenne,
E ogn'un di questi le lanterne attento
Tiè in sù voltate, piene di spavento.

Non son già queste nò finte figure,
Ma tutti quelli delle due spalliere,
Che fann'ala al Gran Turco, e questo pure,
Homini vivi son di brusche cere.
Stanno aggiustati in varie positure,
E ce si sanno fermi mantenere,
Et è cosa assai bella da vederzi,
Star facenno d'orror atti diverzi.

In aria sta con semetrìa pendente,
Non senza maraviglia di costoro,
Misser Febbo, ch'è tutto risplendente,
E scialo fa con la su' cioma d'oro.
L'arte si vede qui d'homo intendente,
Perch'è 'no squisitissimo lavoro,
Sotto in chalche distanza l'ale spanne
In faccia al sole, un'Aquila assai granne.

Questa pur congegnata con maestrìa
Sta in aria riguardanno fissa fissa,
El bel pianeta, e par ch'intenta stia,
Più a vagheggiallo, più ch'in lui s'affissa.
C'è poi sotto di lei pe' dritta via
'Na mezza luna, e l'Aquila l'ecclissa,
Se con la spampanata delle penne,
Glie para el Sole, e scura assai la renne.

O adesso sì, eh' il popolo s'affolta,
E l'occhi dalla machina non leva;
Et ecco a un tratto l'Aquila si volta,
Quasi dal Sole l'ordini riceva,
Solo a forza d'ordegni si rivolta.
Giù per un fil di ferro, che pendeva
Inverzo el palco se ne vie fugata,
E da alla luna da solenne urtata.

All'impeto del moto, che fa questa,
Cede quella, e s'aggruglia, et allor passa
L'Aquila, che scurrenno, la calpesta
Con le gran zampe, e quasi la sconquassa.
Seguita il volo poi verzo la testa
Del Gran Turco, e col becco gli sfragassa
Il turbante, parendo un atto vero,
Questo per opra sol dell'ingegniero.

Benchè sano apparisca, in giro vasto,
El turbante veduto un po' discosto,
Perchè all'istante haver potesse il guasto,
Tutto quanto di pezzi fu composto.
Come intiero sul capo era rimasto,
Perch'eran quelli stati messi accosto,
Chi vicino sul palco non gli stava,
Fatto tutto d'un pezzo lo stimava.

Però appena dall'Aquila fu tocco,
Che svolazzanno a precipizio venne
Giù pel ferro filato, che de brocco
Si disfece, e più unito non si tenne.
Crede chalch'un di quelli, ch'è un po' gnocco,
Che l'animal da sè mova le penne,
S'è così bello e così ben dipinto,
Che pare natural, quanno ch'è finto.

Propio apparì, che il berettin turchesco
Dall'ucello real si lacerasse;
Stupì, non solo il popolo donnesco,
Che non capì, come la cosa annasse,
Ma si maravigliò pur l'hominesco,
E ben fu poi dover, ch'ogn'un ghignasse
Mentre il turbante al turco si sminuzza
In tel vedegli nuda la cucuzza.

Pare, col solo ciuffo, un babuino,
S'arrizza pe' scappà, ma con fragasso
El trono se gli sfonna, e a capo chino
Lui taffe, tiritombola giù abbasso.
Dell'aquila, ch'assalta el malandrino,
E del soglio, che tutto va in sconquasso,
Assai facili i moti furno resi,
Da corde, rote, molle e contrapesi.

Fornitasi così 'sta bella vista,
Smorzano i lumi, e resta l'aria oscura,
Perchè non vada chalche Dottorista
A riconosce la manifattura.
Che i ficcanasi, a farne la rivista
Se n'annariano là, cosa è sicura,
E poi tra questi chalche testa secca
C'è sempre, ch'alle cose da la pecca.

Le genti alla rinfusa si sparpagliano,
Se alla sfilata tutti se la cogliono;
Dell'ordegni discorrono e si sbagliano
Molti, che i sacciutelli far ci vogliono;
Come le cose viste si sbaragliano
Dicono de sapè, ma poi s'imbrogliano
E litiganno fra di lor bisbigliano;
Pescà non sanno al fonno, e granci pigliano.

Però chi ha un po' de musica et è forze
Pratico del mestier, non si confonne;
Dell'artifizio molto ben s'accorze,
E lo diciara all'homini e alle donne.
Poi del significato si discorze,
E chi a un modo, chi a un altro interpretonne'
L'atti delle figure, e assai parole
Si fecero da molti intorno al Sole.

Ogn'un dice la sua; ma chi è sapiente
Ben sà, che questo è di raggion quel lume,
Che di chi regna illumina la mente,
E ch'insegna ad havè savio costume,
Consiglia a gastigà dovutamente
Chi 'l giusto offenne, e farzi reo presume;
Così al Turco successe, e ben gli stette
Il gastigo, che l'aquila gli dette.

Viè ogn'altra cosa ancora a interpretarzi,
E glie se dà la su' significanza:
Del turbante spezzato ricordarzi,
Fava rider la gente a crepapanza.
L'havè poi visto giù precipitarzi
Quel Turco indegno, e nella su' cascanza
Sbalzargli via lo scettro, ben mostrava,
Ch'annà presto in rovina gli toccava.

In tel farzi 'sti belli discorzetti,
Va 'l popolo cercanno in altre banne
Chalch'un'altra comparza, che diletti,
E che faccia spicca grolie alemanne.
Trombe, tamburi e botte di moschetti,
Ecco, che co' 'no strepito assai granne
Sentir si fanno, e presto ogn'un là, dove
Si sente quel rumore, il passo move.

Come sferra un polletro a briglia sciolta,
Quanno col nerbo lo scozzon lo batte,
Così, più d'un birbante a quella volta
Battenno il selcio và con le ciavatte;
Chi ritto curre, e chi le strade svolta
pe' fà le scortatore, e come matte
Zampettano le femmine, e parecchie
Lassano sino addreto le lor vecchie.

 
 
 

Er sorcio lombetto

Post n°1311 pubblicato il 02 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er sorcio lombetto

Un Sorcio bianco, pieno de coraggio,
stava studianno er modo
d'entrà ne la bottega d'un caciaro
pe' fasse una magnata de formaggio;
e siccome era secco come un chiodo
nu' j'ariuscì dificile er passaggio.
Smerlettò lo stracchino,
fece 'na grotta ar cacio pecorino,
allargò li bucetti a la groviera...
De tutto quer che c'era
vorse sentì er sapore:
s'ingozzò come un lupo, come un porco,
insomma fece un pranzo da signore.
Ècchete che la sera,
doppo d'avé magnato e rimagnato,
er Sorcio pensò bene de squajasse
da l'istessa fessura ch'era entrato.
Ma aveva voja a spigne e a intrufolasse:
ce capeva la testa, ammalappena.
— Mó sconterai la pena
d'avé fatto un'azzione disonesta.
— je disse un Sorcio, antico der locale —
Se voi riuscì de qui, caro collega,
bisogna che diventi come jeri,
secco, affamato, debbole com'eri
quanno ch'entrassi drento 'sta bottega...
— E allora — disse er Sorcio — nun me mòvo:
mica so' scemo! Già che me ce trovo
seguito a magnà qui: chi se ne frega?

Trilussa

 
 
 

La saggezza der tocco

Post n°1310 pubblicato il 02 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

La saggezza der tocco

"Tocco mio bello, qua è cambiato tutto"
-je diss'ar copricapo l'avvocato
buttannose 'n portrona stravaccato-
"io nun ciò più 'n criente: so distrutto!".

"Lo so -rispos'er fertro 'mporverato-
lo so ch'er tempo passa e fa li danni;
ma penza quante cause 'n tanti anni,
quante battaje 'nzieme am'affrontato".

"Si ma co' li ricordi nu' magnamo!
è inutile spera', nun ciò più mire;
mo ch'er diritto 'n c'è, che se 'nventamo?".

"Sta' carmo, mica semo ar "dies irae";
si m'arivorti e allunghi 'n po' la mano
te servo 'ncora a rimmedia' du' lire".

Goffredo Giorgi
da "De iure scontento" dieci "sonetti satanici" in vernacolo romanesco presentati da Luciano Revel, Roma, 1989.

 

 
 
 

Er testamento de Meo...

Post n°1309 pubblicato il 02 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er testamento de Meo der Cacchio

Oggi li ventinove de febbraro
der millenovecentotrentasette,
doppo bevuto dodici fojette
assieme ar dottor P., reggio notaro,
benché nun sia sicuro de me stesso
dispongo e stabbilisco quanto appresso.

Io sottoscritto, Meo del Cacchio, lascio
li vizzi e l'abbitudini cattive
a mi' nipote Oreste che, se vive,
n'ha da fa', come me, d'ogni erba un fascio,
se invece more passo l'incombenza
a un istituto de beneficenza.

Lascio a l'Umanità, senza speranza,
quer tanto de bon senso e de criterio
che m'ha ajutato a nun pijà sur serio
chi un giorno predicò la Fratellanza,
eppoi, fatti li conti a tavolino,
condannò Abbele e libberò Caino.

Lascio un consijo a Zeppo er cammeriere,
che se lamenta d'esse trovatello,
de nun cercà se er padre è questo o quello,
ma cerchi de fa' sempre er su' dovere
pe' rende conto solamente a Dio
s'è fijo d'un cristiano o d'un giudio.

Lego er pudore de li tempi antichi
a un vecchio professore moralista
che pe' coprì le porcherie più in vista
spojava tutti l'arberi de fichi,
ma a la fine, rimasto senza foje,
lasciò scoperte quelle de la moje.

Lascio a Mimì le pene che provai
quanno me venne a da' l'urtimo addio:
— M'hai troppo compromessa, cocco mio...
Qua bisogna finilla, capirai...
Pippo sa tutto... nun è più prudente...
(E invece Pippo nun sapeva gnente!)

A l'avvocato Coda, perché impari
a vive co' la massima prudenza,
je lascio quela «crisi de coscenza»
che serve spesso a sistemà l'affari
e a mette ne lo stesso beverone
la convenienza co' la convinzione.

A un'eccellenza... (scuserà l'ardire)
je lascio invece un piccolo rimprovero:
perché, dieci anni fa, quann'era povero,
annava a caccia de le cinque lire
e adesso che n'ha fatte a cappellate
nun riconosce più chi je l'ha date?

A Tizzio, a Caio e a tutti queli fessi
rimasti sconosciuti fin'a quanno
nun so' arivati a un posto de commanno
je lascio er gusto d'ubbidì a se stessi:
così a la fine de la pantomima
ritorneranno fessi come prima.

A Mario P., che doppo er Concordato
nun attacca più moccoli e va in chiesa,
je lascerò, sia detto senza offesa,
er sospetto che ciabbia cojonato
e fosse più sincero ne li tempi
quanno ce dava li cattivi esempi.

Lego ar portiere mio, ch'è sordomuto,
la libbertà de di' come la pensa,
e a Giovannino l'oste, in ricompensa
de tutt'er vino che me so' bevuto,
je legherò le verità sincere
rimaste in fonno all'urtimo bicchiere.

Lascio a Zi' Pietro un po' de dignità,
che cià perfino la gattina mia
che appena ha fatto quarche porcheria
la copre co' la terra e se ne va,
mentre Zi' Pietro, invece de coprilla,
ce passò sopra e fabbricò una villa.

Lascio a l'amichi li castelli in aria
ch'ho fabbricato ne la stratosfera,
dove ciagnedi in volo quela sera
con una principessa immagginaria
e feci un atterraggio de fortuna
in mezzo a la risata de la luna.

E a mi' cuggino Arturo, che nun bada
che a le patacche de la vanagloria,
lascio l'augurio de piantà la boria
pe' vive in pace e seguità la strada
senza bisogno de nessun pennacchio,
ma sempre a testa dritta!
MEO DEL CACCHIO

Trilussa

 
 
 

La Secchia rapita 07-2

Post n°1308 pubblicato il 01 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

La Secchia Rapita
di Alessandro Tassoni

        38
Vedete là dove d'alpestri monti
risonar fanno il cavernoso dorso
la Turrita col Serchio e fra due ponti
vanno ambo in fretta a mescolare il corso;
due popoli fra questi arditi e pronti
in fiera pugna si daran di morso,
e si faran co' denti e con le mani
conoscer che son veri Graffignani.

        39
O quante scorze di castagni incisi
d'intorno copriran tutta la terra!
quanti capi dal busto fian divisi
in cosí cruda e sanguinosa guerra!
Caronte lasso in trasportar gli uccisi
ch'a passar Stige scenderan sotterra,
bestemmierà la maledetta sorte
che gli diè in guardia il passo de la morte.

        40
Quinci in aiuto a' suoi correre armato
vedrassi al monte il forte Modanese;
quindi a i passi, ch'in pace avrà occupato,
opporsi l'astutissimo Lucchese.
Entrar potrete allor ne lo steccato
tu Mercurio e tu Alcide a le contese,
e provar se piú vaglia in quella parte
l'accortezza o il vigor, la forza o l'arte.

        41
Un Alfonso e un Luigi Estensi a pena
d'un pel segnata mostreran la guancia,
ch'a piú di mille insanguinar l'arena
faranno or con la spada or con la lancia.
Le squadre intere volteran la schiena
dinanzi a i nuovi Paladin di Francia;
e Castiglion fra le percosse mura
sotto si cacherà de la paura;

        42
pregando il conte Biglia in ginocchione
che venga a far cessar quella tempesta,
spiegando di Filippo il gonfalone
con una spagnolissima protesta.
Quivi potrete allor con piú ragione
cacciarvi gli occhi e rompervi la testa:
cessate intanto; e la pazzia mortale
resti fra quei che fan là giú del male. -

        43
Cosí disse, e chiamando Iride bella
ch'al sole avea l'umida chioma stesa
- Vola, le impone, o mia diletta ancella,
e di' a Marte che ceda a la contesa
fin ch'arrivi Gherardo e sua sorella
a cui si dee l'onor di quest'impresa. -
Iride non risponde e i venti fende,
e giú dal ciel ne la battaglia scende.

        44
Vede Marte da lunge e drizza l'ale
dov'ei combatte e l'ambasciata esprime:
indi si parte e fuor de la mortale
feccia ritorna al puro aer sublime.
Marte, che scorge la tenzone eguale,
ritira il piè da l'ordinanze prime
e ne la retroguardia intanto passa,
e 'l Potta incontro ai Romagnoli lassa.

        45
Il Potta avea assaliti i Faentini
e fracassata la lor gente equestre,
ché gli scudi dipinti e gli elmi fini
non ressero al colpir de le balestre.
Giacoccio Naldi e Pier de' Fantolini
rimasero feriti e a la pedestre:
e a Mengo Foschi e al cancellier Giulita
il Potta di sua man tolse la vita.

        46
Uccise Bastian de' Fornardesi
che sapea tutto a mente il Calepino,
e dal vóto ch'avea d'ir ad Ascesi
lo sciolse e di vestirsi di bertino.
Indi per fianco urtò fra gl'Imolesi,
e s'affrontò col cavalier Vaino,
ch'ucciso avea Pallamidon fornaio
che mangiava la torta col cucchiaio.

        47
Il cavalier, che stava in su l'aviso,
d'arena che tenea dentro un sacchetto
gli empiè gl'occhi e la bocca a l'improviso,
poi strinse il brando e gli assaggiò l'elmetto.
- Ah! disse il Potta allor forbendo il viso,
tu me la pagherai Romagnoletto. -
E in questo dir menando con la spada
colpí a la cieca, si fe' dar la strada.

        48
Ma poi che Marte il suo favor ritenne
e tornò di quadrato indietro il passo,
e che Perinto in quella parte venne
guidato dal furor di Satanasso,
il modanese stuol piú non sostenne
l'impeto ostil dal faticar già lasso,
e rallentate l'ordinanze e l'ire
cominciò a ritirarsi, indi a fuggire.

        49
Il Potta pien di rabbia e disperato
gridava con la bocca e con le mani
ma non potea fermar da nessun lato
lo scompiglio e 'l terror de' Gemignani,
e da l'impeto loro al fin portato
costretto fu d'abbandonar que' piani,
benché tre volte e quattro in volto fiero
spignesse tra i nemici il gran destriero.

        50
Correndo in tanto e traversando il lito
senz'elmo e molle e polveroso tutto
il conte di Culagna era fuggito,
e giunto a la città piena di lutto,
narrato avea fra il popolo smarrito
che 'l Re prigione e 'l campo era distrutto;
onde i vecchi e le donne al fiero aviso
fuggían chi qua chi là pallidi in viso.

        51
Corsero gli Anzian tutti a consiglio
per consultar ciò che s'avesse a fare;
molti volean nel subito periglio
fuggirsi e la cittade abbandonare;
altri dicean ch'era da dar di piglio
a tutto quel che si potea portare,
e salir su la torre allora allora,
e chi non vi capía stesse di fuora.

        52
Surse all'incontro un Bigo Manfredino
che sedea appresso a Carlo Fiordibelli,
e disse: - Senza pane e senza vino
che vogliamo cacar là su, fratelli?
questi sono consigli da un quattrino
che non gli sosterrian cento puntelli,
però i' vorrei, se 'l mio parer v'aggrada,
cavar un pozzo in capo d'ogni strada,

        53
e ricoprirlo sí, ch'in arrivando
cadessero i nemici in giú a fracasso. -
Guarnier Cantuti allor rispose: - E quando
sarà finita l'opra e chiuso il passo?
Non è meglio che star quivi indugiando
condur lo stabbio ch'abbiam pronto a basso
ch'ingombra la metà de la cittade,
e con esso serrar tutte le strade? -

        54
Ugo Machella a quel parlar sorrise
e disse rivoltato a que' prudenti:
- Se chiudiamo le strade in queste guise,
dov'entreranno poi le nostre genti?
Prendiamo l'armi: il Ciel sovente arrise
a le piú audaci e risolute menti. -
Qui s'alzar tutti, e gridâr senza tema:
- A la fé che l'è vera, andema, andema. -

        55
Ma i bottegai correndo in fretta a i passi
che feano la città poco sicura,
con travi e pali e terra e sterpi e sassi
tosto alzaron trinciere, argini e mura;
sbarrâr le strade e gli affumati chiassi,
e i portici d'antica architettura,
e dinanzi a le sbarre in quelle strette
cominciaro a votar le canalette.

        56
Quando armata apparir fu vista intanto
Renoppia al suon de la novella fiera,
e correre a la porta, e seco a canto
condurre il fior de la virginea schiera,
diede a gli uomini ardir, riprese il pianto
del sesso femminil con faccia altera;
e rimirando giú per la via dritta
non vide alcun fuggir da la sconfitta.

        57
Stette sospesa e addimandò del conte,
ma il conte avea già preso altro sentiero,
onde deliberò di gire al ponte
sovra il Panaro a investigar del vero.
Quivi arrivò che 'l sol da l'orizonte
già poco era lontan nel lito ibero,
e mirò in vista dolorosa e bruna
spettacolo di morte e di fortuna.

        58
Ne la parte piú cupa e piú profonda
notavano pedoni e cavalieri;
tutta di sangue uman torbida l'onda
volgea confusi e misti armi e destrieri;
i Gemignani a la sinistra sponda
fuggían cacciati da i Petroni fieri;
stavan Tognone e Periteo lor sopra
e mettea l'uno e l'altro il ferro in opra.

        59
Per man di Periteo giaceano morti
Guron Bertani e Baldassar Guirino,
Giacopo Sadoleti e Antonio Porti,
e ferito Antenor di Scalabrino:
ma il superbo Tognone e i suoi consorti
le schiere di Stuffione e Ravarino
avean distrutte, e a gran fatica s'era
salvato Gherardin su la riviera.

        60
L'altro fratel ferito e prigioniero
cedeva l'armi al vincitor feroce,
ma su gli archi del ponte un cavaliero
fulminando col ferro e con la voce
cacciava i Gemignani, e a quell'altiero
s'opponea solo il Potta in su la foce
del ponte, e di fermar cercava in parte
l'ordinanze de' suoi già rotte e sparte.

        61
Giugne Renoppia, e dove rotta vede
da la ripa fuggir l'amica gente,
volge con l'arco teso in fretta il piede,
e di lampi d'onor nel viso ardente:
- O infamia, grida, ch'ogn'infamia eccede:
tornate, e dite a la città dolente
che moriron le figlie e le sorelle
dove fuggiste voi, popolo imbelle.

        62
Noi morirem qui sole e gloriose,
gite voi a salvar l'indegna vita,
non resteran vostre ignominie ascose,
né la fama con noi fia seppellita. -
Seco Renoppia avea le bellicose
donne di Pompeian, schiera fiorita
ch'in Modana arrestò tema d'oltraggio,
e cento de le sue di piú coraggio;

        63
e fra queste Celinda e Semidea,
di Manfredi sorelle e sue dilette,
e l'una e l'altra l'asta e l'arco avea
e la faretra al fianco e le saette.
Renoppia, che dal ponte i suoi vedea
tutti fuggir, la cocca a l'occhio mette,
e drizza il ferro a la scoperta faccia
di Perinto, ch'a' suoi dava la caccia.

        64
E se non che Minerva il colpo torse
dal segno ove 'l drizzò la bella mano,
il fortissimo eroe periva forse:
ma non uscl però lo strale in vano
ch'al destrier, ch'a quel punto in alto sorse
d'un salto e si levò tutto dal piano,
andò a ferir nel mezzo de la fronte,
onde col suo signor cadde su 'l ponte.

        65
Perinto dal destrier ratto si scioglie,
ma lui non mira piú la donna altera
che declina dal ponte e si raccoglie
dove fuggiano i suoi da la riviera.
Quivi a Tognon, che l'onorate spoglie
avea tratte a Engheram da la Panciera,
prende la mira, e fa passar lo strale
dove giunto a la spalla era il bracciale.

        66
Ferito il cavalier si ritraea;
quand'un altro quadrel gli sopraggiunge
che da l'arco gli vien di Semidea,
e in una gamba amaramente il punge.
Strinse l'asta Celinda, e giú scendea
là dove Periteo poco era lunge:
quand'ecco col caval cader ne l'onda
rotolando il mirò da l'alta sponda.

        67
Avventâr le compagne a l'improviso
cento strali in un punto al cavaliero.
L'armi difeser lui, ma cadde ucciso
a i colpi di tant'archi il buon destriero;
la sembianza real, l'altero viso,
la ricca sopravesta e 'l gran cimiero
trasser gli occhi cosí tutti in lui solo,
che meglio era vestir di romagnolo.

        68
Qual Telessilla già dal muro d'Argo
cacciò il campo Spartan vittorioso,
tal fe' Renoppia dal sanguigno margo
ritrarre il piede al vincitor fastoso.
Come uscito di sonno o di letargo
da quell'atto confuso e vergognoso,
il campo che fuggía voltò la fronte,
e fermò le bandiere a piè del ponte.

        69
Indi allargati in su la destra mano
correano a gara a custodir la riva,
quando s'udí un rumor poco lontano
che 'l ciel di gridi e di spavento empiva.
Era questi Gherardo il capitano
ch'in soccorso de' suoi ratto veniva;
al giugner suo mutâr faccia le carte,
e ripresero cor Dionisio e Marte.

        70
Gherardo in arrivando a destra invia
Bertoldo con due schiere, ed egli dove
vede il Potta pugnar prende la via:
passa su 'l ponte e fa l'usate prove.
Perinto a piedi e sol gli s'opponía,
ma come vide tante genti nuove
che correano del ponte a la difesa,
ritrasse il piede e abbandonò l'impresa.

        71
Gherardo sbarra il ponte e 'n guardia il lassa
a Giberto che quivi era con lui,
e torna indietro e su la riva passa
là dove combattean ne l'acqua i sui.
Vede stanco il caval, subito abbassa,
ne fa un altro venir, ché n'avea dui,
né può soffrir di scender da la sponda
ch'a precipizio giú salta ne l'onda.

        72
Il signor di Faenza era in battaglia
col capitan Brindon Boccabadati;
e Matteo Fredi e Gemignan Roncaglia
e Beltramo Baroccio avea ammazzati.
Gherardo con la mazza apre e sbarraglia
Faentini, Imolesi e Cesenati,
quei di Ravenna e quei de la Cattolica,
e fa strage di ferro e di maiolica.

        73
Al capitan Fracassa in su l'elmetto
menò d'un colpo esterminato e fiero,
che tramortito ne l'ondoso letto
cadendo di Brindon fu prigioniero.
Quindi si volse, e con feroce aspetto
nel petronico stuol spinse il destriero;
e di Panago al conte e a Boniforte
signor di Castiglion diede la morte.

        74
Si ritira il nemico a l'altra riva
che 'l disvantaggio suo vede e comprende,
e poi ch'a l'erta in fermo sito arriva,
l'ordinanze restrigne e si difende.
Ma già la notte d'oriente usciva,
e fra l'orror de le sue fosche bende
le lampade del ciel tutte accendea,
e giú in terra a' mortali il dí chiudea.

Fine Canto settimo

 
 
 

Er brindisi de Re Bajocco

Post n°1307 pubblicato il 01 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er brindisi de Re Bajocco

Re Bajocco aveva chiesto
er parere der Buffone
pe' fa' un brindisi in maniera
che piacesse a la nazzione,
ma però ner tempo stesso
nu' l'avesse compromesso.

Er Buffone, immassimato
d'esse un membro der Governo,
j'arispose serio serio:
— Faje un brindisi moderno
e vedrai che l'invitati
so' contenti e minchionati.

Bevi ar libbero pensiero,
da' una botta ar crericale,
ma ner mentre che lo dichi
fa' l'occhietto ar Cardinale
e vedrai che l'occhiatina
piace puro a la Reggina.

Bevi e di' che vôi la pace
co' li Stati de la terra,
ma ner dillo tocca er piede
der Ministro de la Guerra
p'avvisallo che prepari
l'antre spese militari.

Quanno bevi ar Re alleato
devi aggi co' furberia
senza dije che je compri
li segreti da 'na spia,
tanto più che, puro lui,
già ha comprato quelli tui.

Fa' così che va benone:
e se avanza la sciampagna
bevi ar popolo... Capisco
che tu bevi e lui nun magna,
ma schiaffallo in un banchetto
je fa sempre un certo effetto!

Trilussa

 
 
 

Er sorcio vendicatore

Post n°1306 pubblicato il 01 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Er sorcio vendicatore

Tengo un Sorcio, drento casa,
ch'ogni notte, a una cert'ora,
zitto zitto scappa fòra,
guarda, cerca e sficcanasa.
Poi fa un giro e rivà via
pe' rientrà ne la scanzìa,
dove rosica le carte
ch'ho ammucchiato da una parte.

Quer cri-cri, se chiudo l'occhi,
me figuro che dipènna
da la punta d'una penna
che sta a fa' li scarabbocchi;
e m'immaggino perfino
ch'è la mano der Destino
che me scrive e che prevede
quarche cosa che succede.

Ma poi penso ch'er rumore
viè dar Sorcio unicamente,
ch'ogni notte arrota er dente
ne le lettere d'amore:
tutte lettere inzeppate
de parole appassionate
che me scrisse, a tempo antico,
la signora... che nun dico.

Forse er Sorcio, che capisce
le finzioni de madama,
le smerletta, le ricama,
le consuma, le finisce...
Dove dice: «O mio tesoro!»
me cià fatto un ber traforo;
dove dice: «T'amo tanto!»
s'è magnato tutto quanto.

Trilussa

 
 
 

Abbitudine

Post n°1305 pubblicato il 01 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

Abbitudine

Er giorno stesso che la Capinera
fu fatta priggioniera,
ingabbiata che fu,
nun volle cantà più.
E disse: — Come posso
restà lontana dar boschetto mio
dove ciò er nido su l'abete rosso?
— Ringrazzia Iddio che nun t'è annata peggio;
— trillò un Canario che je stava accanto —
pur'io, sur primo, ciò sofferto tanto:
ma poi ripresi subbito er gorgheggio.
E mó, piuttosto che schiattà de rabbia,
m'adatto a fa' li voli su misura:
me bevo er Celo e canto a la Natura
che vedo tra li ferri de la gabbia.

Trilussa

 
 
 

La formula piena

Post n°1304 pubblicato il 01 Marzo 2015 da valerio.sampieri
 

La formula piena

Corte d'Assise, urtima puntata:
er prevenuto url'ar Presidente
"guardate che stavorta 'n c'entro gnente"
eppoi j'ammolla 'n testa 'na sediata.

Er Presidente schiva la tranvata,
vorebbe fa' 'mpicca' l'attentatore
ma vie' sfiorato da' reggistratore
che quello tira come 'na sassata.

Torna la carma, sorte la sentenza:
"Scusatec'ecco qua l'assoluzzione"
barbett'er Presidente co' prudenza.

E così fu. Escito da' priggione
er tizzio mò cià solo 'na pendenza:
arbitrio d'esercizzio de raggione.

Goffredo Giorgi
da "De iure scontento" dieci "sonetti satanici" in vernacolo romanesco presentati da Luciano Revel, Roma, 1989.

L'autore precisa: "l'episodio è autentico".

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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