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Letteratura, musica e quello che mi interessa

 

OPERE COMPLETE: INDICI

Cliccando sui titoli, si aprirà una finestra contenente il link ai post nei quali l'opera è stata riportata.

Picchiabbò (di Trilussa)

La Scoperta de l'America (di Cesare Pascarella)

Villa Gloria (di Cesare Pascarella)

XIV Leggende della Campagna romana (di Augusto Sindici)

Rime di Tullia d'Aragona (di Tullia d'Aragona)

Sonetti e canzoni di Isabella di Morra (di Isabella di Morra)

Poesie varie (di Cesare Pascarella e Nino Ilari)

Nove Poesie (di Trilussa)

Il Dittamondo (di Fazio degli Uberti)

Sonetti di Angiola Cimina (di Angiola Cimina)

Cinquanta madrigali inediti del Signor Torquato Tasso alla Granduchessa Bianca Cappello nei Medici (di Torquato Tasso)

Quaranta sonetti romaneschi (di Trilussa)

Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio, Genova, Bernardo Tarigo, 1753 (di Giovambattista Ricchieri)

 

 

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Giovambatista Ricchieri (5-8)

Post n°682 pubblicato il 26 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Giovambatista Ricchieri (5-8)

Mercurio abitato.

V.

Di Mercurio, che gira intorno al Sole
Sì da vicin, l'adusto abitatore
Da quell'ampia di fuoco accesa mole
Quale mai soffre aspro cocente ardore?

Così pur l'alma mia se avvien che vole
A' rai di Cinzia, in quel vivo splendore
S'accende, e riportare misera suole
Immense fiamme a incenerirmi il core.

Ma quelli almeno, allor che il denso velo
Stende la notte, e il suol d'ombra si tinge,
Provan meno cocenti i rai del Cielo.

Io sempre avvampo; e, mentre mi sospinge
A ria morte l'ardor, carca di gelo
Una barbara mano il cor mi stringe.



Venere abitata.

VI.

Quella, o Cinzia, che vedi argentea Stella
Rischiarar della notte il velo ombroso,
Prende i raggi dall'Astro luminoso
Del giorno, e il nome ha dalla Dea più bella.

Oh se giammai più da vicino in quella
Mirassi ciò, ch'ora al tuo guardo è ascoso!
Là, qual tra noi, vedresti un numeroso
Stuol di viventi, ond'è feconda anch'ella.

Ogni Ninfa vedresti, ogni Pastore
Fidi amarsi in quel Mondo, ove risiede
Con la sua cara e bella Madre Amore.

E se colà, Cinzia, fermassi il piede,
Ahi qual farebbe a sì bell'alme orrore
Il tuo cor pien d'orgoglio, e senza fede!



Marte abitato.

VII.

Quell'Astro, che di luce sanguinosa
Nel celeste risplende ampio sentiero,
Con antica memoria favolosa
La Reggia si credea del Dio guerriero.

E il cieco volgo, che lasciar non osa
Quel, ch'apprese dagli Avi, error primiero,
Come d'orrida Stella e minacciosa
Ne dipinge l'immago al suo pensiero.

Ma i Saggi, il vero a rintracciare intenti,
San, che quell'Astro è un Mondo, ov'ha soggiorno
Stuolo d'innumerabili viventi.

San, che al par della Terra ei gira intorno
Al Sole, e che fra varie immense genti
Soli non siamo, a cui s'accenda il giorno.



Giove abitato.

VIII.

Di Giove intorno al vasto Globo io miro
Quattro Stelle, or sceme, ed or crescenti,
Che nell'alta del Ciel parte si uniro
Di quel gran Mondo a illuminar le genti.

Né col folle pensiero io già deliro,
Immaginando colassù viventi,
Cui riflettan quegli Astri erranti in giro
Dal Sol, quando s'asconde, i rai lucenti.

Veggiam pur, se la Luna in Cielo appare,
Che solo a noi splende nell'ombra oscura,
Non a i monti insensati, a i boschi, al mare.

Così ad altri viventi arde la pura
Luce di quelle argentee faci e chiare;
Che a vuoto oprar non seppe mai Natura

Giovambattista o Giovambatista Ricchieri
Tratto da: Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio (Genova, Bernardo Tarigo, 1753)

 
 
 

Madre Natura

Post n°681 pubblicato il 26 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Madre Natura

Quanno che 'r sole nasche la matina,
fra 'llusco e bbrusco, llì fà capoccella
e ppare de vedé 'na luce bbella,
puro pe' quant'è ffioca e ppiccinina.

Sbrilluccica la cresta su de l'onde
der mare che sse move lento e ccheto;
la bbrezza se fà vvede ner canneto,
sballonzolanno 'n po' tutte le fronne.

Chissà perché lo fà Mmadre Natura?
'Gni ggiorno s' aripete sempre uguale
'sto ciclo che fà vvive 'gni cratura,

come pe' ddì: "Nun hai toccato 'r fonno.
Er giorno nôvo porta via 'gni male
... finché te 'ncara dritto a l'antro monno!"

Valerio Sampieri
24 novembre 2014

 
 
 

La serva de la marchesa

Post n°680 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

La serva de la marchesa

Adesso che la robba je se spreca 
Fa la scontenta, possin'ammazzalla ! 
Doppo che... lo so io, brutta vassalla... 
Ma è propia vero: la fortuna è ceca.

Ha saputo fa' tanto 'sta ciufeca, 
Ch'er principe ha finito pe' sposalla: 
E nun s'è accorto, prima de pijalla, 
Che già  ciaveva sopra un'ipoteca!

Ma mò', si me fa 'n'antra boieria, 
Nun vojo avecce più tanti riguardi: 
Pijo, vado dar vecchio, e fo la spia.

E ciò le prove! ha voja a mette scuse 
Er pupo ch'ha mannato a li bastardi 
E' fijo d'un processo a porte chiuse!

Trilussa
Tratta da: Quaranta sonetti romaneschi (Enrico Voghera, Roma, 1895)

 
 
 

Il Dittamondo (1-07)

Post n°679 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti 
LIBRO PRIMO 
CAPITOLO VII
Poi ch’io mi vidi rimaso sí solo, 
presi a pensar, sopra i dubbiosi carmi, 
del gran cammin da l’uno a l’altro polo. 
E ricordando, non sapea che farmi, 
i molti rischi e la lunga via, 5 
o de l’andare innanzi over di starmi, 
quando la donna, che mi destò pria 
nel tristo bosco, mi disse: "Che pensi? 
Fa quel che dèi e poi ciò che vuol sia. 
Sempre il cattivo da vili e milensi 10 
pensieri è vinto e tal costui è detto 
quale una bestia ch’abbia cinque sensi". 
E cosí questa cacciò del mio petto 
ogni paura, come da Boezio 
Filosofia le triste e dal suo letto. 15 
Ispento ogni pensier, che movea screzio 
e dubbio al mio andar, subito presi 
consiglio tal, del quale ancor mi prezio: 
dico, col core e con gli occhi sospesi 
chiamai, a giunte mani, in verso il cielo, 20 
Colui, che mai non ebbe dí né mesi: 
"O sempre uno e tre, a cui non celo 
il gran bisogno e l’acceso disire, 
però che tutto il vedi senza velo, 
soccorri me, che solo non so ire". 25 
Appena giá finito avea il prego, 
ch’io mi vidi uno dinanzi apparire. 
Qui con piú fretta i piedi a terra frego 
in verso lui e, poi che mi fu chiaro, 
con reverenza tutto a lui mi piego. 30 
Con un vago latino, onesto e caro, 
"Dimmi chi se’, mi disse, e dove vai"; 
e gli occhi suoi un poco s’abbassaro. 
Come si tacque, cosí incominciai: 
"Io mi son un novellamente desto": 35 
e ’l dove e ’l quando tutto li narrai. 
Apresso ancor li feci manifesto 
di quel romito, a cui la barba lista, 
ch’era a veder sí vecchio e tanto onesto; 
poi de la scapigliata magra e trista, 40 
la qual, per dare storpio a la mia ’mpresa, 
m’era apparita con orribil vista; 
e sí com’io, dopo lunga contesa, 
l’avea cacciata e trovato colui, 
che del mondo gli dubbi mi palesa; 45 
e che, poi che da lui partito fui, 
la ’mpresa mia si facea vile e scema 
e ’l conforto che presi e sí da cui. 
"Ciascun d’entrar ne le battaglie ha tema, 
se non è matto; ma quei è piú pregiato 50 
che, poi che v’è, pur vede e che men trema. 
Ma non dubbiar, da poi che m’hai trovato, 
ch’io non ti guidi per tutto il cammino, 
pur che dal Sommo il tempo ti sia dato". 
Cosí mi disse. E io: "O pellegrino, 55 
dimmi chi se’". Ed el rispuose adesso: 
"Anticamente m’è detto Solino". 
"Solin, diss’io, se’ tu quel propio desso, 
che divisi il principio, il fine, il mezzo 
del mondo, l’abitato e ciò ch’è in esso?" 60 
"Colui son io". Onde allora un riprezzo 
tal mi prese, qual fa talora il verno 
a chi sta fermo e mal vestito al rezzo. 
Per maraviglia, al Padre sempiterno 
mi trassi e dissi: "Indarno onor procaccia 65 
qual Te non prega e vuol per suo governo". 
Poscia rivolsi al mio Solin la faccia 
e dissi: "O caro, o buon soccorso mio, 
del tutto qui mi do ne le tue braccia". 
Senza piú dire, allora si partio 
e io apresso, sempre dando il loco, 
acceso caldamente d’un disio. 
Ond’ello accorto: "Per sfogare il foco, 
mi disse, fa che svampi fuor la fiamma, 
ché l’andar senza il dir farebbe poco". 75 
Allor, come il figliolo a la sua mamma 
con reverenza parla, dissi: "O sole, 
in cui non manca di mia voglia dramma, 
quel che da te prima l’anima vole 
si è d’aver partito per rubrica 80 
il mondo". Queste fun le mie parole. 
Ed ello a me: "Ne l’etá mia antica 
tutto il notai, ben ch’ora mal s’incappa 
l’uom per quei nomi a ’ntender quel ch’i’ dica. 
E però formerò teco una mappa 85 
tal, che la ’ntenderanno non che tue, 
color ch’a pena sanno ancor dir pappa, 
a ciò ch’ andando insieme poi noi due, 
e trovandoci ai porti e a le rive, 
sappi quando saremo giú e sue. 90 
E tu com’io tel conto tal lo scrive".

 
 
 

Giovambatista Ricchieri (1-4)

Post n°678 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Di Giovambatista Ricchieri, o Giovambattista Ricchieri, poeta genovese del Secolo XVIII, si conoscono 32 Sonetti, tutti pubblicati in "Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio" (Genova, Bernardo Tarigo, 1753). Li pubblicherò in otto post di 4 sonetti ciascuno.

Alla Signora Anna Balbi-Brignole
Sonetto dedicatorio.

I.

Se da quei Mondi ignoti, a cui fa giorno
Il nostro Sol co i vivi raggi ardenti,
Fra tanti innumerabili viventi
Alcun giungesse a far tra noi soggiorno,

E qui mirando, curiosi intorno,
Bell'ANNA, i guardi in te fermasse intenti;
Sorpreso al balenar de i rai lucenti,
E allo splendor del vago viso adorno,

Attonito diria: Mondo felice,
Cui di bellezze pellegrine e rare
Prodiga fu la Mano creatrice!

Lassù tra noi, così vivaci e chiare
Luci, ciò che tra voi quaggiù non lice,
Avrebber Tempio ed incensato Altare.




Il Sistema di Copernico.

II.

L'Occhio c'inganna, se veggiam nell'onde
Tuffarsi, o Cinzia, il Sol di luce adorno,
E sulle orientali Indiche sponde
Far con perpetuo corso a noi ritorno.

Immoto egli nel centro i rai diffonde;
E la terra, girando a i poli intorno,
Nella parte, ove il raggio a lei s'asconde,
Ha la notte, nell'altra opposta il giorno.

Segnar con l'annuo giro ella poi suole
Quell'obliquo del Ciel vasto sentiero,
Per cui ci sembra che trascorra il Sole.

Ma da i sensi deluso il tuo pensiero,
All'inganno degli occhi ei creder vuole
E co i Saggi non sa dar fede al vero.




Il Sole.

III.

Il Sol non è, che dalle vie del Polo
L'aurea luce immortale a noi dispensa.
Questa empie tutto l'Universo, estensa
Oltre là dove erge il pensiero il volo.

Quindi attratta dal Sol, che immoto e solo
Posa nel centro di sua sfera immensa,
A lui vola, d'intorno a lui s'addensa,
Di là rispinta poi ritorna al suolo.

Qui giunta, il moto impresso ancor ritiene,
Penetra il sen dell'erbe e delle piante,
Muove il sangue a i viventi entro le vene.

Essa ravviva, o Cinzia, il tuo sembiante;
E, quando si vibrò dalle serene
Tue pupille al mio cor, lo rese amante.



La Luna abitata.

IV.

Quando alla sera il nostro Cielo imbruna,
E son del giorno i lumi in mar già spenti,
Vedi, o Cinzia, apparir l'argentea Luna,
Che a noi del Sol riflette i rai lucenti.

Né creder già, perché sembianza alcuna
Tu non ravvisi in lei, che di viventi
Soggiorno ella non sia. Nel grembo aduna,
Come il Mondo ove siamo, immense genti.

Ma di qual forma, non so dir, né puote
Immaginarlo il frale uman pensiero,
A cui son l'opre di Natura ignote.

O fortunati abitator, se il fiero
Amor colà non giunse, e le remote
Piagge non turba il suo tiranno impero!

Giovambattista o Giovambatista Ricchieri
Tratto da: Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio (Genova, Bernardo Tarigo, 1753)

 
 
 

Il Dittamondo, indice

Post n°677 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Indice de "Il Dittamondo" di Fazio degli Uberti.

Libro 1

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   Cap. 15   Cap. 16   Cap. 17   Cap. 18  
Cap. 19   Cap. 20   Cap. 21   Cap. 22   Cap. 23   Cap. 24  
Cap. 25   Cap. 26   Cap. 27   Cap. 28   Cap. 29


Libro 2

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   Cap. 15   Cap. 16   Cap. 17   Cap. 18  
Cap. 19   Cap. 20   Cap. 21   Cap. 22   Cap. 23   Cap. 24  
Cap. 25   Cap. 26   Cap. 27   Cap. 28   Cap. 29   Cap. 30  
Cap. 31


Libro 3

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   Cap. 15   Cap. 16   Cap. 17   Cap. 18  
Cap. 19   Cap. 20   Cap. 21   Cap. 22   Cap. 23


Libro 4

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   Cap. 15   Cap. 16   Cap. 17   Cap. 18  
Cap. 19   Cap. 20   Cap. 21   Cap. 22   Cap. 23   Cap. 24  
Cap. 25   Cap. 26   Cap. 27


Libro 5

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   Cap. 15   Cap. 16   Cap. 17   Cap. 18  
Cap. 19   Cap. 20   Cap. 21   Cap. 22   Cap. 23   Cap. 24  
Cap. 25   Cap. 26   Cap. 27   Cap. 28   Cap. 29   Cap. 30


Libro 6

Cap. 01   Cap. 02   Cap. 03   Cap. 04   Cap. 05   Cap. 06  
Cap. 07   Cap. 08   Cap. 09   Cap. 10   Cap. 11   Cap. 12  
Cap. 13   Cap. 14   

 
 
 

Indice 50 madrigali del Tasso

Post n°676 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Cinquanta madrigali inediti del Signor Torquato Tasso alla Granduchessa Bianca Cappello nei Medici, Firenze, Tipografia di M. Ricci, Via Sant' Antonino, 9, 1871. Il Volumetto è reperibile su archive.org.
I 50 madrigali ed i due sonetti sono stati pubblicati in 11 post:

Due sonetti (pag. 12)
Madrigali (01-05)
Madrigali (06-10)
Madrigali (11-15)
Madrigali (16-20)
Madrigali (21-25)
Madrigali (26-30)
Madrigali (31-35)
Madrigali (36-40)
Madrigali (41-45)
Madrigali (46-50)

Sul blog Bibliofilo Arcano, oltre ai due sonetti riportati anche in questo blog, sono stati pubblicati anche la canzone e gli altri 11 madrigali inediti del Tasso, più altri 4 madrigali amorosi (due del Tasso, uno di Battista Guarini ed uno di Giovan Battista Strozzi), contenuti nel volumetto.

Canzone
Madrigale inedito 1
Madrigale inedito 2
Madrigale inedito 3-11
Quattro madrigali amorosi.

 
 
 

Indice di Quaranta sonetti

Post n°675 pubblicato il 25 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Indice di Quaranta sonetti romaneschi (Enrico Voghera, Roma, 1895) di Trilussa.

La serva ar telefono - Pronto? pronto? più forte, nun se sente... 
Er pappagallo scappato - Lei me chiamò e me fece: - Sarvatore, 
Li bagni der mare  - Co' queli quattro debbiti che cianno. 
La serva de la marchesa  - Adesso che la robba je se spreca 
L'arbero genealoggico - Tra li quadri ch'er conte tiè' attaccati, 
La Tintura - La mi' padrona dice che l'amore 
Le corisponnenze amorose - Lui se firma Mughetto e lei Viola, 
La Decarcomania - La tedesca che canta la canzone 
Li calennari I. - Ieri me so' comprato un calennario, 
Li calennari II. - Ma questo nun è gnente. Ciò trovato
L'arte de pijè' moje - L'arte de pijà' moje, da 'na parte 
L'ingresi - Pe' Roma le rovine so' un ristoro, 
L'assassino pratico I. - E'cchime qua, so' io sor delegato. 
L'assassino pratico II. - Quale E' stato er movente der delitto?.., 
Teresina - Cià li capelli fini fini, pare 
Le lire svizzere - Quanno ch'agnédi giù dar caffettiere 
L'ottobbrata de Nannarella I. - Giuvedi avemo fatto l'ottobrata
L'ottobbrata de Nannarella II. Nove mesi doppo  - Si, ditemel'a me, commare Irene,
L'assicurazzione de la vita - Dice ch'a Roma c'è 'na compagnia 
Ar Pincio - Solo solo ariv6 su lo spiazzale, 
La strega - - Pe' fà le carte quanto t'ho da dà?
La lapida sur portone - Io so' er padron de casa e avrebbe er dritto
'Na frittata in campagna - - Sor oste. - Che ci vòle? - Una frittata. 
La poverella - Stavo cor zoppo in fonno ar vicoletto 
Er bollettino straordinario - - Er bollettino seconn'edizzione: 
Pe' le scale - Quanno la veddi entra' ner portoncino, 
Dar botteghino - - Sor botteghino mio, me so' insognata 
In pizzo ar tetto - In cima in cima ar tetto, indove vanno 
I. La presentazione - - Permette sora  Pia che glie presenti
II. La lingua francese.  - - Lei la lingua francese l'ha studiata? 
III. Li complimenti - Me scuserà che sto cosi sciattata, 
IV. Er gatto de Lisetta. - Ma eh! quant'è caro!? Povera bestiola,
V. La svista - - Tenga el cappello, mica stiamo in chiesa... 
I. Il coccodrillo vivente - Signori! Ir coccodrillo è un animale 
II. L'uomo selvaggio - Rispettabile pubblico! Ho l'onore 
III. La donna barbuta. - - Sgè Vù presante mammasèl Mignone 
IV. Il museo meccanico. - Questa donna in grannezza naturale, 
V. La donna gigante. - - Io mi chiamo el felomeno vivente... 

 
 
 

Indice G.B. Ricchieri

Giovambatista Ricchieri o Giovambattista Ricchieri, genovese, scrisse "Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio" (Genova, Bernardo Tarigo, 1753) e, per quanto ne so, questa è l'unica sua opera poetica conosciuta. I 32 sonetti vengono presentati nel blog in 8 post di 4 sonetti ciascuno.

Sonetti 01-04
Sonetti 05-08
Sonetti 09-12
Sonetti 13-16
Sonetti 17-20
Sonetti 21-24
Sonetti 25-28
Sonetti 29-32

 
 
 

Er Ferovecchio

Post n°673 pubblicato il 24 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Er Ferovecchio

Ma che cce farai mai de 'n ferovecchio?
Magara te pô ssèerve pe' cquarcosa,
vedi de nu' bbuttallo drent'ar secchio,
ché de monnezza ce ne stà ggià a iosa.

Eppuro, si l'hai preso, te serviva,
doveva avecce quarche utilità
e, si er bisogno tuo nun te mentiva,
magara lo potrai riutilizzà.

Tiettelo conservato in un cassetto,
nun c'è bbisogno ch'usi la bambaggia,
tanto lo sai che llui nun è pperfetto ...

e mmica che dev'esse riverito!
Si nun lo bbutti, fai 'na cosa saggia:
tiette 'rricordo, puro si è sbiadito.

Valerio Sampieri
24 novembre 2014 

 
 
 

Il Dittamondo (1-06)

Post n°672 pubblicato il 24 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO PRIMO

CAPITOLO VI

"Compreso ho ben, figliuol, sí come tue 
se’ ito seguitando l’appetito, 
portando come bestia il capo in giue, 
e che novellamente se’ partito 
del bosco tenebroso e tratto a luce, 
come nuovo uccellin del nido uscito. 
Onde, pensando che in te si riduce 
disio creato da quella vertute 
che l’uom per dritta via guida e conduce, 
aprir ti vo’ de le cose vedute 
per me e per molti altri, che saranno 
in parte lume de la tua salute. 
Ché a l’uom val poco penter dopo il danno; 
e pregiato è il nocchier, che ’n suo’ peleggi 
conosce i tempi e sa fuggir l’affanno. 
E però quel ch’io dico nota e leggi, 
a ciò che sappi sí guidar lo remo, 
che la tua barca non rompa né scheggi. 
Partito è il ciel, ch’è tondo e senza scemo, 
in trecento sessanta gradi a punto 
e tondo è il centro suo, dove noi semo. 
E ciascun grado occupa e tien congiunto 
miglia cinquanta sei sopra la terra, 
con due terzi che d’uno ancor v’è giunto. 
Or se questa ragion, ch’io fo, non erra, 
veder ben puoi che ’n tutto gira e piglia, 
col mar che ’l veste e che d’intorno il serra, 
venti milia con quattrocento miglia: 
del quale il mezzo è manifesto a noi, 
e ’l dove e ’l come l’uom ci s’infamiglia. 
L’altra metá, che ci è di sotto, poi, 
nota non è, né qual v’abita gente; 
ma pure il ciel vi gira i raggi soi. 
E cosí dal levante a l’occidente 
diece milia dugento dir si puote 
di miglia: e ciò per lungo si consente. 
Poi, per traverso, perché il sol percuote 
in una parte piú e in altra meno, 
secondo che i cavai guidan le ruote, 
tanto gli è stretto a l’abitato il freno, 
che cinque milia cento miglia fassi; 
il piú bel tien settentrione in seno. 
Onde, se ben figuri e ’l ver compassi, 
tu truovi lungo e stretto l’abitato, 
ritratto quasi, qual mandorla fassi. 45 
E truovil piú giacere in su l’un lato, 
il qual secondo il ciel si può dir dritto, 
che n’è piú ricco e meglio storiato. 
Or fu partito il tutto, ch’io t’ho ditto, 
dai tre primi figliuoi ch’ebbe Noè, 50 
come per molti puoi trovare scritto. 
E questo fu quando Dio volse che 
fosse ’l diluvio, per strugger coloro 
che non aveano in Lui né amor né fè. 
Sem ebbe nome il primo e ’l suo dimoro 55 
in Asia fu e quella parte tenne 
ch’è grande per le due e ricca d’oro. 
Cam, il secondo, in Africa venne 
e s’ebbe terra men che gli altri due: 
a ricche pietre e buon terren s’avenne. 60 
Iafet, il terzo, in Europa fue, 
la qual per gran valor d’uomini è degna 
e degne e care fun l’opere sue. 
Similemente ancora si disegna 
lo mondo tutto e parte in cinque zona: 65 
le tre perdute e ne le due si regna. 
Per l’acceso calor, che il sol vi sprona, 
arde e combure sí quella di mezzo, 
ch’abitar suso non vi può persona. 
Le due da lato stan tra ’l sole e ’l rezzo. 70 
abitabili sono e temperate; 
l’altre, mortal dal ghiaccio e dal caprezzo. 
Or, quando vai, è buono che a ciò guate: 
perché v’è parte che ’l sole è sí poco, 
ch’un’ora dura a l’entrar de la state; 75 
e un’altra, come dico, che par foco: 
e cosí troverai pien di paura 
la terra e il mare, d’uno in altro loco. 
Poi si convien guardare e poner cura 
in qual tempo è men reo l’andar per mare, 80 
perché i venti vi son senza misura. 
La nave il buon nocchier de’ ispiare, 
la usanza de’ paesi e quella vita, 
che si convien tener secondo l’a’re. 
E ben che l’arte mia sia mal sentita 85 
per poco studio, in ogni tuo viaggio 
cerca prender buon punto a la partita: 
ché quelle cose, che non fanno oltraggio 
e che posson giovare, da usar sono, 
come l’altre fuggir, che fan dannaggio, 90 
sempre sperando in Quel ch’è sommo bono, 
perché da Lui, come luce dal sole, 
discende in noi ciascuna grazia e dono. 
La voglia stringi e lascia dir chi vole, 
se tu giungi a la stretta di Sibilia: 95 
ché qual giú passa spesso se ne dole. 
Anche il Faro da Calavra in Cicilia 
guarda come traversi, e come raspi 
dove annegan le Sirte ogni ratilia. 
Rado per l’India a le porte de’ Caspi 100 
o per l’Etiopia e tra gli Schiavi 
vi passa l’uom, che tristo non v’innaspi". 
Piú e piú luoghi alpestri, oscuri e cavi, 
poi mi mostrò, formando col suo sesto, 
ch’al mondo son pericolosi e gravi. 105 
Cosí quel padre e lume d’Almagesto 
"Tutto t’ho detto, mi disse, secondo 
la mia promessa e che tu m’hai richiesto". 
E io rispuosi: "E de’ cieli e del mondo 
m’avete sí contento il gran disio, 110 
ch’i’ veggio chiaro u’ m’era piú profondo". 
"Omai, diss’ello, qui ti lascio, addio".

 
 
 

Li bagni der mare

Post n°671 pubblicato il 24 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Li bagni der mare

Co' queli quattro debbiti che cianno. 
Li mi' padroni, a quello ch' ho sentito, 
Pare che vònno annà' puro quest'anno, 
Pe' moda, a fa' li bagni in quarche sito.

La contessa diceva oggi ar marito; 
Dio mio! Come si fa? Tutti ci vanno: 
Volete resta' qui? Siete impazzito? 
Non si puole; so' coset che nu' stanno.

Lui risponneva: Vi ci porto, ho detto; 
'Basta accusì: ma mi dovrò impignare 
L'orologgio d'oro co' qualch'antro oggetto.

I' 'sta magnera er povero sor conte 
Pe' vède' de porta' la moje ar mare 
Je tocca prima a dà' 'na scòrsa ar monte.

Trilussa
Tratta da: Quaranta sonetti romaneschi (Enrico Voghera, Roma, 1895)

 
 
 

Luisa Bergalli Gozzi

Post n°670 pubblicato il 24 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 
Foto di valerio.sampieri

Luisa Bergalli Gozzi

Non ebbe per certo chiari natali, poichè suo padre, originario piemontese, tenea negozio di calzolajo in Venezia quand’ella venne a luce nell’anno 1703: potè tuttavia a chiara fama salire per ottima educazione apprestatale in tenera età dal padre Alberghetti somasco. La indirizzò alquanto alla pittura Rosalba Carriera, se non che più vogliosa di allegrare la vita tra boschetti parrasj entrò volentieri in questi, assistita da Apostolo, e Pier Caterino fratelli Zeno, non meno che dal dotto piovano di s. Iacopo di Rialto Antonio Sforza. Giunta al suo vigesimoterzo anno avea già dato al teatro l'Agide, dramma scritto con dolcezza di verso e con nobiltà di pensieri, susseguitato poi da altre sue tragedie e commedie. Gentil pensiero ebbe nel fornirci di una stimabile edizione delle Rime di Gaspara Stampa, di altra di quelle del suo maestro Sforza, e di una Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, con cui fe’ conoscere che può essere dato alle donne, sì [p. 334]bene che agli uomini, di altamente cantare. Sempre più addottrinandosi nella lingua e nel terso scrivere, pubblicò un volgarizzamento di sei commedie di Terenzio, lavoro sì pregevole ch’ebbe ad encomiatori Francesco Zanotti e ’l padre Bandiera. Nella non più verde età di 35 anni prese a marito Gasparo Gozzi, cui fece padre di cinque figliuoli, e con cui visse in buona concordia. Fu il teatro una sua costante e sregolata passione; e nell’anno 1758 avendo condotto a proprio rischio quello di s. Angelo con la speranza di rammarginare le dimestiche piaghe economiche, tanto sfortunata fu nel successo, che non altro ottenne che di squarciarle vie più. Non sopravvisse al marito, in cui compagnia fece le traduzioni di alcune opere di Moliere, di Racine, di de la Mothe e d’altri, traduzioni ch’erano diventate li scarsi mezzi de’ quali vedeansi l’uno e l’altra costretti a valersi per sostenere la vita. Nell’anno 1779 scoccò l’ultima sua ora. Quando Luisa o in fresca età, o in mezzo agli agi fioriva, una frotta di cultori delle lettere frequentava la sua casa, e le sue cene non invidiavano quelle de’ Sapienti narrateci da Ateneo; ma, tramutata la sorte, dileguaronsi come in un baleno le pur troppo apparenti e false amicizie.

Tratto da: Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane (1826) di Bartolommeo Gamba.

L'immagine del titolo è tratta da Componimenti poetici delle piu illustri rimatrici d'ogni secolo (Venezia: Antonio Mora, 1726), in due volumi, della stessa Bergalli.

Sul blog Bibliofilo Arcano ho postato il link a 20 sonetti della Bergalli.

 
 
 

Il Dittamondo (1-05)

Post n°669 pubblicato il 23 Novembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO PRIMO

CAPITOLO V

Come il nocchier, ch’è stato in gran tempesta, 
che, se vede da lunge piaggia o porto, 
affretta i remi e fa letizia e festa, 
cosí, avendo di lontano scorto 
uno in cui io sperava alcun consiglio, 5 
accrebbi i passi con lieto conforto. 
Appena era ito un terzo di miglio, 
che li fui presso e vidil tanto degno, 
ch’io lo ’nchinai, con la man sopra il ciglio. 
Poco del corpo, lettor, tel disegno; 10 
bianco era e biondo e la sua faccia onesta, 
con piccioletta bocca e d’alto ingegno. 
Qual vuol Mercurio, tal parea la vesta 
un libro avea ne la sinistra mano 
e, ne la dritta, tenea una sesta. 15 
E giunto a me costui, piú che umano 
rispuose al cenno e disse: "In cui ti fidi, 
che vai sí sol per luogo tanto strano? 
Senno non fai, se non hai chi ti guidi: 
però che tanto è diverso il cammino, 20 
che piú a pena alcun giá mai ne vidi". 
"Per cercar mi son mosso pellegrino 
del mondo quel che ne concede il sole 
e piú, se ’l poter fosse al mio dimino; 
ma qual non puote in tutto ciò che vole, 25 
far li convien secondo che ha la possa": 
cotal risposta fen le mie parole. 
E sopragiunsi poi: "Questa mia mossa 
non crediate sí lieve, ché per fermo, 
udendo il ver, non vi parrá sí grossa: 30 
ché per fuggir la morte, ov’era infermo, 
l’ardire impresi, che follia tenete, 
e per consiglio l’ebbi d’altrui sermo". 
"Io non avea d’udirti sí gran sete, 
quando qui ti scontrai, qual mi sento ora 35 
che m’hai preso il pensier con altra rete: 
e però non t’incresca dirmi ancora 
piú chiaramente, a ciò che me’ comprenda, 
dove tu vai e un poco dimora. 
E se tu stai, non creder che si spenda 40 
indarno il tempo: forse è tua ventura 
d’avermi qui trovato e ch’io t’intenda: 
ch’io so del mondo il modo e la misura 
io so de’ cieli; io so sotto qual clima 
andar si può e dove è gran paura". 45 
"O caro padre, il tempo non si stima, 
diss’io, per me, com’è vostra credenza, 
e quanto piace a voi fia la mia rima". 
Allor li feci in tutto conoscenza 
del lungo tempo mio senza fren corso 50 
e senza lume e senza provedenza 
e come, me veggendo tanto scorso, 
vergogna e ira punse lo ’ntelletto 
e fui del fallo mio gramo e rimorso; 
e che, per ristorar tanto difetto 55 
e non morir nel mondo come belva, 
presi ’l cammin cotal, qual io v’ho detto; 
poi come dentro da la trista selva 
una donna gentil m’era apparita 
e destò il cuore, il quale ancor s’inselva. 60 
Tutta li dissi a punto la mia vita; 
ond’ello a me: "Figliuol, questa tua impresa 
assai mi par da essere gradita. 
Ma guarda che tu sie di tanta spesa 
fornito, quanto a tal cammin bisogna, 
sí che ’l troppo voler non torni offesa: 
ché spesso avièn ch’ uom riceve rampogna 
di folle impresa, onde sarebbe meglio 
lasciarla star, che portarne vergogna". 
E io a lui: "Pur mo a ciò mi sveglio, 70 
come v’ho detto, e figuro nel core 
la pecchia per asempro e per ispeglio, 
che va cogliendo d’uno in altro fiore 
la dolce manna per luoghi diversi, 
di che poi vive e onde acquista onore. 75 
Cosí pens’io per piú paesi spersi 
raunare con pena e con fatica 
quel mel, ch’a me sia dolce e ai miei versi". 
"Quando ne l’uomo un buon voler s’abbica 
e mancagli il poder, rispuose adesso, 80 
atar si dee come la cosa amica. 
E però a la impresa, in che se’ messo, 
giovar ti voglio d’alcuna moneta, 
sí che t’aiuti a’ tempi per te stesso. 
D’alpi, di mari e di fiumi s’inreta 85 
la terra, per che l’uomo alcuna volta 
ci è preso, come vermo che s’inseta. 
Onde, se non t’annoia, ora m’ascolta, 
sí che, se truovi manco ad alcun passo, 
veggi da te perché la via t’è tolta". 90 
Per ch’io, come a lui piacque, fermai il passo. 

 
 
 

In morte della Contessa Lara

Foto di valerio.sampieri

In morte della Contessa Lara

Lo pseudonimo romantico Contessa Lara, adottato dalla scrittrice Eva Cattermole Mancini, nascondeva una donna ”…il cui passato, se a quelli che la circondavano era noto, restava avvolto nel mistero, stimolatore di fantasie e desideri vaghi, per coloro che, lontani, la conoscevano soltanto a traverso i versi spesso ispirati… ad un sincero momento ,lirico, a traverso le novelle, gli articoli, le rassegne di mode e di libri, a traverso tutti quegli scritti di varietà che le davano la fama, e spesse volte la toglievano dalla fame. ….” (Achille Macchia, La ”Conessa Lara”, in: “Novelle”, Napoli, 1914, p.9), e pareva scelto a bella posta per suscitare interesse di curiosità attorno ad una delle figure femminili indiscutibilmente dal temperamento “ …più poetico ed amoroso, lirico ed umano…” della seconda metà dell’800.
Le svariate avventure amorose della Contessa Lara, il suo vagabondaggio sentimentale - che essa stessa commenta in alcuni scritti -, non fanno che acuire la curiosità intorno a questo personaggio romantico che, infine, le sarà fatale. Eternamente innamorata e insoddisfatta dell’amore, morirà infatti il 30 novembre 1896, uccisa da tre revolverate dal pittore Pierantoni, suo ultimo amante.

Il sito DigitaMi riporta il testo di cui sopra quale nota bibliografica. Mi sembra interessante il seguente articolo di Matilde Serao, riportato in tale volumetto.


Dal " Mattino " di Napoli

Io non ho mai potuto incontrare la contessa Lara senza provare meraviglia e pietà. Meraviglia: giacché vedendo il suo volto e le sue vesti, udendo la sua voce e le sue parole, comprendendo quel che pensava e quel che sentiva, la fantastica, poetica e anche vituperevole leggenda tessuta intorno a lei, impallidiva, svaniva. La sua beltà fulgida, irresistibile: la sua bizzaria di creatura complicata e misteriosa: la sua eleganza singolare: la sua completa mancanza di cuore: il suo disprezzo di ogni virtù e di ogni pudore: ecco quello che era, la leggenda della contessa Lara, di questa povera infelice che è stata assassinata, ieri l' altro! Ebbene, già dieci anni sono la sua fragile beltà di bionda era sfiorita, consunta: i suoi occhi erano stanchi e deboli: i suoi capelli erano arruffati, un po' incolti: e, quel che é più, ella non aveva l' aria di
preoccuparsi di questa decadenza. Vestiva alla meglio, nascondendo il suo viso sotto fitte velette nascondendo la sua persona sotto un gran mantello, non seguendo le mode di cui parlava spesso e bene, non trovando mai una occasione di fare una grande toilette, non adornandosi mai dei pochi gioielli che possedeva: infine, mancando del tutto di quella infernale civetteria e di quella squisita eleganza cui i suoi cronisti la ingiuriavano e la corteggiavano. Questo essere accusato di avere in se un' anima complessa, nascondente Dio sa quali profondi abissi di perfidia, viveva senza odio e senza fiele, incapace di dir male di una donna o di un collega di lavoro, incapace d'invidiare, incapace di riportare una calunnia o un pettegolezzo: e così, senza nessuna posa semplicemente, fin troppo semplicemente, fino a far dubitare che ella fosse un ingegno acuto e un'anima vibrante! Questa poetessa accusata dei più strani gusti, andava da se, borghesemente a comperare la cicoria per rendere il suo caffè meno eccìtante e meno costoso: quando alla sera, la sua serva se ne andava, spesso ella si metteva uno scialletto sulla testa e andava a comperar un francobollo di un soldo dal tabaccaio della cantonata: ella andava in omnibus, o a piedi: ella scriveva su carta comune, senza motto, senza suggello curioso, senza ceralacca a colori estetici: ella faceva delle economie: ella aveva persino, questa poetessa folle, un curatore delle poche migliaia di lire che possedeva, Narciso Pelosini, un avvocato, un deputato, che è morto anche lui! Questa sirena ammaliatrice che, non aveva più, a trentacinqueanni, nè bellezza nè eleganza, questa donna dallo pseudonimo romantico che accomodava da sè i suoi vecchi corsages aggiungendovi un fiocco di nastro o un merletto, questa crudele che amava tanto i bimbi, i fiori, gli animali, questa perversa che, quasi, neppure davanti alla morte voleva denunciare il suo assassino, era una creatura di fatica, un essere che passava ore e ore, a scrivere, senza stancarsi, senza troppo pretendere, non seccando nè i direttori di giornali, nè i lettori, lavorando quando gli altri si divertivano, e sciupando i suoi poveri occhi malati sulla carta, correndo da una redazione di giornale alla posta, vegliando tardi, mangiando in una trattoria o sovra un angolo di tavola. Ella produceva della prosa senza fine, e dei versi talvolta. Bei versi, limpidi, e schietti, senza gelida preziosità, senza pretensioni psicologiche, ma che dicevano sempre qualche cosa di tenue e di appassionato: prosa gentile, un po' scialba, un po' prolissa, ma sempre piacevole alla lettura.
.....
Ahimè, ella non è stata vecchia! Il brivido tenue di sgomento che ella c' ispirava, corrispondeva all'oscuro sua fato, a questo colpo di rivoltella, un sol colpo, che così sicuramente l'ha presa, a questo assassinio commesso non per amore, non per gelosia, ma per laida vendetta d'interesse deluso: era il presentimento di una punizione tremenda che scendeva su lei, che era stata una donna, una signora, una scrittrice di gran talento, una poetessa, e che era destinata a perire come una delle ultime perdute, che uccide un amante ignoto! Ognuno di noi, vedendola, l'ultima volta, ha avuto il sentore mistico di una catastrofe qualunque che la travolgesse: ed è stata travolta: e la pietà, di adesso, anche è vana, poichè era detto che nessun uomo e nessuna cosa potessero mai giovare, beneficare, confortare la infelice!
MATILDE SERAO.

 
 
 
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