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La badessa e le brache...

La badessa e le brache del prete    

[Decameron, Giornata IX, novella 2] Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; e essendo con lei un prete, credendosi il saltero de' veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l'accusata, e fattalane accorgere, fu diliberata e ebbe agio di starsi col suo amante.
1. Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato; e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l'ardita presunzion degli amanti, quando la reina a Elissa vezzosamente disse: - Elissa, segui -; la qual prestamente incominciò:
2. - Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la cui obedienzia era la monaca della quale debbo dire.
3. Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l'altre donne monache che v'erano, v'era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta, d'un bel giovane che con lui era s'innamorò; e esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s'accese: e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma, molte con gran piacer di ciascuno la visitò.
4. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene e egli o ella, dall'Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò; e prima ebber consiglio d'accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinion delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa; e così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.
5. Or, non guardandosi l'Isabetta da questo né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire, il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano; le quali, quando a lor parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia dell'uscio della cella dell'Isabetta e un'altra n'andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a lei che già rispondeva dissero: "Sù, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l'Isabetta ha un giovane nella cella."



6. Era quella notte la badessa accompagnata d'un prete il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose tanto l'uscio sospignessero, che egli s'aprisse, spacciatamente si levò suso e come il meglio seppe si vesti al buio; e credendosi torre certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamangli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che senza avvedersene in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori e prestamente l'uscio si riserrò dietro dicendo: "Dove è questa maladetta da Dio?" E con l'altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l'Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s'avvedieno, giunse all'uscio della cella, e quello, dall'altre aiutata, pinse in terra: e entrate dentro nel letto trovarono i due amanti abbracciati. Li quali, da così subito sopraprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall'altre monache presa e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s'era rimaso; e vestitosi aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.
7. La badessa, postasi a sedere in capitolo in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l'onestà, la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea: e dietro alla villania aggiugnea gravissime minacce.
8. La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole non sapeva che si rispondere, ma tacendo di sé metteva compassion nell'altre: e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo e gli usulieri che di qua e di là pendevano: di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: "Madonna, se Dio v'aiuti, annodatevi la cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete."
9. La badessa, che non la 'ntendeva, disse: "Che cuffia, rea femina? ora hai tu viso da motteggiare? parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?"
10. Allora la giovane un'altra volta disse: "Madonna, io vi priego che voi v'annodiate la cuffia; poi dite a me ciò che vi piace"; laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa e, ella similmente ponendovisi le mani, s'accorsero perché l'Isabetta così diceva.
11. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone e in tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s'era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse; e liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fé venire; l'altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.

Giovanni Boccaccio    
Decameron, Giornata IX, Novella 2

 
 
 

Er monumento

Er monumento

Quanno che 'n'omo passa ne la storia
per quarche luminoso avvenimento,
er popolo j'ammolla un monumento
pe' tene' sempre viva la memoria.

Po' esse 'na colonna, un cippo ar ghetto,
un busto, un omo a sede o cor cavallo
siconno l'importanza der soggetto,
come sta scritto sotto ar piedistallo.



C' e' puro er nome drento a l' iscrizione;
leggilo bene, pe' nun fa' er peccato
de pija' Bixio pe' Napoleone.

E si pe' caso er nome e' cancellato,
tu ce poi legge quello che te pare:
che' er vivo s' e' scordato e er morto tace.

Zambo (Giulio Zannoni)
Da: Zambo 'na storia - Poesie in romanesco di Padre Giulio Zannoni S.J.

 
 
 

L'ideale

Post n°3811 pubblicato il 23 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

L'ideale

Broccolo è un omo tanto origginale
che s'è rinchiuso in una catapecchia
con un gatto, una pippa e un ideale,
e assieme a tutt'e tre vive e s'invecchia.

L'ideale de Broccolo consiste
in una donna bionna, tanto bella,
che cià un difetto solo: nun esiste.
Però, de tante femmine ch'ha viste,
nu' je piace che quella.
Se la fece a vent'anni, da lui stesso,
la chiamò Boccadoro, e da quer giorno
je gira sempre intorno e je va appresso.
E spesso, quanno fuma
ne la pippa de schiuma,
chiude l'occhi, s'appennica (1) e je pare
de vede Boccadoro che se perde
ner verde d'una villa, in riva ar mare ...



Se quarche amico o quarche conoscente
je dice: - Pija moje ... -j'arisponne:
- O Boccadoro o gnente!
Pe' me nun c'è che quella. L'antre donne
me so' rimaste tutte indiferente! -

L'unica, infatti, che ce va per casa,
è una servetta storta, mezza gobba,
che je spiccia (2) la robba e sficcanasa.
Lui nu' la guarda mai, ma in prima sera,
quanno da la finestra mezza chiusa
entra una luce debbole e confusa
che mette tutto sotto un'ombra nera,
la vede meno brutta e quarche vorta
je pare meno gobba e meno storta.
E col lavoro de la fantasia
s'immaggina che sia
propio lei, Boccadoro, che je dice:
- L'omo che bacerà la bocca mia
sarai tu, sarai tu, vivi felice! -

Allora ce sospira, e piano piano
allunga er braccio e attasta co' la mano
come cercasse ne l'oscurità ...
Così, povero Broccolo, conserva
tutto l'amore suo per l'Ideale ...
Ma intanto dà li pizzichi a la serva
e forse un giorno se la sposerà.

Note:
1 S'appisola.
2 Gli rassetta.

Trilussa
Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori, 1954, pag. 358

 
 
 

Colloqui - La girella...

Colloqui

La girella der pozzo e la luna


La girella der pozzo, che girava,
co' la vociaccia sua che s' aritrova,
dice a la luna che mo' propio prova
a specchiasse 'ndo sempre se specchiava:

- Io vorebbe sapè che ciaricava
a specchiasse là drento, a che je giova,
si l'acqua zozza che qui in fonno cova
nu se po manco beve, e ce se lava ...



- Nun te potressi fà l'affari tui -
fà la luna: - 'sto zelo te s'è smosso?
io me vojo specchià; dunque, per cui,

che te n'importa a te si me ciaffisso?
Io, vedi, so' contenta quanno posso
fà scegne un po' de luce ind' un abbisso ...

Clemente Giuntella
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 300

 
 
 

Un gobbetto in celo

Un gobbetto in celo

Lo rivedo ar cantone e lo risento:
"Du' scudi, la schedina fortunata!".
La gente passa e je da 'n' allisciata ...
Lui ce ride, ma maschera er tormento.

Adesso se ne va tutto contento
verso le stelle. E accenne 'na risata,
penzanno a l'incombenza che ha lasciata
a Checco, amico suo, ner testamento:



"Checco, vojo sperà che nun farai
economia de legno ...". E se dilunga:
"Abbada: nun se deve storce ... mai!".

Spatocca la campana der quartiere.
Ecco 'na cassa lunga, lunga, lunga:
c'è un gobbetto, ma pare un corazziere.

Giorgio Roberti
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 400

 
 
 

Er viaggio de Loreto

Er viaggio de Loreto

Ito che ffui co tté a la Nunziatella, (1)
agnéde a vvisità la Santacasa,
pe strufinà ne la sagra scudella(2)
sta coroncina d'ossi de scerasa.

De féd è cche per aria sii rimasa, (3)
ma ggnisuno c'è degno de vedella;
e un anno 'na Reggina ficcanasa (4)
ce perze l'occhi. Si cche ccosa bbella!



Bè, llí a Maria Santissima, in ner mentre
disse: E cciancilla Dommine, er Ziggnore
je mannò ne la panza fruttusventre.

Eh? cche ttibbi (5) de casa in cuella Cchiesa!
Oh vvà che sse trovassi un muratore,
da fanne un'antra pe cquant'oro pesa!

Note:
1 Chiesa suburbana, dove in dato tempo dell'anno corre il popolo divoto a gozzovigliare.
2 Nella Santa Casa di Loreto si conserva e mostra la vera scodella in cui mangiava il pancotto N.S.G. Su di essa i pii pellegrini fregano le loro corone le quali ipso facto rimangono benedette e operatrici di portenti anche meteorologici.
3 Pretendevasi, ma in oggi que' buon preti van più a rilento nel sostenerlo, che quella sagra Casa fosse sospesa in aria come la cassa di Maometto, e che in prova di ciò poteva passarlesi per di sotto un nastro. Una dama però che accettò l'esperimento, rimase cieca miracolosamente, prima della consumazione dell'atto. Bel testimonio è venuto a mancare! È da leggersi un'opera di un Vescovo Lauretano sulla nostralità de' materiali betlemici onde è costrutta quella casa volante.
4 Curiosa.
5 Che tocco! Che specie solenne.

Giuseppe Gioachino Belli
Terni, 9 ottobre 1831 - D'er medemo
(Sonetto 194)

 
 
 

L'inganno

Post n°3807 pubblicato il 22 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

L'inganno

Fu l'antra notte che un signore sbronzo (1)
ritornò a casa, se guardò a lo specchio,
s'accorse ch'era vecchio e s'affissò (2).
- Macché, - diceva - quello nun so' io!
Quello dev'esse povero mi' nonno
ch'è ritornato ar monno...
Povero nonno mio!
Perché sei ricicciato (3) a l'improviso?
T'eri forse stufato (4) de la gioja
der santo Paradiso?
Capisco che er mestiere der beato
dev'esse una gran noja!
Passà tutta la vita fra le nuvole
senza concrude gnente tutt'er giorno,
cór Cherubbino che te sona l'orgheno,
cór Serafino che te vola intorno...
Ritrovasse davanti
sempre le stesse Vergini!
sempre li stessi Santi!
La pace eterna, speciarmente in oggi,
è la pace più giusta che ce sia,
perché la fece Iddio senza l'appoggi
de la dipromazzia;
ma una pace che dura
pe' mijara de secoli, a la fine
dev'esse una gran bella scocciatura! -



Qui, l'intoppato (5) singhiozzò più forte,
sbuffò tre vorte e poi ricominciò:
- E a me come me trovi? bene assai?
Infatti c'è ogni tanto quarchiduno
che me ferma e me dice: «E come fai
che nun t'invecchi mai?
Ma de che classe sei? der settantuno?»
E m'incomincia a fa' li conti addosso,
me chiede premuroso come sto...
«Eh! - dico io - m'ajuto come posso.»
E pe' fallo contento
m'invento quarche male che nun ciò.

Nonnetto caro, nun te crede mica
che la gente sia bona e sia sincera
com'era quella antica...
Adesso nun se pensa che ar guadagno,
er monno è diventato una bottega;
ognuno cerca de fregà er collega,
ognuno cerca de fregà er compagno.
L'unico abbraccio vero che cià unito,
doppo la guerra (6), sai ch'è stato? Er ballo:
ch'è una spece de quello de San Vito (7).
Se vedi er cavajere quant'è bello
quanno fa li passetti der cavallo,
dell'orso, de la scimmia e der cammello (8)!
So' finiti li tempi d'una vorta
quanno che se faceva er minuetto;
er ballo d'oggi è un ballo che te porta
direttamente in cammera da letto.
Defatti, doppo un giro de fox-trotte,
le coccotte diventeno signore,
le signore diventeno coccotte ...

Note:
1 Sborniato.
2 Ci si fissò: perse la ragione.
3 Ricomparso.
4 Stancato, annoiato.
5 L'ubriaco.
6 Del 1915-18.
7 Uno degli effetti della «corea», malattia nervosa.
8 Figure del «charleston» e d'altre danze.

Trilussa
Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori, 1954, pag. 355

 
 
 

Pasquino in seduta spiritica

Pasquino in seduta spiritica

Un botto, e trema tutto er casamento.
- Gnào, è Lui! - fà er gatto Geremia,
- È Pasquino che stà all' appuntamento! -
Sentimo 'na vocetta d'osteria.

Dice - Regazzi, me ce porta er vento.
Qui me la spasso, e magno in compagnia
de quelli che so' stretti ar giuramento
de immortalatte sempre Roma mia!



So' er "Monco de Parione". So' Pasquino.
Si er corpo ce l'ho sempre giù ar cantone,
qui so' immortale, e no' de travertino!

Stò co' Marforio, Bòbbe e Rugantino
che cianno' avuto er corpo de bandone.
Co' Césere, Carletto e Giovachino!

Aulo Sciziano
Strenna dei Romanisti, 1967, pag. 421

 
 
 

E ddoppo, chi ss'è vvisto...

E ddoppo, chi ss'è vvisto s'è vvisto

Come sò st'omminacci, Aghita, eh?
Pareno cose de potesse dí?
Sin che nun te lo fai mettelo ccqui,
sò tutti core e ffedigo (1) pe tté.

Ma una vorta che jj'hai detto de sí,
appena che jj'hai mostro si cc'or'è,
bbada, Aghituccia, e ffidete de mé
che te sfotteno er cane (2) llí per lí.



Ecchete la mi' fine co Cciosciò:
viè: ppare un santo, un fiore de vertú:
io me calo le bbraghe (3) e jje la do.

Ce sei ppiú stata da quer giorno tu?
Accusí llui: da sí che (4) mme sfassciò,
Ggesú Ggesú nnun z'è vveduto ppiú!

Note:
1 Fegato.
2 Ti abbandonano. Frase presa dal volgare de' militari francesi: foutre le camp.
3 Calarsi le braghe: cedere.
4 Da quando.

Giuseppe Gioachino Belli
Terni, 9 ottobre 1831 - D'er medemo
(Sonetto 195)

 
 
 

L'elegante

Tipi e tipacci 3

L'elegante

(Parla er servitore)

Er mi' padrone passino acciaccallo
E' muso, muso assai, cià poco sonno;
Je piace de fa sempre er pappagallo
Con ir sesso gentile der gran monno.

E l'antra sera, assieme ar sor Raimonno
Annò a 'na festa che ce stava er ballo,
Così tra le signore co' quer callo,
Dajete che faceva a gira tonno.



Avessi viste que le svergognate
Co le zinne de fora, sì che orrore!! ...
Lui dajete a fa inchini e scappellate.

Co' que la bomba, li presciutti e er fracche
In der vedello là tra le signore
Pareva un bovo in mezzo a tante vacche.

Antonio Camilli
Tratto da: Poesie Romanesche, Roma, Tipografia Industria e Lavoro, 1906, pag. 101

 
 
 

La sincerità

Post n°3803 pubblicato il 21 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

La sincerità

M’aricorderò sempre che mi' nonno,
pe' famme pijà sonno,
me diceva la favola de quello
ch'annava in cerca de sincerità.
Io, però, m'addormivo sur più bello
che nemmanco arivavo a la metà.

Tutta quanta la favola nun era
che la storia de Gnocco: un pastorello
ch'uscì de notte per annà ar Castello
de la gente sincera;
ma arivato a lo svorto d'una strada
incontrava una povera vecchietta
che je diceva: - Abbada!
Tiè sempre d'occhio quer lumino verde
che riluce, sbrilluccica (1) e se perde
co' la stella der celo più vicina.
e cammina, cammina...



Però, se nun sei pratico,
passi un momento critico
cór Cignale politico
e er Gatto dipromatico.
Nun te fida dell'Omo
ch'accommoda l'idea
seconno la livrea
che porta er maggiordomo.
E abbada all'Orco Rosso
che fa er vocione grosso;
abbada all'Orco Nero
perché nun è sincero;
abbada all'Orco Bianco
perché nun è mai franco (2).
Percui, per esse certo
de chi te s'avvicina,
tiè sempre un occhio aperto
e cammina, cammina... -
E Gnocco camminava Dio sa quanto
tutta la notte fino a la matina,
fra l'Orchi e fra le Streghe: ogni momento
trovava un tradimento...
Com'annava a finì? Già ve l'ho detto:
prima ch'er pastorello
arivasse ar Castello, m'addormivo,
finché mi' nonno me metteva a letto.

Purtroppo, puro adesso,
se vado in cerca de sincerità
me succede lo stesso:
e come ne la favola de nonno
pur'io vedo un lumino
lontano, in fonno in fonno...
E cammino, cammino,
finché casco dar sonno.

Note:
1 Risplende a tratti.
2 Tre evidenti allusioni politiche: socialismo, clericalismo, liberalismo.

Trilussa
Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori, 1954, pag. 353

 
 
 

Nun zempre ride...

Nun zempre ride la mojje der ladro (1)

Pe ffasse strascinà (2) Mmenica zozza, (3)
chi nu lo sa?, rinegheria la fede:
e tte fa spesce si mmó vva in carrozza?
Lasscia fà: ciarivedemo appiede.

Sin che ddura la robba de Pressede
lei se la ride, se la sciala, e strozza. (4)
Scorta (5) poi che ssarà, tu ll'hai da vede,
uf, (6) l'hai da vede piaggne a vvita mozza.



Cuella bbenedett'anima requiesca
se sscervellava (7) pe arricchí er marito;
e llui se va a spiantà ppe sta ventresca!

Nun ze n'accorge, mó cc'ha er fiasco empito;
ma llasselo aridusce (8) all'acqua fresca,
e a tte Ccannella (9) a mmozzicatte er dito!

Note:
1 Proverbio.
2 Per andare in carrozza.
3 Sozza.
4 Mangia.
5 Colla o stretta come corta.
6 Interiezione esprimente persuasione intima.
7 Si stordiva in pensieri.
8 Ridurre.
9 La voce Cannella è un puro ripieno.

Giuseppe Gioachino Belli
Terni, 8 ottobre 1831 - D'er medemo
(Sonetto 193)

 
 
 

Pìjene uno, pìjeli tutti

Post n°3801 pubblicato il 20 Aprile 2017 da valerio.sampieri
 

LVII.

Pìjene uno, pìjeli tutti
(1)

Si, puro (2) io m' ero ficcato in mente
De stà mejo de prima; io puro m' ero
Mess' in testa che st'antro ministero
Fussi un po' mejo de quel' antra gente.

E invece? Che je piji un accidente!
Te fanno compari bianco pe' nero,
Ma in fonn' in fónno, e lo pôi di davéro,
De noi nu' je n'importa propio gnente.



Ma già, che serve poi ch' uno se lagni?
Tanto, l' omini, sai, Nino (3) mio bello,
Hai tempo a di, ma so' tutti compagni.

Chiacchiere quante vòi, ma doppo, Nino,
Ognuno che cià un deto de ciarvello,
Cerca de tira l' acqua ar su' mulino.

Note: 1 Pigliane uno, pigliali tutti. Modo proverbiale, che signifîca: "Pigliane uno, chè li pigli tutti, essendo tutti uguali" - 2 Pure, anche. - 3 In romanesco, tutti i nomi personali maschili che prendono la desinenza vezzeggiativa in ino, come Ghetanino, Giuvannino, ec, possono accorciarsi in Nino, dal quale poi si forma Ninetto e Ninuccio.

Luigi Ferretti
(9 novembre 1877)
Centoventi sonetti in dialetto romanesco, Firenze, G. Barbèra, Editore, 1879, pag. 105

 
 
 

La preghiera del caccialepre

La preghiera del caccialepre

Madonna der Rosario benedetta,
Madre de Gesù Cristo Redentore,
Smoveteve a pietà der gran dolore
Che ar Papa fa soffrì st'infame setta.

Mannate a sta canaja na saètta:
Fateli morì tutti d'anticore:
Ridatece a noi pecore er pastore:
Nun ve fate tirà pe la carzetta (1).



Fate annà a foco tutto er Parlamento,
Fate come l'antr'anno cresce fiume,
Metteteje un tantino de spavento.

Si nun fuss'antro, Vergine Maria,
Nun je fate sta acceso manco un lume
Er giorno ventisette, (2) e Così sia.

Note: 1. Farsi tirar la calzetta, farsi pregare inatamente. 2. 27 novembre 1872, giorno dell'apertura del Parlamento.

Augusto Marini
1871
Da: Cento sonetti in vernacolo romanesco, Perino 1877, pag. 42

 
 
 

Un tabbaccaro

Tipi e tipacci 2

Un tabbaccaro


Cià la barbetta bianca, sta a bottega,
Cià er nome che fenisce propio in ino.
Nun solo che te sgrassa 'sto strozzino
Doppo che t'à sgrassato se ne lega.

La moje serve ar banco e nun se nega
Che sia 'na donna de talento fino.
Defatti quanno viè quarche paino
L'imbriaca de smorfie e te lo frega!



L'affari vanno be' solo pe' questa,
Lui è contento... der su' propio stato,
Vordì, se sa, je pesa un po' la testa!

Si seguita accusi 'n antro tantino
Ho inteso dì da 'n omo suo fidato
Che presto s'aritira a san Martino.

Antonio Camilli
Tratto da: Poesie Romanesche, Roma, Tipografia Industria e Lavoro, 1906, pag. 100

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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Strabello :-))) Ormai ho capito che Zambo ci sa fare...
Inviato da: NORMAGIUMELLI
il 24/04/2017 alle 21:47
 
Ho ragione???
Inviato da: NORMAGIUMELLI
il 24/04/2017 alle 21:44
 
La foto è sicuramente quella di una scena televisiva!!!!...
Inviato da: NORMAGIUMELLI
il 24/04/2017 alle 21:44
 
Uhm ... questo me lo leggerò con calma, Vale :-* :-*
Inviato da: NORMAGIUMELLI
il 24/04/2017 alle 21:43
 
Un bellissimo finale! Davvero :-)
Inviato da: aristofane4
il 24/04/2017 alle 21:06
 
 
 

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