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De claris mulieribus (di Giovanni Boccaccio)

Il Novellino (di Anonimo)

Il Trecentonovelle (di Franco Sacchetti)

I trovatori (Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847)

L'arca de Noè (di Antonio Muñoz)

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Il Galateo (di Giovanni Della Casa)

Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630 - Prima edizione 1804 (di Pietro Verri)

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Il Dittamondo, Libro Primo

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Il Dittamondo, Libro Terzo
Il Dittamondo, Libro Quarto
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Il Dittamondo, Libro Sesto

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Rime di Celio Magno, indice 1 (di Celio Magno)
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Rime filosofiche e sacre del Signor Giovambatista Ricchieri Patrizio Genovese, fra gli Arcadi Eubeno Buprastio, Genova, Bernardo Tarigo, 1753 (di Giovambattista Ricchieri)

Rime inedite del Cinquecento (di vari autori)
Rime inedite del Cinquecento Indice 2 (di vari autori)

 

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Core de tigre

Post n°3081 pubblicato il 28 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Core de tigre

'Na Tigre der serajo de Nummava (1),
come vidde tra er pubbrico 'na donna
che la guardava tanto, la guardava,
disse ar Leone: - S'io incontrassi quella
in mezzo d'un deserto, e avessi fame,
mica la magnerebbe: è troppo bella!
Io, invece, bona bona,
j'annerebbe vicino
come fa er cagnolino
quanno va a spasseggià co' la padrona. -
La bella donna, intanto,
pensanno che cór manto
ce sarebbe venuto un ber tappeto,
disse ar marito che ciaveva accanto:
- Io me la magno a furia de guardalla:
che pelo! che colori! com'è bella!
Quanto me piacerebbe a scorticalla!

Nota:
1 L'ex domatrice Nouma-Hawa la quale, tra il 1884-1895, piantava le sue tende nelle aree ancora non fabbricate dei lungotevere.

Trilussa

 
 
 

Novembre

Post n°3080 pubblicato il 27 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Novembre

Vicino a casa mia c'è 'n'arberetto
e, de 'sti tempi, pure lui se spoja;
fra li rami stecchiti, un passeretto
sta l'ore e l'ore a faje compagnia
cantanno, a modo suo, 'na melodia.
C'è sortanto 'na foja
ancora mezza verde e mezza gialla
ch' arimane attaccata e me viè' voja
de prènnela e staccalla;
però resiste, ancora nun è morta...
allora nun ciò core...
Si parlasse, 'sta foja me direbbe:
«certo, si tu ripassi un'antra vorta
po èsse' che me trovi tra la fanga,
tra le fascine secche accosto ar foco,
tra li rifiuti, tra la spazzatura!
Ma ancora è presto... campo tanto poco...
aspetta che m'ammazzi la natura».

Nino Buzzi
Strenna dei Romanisti, 1940, pag. 130

 
 
 

La vita di Michelangelo

Post n°3079 pubblicato il 27 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

La vita di Michelangelo

Il sito Accademia.org riporta una interessante cronologia della vita di Michelangelo, leggendo la quale si sono rafforzati i miei dubbi sulla corretteza storica della terna di sonetti romaneschi di Giulio Cesare Santini "Er carnevaletto de li poeti". Che c'entra Giuliano Della Rovere (Papa Giulio II), morto nel 1513, che tra l'altro era un papa guerriero? Forse Santini si riferiva a Giulio Zanobi di Giuliano de' Medici (Papa Clemente VII), ma anche in questo caso nutro forti dubbi. Non resterebbe che Leone X, predecessore di Clemente. Se così fosse, penso che Santini voglia disprezzare i poeti che tra il 1513 ed il 1521 frequentavano la corte Papale del de' Medici: ciò mi sembra però azzardato, visto che tra i "poeti di corte" c'era niente di meno che Pietro Bembo. Vabbè, fatto il mio sproloquio, vediamo di saperne di più su uno dei massimi geni dell'umanità: Michelangelo Buonarroti!

Volete sapere di più su Michelangelo e la sua vita? Qui abbiamo creata una biografia che speriamo sia facile da leggere, seguendo le date e i periodi più importanti della sua vita.

6 MARZO 1475 - CAPRESE MICHELANGELO (AREZZO)
Figlio di Ludovico Buonarroti Simoni e Francesca di Neri, Michelangelo nasce il 6 marzo del 1475 a Caprese, in provincia d’Arezzo. La famiglia Buonarroti si trova a Caprese a causa dell’impegno come magistrato podestarile di Ludovico. Pochi mesi dopo la sua nascita, la famiglia rientra a Settignano, sui colli fiorentini. Fin dalla tenera età Michelangelo dimostra presto inclinazione per l’arte, stringe amicizia con Francesco Granacci e, nonostante la contrarietà paterna, entra nella scuola del Ghirlandaio a Firenze.

1487 - FIRENZE
Apprendistato presso la bottega di Domenico Ghirlandaio a Firenze, con un contratto che lo obbliga a rimanere per altri tre anni. Michelangelo, però, rompe l’impegno ed aderisce dopo pochi mesi alla libera scuola di scultura e di copia dall’antico voluta da Lorenzo de’ Medici nei Giardini di San Marco e diretta dallo scultore Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello.

1488 - FIRENZE
Lorenzo de’ Medici non tarda a notare il talento di Michelangelo e lo accoglie nel suo palazzo di Via Larga. E’ qui che il giovane Buonarroti incontra illustri personaggi della cultura umanista come Angelo Poliziano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola. Per la corte medicea realizza le prime sculture, "La battaglia dei Centauri" e la "Madonna della scala" oggi esposte al Museo di Casa Buonarroti a Firenze.

1493 - FIRENZE
Piero de’ Medici intercede coi frati agostiniani della Chiesa di Santo Spirito in favore del giovane artista, affinché lo ospitassero all’interno del convento e gli consentissero di studiare l’anatomia, sezionando i cadaveri provenienti dall’ospedale del complesso conventuale. In questi anni Michelangelo scolpì un Crocifisso ligneo, realizzato come ringraziamento per il priore di Santo Spirito. Attribuito a questo periodo è anche il piccolo Crocifisso di legno di tiglio recentemente acquistato dallo Stato italiano, con controverse ipotesi sulla sua reale paternità.

1494 - BOLOGNA-VENEZIA
Poco prima della caduta dei Medici, Michelangelo lascia Firenze. Dopo una breve tappa a Venezia, si reca a Bologna ove rimane per un anno, ospite di Gianfranco Aldovrandi. Qui partecipa alla scultura dell’ Arca di San Domenico e si dedica a studi di letteratura.

1496 - ROMA
Si stabilisce a Roma, dove inizia il "Bacco". Gode della protezione del banchiere Jacopo Galli, compratore del "Bacco", oggi conservato al Museo del Bargello di Firenze. Il 27 agosto 1498 Michelangelo stipula il suo primo importante contratto con il cardinale francese Jean Bilheres per la celebre "Pietà" nella Basilica di San Pietro. Si impegna a terminare l’opera in un anno, per un prezzo pattuito di quattrocentocinquanta ducati.

1501-1504 FIRENZE
Viene richiamato a Firenze per una importante commissione dell’Opera del Duomo. Inizia a lavorare al "David", che nel 1504 verrà trasportato in Piazza della Signoria. La commissione viene pagata quattrocento ducati. Sono anni densi di commissioni, nei quali Michelangelo lavora a vari progetti paralleli al David. Nel frattempo segue infatti il progetto degli "Apostoli" per il Duomo, sbozzando però solo il "San Matteo" oggi esposto in Galleria dell’Accademia. Pier Soderini, Gonfaloniere di Firenze, gli commissiona la "Battaglia di Cascina" per il Salone dei Cinquecento, di cui si ha testimonianza di un cartone preparatorio, oggi perduto. La ricca famiglia Doni gli affida la realizzazione di una "Sacra Famiglia" dipinta su tavola, il famoso "Tondo Doni" oggi esposto agli Uffizi. Buonarroti si dedica inoltre alla scultura di "Madonna con Bambino" scolpita per la famiglia Mouscron per la Cattedrale di Bruges. L’artista vi lavorò in segreto e fu inviata gelosamente nelle Fiandre non appena terminata intorno al 1504. Esegue in questi anni anche un tondo di marmo per la famiglia Pitti, oggi conservato al piano terra del Bargello insieme al celebre Bruto di Michelangelo.

1504 - ROMA
Papa Giulio II lo chiama a Roma per realizzare il suo monumento funebre. Michelangelo non porterà mai del tutto a termine il progetto, riveduto rispetto a quello iniziale dagli eredi del Pontefice e di questa "tragedia sepolcrale", come la definisce, si rammaricherà fino alla fine.

1508 - ROMA
Dopo un periodo di lunghe liti, finalmente firma il contratto con Giulio II per il suo capolavoro, la "Cappella Sistina". Michelangelo, che si sposta di continuo tra Roma, Firenze e Carrara, dove controlla personalmente il marmo per le sue opere, accantona il progetto della Tomba per Giulio II e si dedica alla Cappella Sistina ininterrottamente fino al 1512.

Giulio II muore nel 1513 e si ripropone il problema del monumento funebre: di questo secondo contratto stipulato con gli eredi ci restano il "Mosè", oggi collocato nella Chiesa di San Pietro in Vincoli e i due Schiavi conservati al Louvre (Schiavo Morente e Schiavo Ribelle). La tomba, tormento della sua vita, verrà portata a compimento solo nel 1545, con un’ultima versione, in gran parte affidata agli aiuti.

1515 - FIRENZE
Michelangelo lavora per il nuovo papa, Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, fin dal 1514, quando rifece la facciata della sua cappella a Castel Sant’Angelo, opera purtroppo perduta. Nel 1515 la famiglia Buonarroti ottiene dal papa il titolo di conti palatini. Leone X era nato nello stesso anno di Michelangelo e molto probabilmente si erano conosciuti fin dall’adolescenza, trascorsa a Palazzo Medici prima della cacciata della famiglia da Firenze. A Michelangelo fu richiesto un progetto per completare la facciata della Chiesa di San Lorenzo a Firenze, per la quale Buonarroti elabora alcuni disegni preparatori ed un modello ligneo, ma la commissione viene abbandonata circa un anno dopo.

1520 - FIRENZE
Viene affidata a Michelangelo la creazione di una monumentale cappella funebre per accogliere gli ultimi eredi diretti della dinastia medicea: Giuliano, Duca di Nemours deceduto nel 1516 e Lorenzo, Duca d’Urbino scomparso nel 1519.

Annullata quindi la progettazione della facciata di San Lorenzo, le risorse vengono destinate alla realizzazione della Sagrestia Nuova nel complesso di San Lorenzo, dove verranno trasferiti anche i resti di Giuliano e Lorenzo de’ Medici, rispettivamente zio e padre di Leone X.

1524 - 1534 FIRENZE
Clemente VII è il nuovo papa del casato mediceo in carica e commissiona al Buonarroti la "Biblioteca Laurenziana" per accogliere a Firenze la preziosa e vasta collezione di rotoli, pergamene, incunaboli collezionati dalla famiglia Medici fin dai tempi di Cosimo il Vecchio. Proseguono allo stesso tempo i lavori per la costruzione della Sagrestia Nuova con le sculture del "Crepuscolo" e l’Aurora per la tomba del Duca d’Urbino, la Madonna con Bambino, la "Notte" ed il "Giorno" per la tomba del Duca di Nemours.

In questi anni vengono portate avanti altre cinque sculture per la tomba di Giulio II che resteranno inutilizzate. Rimasero nello studio di Michelangelo a Firenze finchè non furono donate dal nipote a Cosimo I de’ Medici nel 1564. Quattro di esse, chiamati i Prigioni o Schiavi, sono esposte oggi nel Corridoio o Galleria dei Prigioni alla Galleria dell’Accademia, mentre la quinta, "Il Genio della Vittoria" si può ammirare nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.

1529 - FIRENZE
Viene incaricato di sovrintendere i lavori delle fortificazioni di Firenze durante l’assedio della città da parte delle truppe di Imperiali di Carlo V. Si occupa dei piani difensivi sul Colle di San Miniato fino al 1530, anno in cui fa proteggere il campanile dai pallettoni dei nemici con un’armatura fatta di materassi imbottiti. Lo stesso anno esegue l’Apollo per Baccio Valori.


Un bellissimo video che fa vedere le opere di Michelangelo create a Firenze

1534 - ROMA
Anno di profondo cambiamento per Michelangelo, che lascia Firenze senza più farvi ritorno. Nel settembre 1534 ottiene l’incarico per il "Giudizio Universale" nella Cappella Sistina, cheinizia nel 1536 e porta a termine nel 1541, suscitando consensi e polemiche. In questi anni Michelangelo è stabilmente a Roma e si lega d’amicizia con Tommaso de’ Cavalieri, con cui scambia lettere e al quale dedica disegni e poesie. C’è anche un importante rapporto epistolare con la marchesa di Pescara, Vittoria Colonna, vicina agli avvenimenti della Riforma e alle idee del Valdes, cui anche il maestro si accosta.

1539 - ROMA
Scolpisce il busto del "Bruto" per Niccolò Ridolfi, oggi conservato al Museo del Bargello di Firenze.

1547 - ROMA
Negli ultimi anni della vita, Michelangelo intervenne più volte sul tema della "Pietà", in una sorta di meditazione sulla morte. La "Pietà Rondanini" fu iniziata intorno al 1547 e vi lavorò a più riprese in un lungo arco di tempo fino all’anno della sua morte. L’opera, che proviene dal romano Palazzo Rondanini, è esposta al Castello Sforzesco di Milano dal 1952.

1550 - ROMA
Dal 1550 attende agli affreschi della Cappella Paolina in Vaticano e svolge lavori come architetto, da Palazzo Farnese alla risistemazione del Campidoglio, fino ai lavori imponenti per la cupola di San Pietro, a capo della cui fabbrica lo vuole Papa Paolo III dal 1546. Fra il 1550 ed il 1555 viene datata la "Pietà Bandini" oggi nel Museo dell’Opera del Duomo a Firenze. In un primo momento venne concepita da Michelangelo per la propria tomba. Il gruppo scultoreo fu danneggiato e rimase incompiuto dallo stesso Michelangelo, insoddisfatto del risultato.

Al 1555 circa risale anche la "Pietà di Palestrina", opera incompiuta e ancora oggi di dubbia attibuzione. Secondo molti studiosi il gruppo scultoreo potrebbe essere stato semplicemente sbozzato ma eseguita da un allievo. E’ esposta a pochi passi dal David all’interno della Galleria dell’Accademia.

18 Febbraio 1564 - ROMA
Michelangelo muore nella sua casa romana, lasciando incompiuta la Pietà Rondanini. Il testamento, secondo quanto riportato dal Vasari era composto "di tre parole: che lasciava l’anima sua nelle mani di Dio, il suo corpo alla terra, e la roba a parenti più prossimi".

 
 
 

Er cotto sporpato

Er cotto sporpato (1)

Evviva er zor-Don-Dezzio-co-le-mela!
Ste strade sce l’avete ariserciate... (2)
Ah, ddiscevo accusí de scèrta tela (3)
che sse venneva sulle cantonate.

Dite la verità, ttanto ve pela? (4)
Sú ffateve usscí er rospo, (5) vommitate: (6)
eh vvia, co’ nnoi cucchieri ste frustate? (7)
Cascate male assai: (8) semo de vela. (9)

Pare che cquanno ve smicciate (10) quella
benedetta-pòzz’-èsse, for dall’occhi
ve vojji schizzà vvia la coratella.

Pare c’avete d’aspettà li ggnocchi! (11)
V’annerebbe un bocchino, (12) eh sor Brighella?
Oh annateve a ccerca cchi vve l’immocchi. (13)

Note:
1 Innamorato cotto-spolpato.
2 Riselciate. Questa si usa con chi passa continuamente sopra una strada per alcun fine.
3 Quando chi parla è interrogato sul senso del suo discorso ed egli non vuole rispondere a tuono, dice quello che riporta il verso.
4 Vi scotta? (questo amore).
5 Parlate.
6 Parlate.
7 A noi non se ne dànno ad intendere di queste.
8 Capitate male.
9 Siamo in umore di dar la baja.
10 Guardate.
11 State a bocca aperta come aspettaste, ecc.
12 Vi andrebbe a genio un bocchino? Bocchino: cosa che cade in bocca aperta a riceverla.
13 Che ve la imbocchi.

Giuseppe Gioachino Belli
13 ottobbre 1830 - De Pepp’er tosto
(Sonetto 91)

Note [Morandi] (Vol. 1, pag. 90):
V. 1: zor-Don-Dezzio-co-le-mela! = Si dice comunemente a chi cammina adagio, con tutto il suo comodo.

 
 
 

Er carnevaletto de li poeti

Er carnevaletto de li poeti

I.

Secolo d'oro! Tempo d'abbondanza!
Casa der mecenate è sempre piena.
Er poeta se sveja, avvia la vena,
saluta er sole e ride a la speranza.

- E oggi - dice lui - dove se pranza?
Dar cardinal Caraffa o dar Bibbiena?..
E a la sera, poi fa: - Dove se cena?... -
E' va a sbafà' dar Medici... E che panza!

Lì, ne trova antri cento: un pipinaro...
Si nun so' teste da onorà 'le Muse,
so' ganasse che onoreno er cucchiaro.

- Busseno ancora... - avverte un servitore.
- Ma si nun so' poeti, porte chiuse!... -
risponne er Cardinale protettore.

II.

Poi tutti, quanti so', doppo magnato,
passeno in bibbioteca der padrone:
- Che legature!... Senti che cartone!... -
- E 'sto scaffale?... Quanto j'è costato?... -

Doppo vanno al' Museo: - Che collezzione!... -
- Bravo!... Ma lei cià un gusto raffinato!... -
- Sortanto un umanista ch'à studiato,
sa riccoje, accosì, sasso e mattone!... -

- Solo un Giulio de Medici, illustrissimo,
antro che lei pò unì' 'sta maravija!... -
- Stupenno!... - Insuperabbile!...- Bellissimo!... -

E mentre er mecenate ce va in brodo,
infuria un'antr'assarto a la bottija,
e ognuno attacca er su' cappello al' chiodo...

III.

Però, si è mejo er coco der Gonzaga,
tutti, allora, a pappà' da 'st'antro fusto:
- La libbreria del' Medici?... Ma giusto?...
Lì, come piji un libbro, te se sbraga... -

- E co' li marmi?... Hai visto come svaga?...
Se becca, pe' Pompeo, Cesere Agusto... -
- Lei, invece, è d'occhio fino... Cià più gusto... -
E giù, finchè se magna... e nun se paga.

Quello è archivista, questo è segretario.
- Credi, poeta mio, moro d'inedia... -
- Te butta male?.. Còmprete un rimario... -

E la sera: - Illustrissimo, presento
er celebbre cantore... - Un'antra sedia... -
Ma che pacchia, però, 'sto Cinquecento!...

Giulio Cesare Santini
Strenna dei Romanisti, 1940, pag. 107-109

 
 
 

Piazza de li mercanti

Foto di valerio.sampieri

Piazza de li mercanti

Basta fermasse qui a 'sto cantoncello
pe' vede ancora Roma de Gregorio.
Sopra de 'sta piazzetta
dove 'n ce passa un'anima,
senti solo arivà drento a l'orecchia
e' rumore de fiume che borbotta;
però tra tante cose, 'sta casetta
che poi chiamà stravecchia
tarlata e tutta rotta,
ner mentre che se logra a mano a mano,
cià sempre quarche cosa de romano.
Colonnette incastrate
che cianno mezzo in fora er capitello,
finestre chiuse o aperte, sganghenate,
ciuffi d'erba qua e là sopra le mura,
punte de travi sopra a li pilastri
che soreggheno er tetto...
e mensole de marmo pe' merletto;
tiè cinque o seicent'anni e ancora dura.

Appresso che ce trovi? Porticelle
de casettucce che pòi chiamà buchi,
granari e magazzini de 'na vorta,
e poi tre o quattro vicoletti ciuchi
dove c'è quarche stalla e quarche lume,
che risorteno a fiume;
basta che t'arimiri que la porta
co' que l'archetti de le finestrelle,
p'accorgette che cianno intorno intorno
come un ricamo a giorno;
e 'ste scalette piccole?
Nun so' degne davero d'un piedino
de quarche bella mora,
che si tu chiudi l'occhi l'arivedi
svortasse, pe' soride da screpante
a quarche grinta bulla de mercante...
oppure a quarche carettiere a vino?...

Piazza de li Mercanti, è un'anticaja
fatta de muri tartassati e rotti,
sarà, come voi tu, 'na minuzzaja
campata fino a mo, ma al' tempo stesso
cià 'na filara de ricordi appresso.
Sogna che 'sta piazzetta se ripopola
come all'epoca quanno li burlotti,
scaricaveno vino, ojo e grano
pe' fa' campà sto popolo romano:

- Padron Bartolomeo Grisanti... io
mantengo la parola
perchè ce n'ho una sola,
so' cascato de prezzo e nun m'importa,
a sei testoni er pepe vostro è mio...
- Si la canepa è corta
in compenso è più bianca de la lana,
n'ho date, nun sarà 'na settimana,
venti balle a Fischione,
e a tre papetti nun pretennerete...
- Sor Nunzio Spacca, voi sete er padrone,
in quanto a' resto già me conoscete,
- Me fa acqua er burlotto
e bisogna che scarico oggi stesso,
nun me pijate in gola, che in appresso...
- Me sta bene, avvertite er personale,
v'aspetto a casa giù a Strada Papale,
là ve conto le piastre e famo er gatto...
- Du' partite de tonno e de tonnina,
a tre giuli dò tutto, e si è a 'sto patto
padron Sante Veruchi, è affare fatto...
- Questa è corda mancina
bona a qualunque fiocco o terzarolo,
e pe' 'sto prezzo ve la dò io solo...
- Voi dateme er carbone come ho detto...
- E' inutile padron Giachimo Perna,
è tutta cioccatura, ciarimetto...
- Ma so de che se tratta, er prezzo è quello,
è abeto, e quanno è abeto è carboncello...
- Voi nun comprate a' lume de lucerna,
conoscete le macchie de la Torfa...

E' notte fonna, e sopra a 'sta piazzetta
c'è un silenzio de chiesa, che t'ariva
come che fusse un barsimo, in der core;
nun passa anima viva,
senti sempre e' rumore
che fa l'acqua de fiume carma e lenta;
'gni casetta diventa
come fusse d'argento, tutta bianca,
mentre le finestrelle ciovettole
se baceno co' razzo de la luna,
aspettanno domani
p' aprisse e spalancasse a una a una
e ammantasse de sole.
Dormeno le scalette a manomanca,
so' 'niscosti dall'ombra li mignani...
e 'sta casetta è morta;
pure è sempre accosì come 'na vorta,
guarda 'sta catapecchia sur cantone
e trovi er Quattrocento dritto in piedi,
che ha visto avanti a sé smovese er traffico
de tanta e tanta gente fiumarola,
che ha inteso ogni pilota e ogni mercante;
è lei, ancora lei come la vedi.
Tu che la guardi senza fa' parola
penzi all'atto ch'è robba de Trestevere,
e sperduta com'è in mezzo a 'sti vicoli,
la pòi chiamà 'na perla de l'urione.

Goffredo Ciaralli
Strenna dei Romanisti, 1940, pag. 89-92

 
 
 

Invortini a lo strutto

Invortini a lo strutto

Pôi stà ttranquillo, si tu cciài lo strutto,
t'abbasta l'ajo e dder prezzemoletto,
grattuggia er pane e 'n po' de formaggetto
e, cco' la carne, se pô ddì ch'hai tutto.

Sèntime bbene, a scanzo d'ogni sbajo.
Er pangrattato metti in du' piattini,
uno co' l'ajo e ll'erba a ppezzettini,
l'antro cor parmiggiano e ssenza l'ajo:

In tutt'e ddua lo strutto ce l'ammischi.
Te pare strano ce vô ssolo questo?
La carne, fina fina, taja a ddischi,

arotola co' ddrent'er parmiggiano
e ccropilo co' strutt'e ttutt'e rresto:
mo' sentirai 'r profumo da lontano!

Te siedi sur divano:
doppo che l'invortini hai fatto a spiedi,
l'inforni, magni e llecchi puro i piedi!

Valerio Sampieri
25 agosto 2016

 
 
 

Arlevà

Post n°3074 pubblicato il 25 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Arlevà

[Bernoni]: Molto probabilmente arlevà discende da relevare della lingua latina, che aveva valore di "alzare", "rialzare", "sollevare". La volgarizzazione di relevare dette poi vita ad una accezione singolare del verbo: quella di "raccogliere percosse", "prendere busse". Tale accezione è ben presente nella letteratura italiana con "rilevare"(v. Francesco Berni, Orlando, XXIX), mentre nel parlar popolaresco romano essa costituisce il significato esclusivo di arlevà. Quindi, chi tra i Sette Colli riceve colpi, chi si procura bastonature ... arleva. E si tenga presente che l'uso più frequente contempla arlevacce (cioè,"prendercele", "aver la peggio").
G. G. Belli: ... Io pisto er pepe, sòno le campane, / rubbo li gatti, tajo l' ogna a un frate, / metto l' editti pe le cantonate, / cojo li stracci e agliuto le ruffiane. / Embè lo sai ch'edè che ciaricévo? / Ammalappena pe pagacce er letto: / anzi, a le du' a le tre, spallo [fallisco] e ciarlèvo ... ("Pe la Madonna de l'Assunta, festa e comprianno de mi' moje").
Augusto Jandolo (1873-1952): ... Governò forte e bene / circa vent'anni sani, / ma un brutto giorno puro lui sbajò / e allora ... è naturale, ciarlevò ... ("Cento poesie vecchie e nuove" - Come riusci a sarvasse Mitridate).
A proposito di arlevacce va segnalato un passo di Massimo d'Azeglio. Questo passo: "Visto poi che non s'ubbidiva, ci lanciava dietro la sua paterna benedizione: - Vorrei che ci arlevaste (foste picchiati) bene e meglio voi ..." (Da I miei ricordi, capo XXV).

[Belli]: Arlevarci: toccar busse. Ciarlevo: Ci rileva, per semplicemente «rileva».

[Chiappini]: Arlevacce. Ricevere, Toccar delle busse. Rilevare è usato spesso dai nostri classici nelo stesso significato in cui l'adoprano i romaneschi.

[Vaccaro Ge, Voc.Rom.Bell.]: (levà con pref. contratto di movimento in senso inverso ar-) v.t. Rilevare: prender botte, busse (Peresio, Iacaccio, VIII, 8)

[Ravaro]: (arc.) - Essere percosso, basonato. Da "levà" nel senso di prendere, ricevere.

T1-0027 Pe la Madonna de l’Assunta festa e Comprïanno de mi’ mojje: Ammalapena pe ppagacce er letto: / anzi, a le du’ a le tré, spallo e cciarlèvo. // Duncue che tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa?"
T2-1900, Oggni uscellaccio trova er zu’ nido: "Sò cco vvoi: è un cosaccio, è un ancinello, / pe ttutto indove va ciarleva bbòtte, / tutt’er monno lo tiè pp’er zu’ zzimbello," (S-1865)

 
 
 

Piazza Mattei

Post n°3073 pubblicato il 25 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 
Foto di valerio.sampieri

Piazza Mattei

Ner centro der quartiere dell' "Ebbrei"
'ndove ce sò le picchie riccê e more,
in mezzo a li palazzi de Mattei
c'è sta piazzetta piena de sprennore.

Staressi lì a guardalla l'ore e l'ore,
te pare de sognà' davanti a lei:
te scegne tanta pace infonno ar côre
che scordi 'gni tristezza e t'aricrei.

Cià 'na funtana i 'mezzo ch'è un gioiello,
fa un mormorio leggero e delicato,
un mormorio grazzioso e tanto bello

che spece 'nde la notte sai che pare?
un canto melodioso accompagnato
da un sôno de mandòle e de ghitare.

Natale Polci
Piazze de Roma - Sonetti romaneschi - Roma, Editrice: Tipografia "Saturnia", 1929, pag. 22

 
 
 

Er porco

Post n°3072 pubblicato il 25 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Er porco

Se presentò davanti ar tribbunale
Un porco tutto zozzo e setoloso.
- "Diteci ir vostro nome". - "Io so' er majale,
E de 'sta troja so' l'amato sposo.

Sibbè' che ciò un aspetto un po' schifoso,
No pe' vantamme, ma io so' un animale
Ch'offre quello che c'è de più gustoso:
Le sarsicce, le cotiche, er guanciale.

Do er grasso che s'addopra a fa' lo strutto;
Le mortadelle, er fegheto, er zampone;
Do le chiappe der c... p'er preciutto".

- "Entri pure er majale co' la moje",
(disse er capoccia). E questa è la raggione
Ch'oggi a r monno c'incontri tante troje.

Antonio Muñoz
L'Arca de Noè - Poemetto romanesco
Staderini Editore - Roma 1940
Sonetto IX

Note [VS]:
Cotiche. Cotenne di maiale.
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "Ch'offre quello che c'è de più gustoso: / Le sarsicce, le cotiche, er guanciale. // Do er grasso che s'addopra a fa' lo strutto;"
Fegheto. Fegato.
T2-1412, Er re de nov’idea: "Un re cche cqua da noi se dà ppe ggionta. / La sorella der fegheto: una Mirza. // Co ’no scaccolo ar meno fai ’n editto:"
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "Do er grasso che s'addopra a fa' lo strutto; / Le mortadelle, er fegheto, er zampone; / Do le chiappe der c... p'er preciutto"."
Preciutto. Prosciutto
T2-1743, Ch’edèra?: "Quanno Adamo azzardò cquella maggnata, / nun usava salame né ppresciutto, / e mmanco se conniva co lo strutto"
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "Le mortadelle, er fegheto, er zampone; / Do le chiappe der c... p'er preciutto". //
- "Entri pure er majale co' la moje","
Sibbè. Sebbene; Se pure. Nun me vennerebbe 'st'anello si bbè mme dassero mille scudi [Chiappini]. Benché [Belli]
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "E de 'sta troja so' l'amato sposo. //
Sibbè' che ciò un aspetto un po' schifoso, / No pe' vantamme, ma io so' un animale"
Troja. Scrofa; Meretrice; Donna di facili costumi.
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "- "Diteci ir vostro nome". - "Io so' er majale, / E de 'sta troja so' l'amato sposo. // Sibbè' che ciò un aspetto un po' schifoso,"
Zozzo. Sozzo, Sporco
T2-1252, Er rispetto a li suprïori: "Er rispetto a li suprïori /// Chi mmette sú er padrone? Uno è cquer zozzo / bbrutto vecchio bbavoso cataletto"
Muñoz, L'Arca de Noè, Er porco: "Se presentò davanti ar tribbunale / Un porco tutto zozzo e setoloso. / - "Diteci ir vostro nome". - "Io so' er majale,"

 
 
 

Er ciàncico

Er ciàncico (1)

A ddà rretta a le sciarle der governo,
ar Monte nun c’è mmai mezzo bbaiocco.
Je vienissi (2) accusí, sarvo me tocco, (3)
un furmine pe ffodera (4) d’inverno!

E accusí Ccristo me mannassi (5) un terno,
quante ggente sce campeno a lo scrocco:
cose, Madonna, d’agguantà (6) un batocco
e dàjje (7) in culo sin ch’inferno è inferno.

Cqua mmaggna er Papa, maggna er Zagratario
de Stato, e cquer d’abbrevi (8) e ’r Cammerlengo,
e ’r tesoriere, e ’r Cardinàl Datario.

Cqua ’ggni prelato c’ha la bbocca, maggna:
cqua... inzomma dar piú mmerda ar majorengo (9)
strozzeno (vd. n. 1) tutti-quanti a sta Cuccaggna.

Note:
1 Il ciancico. Ciancicare significa presso i Romani «masticare», e in altro senso «mangiare alle spese d’altri». Questo secondo senso appartiene allo strozzare in significazione neutra.
2 Gli venisse.
3 Salvo dove mi tocco.
4 Per fodera di panni.
5 Mi mandasse.
6 Da afferrare.
7 E dargli.
8 E quello de’ Brevi.
9 Dall’infimo al sommo.

Giuseppe Gioachino Belli
27 novembre 1830 - Der medemo
(Sonetto 92)

Note [Morandi] (Vol. 1, pag. 91):
V.1: Monte = L'erario pubblico.
V.4: Ffodera = Cfr. la nota 9 del sonetto: Contro  er barbieretto de li gipponari, 3 mar. 30. [A ferraiolo, cioè: " che lo copra tutto, lo ammazzi d'un colpo...] T1-0022, : "Titta er sartore nun l’ha uperte a solo. // Je pijja ’na saetta a ffaraiolo, / je vienghino tre cancheri in ner core!"
V.7: Batòcco = Batocchio, battaglio.

 
 
 

Er cicerone spiega ... 7

Er cicerone spiega ...

VII.

Sicuro, l'archeologhi più dotti
C'hanno studiato er libro del panonto
Prima de stabilicce 'sto confronto
Cianno fatto, perbio, puro a cazzotti,

E lei adesso me viè co' 'sti ciappotti
E me vorebbe fa passà pe' tonto?
Ma invece è vero quer che je ricconto
E nun serve, musiù, che ce barbotti!

Lei dice che 'ste cose so' sbajate
Perchè gira cor libro sott'ar braccio,
Ma vadi a mette' er prezzo a le patate!

Poi se 'sta tomba quì nun è de lui
Dimme se de chi è, brutto cacchiaccio,
Gnente la tomba de li morti tui?

Giggi Pizzirani
Da: Romani antichi e Burattini moderni, sonetti romaneschi, Roma, Casa Editrice M. Carra & C. di Luigi Bellini, 1928, pag. 13

Note [VS]:
Cacchiaccio
Sciocco, stolto stupido || Chiappini - Se trovi, indove pò, un antro cacchiaccio! || Trilussa - Arimaneva lì come un cachiaccio.
Pizzirani, Romani antichi..., Ercicerone spiega VII: "Poi se 'sta tomba quì nun è de lui / Dimme se de chi è, brutto cacchiaccio, / Gnente la tomba de li morti tui?"
Ciappotti
Ciappotto - Pasticcio [Chappini], lavoro mal riuscito (detto in particolare di rammendo o altro lavoro d'ago malfatto, eseguito alla meno peggio) || Belli - Per via che ce fai tanti ciappotti || Zanazzo - Ve vojo bene, poveri ciappotti.
Pizzirani, Romani antichi..., Ercicerone spiega VII: "Cianno fatto, perbio, puro a cazzotti, // E lei adesso me viè co' 'sti ciappotti / E me vorebbe fa passà pe' tonto?"
Er libbro der panonto
Libro immaginario cui si richiama chi vuol confutare una notizia, un fatto strano, singolare, oppure chi vuol confermare che un'ordine, una disposizione, una norma risulta inserito in un ipotetico volume o registro. Il libbro der panonto è in realtà un autentico trattato di cucina, dovuto ad un certo messere Domenico Romoli (o Gnoli), soprannominato Panunto, pubblicato a Venezia nel 1560 (o 1593, secondo altre fonti) da Guibattista Bonfaldino, con un lunghissimo titolo [Ravaro]
Pizzirani, Romani antichi..., Ercicerone spiega VII: "Sicuro, l'archeologhi più dotti / C'hanno studiato er libro del panonto / Prima de stabilicce 'sto confronto"
Métte er prezzo a le patate
Dare dell'incompetente a qualcuno
Pizzirani, Romani antichi..., Ercicerone spiega VII: "Perchè gira cor libro sott'ar braccio, / Ma vadi a mette' er prezzo a le patate! // Poi se 'sta tomba quì nun è de lui"

 
 
 

Er gatto

Post n°3069 pubblicato il 24 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Er gatto

Poi, quatto quatto, come 'na pantera,
S'avanzò er gatto e disse: "L'arte mia
È d'imparà a la gente la maniera
De pijà' er monno con filosofia.

Passo er tempo facenno pulizzia;
Der me ne frego porto la bandiera,
E senza avè' studiato astronomia,
Predico er tempo, come er Barbanera.

La notte vejo pe' guardà' le stelle,
E er giorno dormo, ma co' l'occhi uperti,
Pe' nun perde' de vista le padelle.

A li sorci je fo da spauracchio;
Sur tetto fo l'amore e do concerti,
E in mano all'osti passo per abbacchio".

Antonio Muñoz
L'Arca de Noè - Poemetto romanesco
Staderini Editore - Roma 1940
Sonetto VIII

Note [VS]:
Imparà.
Imparare. Imparà a la mente, pleb. imparare a mente. [Chiappini]. Insegnare.
Muñoz, L'Arca de Noè, Er gatto: "S'avanzò er gatto e disse: "L'arte mia / È d'imparà a la gente la maniera / De pijà' er monno con filosofia."
Uperti. Aperti
T1-0391, Li commedianti de cuell’anno: "Ciappizzo: Palaccorda è la ppiú bbella / de tutti li teatri che ssò uperti: / tra ttanta frega de sturioni asperti"
T1-0901, Chi ssì e cchi nnò: "Pe cconfessà, li sagri tribbunali / sò ssempre uperti: bbattezzi un regazzo, / l’acqua sta ssempre in ordine: t’ammali,"
T1-1017, Er Curato: "che ttanto a ccasa tua lui sce li caccia. / Dua sò uperti a cchi jj’empie la pilaccia, / e un antro è ppe pportà la carestia."
Muñoz, L'Arca de Noè, Er gatto: "La notte vejo pe' guardà' le stelle, / E er giorno dormo, ma co' l'occhi uperti, / Pe' nun perde' de vista le padelle."

 
 
 

Er porco e er bove

Post n°3068 pubblicato il 23 Agosto 2016 da valerio.sampieri
 

Er porco e er bove

Un Porco se lagnava der padrone;
dice: - Per che raggione
me mette sempre in ballo er nome mio
pe' di' l'impertinenze a le persone;
Quanno ch'un omo è sporco
o fa 'na brutta azzione,
je dice: Brutto porco!
E a certe donne matte je dà er nome
de mi' madre, mi' moje, mi' sorella...
Ma come? è córpa nostra
se le donne so' alegre? Oh questa è bella!
Però, quanno me magna, cambia tutto:
nun so' più porco, nun so' più majale,
ma salame, preciutto, e mortadella.
- E pe' me - disse er Bove - è tale e quale:
io puro, a sentì l'omo, rappresento
er marito contento. Eppoi me loda
p'er brodo che je faccio,
p'er sugo che je caccio,
me cucina a la moda...
Puro mi' madre, ch'è 'na Vacca onesta,
serve pe' paragone
a quele donne matte e sporcaccione:
ma, a l'occasione, je se succhia er latte;
peggio! je leva er sangue e se l'innesta!
Le corna, a sentì lui, so' un disonore:
però, siccome crede in bona fede
che portino fortuna, le tiè in mostra;
er discorso nu' regge, ma dimostra
che in fonno ce protegge!
- Ma allora - disse er Porco - perché addopra
li nomi nostri in tante brutte cose? -
Er Bove, ch'è un filosofo, rispose:
- Forse sarà perché ce magna sopra!

Trilussa

 
 
 

Piazza de Porta Pia

Foto di valerio.sampieri

Piazza de Porta Pia

Questa si ch'è 'na piazza che t'incanta!
che Porta che ce sta! che Ministero!
Pe' quant'è bella, credi, te l'avanta
tanto e' romano quanto er forestiero.

Fu qui ch'er Berzajere ner Settanta
aprì la Breccia, entranno da gueriero
drento 'sta Roma nostra, Roma santa:
faro de grolia che nun cià mistero! ...

Così 'sta piazza qui c'ebbe 'sta sorte:
Prima te vidde entrà' li Berzajeri
strillanno a tutto spiano: "O Roma o Morte!!" ...

eppoi pe' convertì' li communisti,
t'à visto entrà' millanta e più guerieri
strillanno in coro: "All'armi siam Fascisti!!".

Natale Polci
Piazze de Roma - Sonetti romaneschi - Roma, Editrice: Tipografia "Saturnia", 1929, pag. 21

 
 
 
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