
Mi emoziona una strada.
Una strada. Della quale io non riesca a vedere la fine.
Cosicché io possa divertirmi ad immaginare.
A pensarci, non mi serve una strada.
Mi basta allargare le braccia, tenderle sopra le spalle, e congiungere le punte degli indici di fronte a me. Ecco una strada.
Tutto questo gran parlare e ancora sono qui a decidere. Muovo un passo, ecco. Poi un altro. ‘Non è difficile ’, penso, ‘forse si complica, fra un po’ ’.
Passo sotto le fronde di un albero… passando, alzo una mano e accarezzo le foglie. Mi piace, questo fruscìo. Il vento mi imita, e sento quello stesso fruscìo amplificato mille volte. I rami dell’albero si piegano e si tendono verso il sole. Sembrano braccia che cercano di abbracciare un amore desiderato e tanto atteso, dopo una lunghissima e dolorosa assenza… poi il vento passa, e l’amore finisce per volare via, verso un castello di nuvole.
I bordi della strada -le mie braccia tese- curvano verso il mare riscaldato da un tramonto. Una nuova monetina lucente entra nel bussolotto del mondo. Poi la strada curva ancora, laggiù, e gira intorno a un promontorio… che prima non c’era. Lontano, sulla spiaggia una nuvola di gabbiani e beccacce si innalza nel cielo, spaventata da strani esserini striscianti, con due pomelli d’ottone al posto degli occhi, che escono ed entrano nella sabbia ancora calda arrotolandosi su loro stessi, facendo un rumore di centinaia di catene di bicicletta. Improvvisamente l’ultimo raggio di sole cobalto incontra i miei occhi e poi solo un timido alone rosa sopravvive sull’orlo del mare.
Non fa freddo. Dentro me, forse, ma intorno è tutto ancora caldo e accogliente. Sento le mie gambe muoversi verso nord, o quello che sembra essere il nord. La strada mi asseconda in un movimento fermo, istante per istante. Nei riflessi d’acqua illuminata da una luce inspiegabile e gratuita, quasi che tutto il krill dei sette mari fosse salito improvvisamente in superficie, riesco a distinguere le sagome di delfini, che come lucide ruote di un ingranaggio marino fanno vedere solo una parte del loro corpo, che rapidamente s'incurva e rientra fra le onde. Sulla battigia, gli esserini si fanno da parte al mio passaggio e si fermano, e il loro rumore diventa via via sempre più impercettibile, mentre si mischia con quello delle onde. Non so perché, ma raccolgo un po' d'acqua fra le mani. Ne bevo, non è salata. Le mie mani ora fanno luce. Ripunto gli indici e la strada mi distrae di nuovo. La luce sulle mie mani prende forma per un attimo, si spegne così dalle mie mani e rimane lì, in fondo alla nuova strada: una piazza piena di fiaccole immersa nel verde, gente che balla, un palco... sento un ritmo che mi è familiare, note che amo, e voglio andare, anzi voglio correre. Corro verso il promontorio, e oltre. Anche le mie impronte lasciano una traccia di luce, velocemente cancellate dalle onde. Nelle mie scarpe entra della sabbia, ma non mi da fastidio. Da lontano i delfini sembrano seguirmi. Mi giro per un attimo e vedo uno di quei delfini uscire dall'acqua. Ha la testa di un cavallo.
Salgo, su, sempre più in alto, continuo a correre sul fianco di questa collina adagiata sull'acqua nera e luminosa. Mi aggrappo ai rami, faccio leva sulle rocce, tutto mi scivola sotto e frana, ma continuo, in un agrodolce rabbia accompagnata da un sorriso. Dall'alto riguardo ai piedi del promontorio... non mi sbaglio, c'è una festa laggiù, vedo le lampadine colorate appese, i suonatori sul palco con chitarre, dholak, birimbao, ghironde, flauti e fisarmoniche, coppiette in mezzo alla sala da ballo, vecchi con il boccale in mano, gente, gente sorridente ovunque. Mi immergo nel bosco e continuo in direzione delle note, ci sono quasi.
Una radice. Cado. Durante la caduta vedo quelle luci già così vicine lasciare una scia, laddove il mio sguardo scorre veloce precedendomi, abbandonando ogni fotogramma all'interpretazione del successivo, cercando di intuire il punto d'impatto prima di arrivarci. Stelle? Stelle... il cielo?... sto cadendo verso il riflesso di una pozza d'acqua, puntata tra i miei occhi e l'unica finestra di cielo tra i rami degli alberi proprio sopra di me. Stelle, e fra esse una mezzaluna argentea e tagliente; vivido, il filo della sua lama sembra affiorare dallo specchio d'acqua. E io ci sto cadendo incontro. Porto le mani avanti e non so se avere paura di essere davvero tagliato in due da quella mezzaluna. Improvvisamente la caviglia incastrata nella radice si libera, facendomi fare mezzo giro su me stesso; in un attimo ho davanti agli occhi il cielo, quello vero: ma vedo solo stelle, nessuna mezzaluna. E un attimo dopo infrango la calma dell'acqua, che esplode in centinaia di schizzi filiformi, tutti intorno a me. Gli schizzi, raggiunta la massima altezza si piegano, tornando indietro verso me, come centinaia di corde lanciate intorno a Gulliver dai invisibili lillipuziani. I fili d'acqua m'avvolgono, stringono e mi tirano giù nella pozzanghera, senza che io possa opporre resistenza: in pochi secondi vengo inghiottito, e sono dall'altra parte di quel cielo specchiato. Poi il buio.
Al mio risveglio mi accorgo di essere disteso per terra, sono completamente asciutto, e sto guardando in alto. Decine di aloni circolari si restringono pian piano. Ancora stelle? Metto a fuoco ancora un po' e riconosco le lampadine colorate della festa. Ora sento affiorare anche la musica, e finalmente noto il gruppo di bambini incuriositi che mi ha circondato. Ridono, mi indicano. Sorrido loro, mi tiro su a sedere e per un po' guardo la gente ballare, battendo il ritmo della musica sulle ginocchia. Un bambino replica i miei movimenti, divertito, poi viene verso di me e mi guarda, studiandomi per qualche secondo... poi mi chiede dei soldi in una lingua che non conosco, ma che incredibilmente capisco senza difficoltà. Non ne ho, ma istintivamente mi sfilo una scarpa e faccio scivolare sull'incavo della mano un po' di sabbia della spiaggia; lui allunga le sue manine aperte per il travaso, e per pochi attimi formiamo una originalissima clessidra, dove io sono il futuro e lui il presente. Esaurito il tempo della clessidra, la sabbia sulle sue mani si fonde in una moneta lucida. Il bambino mi guarda, sorride, e fugge via. Pochi passi dopo si ferma, si gira e mi ringrazia: “Hvala!”, e senza aspettare la mia risposta riprende la sua fuga.
La musica non ha intenzione di smettere. Meglio così. Decido di rimanere seduto e guardare la gente ballare.
Poi il bimbo torna. Ha in mano due bicchieri di latte alla vaniglia. Me ne porge uno e si mette accanto a me, seduto a gambe incrociate a guardare la festa.
“Bello il tuo tatuaggio”, mi dice nella sua strana lingua.
“Quale tatuaggio?”, gli chiedo.
“Questa mezzaluna che hai sulla nuca.”