Creato da zoe_scrive il 27/02/2009

ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

LA MALEDIZIONE DI APLU

Post n°48 pubblicato il 27 Marzo 2012 da zoe_scrive
 

Cosa sarebbe la vita senza la bellezza? Uno spento incedere nelle tenebre della nostra esistenza. Così, ho speso tutta la mia vita non solo per cercarla, ma per plasmarla con le mie stesse mani. Queste mani che tale ricerca ha reso dure, callose e grinzose, pesanti come massi ma quando serve, lievi come una carezza. Stando a quello che dicono di me, sembra che abbia raggiunto anche buoni risultati. Sono ricercato dai committenti più facoltosi, essi sono disposti a pagarmi profumatamente per poter avere la bellezza che io e solo io, so creare. Sono ricco, sono bravo, sono Vulcha, per tutti gli Dei!

Prendo del fango e riesco a dargli vita, ho il potere di trasformare una massa informe e dai colori spenti, in qualcosa che rappresenta l’essenza dell’armonia, il piacere per gli occhi, l’eleganza più raffinata, la forza e la potenza o la leggiadria, a seconda dei casi. Nonostante tutto questo, non mi sono mai sentito appagato. L’appagamento che io cerco viene dalla perfezione ma io, dopo ogni opera completata, dopo ogni elogio ricevuto, ho sempre percepito l’assenza di quel piccolo particolare che avrebbe reso la mia creazione perfetta. La bellezza non mi basta mai, niente per me è mai stato sufficientemente bello, voglio essere migliore per essere ricordato per sempre, alla stregua di un eroe e solo raggiungendo la perfezione io so che posso diventare immortale, io so che posso diventare un dio!

Ci riuscirò prima o poi, perché nessuno è e nessuno sarà mai come Vulcha… io non lo permetterò! Non so cosa successe dentro di me quando vidi quella creazione. Ho plasmato decine di Aplu e nessuno di questi era perfetto, almeno come lo intendevo io. Così quel maledetto giorno, quando da Veio arrivò una delegazione per commissionarmi il trittico da porre sul frontone del tempio, affidai il lavoro ai miei apprendisti: Vulcha non mette mano direttamente a compiti che non siano largamente ricompensati e sinceramente, la cifra che mi proposero mi parve quasi un affronto. Tuttavia accettai, avrebbero avuto le statue senza il tocco del maestro, tanto da quell’altezza alla quale avrebbero dovuto essere posizionate, nessuno ne avrebbe notato la mancanza. In particolare la statua di Aplu la affidai a Eptesio, il mio apprendista greco, di discrete capacità. Non ho mai sopportato di plasmare statue di Aplu: rappresenta il dio della bellezza perfetta che io non sono mai riuscito fino ad ora a creare, per cui ogni volta che ho a che fare con lui, l’ispirazione mi abbandona ed i nervi mi saltano. Non ho mai avuto un buon rapporto con quel dio e credo, con il senno di poi, che la cosa sia sempre stata vicendevole. Eptesio invece si mise al lavoro con entusiasmo e così tutti gli altri. Ne approfittai per andare a visionare una mia opera che aveva bisogno di essere restaurata, mi sarei assentato per un paio di settimane. Al mio ritorno avrei controllato i bozzetti dei miei allievi e dato il nullaosta per le sculture vere e proprie, la mia supervisione era comunque necessaria per evitare quelle brutte figure che io ed il prestigio della mia scuola, non si potevano permettere.

Io, sono Vulcha, il padrone del fuoco e colui che dà vita al fango. Tornai e passai in rassegna le piccole copie che le menti dei miei allievi avevano pensato. Cae aveva creato un Hercle veramente pessimo, una muscolatura così abbondante da sembrare storpio, gettai in terra il bozzetto con disprezzo. La Latona del giovane Lars aveva un bell’aspetto ma le proporzioni erano completamente sbagliate, si doveva tener conto che dovevano essere visibili dal basso, per gli Dei! Cosa mai aveva capito di quello che gli avevo insegnato! Mentre rimproveravo aspramente i miei due aiutanti che assistevano alla mia collera con la testa bassa, Eptesio mi stava guardando con una strana espressione. In un primo momento non ci feci troppo caso, finché non arrivò il suo turno.

“Ebbene?” gli chiesi non vedendo nessun bozzetto di creta sul tavolo da lavoro davanti a lui. Questi sorrise con aria trionfante, era in preda ad una strana agitazione e mi fece segno di seguirlo.

“Vieni maestro! Nessuno degli altri ha visto la mia statua, volevo che tu fossi il primo. Ho avuto come una folgorazione, forse la mia mano era guidata dallo stesso Aplu, e allora mi sono detto, perché limitarmi ad un bozzetto? Se tu credi che abbia sprecato materiale, sono pronto ad andarmene e a ripagarti il danno subito… ma sono sicuro che apprezzerai, che sarai molto contento di me!”

Lo scellerato aveva lavorato alacremente notte e giorno per farmi visionare, non una statuetta ma l’opera completa, o quasi… quando tolse il telo che copriva la statua di terracotta, mancavano infatti solo i colori.

“Cosa te ne pare maestro?” mi chiese.

Cosa mi pareva? Rimasi stordito, senza parole. Rimirai il bellissimo ovale del viso, la muscolatura possente, la posa elegante, la prospettiva perfetta, il morbido drappeggio delle vesti che una brezza inesistente sembrava concorresse a fasciarne il corpo allo stesso tempo forte e sinuoso. Aplu mi osservava attraverso gli occhi vivi di quella statua e mi sorrideva prendendosi gioco di me, sfruttando quell’espressione tra il beffardo e la sfida bella e buona che Eptesio era riuscito a plasmargli in faccia.

Lui, ci era riuscito, un insignificante allievo di un grandissimo maestro aveva superato il maestro stesso: aveva raggiungo la perfezione. La “mia” agognata perfezione, me l’aveva rubata, sottratta con la complicità di quel dio che io avevo sempre detestato. Era stato Aplu, non Eptesio, solo una mano divina poteva superare il grande Vulcha, non di certo il miserabile apprendista greco.

“Allora maestro? Non mi far stare sulle spine!” insistette quell’imbecille.

“Come ti sei permesso di contravvenire alle mie disposizioni?” gli risposi infastidito.

Eptesio ammutolì, pensava davvero che mi sarei congratulato con lui? Che l’avrei elogiato? Che l’avrei magari promosso a mastro di bottega? Aveva sopravvalutato la mia onestà d’animo, forse perché non conosceva la mia aspirazione che lui inconsapevolmente, mi aveva sottratto.

“Scusa maestro, avevo pensato di far bene…”

“Hai pensato male!” gli urlai in faccia.

“Io… ripagherò la creta usata e la legna per la fornace, lavorerò senza paga fino a che salderò il debito, o se vuoi, me ne andrò…”

Interruppi quella lagna “Silenzio! Vuoi anche decidere la tua punizione?” In quel momento, un pensiero prese il largo dentro di me, un sentimento sordido, cattivo ed in quel momento invitante, molto invitante. Cercai in un primo momento di scacciare questo mio sentire ma esso non aveva nessuna intenzione di andarsene, poi all’improvviso, mi pervase un senso di quiete interiore, la mia ira era sparita “Devo decidere il da farsi…” gli dissi con calma “continua a lavorare ad una bozza che sia migliore di questa… questa statua orrenda, Aplu deve essere più femmineo, cosa sono tutti questi muscoli? Voglio parlarti stasera, dopo il lavoro, quando gli altri se ne saranno andati”. Quasi gli sorrisi.

Eptesio intese quel mio cambiamento di umore, come un gesto di fiducia nei suoi confronti, forse pensò che al di là di quella sfuriata, la sua creazione mi fosse piaciuta. Cambiò espressione e se ne andò via tutto contento ringraziandomi. Quel pensiero malvagio però, durante la giornata, crebbe a dismisura e alla fine gli cedetti e decisi di assecondarlo.

Al calar della sera, quando l’ultimo apprendista se ne fu andato, ordinai a Eptesio di non spengere la fornace, adducendo che dovevo cuocere un paio di antefisse per vedere il risultato finale, gli chiesi di rimanere ad aiutarmi. Egli rimase ed era contento di aver schivato la punizione. Cuocemmo una testa di satiro ed una di menade. Ammirammo il risultato alla luce delle torce. Poi, finsi di essere stanco e mi sedetti al tavolaccio da lavoro. Chiesi a Eptesio di portarmi del vino e lo invitai a dissetarsi insieme a me. Per quello stupido fu un onore sedere al tavolo insieme al grande maestro Vulcha… che però non bevve. Quel pensiero crudele mi aveva ossessionato tutto il giorno e questa ossessione mi era piaciuta, alla fine l’avevo fatta mia. Non potevo di certo affrontare il mio aiutante uccidendolo con metodi tradizionali; io sono vecchio, lui è giovane, probabilmente avrei avuto la peggio. Inoltre ci sarebbe stato del fracasso e qualcuno avrebbe potuto udire qualcosa. Così, lui bevve e quasi subito il veleno cominciò a fare effetto. Quando si accorse che la sua gola stava bruciando e la sua vista cominciava ad offuscarsi, mi guardò stupito ma non so se ebbe il tempo di capire il perché del suo omicidio, se ne andò dopo qualche spasmo, in meno di un’ora. Quando smise di muoversi, controllai che fosse morto davvero. Ripensandoci poi, fu uno scrupolo inutile, anche se un ultimo fiato di vita gli fosse rimasto, non sarebbe sopravvissuto di certo alla fornace. Questa rimase attiva quasi tutta la notte. La mattina successiva di Eptesio non c’era più nessuna traccia. Dissi agli altri apprendisti che l’avevo mandato via a causa della sua insolenza e nessuno fece altre domande. Da quel momento in poi, l’Aplu perfetto diventò il mio Aplu. La verità lascio a questo memoriale, che forse qualcuno leggerà dopo che non ci sarò più. Sono passati dieci anni da quell’evento ed il rimorso mi attanaglia. Per tutti ora sono il grande Vulcha, quello che ha plasmato il meraviglioso Aplu di Veio, ma il dio non mi ha dato tregua per tutto questo tempo e nessuno sa della mia condanna. Scrivere la verità mi alleggerisce un poco questo spirito gravato. Costa così tanto diventare immortali!

 
 
 

Dodici cavalli d'oro...

Post n°47 pubblicato il 06 Agosto 2010 da zoe_scrive
 

Langue a pagina trenta... prima o poi però proseguirò, le idee e la trama per fortuna non mi mancano!

 
 
 

Le creazioni poetiche del Maritodizoe

Post n°46 pubblicato il 13 Maggio 2010 da zoe_scrive
 

L A   P E L L E   A L    S O L E

 

 

 

Nell'abuso di noi stessi,

giornaliero,

nei non ricordi preoccupanti,

monumenti dell'essenza

dimenticata da molti,

fluiscono parole di speranza,

di guerra, di rimorso, amore

rimproveri e viscere;

 

in questi schermi, mura che

non vorrei vedere

sento rinchiusi gli anni,

legati l'uno con l'altro

vissuti forse senza perché,

senza niente,

ma ognuno segue l'altro e

forse in questo misterioso

susseguirsi, è la risposta

alle curiosità, a queste domande.

 

Vorrei avere lunghe e cornee

unghie,

graffiare i silenzi e le animate

parole,

graffiare sotto la pelle, la

tua pelle.

E, come gli illusi clown

trovare, sotto le catene

della vita, gli amori.

 

La tua carne, la tua pelle,

sulle mie unghie,

seccherà sotto il sole

Io, di te,

dimenticherò tutto,

e i ricordi tuoi

vibreranno al sole

come la tua pelle dalle

mie unghie.

il testo è soggetto a copyright, ne è vietata ogni riproduzione o copia anche parziale senza il consenso dell'autore.

 
 
 

Perche'?

Post n°45 pubblicato il 24 Marzo 2010 da zoe_scrive

Perchè ti rispondono che la "cosa" è piaciuta, che sono molto interessati e poi due righe dopo ti chiedono soldi (molti soldi) per pubblicarla? Preferirei una stroncatura sincera piuttosto di rimanere con il dubbio che siano disposti a pubblicare tutto ciò che passa il convento purchè l'autore sia propenso a mettere mano al portafoglio. E' serietà questa?

 
 
 

Dodici cavalli d'oro: ancora l'incipit...

Post n°44 pubblicato il 30 Dicembre 2009 da zoe_scrive
 

I due ragazzi guardarono a terra: “Che hai fatto? Che hai fatto?” Si mise ad urlare Laspa.

Cae si spolverò le mani inorridito e poi il mantello di pelli da quel materiale che sembrava anzi lo erano sicuramente, ceneri di un altro defunto.

“Abbiamo disturbato i morti! Siamo diventati impuri…ed anche questo luogo è impuro…ora gli Dei dell’oltretomba ci perseguiteranno…” Cominciò a piagnucolare l’altro ragazzino.

Cae lo guardò “Dobbiamo correre a chiamare il maru e raccontargli tutto! Chiamerà gli altri sacerdoti e purificheranno questo posto… e anche noi!”

Portarono con loro la spada e tornarono indietro di corsa. Urlavano e correvano verso la casa del ministro di culto facendo un gran trambusto tanto da trascinarsi dietro una piccola folla di curiosi.

Batterono il pugno alla porta e molto lentamente un servo imbacuccato nel suo mantello di lana pesante tirò fuori appena la testa per vedere chi fosse, evidentemente proveniva da un luogo ben più caldo rispetto a ciò che prometteva all’esterno quella rigida giornata invernale.

“ Andate via scocciatori!” Tagliò corto vedendo innanzi a sé quei due ragazzini.

“No, aspetta, dobbiamo parlare con il tuo signore…”

“Il maru non ha tempo da perdere con i mocciosi come voi!” E richiuse loro la porta in faccia.

Fu così che i due ricominciarono a bussare, a chiamare e ad urlare.

In realtà il ministro non è che fosse propriamente occupato in qualche faccenda di particolare importanza: se ne stava beatamente accomodato sulla sua sedia grande, quasi un trono, con il sedere e la schiena appoggiati su vari strati di cuscini morbidi, una bella e corposa coperta di lana sulle ginocchia ed i piedi al calduccio posizionati sotto il treppiedi che sorreggeva più in alto il braciere acceso; un servo gli stava arricciando i capelli con il ferro caldo mentre lui rimirava l’opera allo specchio.

Quell’inatteso trambusto però lo infastidì e mandò a chiamare Spurie, il servo che poco prima aveva aperto la porta di ingresso.

“Che cos’è questo baccano!”

“Due ragazzini, il figlio del bracciante di Hirumina e quello di Tlesnei la lavandaia”

“E che vogliono?”

“Hanno detto che volevano parlare con te, padrone…”

“Dì loro di smetterla!”

“Già fatto ma non demordono… devo prendere il bastone?”

Intanto i due avevano cominciato a gridare ancora più forte e qualche frase sconnessa oltrepassava i muri, arrivarono alcune parole come “maledizione”, “morto”, “ maleficio”, “disgrazia” e a loro si erano uniti anche alcuni passanti, ai quali avevano raccontato a grandi linee la storia.

Il maru sbuffò “No, ci penso io… falli entrare!”

“Come?” credette di non aver capito bene Spurie.

“Sei sordo? Ho detto di farli entrare!”

Accomiatò l’acconciatore che non aveva completato ancora l’opera, si tolse la coperta dalle ginocchia e si dette una parvenza di autorità.

Dopo pochi istanti, i bambini furono al suo cospetto, il timore reverenziale li aveva resi alquanto timidi. Cae alzando lo sguardo trattenne a stento il sorriso, perché il maru aveva metà testa riccia e metà arruffata.

Questi si schiarì la voce e tuonò “Allora che cosa è successo di tanto tremendo da dovermi disturbare durante le mie faccende mattutine?”

Parlò Laspa, poiché Cae ormai non poteva guardarlo senza ridere.

“Abbiamo trovato un morto al margine del bosco… ha con sé uno scrigno e nello scrigno ci sono le ceneri di un altro morto! E queste ceneri si sono rovesciate in terra e addosso a noi!”

“Si!” Intervenne Cae esagerando un po’ “volevo toccare il bauletto ma quando mi sono avvicinato si è scatenato un vento forte… ma così forte e impetuoso che ne ha aperto il coperchio e il contenuto si è sparso per l’aria… un prodigio… una maledizione!” Laspa gli diede una gomitata.

“ Un vento impetuoso eh?” Il maru li osservò sospettoso “Sapete che punizione gli dei riservano ai ragazzini bugiardi?”

“ No… giuro su tutto il gregge di pecore che pascolo ogni giorno che è la verità! Il vento è una bugia… lo scrigno l’ha fatto cadere Cae… ma tutto il resto è vero!”

“Bell’amico sei!” gli rispose l’altro rabbioso.

“Io invece non vi credo per niente, adesso manderò a chiamare i vostri genitori e ordinerò loro di punirvi qui davanti a me… così vi passerà la voglia di mentire!”

“Non stiamo mentendo! Il morto aveva con sé anche questa!” Esclamò Cae estraendo da sotto il mantello la spada.

Il maru gliela strappò di mano e la guardò, alla prima occhiata il suo sguardo si fece attento, la estrasse dal fodero e la rimirò in tutta la sua splendida bellezza e ora il suo sguardo si allarmò.

Si soffermò su quel simbolo zoomorfo sull’elsa “Il tauro… l’ultima volta che ne ho visto uno fu circa trent’anni fa… Dove l’avete trovata?”

“L’ho già detto! Ce l’aveva il morto!” Ribadì Cae.

Il maru, rimise la spada nel fodero e chiamò senza esitare i suoi servi.

“ Portatemi gli indumenti per uscire, chiamate l’augure e che almeno uno dei sacerdoti del tempio di Tinia venga con me! Spurie! Distruggi questa spada, rendila inservibile, fondila se puoi, nessun altro deve vederla poichè reca un simbolo maledetto! Quando tornerò mi accerterò che tu l’abbia fatto!”

Dopo poche ore, il rito di purificazione del luogo era compiuto, due montoni furono sacrificati al capo supremo degli dei ed il tizio sconosciuto fu sepolto in una misera fossa insieme al suo scrigno entro il quale era stato radunato sommariamente il contenuto.

A Laspa ed a Cae fu proibito di parlare a chiunque di quella spada altrimenti le sciagure più terribili sarebbero cadute su di loro e sulle loro famiglie. Ai due, spaventati, non rimase che ubbidire e strinsero con il sangue il patto di silenzio.

 
 
 
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