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ROMANZO

I medaglioni di Turan

 

 

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L'INFAME (ultima parte)

Post n°37 pubblicato il 10 Novembre 2009 da zoe_scrive
 

La notte stessa dopo la sepoltura, mettemmo in atto il nostro piano. Fu tutto molto facile, nessuno ci notò. Riempimmo i nostri sacchi di tutto quello che potevamo portar via; gli slacciammo anche i sandali perché avevano bordure d’argento, gli rubammo anche il sudario ricamato di fili d’oro. Utilizzammo un piccolo carro per poter trasportare tutto e fuggimmo in direzione della costa dove ci saremmo imbarcati in una delle navi che raggiungevano l’Egitto.

All’alba, quando le donne sarebbero andate ad unguentare il corpo di Aranth, avrebbero scoperto il furto sacrilego, ma noi saremmo stati già lontani.

Eravamo pervasi da una brama smaniosa, ci sentivamo forti, sicuri, diretti alla realizzazione di tutti i nostri sogni, ubriachi di avidità.

Arrivati in Egitto vendemmo tutto il bottino che ci fruttò un gran bel gruzzolo. Cominciammo a darci alla dissolutezza, immersi nei bagordi che noi consideravamo “bella vita”. Ci accorgemmo presto però che la fortuna che avevamo portato con noi, calava inesorabilmente. Ci voleva un’idea per farla fruttare cosi ci mettemmo in società e diventammo gli usurai più richiesti di Alessandria d’Egitto: un’attività che non richiedeva particolare fatica, il lavoro sporco lo assegnavamo agli aguzzini, non dovevamo far altro che contare i soldi. Ci trasferimmo in un grande palazzo e vivemmo senza tralasciare nessun vizio, spendendo in cibo, vino, donne e festini di ogni genere, il denaro che sembrava non aver mai fine. Continuammo così per mesi fintantoché successe una cosa strana. Potevamo avere tutto ciò che volevamo, il problema fu che cominciammo a desiderare sempre di più e nulla più ci bastava o ci soddisfaceva. Le feste divennero ad un tratto sempre più noiose, le donne più belle diventarono banali oggetti di un desiderio che non veniva mai soddisfatto a sufficienza, l’oro e le pietre preziose non luccicavano più. Non ne parlammo tra noi di questo cambiamento ma il mio complice lo subì ancora più di me: mentre il sonno abbandonò le mie notti che si trasformarono in un tormento doloroso, Haralio trascorreva talvolta intere giornate completamente  ubriaco. La nostra amicizia finì per rompersi quando mi accusò di appropriarmi anche della sua parte di guadagno. Tuttavia non riuscivamo a liberarci l’uno dell’altro. Ci legava il timore di essere riconosciuti; ogni sguardo straniero che approdava in quella città ci si presentava come un’accusa. Intanto la condotta insana della nostra esistenza ci aveva corrotto anche il fisico. Haralio si ammalò di una tosse malsana che gli faceva sputare sangue dalla gola e gli indeboliva le membra; nessuno volle più avvicinarglisi tranne me e dovemmo dire addio ai  festini sontuosi, alla schiera di mantenuti nullafacenti che albergavano nel nostro palazzo, alle donne lascive, alla musica, alle danze, a tutto quello di cui ci eravamo circondati fino a quel momento: tranne l’oro. La ricchezza infatti cresceva ogni giorno di più, estratta con superba indifferenza dalle vene di poveracci e ricchi come un salasso che non aveva mai fine. Il terribile segreto che ci teneva uniti, divenne la seconda malattia di Haralio: cominciò a dire che questa era la condanna per il delitto che avevamo compiuto, la vendetta di Aranth. Io sapevo invece che il vero male che ci stava distruggendo non proveniva da nessun maleficio perché lo portavamo dentro di noi forse dal giorno in cui eravamo nati.

Tra i vari oggetti che avevamo prelevato dalla tomba ce n’era uno che non valeva niente. Preso insieme ad altre cose per la fretta, non lo avevamo gettato via ma tenuto come un cimelio a ricordo della nostra terribile impresa, era un libro rituale scritto finemente su lino prezioso. Improvvisamente il mio complice cominciò ad interessarsene, passava intere giornate a leggerlo finchè iniziò ad effettuare febbrilmente ogni rito ed ogni offerta che vi era descritta; la sua smania di espiazione lo rese pazzo, viveva ogni giorno nel terrore di dimenticarsi una preghiera, un sacrificio, un’offerta. Riempì i suoi appartamenti di sacelli e quest’ossessione divenne la sua unica ragione di vita mentre la sua malattia avanzava inesorabilmente.

Ed io? Apparentemente lontano dalla caduta nel baratro in cui il mio amico era precipitato, in realtà ero sull’orlo del precipizio. Decisi di dare un ordine alla mia vita, ero abbastanza ricco per poter cambiare in meglio la mia esistenza; mi sarei trovato una moglie e sarei partito da lì, verso un luogo dove nessuno mi avrebbe riconosciuto. Volevo comperare delle navi e fare l’armatore. Avevo già in mente la sposa che poteva fare per me: il mercante Tanis, che ci doveva una gran bella somma, aveva una figlia di cui non riesco a trovare un paragone per descriverne la bellezza e non era solo bella, era una creatura che incarnava in sé tutte quelle virtù che da troppo tempo ormai avevo ignorato. Feci in modo di avvicinarla ma lei mi guardò con odio; le offrii la prerogativa di ogni ricchezza, ma lei mi guardò con disprezzo, come si guarda una bestia immonda. Non c’era da biasimarla, era questa infatti la considerazione che la gente aveva di me ma io non lo capii, almeno non subito, così volli che fosse mia e mi macchiai dell’infamia più grande. Dissi a Tanis che sarebbe stato liberato da ogni debito con me se mi avesse consegnato sua figlia contando sulla sua disperazione. Il disgraziato accettò e la ragazza mi fu consegnata. Naturalmente mi rifiutò ed io dapprima le concessi del tempo perché non sopportavo l’idea di avere una donna che mi guardava con gli occhi dell’odio, però una sera in cui ero sotto l’effetto del vino, decisi di prendermi con la forza quello che avevo profumatamente pagato ma quando l’afferrai per stringerla a me sentii scivolarla giù e le mie vesti si macchiarono di sangue; piuttosto che cedere si era conficcata uno stiletto nel cuore.

Stavo distruggendo tutto ciò che toccavo. La mia coscienza finalmente si aprì ma vidi solo morte, buio, angoscia, solitudine. Haralio ormai non ragionava più, inveiva verso di me e mi minacciava di morte; doveva finire, tutto doveva finire. Licenziai i servi, rimisi i debiti ai clienti, feci distribuire al popolo le mie ricchezze, altre le donai al tempio. Attesi nel palazzo ormai vuoto, che Haralio finisse il suo tormento, morì in un’alba d’estate, lo feci preparare secondo le usanze egiziane, lasciai disposizione perché venissero usate come bende strisce di tessuto ricavate dal libro rituale dal quale non voleva essere separato nella speranza che fosse di aiuto per ingraziarsi gli dei dell’oltretomba.

Quando leggerai, sorella cara, io non sarò più su questa terra; desidero porre fine alla mia scellerata esistenza nel deserto, da solo. Ti prego di rendere pubblico questo mio memoriale, affinchè tutti sappiano la vera storia di Cneve e di Haralio e di quanto abbiano pagato la loro stupidità. Di a nostro padre e a nostra madre che il loro figlio chiede perdono.

Questo ha scritto Cneve Kasu di Clevsi.

 

 

.... verso la metà dell'Ottocento un collezionista croato (Mihail de Brariæ, scrittore della Regia cancelleria ungherese) aveva riportato in patria dall'Egitto, secondo l'uso dell'epoca, alcuni oggetti antichi, fra i quali una mummia. Qualche tempo dopo ci si accorse che le bende del reperto erano coperte da un testo scritto con l'inchiostro nero. Solo nel 1892 questo testo, di oltre 1200 parole, venne studiato dall'egittologo Brugsch e identificato come etrusco.
Il manoscritto della "Mummia di Zagabria" è un "liber linteus" eseguito a inchiostro con un pennello su di un drappo di lino.
E' suddiviso in dodici riquadri rettangolari ognuno con 34 righe della scrittura. Il drappo veniva ripiegato "a fisarmonica" seguendo le linee verticali dei riquadri che funzionavano dunque come le pagine di un libro.
Attualmente si conserva al Museo Archeologico di Zagabria ma è stato ritrovato in Egitto, dove era stato "riciclato" tagliandolo orizzontalmente in lunghe strisce, che furono utilizzate come bende per una mummia.
Solo alcune delle strisce sono conservate, per cui il manoscritto ha grosse lacune.
Il testo è in assoluto il più lungo tra quelli etruschi, esso consta infatti di 230 righe e di circa 1350 parole.Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell'area tra Perugia, Cortona e Lago Trasimeno.

 

 

 
 
 
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