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Il sogno perfetto

Post n°1 pubblicato il 24 Marzo 2008 da forsesara
 

 


Sono stata fuori più di due ore, fa caldo, troppo caldo per essere in pieno inverno, e non ho pazienza. Fortunatamente il pranzo è pronto a casa, ho pensato proprio a tutto. Entrerò nel mio miniappartamento e sarò immersa nel cuore di quella terra fuori dal tempo, sarò avvolta da quella fragranza che mi accompagnava allora... Ecco sono quasi arrivata, salgo le scale, ma sono infastidita da un odoraccio, è insopportabile, non vedo l'ora di tagliarmi fuori da tanto orrore. Si fa sempre più forte. Eccomi a casa... Ma... Che succede? E' un incubo. Mi catapulto in cucina: il mio sogno brucia. Non capisco. Forse è la nausea a stordirmi. Apro tutte le finestre, esco sul balcone e mi lascio cadere sul freddo pavimento, gelido. E pensare che fino a pochi minuti prima sentivo l'estate dentro. Non è venuto. Sono uscita di casa con la certezza che la mia opera sarebbe stata seguita sino alla fine, invece stavo per trovare la casa in fiamme. Desideravo tanto rivivere il viaggio dell'estate scorsa in cui avevo vissuto la perfezione, sognavo di sentire ancora quegli stessi profumi che ci avevano sorpreso e incantato, speravo che la magia si ripetesse, ma nel mio mondo, il nostro nido, il Nostro mondo. Avremmo ricreato la magia, l'avremmo resa concreta, pensavo, perchè si sarebbe spostata nel quotidiano, non sarebbe più stata legata solamente al ricordo di una splendida parentesi. Ero convinta che Marco venisse, così quanto lo ero del fatto che fosse il mio completamento. Credevo che avrebbe finito per me di preparare quel ponte per il cuore del Mediterraneo, ne ero certa, come ero certa che andassimo all'unisono.


Inizio a riprendermi da quell'aria avvelenata e mi decido a tornare dentro e rimediare al danno... "Rimediare al danno"... Qual'è il danno mi chiedo: una pentola bruciata e la casa maleodorante? La perdita improvvisa di un pò di me? Osservo quel che resta di quel "piatto magico": una poltiglia nera informe, non si distinguono più tutte le verdure colorate che avevo scelto con cura, é andato tutto distrutto. Eppure pensandoci bene non mi sarei dovuta stupire tanto. Per quale motivo avevo avuto la ridicola idea di ricreare l'Isola a Milano? Perchè anzichè tutti questi sforzi per tornare al passato non avevo mirato al futuro? Magari proponendo o accettando l'idea di un altro viaggio, pensandolo ancora più perfetto del primo. Quei resti carbonizzati sono tutto ciò che rimane del mio sogno. Avevo cucinato con tanto amore, ero stata impeccabile. No, mi prendo in giro se continuo a non vedere. Era già tutto finito forse, solo che avevo bisogno che qualcosa mi svegliasse, come l'odore asfissiante che ha invaso questo giorno di gennaio. E' stato un inganno sin dall'inizio. Troppe differenze tra me e Marco, l'uomo perfetto per me, la mia parte mancante... Perchè mi rendo conto soltanto ora che siamo come il giorno e la notte, che non possono coesistere ed è così per necessità? Mi chiedo com'è possibile aver creduto di vivere nella perfezione mentre speravo che Lui cambiasse? Che come me fosse in grado di volare senza però mai perdere di vista la terra? A tratti avevo pensato anche che fosse pazzo... Ma la vera pazzia é stata la mia. E la nostra tanto rimpianta vacanza? Era stata realmente perfetta? Come ho fatto a non dar peso a quei lunghi silenzi tra noi? Non era dovuto alla contemplazione di quei paesaggi fiabeschi, ora lo ammetto. Ma che senso ha tutta questa illusione che mi ha bendato per così troppo tempo? Perchè ho mentito a me stessa tanto a lungo? Insomma, non sono una di quelle zitellone d'altri tempi, che, una volta passati i trenta sono prese dal panico di vivere una vita in solitudine. Non mi spiego perchè proprio Marco. E di occasioni se ne sono presentate diverse... Cosa ci avrò mai visto in lui, non è neanche bello a dire il vero... Eppure quel suo sorriso all'alba della mattina di settembre del nostro primo incontro mi è rimasto come inciso nel cuore.


Mi sono ripresa dallo spavento appena preso, sono, azzarderei a dire, serena ora. Riesco anche a sorridere davanti a questo miscuglio incenerito, come se volessi ringraziarlo per essersi sacrificato, e avermi riaperto gli occhi. Penso che niente accade per caso, e probabilmente se potessi tornare indietro ripeterei le stesse scelte, questo mi consola; e ripenso ai bei momenti passati insieme a Marco, ne ricordo pochi ad essere sincera, ma valgono la pena di essere ricordati. Realizzo con chiarezza tutta la situazione, com'era e com'è: ci siamo amati credo, si, tanto trasporto... era amore. Certo è che non era un sentimento completo, altrimenti non si sarebbe dissolto così, avrebbe superato tutto... In questo momento non provo altro che tenerezza per la storia che ormai accetto come conclusa, non odio Marco e non mi sento di attribuire colpe a nessuno. Tutto è andato come doveva penso, però ho una strana sensazione... Come se mi mancasse qualcosa. Continuo a chiedermi di cosa possa trattarsi mentre continuo a mescolare la poltiglia della verità come se potesse ancora dirmi dell'altro. Aguzzo un pò gli occhi, mi sembra di aver visto una macchiolina di un rosso vivo in mezzo a tutto quel nero, osservo bene... Incredibile! Un pezzettino di pomodoro è scampato alla strage. É intatto. In quel momento ho un trasalimento. Afferro la mia borsa e corro fuori di casa. Rientro pochissimi minuti dopo con in mano un test di gravidanza. Dopo un'attesa che mi è apparsa interminabile, lo stupore e una gioia immensa mi assalgono. Diventerò mamma! Non penso a nient'altro. Non penso alle difficoltà che arriveranno, ai problemi che dovrò affrontare nel crescere un bambino senza un uomo accanto, nel dover fare da padre oltre che da madre, niente: sarò mamma, punto. Ora più che mai sono convinta che esista un disegno che guida ogni vita, non ho certo la presunzione di capirlo, ma so che è perfetto, sia che porti sofferenze o gioia. Chi può credere che sia tutto un caso? E' troppa la perfezione per poterlo anche solo pensare.

Mai avrei potuto immaginare di vivere tutto ciò. Ed eccomi la risposta ai tanti "perchè" che mi sono posta: ho amato il meglio di Marco, è questo che crescerà in mio figlio, lascio ciò che di lui non apprezzavo e non capivo, non devo più sperare che lui cambi per poter finalmente vivere la perfezione. Adesso ho capito. Ho capito che tutto è perfetto, e lo è a prescindere da qualsiasi cosa.

Per questo motivo posso affrontare serenamente quanto mi succederà, nel bene e nel male.

 
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FOLLIA

Post n°2 pubblicato il 24 Marzo 2008 da forsesara
 

 

Anche oggi piove e Tommaso sta davanti alla finestra ad osservare il giardino e più in là la strada, quella strada che ha portato via il suo papà. Nelle giornate come questa si rivede bambino, e nuovamente lo guarda mentre si allontana, con lo stesso cappello e lo stesso cappotto nero e quella valigia pesante. -“FERMATI!”- gli dice bisbigliando, con la speranza che comunque lo senta- “ALMENO SALUTAMI DA LONTANO, FAMMI UN CENNO, DIMMI CHE NON MI LASCERAI”- Ma suo padre prosegue senza indugio. Da allora non ha più saputo niente di lui.


E' grande Tommaso, sta stretto nei suoi quindici anni, sta stretto nella casa in cui è cresciuto, persino questa cittadella lo opprime. Sogna di fuggire, lontano, non sa dove di preciso, basta che sia altrove, non tra le solite stupide persone, le solite chiacchiere, incomprensioni... Sogna la libertà, l'indipendenza, sta stretto nel suo “ruolo” di figlio, non sopporta più queste catene, questa impossibilità di esprimere tutto il mondo che ha dentro, la sua pazzia? Si, se è pazzo chi vuole vivere appieno, fuori da ogni ruolo forzato, semplicemente seguendo la propria coscienza... Tommaso forse è un folle perché crede che sia possibile una vita semplice e serena, come lui non la conosce, esattamente l'opposto della sua, o forse come quella ancora presente nei suoi ricordi di bambino... Si la felicità esiste perché l'ha assaporata un tempo, prima che voltasse l'angolo insieme a quella sagoma scura.

Tommaso passa intere ore a ripensare alla sua infanzia, rivede tutto rosa, si sente impotente, vorrebbe un po' di pace, invece si ritrova in gabbia. Ci sono momenti in cui si chiede se non sia stato tutto un inganno, se la perfezione nei suoi ricordi non fosse solo frutto di una infantile ingenuità. Ma cosa ci sarebbe poi di male nel vivere senza tutte queste malizie, queste regole eccessive ed ipocrite?


Rivive un Natale in famiglia, un'allegra tavolata, tante voci, risate, tutti insieme uniti, una vera famiglia. Se capitava un litigio, per un qualunque motivo, si riaggiustava tutto, perché si era in Famiglia.

Ora quella luce non c'è più. Tommaso non fa altro che litigare con sua madre, con zii, zie e parenti vari. Si sente ripetere tutti i giorni quello che deve e non deve fare, secondo questo e quell' esempio, come se non fosse all'altezza del mondo intero, perché non è capace di dire la cosa giusta al momento giusto, conformemente agli usi e alle idee correnti, per rispetto delle convenienze... E' una sofferenza immensa la sua, sente tanta cattiveria intorno a sé: lui capisce tutti, prova a mettersi nei panni altrui, capisce chi ha idee diverse dalle sue, accetta tutto perché sa che il mondo è fatto di un'immensa varietà di colori, con i suoi infiniti contrasti, ed è perfetto così. Prova a spiegarlo a quelle persone che comunque ama nonostante tutto, ma non fa altro che peggiorare la situazione, perché lui è un “pocodibuono”, che non farà mai niente di importante, che non andrà da nessuna parte perché è un incapace: be', dove vuole andare “uno come lui”, che non sa seguire i “giusti” consigli? Già. Spesso gli capita quasi di credere che sia veramente così, si rispecchia pienamente in questa modo di essere rappresentato, si sente un fallito, inutile, sente il peso dell'assurdità dei suoi grandi sogni, vorrebbe non essere mai nato. Non capisce per quale motivo sia lì, e perché nessuno lo capisca, nessuno veda quanto di buono ha dentro, perché continuino a ferirlo e opprimerlo in questo modo. Delle volte sente tanta di quella rabbia dentro che distruggerebbe tutto. Se solo potesse fuggire! Una fuga sarebbe perfetta. Poco importerebbe forse agli altri, forse, ma anche se fosse? Tutti hanno diritto ad un po' di pace, per Tommaso deve essere diverso? Ma non è semplice. Tommaso sa che per un quindicenne solo non ci sono scappatoie, malgrado sia tanta la voglia di fare, di lavorare, non può, non ha i mezzi, non ha l'età. L'età. Nonostante si senta una vita di più. Non gli resta che aspettare, studiando sempre in che modo potrà andare finalmente lontano, ma momentaneamente sopportando il macigno. L'unico piacere della scuola è rappresentato dai compagni di classe: belle persone, e soprattutto sincere. Con loro sta bene, si diverte, e può essere sé stesso, può ritagliarsi i suoi spazi senza dover rendere conti a nessuno, senza essere deriso o giudicato... Non vorrebbe mai tornare a casa. Ma non può fare altrimenti. Almeno cerca di poter uscire qualche pomeriggio, per un film al cinema, una partita, o semplicemente per parlare, ed ecco che è costretto ad inventarsi delle storie: dal momento che gli è proibito perdere tempo in attività inutili, ossia tutto ciò che non riguarda gli studi, Tommaso racconta che partecipa a dei corsi pomeridiani di approfondimento di questa o quella materia, ai quali non può proprio mancare. Sente tutta l'assurdità di così tanti divieti, sono troppi a non avere un senso. Potrebbe capire la madre, tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare per crescerlo da sola, potrebbe capire le sue paure, il timore di perdere anche lui... Potrebbe forse, ma è stanco. Troppo stanco. E in fondo: cosa si può pretendere da “uno come lui”? Da “uno come lui”. Se lo chiede spesso: cosa intendono nel definirlo così? Cosa ne sanno veramente di lui? Cos'ha fatto di così irrimediabile per essere marchiato a vita come “l'inetto della famiglia”? Forse, dal momento che il piccolo non è come loro, lo paragonano a quell'uomo che l'ha abbandonato? - NO, E' TROPPO. ORA BASTA. NON VOGLIO PAGARE PER COLPE NON MIE, NON VOGLIO NEANCHE CERCARE DI SAPERE CHI VERAMENTE HA RAGIONE E CHI TORTO. BASTA. VOGLIO SOLO ANDARE VIA. -

E così Tommaso esce, fa le sue esperienze, si sfoga un po' con gli amici, vive la vita in maniera da non avere mai niente di cui pentirsi, che poi è ciò che veramente conta per lui. Questo è uno dei risultati di quelle tante notti insonni, ore e ore a chiedersi cosa sarebbe stato più giusto fare, se assecondare in tutto “quelle” persone, nella speranza che forse un giorno lo avrebbero apprezzato, o vivere semplicemente la vita come poteva secondo la sua scala di valori nella consapevolezza che qualsiasi tentativo di compiacerle sarebbe stato inutile e si sarebbero solamente sprecate tante occasioni, momenti che mai più si sarebbero ripetuti. Tommaso non riusciva ad andare contro la sua natura e sceglieva la Vita. Non è mai facile prendere delle decisioni delicate, poi Tommaso è sempre stato così sensibile e riflessivo, tutto è come amplificato per lui, siano gioie o sofferenze, attraversa spesso diversi momenti di crisi, ciascuno rappresenta una lotta, dolore, poi arriva la soluzione migliore ed è un'altra vittoria, perché sarà sempre un'espressione della coscienza.


Così il tempo passa e una battaglia dopo l'altra Tommaso plasma l'uomo che diventerà. Durante gli anni del liceo si ritaglia dei momenti di libertà con qualche piccola bugia, ma a fin di bene, ha la testa sulle spalle, è un ragazzo molto responsabile, forse anche troppo, e chi lo conosce veramente lo sa. Intanto riesce a trascorrere dei bei momenti, riesce a fare una gitarella in montagna, va a spasso, fa ciò che sente. - OGNI LASCIATA E' PERSA. - Dice tra sé. E si parte.

A casa si ripete sempre la stessa storia, non mancano mai le infuriate, i pianti silenziosi... - MA UN GIORNO PASSERA' TUTTO QUESTO, QUESTO INCUBO FINIRA'- Per fortuna ci sono gli amici. Quelli veri, con cui sfogarsi s'intende, non sono tanti, ma sono preziosissimi. Senza di loro Tommaso vivrebbe un dramma senza fine; nonostante l'apparenza lo mostri loro così coraggioso, forte e sicuro nell'affrontare i suoi problemi, in realtà non crede di avere queste doti. Alcuni momenti sente di possedere abbastanza forza d'animo per affrontare tutto, e per riuscirne a sopportare il peso con serenità, ma spesso ne è vinto ed è nuovamente trascinato dallo sconforto. Le giornate si somigliano un po' tutte alla lunga, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Tommaso si porta avanti con gli studi, riesce a farsi ammettere alle classi successive, anche se sempre più a fatica, benché sia molto dotato e sia sempre stato uno studente modello proprio non è più capace di reggere: il peso diventa man mano più insostenibile, è impossibile essere in grado di non perdere mai il controllo, eppure si impegna nelle varie materie, ma la testa scoppia. Arriva un punto, proprio durante l'ultimo anno in cui si è arreso. Ha deciso di smettere, di non rimettere più piede a scuola, perché sarebbe stato inutile. Sente che per uno come lui è impossibile concludere il liceo. Si è chiuso completamente anche con gli amici, che di conseguenza non riescono più a capire cosa gli stia succedendo: lo vedono distante, assente, strano, quasi fuori di testa, senza interessi, come se procedesse per inerzia. Ed è così infatti. E' una crisi troppo grande questa. Si impone alla madre, urla tra le lacrime e dice che almeno per quell'anno non metterà più piede a scuola. Lei resta senza parole per un po', poi tenta di persuaderlo nell'unico modo che le riesce: gli dice ancora una volta quanto è stupido, che lo dimostra ancora una volta, perché non ha senso abbandonare proprio quando mancherebbero solo pochi mesi. In tutta risposta Tommaso le da ragione, ma aggiunge anche che non dipende da lui, proprio non riesce ad andare avanti: non dorme più, non mangia più, e piange in continuazione, senza una tregua, urla di essere impazzito, non ha più il comando di sé. Lascia la madre nello sgomento più totale, tanto che si allontana, non parla più. Un abbraccio sarebbe stato d'aiuto, sarebbe stato il tentativo di una vera comunicazione, ma non è avvenuto.

Bene. Ormai è deciso. Arrivano diverse telefonate a casa, a sorpresa insegnanti e amici dimostrano a Tommaso di essergli vicini, di capirlo in qualche modo, e fanno di tutto per convincerlo a tornare a scuola. A Tommaso faceva piacere sentire il loro affetto ma non poteva riprendere perché si è ammalato veramente, piange e non può smettere. Chiede solo del tempo per guarire, solo allora avrebbe potuto provare a concludere il liceo. E' deciso. Passa a casa la maggior parte del tempo, se ne sta in silenzio, o mette un po' di musica che ben rispecchia il suo stato. Ora la madre ha paura a lasciarlo solo a casa, non lo dice a lui chiaramente, non sa come porsi, al primo tentativo è allontanata gentilmente, Tommaso le dice che non può capire, forse perché c'è poco da comprendere: è semplicemente impazzito; ma sente che col tempo starà meglio.

Poi, poco tempo dopo, per caso, un incontro. Tommaso, che ora ha diciannove anni, incrocia uno strano tipo, un uomo minuto, a occhio e croce sulla cinquantina. E' una mattina di primavera. Iniziano a parlare, niente di particolare, si chiacchiera del più e del meno, poi Tommaso riprende a piangere, davanti a lui. L'uomo non sembra impietosito, né spaventato, si limita a chiedere qual'è il problema, ma Tommaso risponde di non saperlo, poi aggiunge che forse è tutto un problema. E, così come si sono incontrati, i due si lasciano. Ancora lacrime e sofferenza per Tommaso, finché lo stesso giorno della settimana seguente decide di tornare nel luogo dell'incontro. Come se si fossero dati appuntamento i due si ritrovano lì. Parlano per un'ora o poco più, dopodiché si salutano e si dividono. Tommaso e Tonio, questo è il nome di quell'uomo strano, si rivedono tutte le settimane nello stesso posto. Intanto Tommaso piange sempre meno. Sembra che Tonio abbia molta pazienza ed esperienza e si rivela un buon ascoltatore, sicuramente discreto, e non lo giudica; ascolta molte cose che il ragazzo non aveva mai detto a nessuno, neanche al suo migliore amico. Ma ci sono anche fatti che non ammette, che nega. Mentre continuano questi incontri regolari, Tommaso decide di tornare a scuola, anche se non crede che possa avvenire un miracolo, è tornato ma senza grandi aspettative. In classe è strano, ha perso quel senso di oppressione che lo teneva lontano, però appena possibile fugge, fa un giro per l'edificio, quando riesce cerca compagnia per una passeggiatina in cortile, tende a fuggire da costrizioni troppo forti, ancora non sta bene... E non ha parlato a nessuno di Tonio, come se un po' si vergognasse, o forse come se temesse di manifestare troppa debolezza, non gli è chiaro, come tante altre cose del resto. I due continuano i loro brevi incontri, ora Tonio prova a dare dei consigli, nella sua vita ne ha passate e viste tante, vuole porgere un po' della sua esperienza al giovane che però non gli dà ragione su alcune cose... - SEI PROPRIO TESTARDO – Gli dice con un buffo sorriso – PROPRIO NON VUOI CAPIRE CHE NON E' COLPA TUA, SE CI PENSI BENE TI RENDERAI CONTO CHE E' IMPOSSIBILE. DEVI ACCETTARE CHE CI SONO FATTI CHE NOI NON POSSIAMO CONTROLLARE, POSSIAMO TUTTALPIU' IMPARARE A GESTIRNE LE CONSEGUENZE. - Tommaso non è d'accordo, si sente tremendamente in colpa, ma mai lo ammetterà ad altri.

Si avvicina l'esame di maturità, Tommaso prepara una buona tesina, si impegna prepararsi meglio che può e se la cava discretamente, si sente soddisfatto di sé ed è al settimo cielo per aver portato a termine qualcosa di importante. Naturalmente non è mai abbastanza per la madre e il resto della famiglia ma non gli importa. Vuole godersi questo piccolo successo, ricorderà sempre il suo sorriso e la sicurezza con la quale ha affrontato l'ultima prova, la presentazione del suo lavoro, che illustra come una sua grande passione. Certo i problemi non sono svaniti, ma perlomeno era guarito dalla depressione che per mesi l'ha avvinghiato stretto. Dopo il diploma ha rivisto Tonio una sola volta per raccontargli com'era andata quella famosa mattina.

Il tempo passa e si superano ancora crisi grandi e piccole. Gli amici veri sono sempre lì ad accompagnare Tommaso, che intanto passa da un lavoro all'altro, con la speranza di realizzare i suoi sogni. E si cresce, ci si trova davanti ad ostacoli sempre nuovi, ancora ci sono periodi neri in cui si teme di ricadere in quel baratro profondo, ma poi si va avanti. La famiglia non è cambiata, Tommaso ha capito di non poter cambiare le cose, sono molto al di fuori della sua portata: ha preso una decisione, molto sofferta, di staccarsi da “quelle” persone, considerarle come estranee, perché purtroppo, e suo malgrado, questa è l'unica maniera per ridurre alcune sofferenze. “Quelle” non potranno mai accettarlo per quello che è, in quanto non potrebbero concepire il mondo come esso è realmente. Il distacco è duro, è difficile come lo sono tutti i cambiamenti dopo tutto, l'importante è cercare sempre di migliorarsi, di non farsi abbattere. Tommaso è stanco di quei giudizi assurdi su di lui, che alla lunga lo porterebbero realmente ad essere così come lo descrivono, vuole sentirsi bene, al pari della prova orale della sua maturità; e spesso ci riesce con le piccole mete che pian piano raggiunge. Ma resta sempre un folle perché apprezza anche i minimi traguardi, vittorie impercettibili per il mondo. Ci sono momenti in cui è felice di questa sua follia, e altri in cui gli pesa ai limiti della sopportazione.

Fondamentalmente è cambiata una cosa dai tempi del liceo, ma lo ha capito solo ora a distanza di anni: - “NON E' COLPA MIA” - dice a sé stesso, come dicendolo al mondo. Ora ha capito che Tonio, uno sconosciuto con il quale ha parlato per qualche tempo, aveva colto anche ciò che gli taceva. Tommaso lo ringrazia in cuor suo, delle volte immagina di poterlo fare di persona, o almeno con una lettera, ma non sa niente di lui, non saprebbe da dove iniziare a cercarlo per potergli dire che anche se ci sono voluti degli anni ha capito che è grazie a lui che è riuscito in quel suo piccolo miracolo. Gli aveva mostrato comprensione, vera. ...Se anche la madre lo sapesse sostenere, pur senza esagerare, a Tommaso basterebbe che lei smettesse di ripetergli quelle stesse cose. Certo ora non litigano più così tanto, Tommaso sa che sua madre gli vuole un gran bene, non la rimprovera per i suoi modi, perché prova a capirla e le è grata per averlo cresciuto cercando di non fargli mancare niente. Però ora evita di parlarle dei suoi progetti, per non correre il rischio di sentirsi buttato giù e spera che un giorno potrà avere tutte le dimostrazioni che le occorrono per capire chi è veramente suo figlio. Le difficoltà non mancano, poi sembrano ancora più grandi a doverle affrontare da solo. Ma Tommaso le prende ora come delle prove a dimostrazione del fatto che non è stata colpa sua, che non sono stati i suoi difetti a stravolgergli la vita.

Rivede ancora quella figura scura che volta l'angolo, anche se l'avesse pregato urlando di tornare indietro non l'avrebbe ascoltato, si rimprovera di non aver provato, è l'unico rimorso con il quale si trova a convivere: “OGNI LASCIATA E' PERSA” si ripete ancora una volta . Forse non avrebbe cambiato la situazione, oppure sarebbe bastato a quell'uomo per decidere di chiamarlo ogni tanto, per non scomparire del tutto, per lasciare a quel bambino dolcissimo almeno l'illusione di poter ricevere un po' di amore paterno. Ma ora Tommaso sa che se veramente quell'uomo lo avesse amato niente gli avrebbe impedito di essere comunque suo padre, nonostante la fuga, quella stessa fuga che aveva sognato anche lui sin da ragazzino. Tommaso può capire tutto, può capire tutti, è proprio un ragazzo speciale e quei pochi che lo conoscono veramente lo sanno e gli vogliono bene. Non si spiegherà mai forse per quale motivo e in che modo sia possibile smettere di voler bene a delle persone un tempo molto importanti nella propria vita. Lo vorrebbe sapere, magari se anche lui ci riuscisse non avrebbe più problemi, magari scorderebbe di botto la sua infanzia, forse smetterebbe di prenderla come esempio di vita serena, come esempio di famiglia perfetta. Ma no, Tommaso non smetterà di sognare di rivivere quell'atmosfera, lui sente che un giorno avrà la famiglia che desidera, farà il possibile per realizzarsi professionalmente, come già sta provando ora, e starà bene, contento di essere la bella persona che è, con i suoi mille difetti, con i suoi alti e bassi, e con quella follia che gli ha concesso di non perdere mai neanche un solo istante della sua vita in salita.



 
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LA MAGIA DEI COLORI

Post n°3 pubblicato il 25 Marzo 2008 da forsesara
 

E' arrivata nuovamente l'estate e la piccola Lulù non perde occasione per fare ancora i capricci. E' una ragazzina sveglia, intelligente, ma troppo presa dalla moda, dalla supertecnologia, e dai telefonini di ultima generazione. Inoltre, forse perché è figlia unica o chissà, ha sempre ottenuto ciò che voleva. Con l'arrivo della bella stagione stavolta “ha deciso” che sarebbero andati tutti in vacanza in qualche bel posto esotico che tanto l'avrebbe fatta invidiare dalle amichette. I genitori, che non vivono nel lusso, pensano a lungo a questa richiesta e si sono resi conto che non è un bene assecondare così tanto la loro bambina; poi, se l'avessero fatto anche stavolta, si chiedono chissà dove arriverebbero le sue richieste in futuro... Però le vogliono proprio un gran bene e non intendono assolutamente deluderla, solo non vogliono che perda di vista ciò che realmente conta, le vere gioie della vita, con i suoi veri valori. Ed è così che decidono di mandarla dai nonni per un po'. Credono che le farà bene stare negli stessi posti che hanno visto crescere mamma e papà, con le persone che li hanno aiutati a diventare persone corrette, e in grado di star bene con se stessi e di gioire di quanto hanno, anche delle piccole cose. Bene dunque, era tutto stabilito: hanno disposto che Lulù partisse dai nonni. Come era facile da prevedere Lulù non mostrò tanto entusiasmo, nonostante volesse loro un gran bene e le avesse sempre fatto piacere andare a trovarli: aveva grandi progetti per quell'estate... Arriva il giorno della partenza. Dai nonni tutto è come sempre, sono dolcissimi, e capiscono al volo cosa passa per la testa della loro cara nipotina. Così, il nonno paterno ha un idea: per il primo giorno l'avrebbe lasciata riposare dalla fatica del viaggio, poi sarebbero andati insieme in un bel posto. Arriva il momento: Lulù e il nonno vanno ad una straordinaria mostra di quadri. Si tratta di una collezione privata in cui sono presenti dipinti di tutti i tipi, di periodi diversi: si possono dunque ammirare opere di Raffaello accanto

a Van Gogh, Caravaggio insieme a Picasso, Da vinci con De Chirico, Cimabue vicino a Dalì e molti altri grandi di tutti i tempi. Lulù si guarda intorno nascondendo un po' di stupore, non aveva mai visto niente di simile, ha potuto ammirare queste opere solo sui libri, ma trovarsele davanti è tutta un'altra storia; resta in silenzio, senza parole. Subito il nonno inizia a raccontare. Racconta di un tempo tanto lontano, che nessuno ricorda più, di cui nessuno ha mai scritto, ma le cui vicende vengono tramandate da padre in figlio, generazione dopo generazione.


Ecco un mondo completamente diverso, un mondo magico, vivace, coloratissimo, un'opera d'arte infinita, la perfezione della natura mai toccata da mani umane: ovunque tutto era uno spettacolo. E' difficile da descrivere perché nessuno oggi può anche solo immaginare così tanta meraviglia, è infatti possibile realizzare colori animati? Colori che come per incanto creavano opere d'arte, o meglio l'opera d'arte, era tutto il mondo a comporla: si viveva immersi in un capolavoro.

E come spesso capita non sempre ci si rende conto della propria fortuna se non quando la si perde... ed è proprio quello che accadde. Non esisteva infatti persona che contemplasse tanta bellezza, nessuno realizzava tanta compiutezza, la dava forse per scontata dal momento che era sempre esistita, e mai sarebbe mancata, qualsiasi cosa fosse accaduta, non c'è stato un attimo in cui qualcuno ci abbia badato. I colori erano indignati da tanta indifferenza, tuttavia non abbandonarono la loro magia, continuarono a completare il mondo finché... Finché non arrivò la goccia che fece traboccare il vaso: l'assurda volontà di un tiranno.

Il dispotico sovrano pretendeva di tenere tutto sotto controllo, ma proprio tutto: compresi i colori. Era facile dominare le persone: bastava minacciare e incutere paura; impegnativo comandare gli animali, ma con qualche bastonata in più il gioco era fatto. Come avrebbe fatto a governare i colori? Ma per l'oppressore l'immensa libertà dei colori era un affronto alla propria autorità, la loro perfetta armonia pareva la manifestazione tangibile della disobbedienza e dell'irriverenza. No, era troppo per lui, tanto che decise di doverli ammaestrare, e pensava di riuscirci minacciandoli di cancellarli per sempre.

Per i colori naturalmente era un'idea irrealizzabile quella di farsi comandare, ma per paura che questo finto re annerisse la Terra dandole fuoco finsero di cedere. Esatto: finsero di cedere alla volontà del despota. E il miglior modo era paradossalmente consegnando la libertà di combinarli a delle mani umane: giurarono che mai più avrebbero riprodotto la magia da soli. E' ovvio quanto seguì: il tiranno pregustava la vittoria, sarebbe stato lui, pensava, a comporre tanta bellezza, ma così tanta che avrebbe conquistato chiunque senza la fatica della lotta, senza pesanti armi... Ma... Ops! Dalle sue mani venivano fuori inguardabili scarabocchi! Allora insisteva, s'impegnava, provava e riprovava accostamenti vari, mentre i fallimenti accrescevano la sua ira, e con lei il ridicolo. Bé, chi poteva ancora aver paura di un omino così?

Ed in questo modo il mondo si liberò del despota, tornò la tranquillità. Però la cosa non durò: infatti gli uomini iniziarono ad avere nostalgia di quelle opere magiche. Si, potevano ammirare ciò che restava della bellezza variopinta della natura, il verde delle campagne, la colorata e briosa luce dei fiori, ma poi? Le case erano tutte scure così come le pietre di cui erano fatte, gli arnesi da lavoro, le pentole, i mobili... Com'era diventato triste il mondo!

All'improvviso, in una maniera incomprensibile. I colori s'impietosirono un po', soprattutto quando faceva brutto tempo e anche il sole restava nascosto lasciando soltanto una distesa grigia, che si rifletteva negli animi della gente. Così almeno dopo la pioggia i colori decisero di rallegrare un po' il cielo con un arco variopinto che faceva sorridere tutti durante la sua breve vita, prima che si dissolvesse nell'aria: l'arcobaleno! Ma poi nient'altro, rimasero fermi, irremovibili dalla loro decisione, non sarebbero mai tornati indietro per farsi nuovamente ignorare dopo qualche tempo. In fondo poi la loro armonia fatata continuava ad esistere nei cuori delle persone, non le avrebbe mai lasciate, seppur queste lo ignorassero perché non avevano avuto bisogno di cercarla dentro sé stessi fino ad allora, dal momento che ne erano circondati abbondantemente.

-Ma allora nonno, com'è possibile che qui ci siano così tanti bei dipinti, l'uno più perfetto dell'altro?

-Piccolina mia  le rispose il caro nonnino - E' possibile perché con il tempo alcuni uomini hanno imparato a leggersi dentro riscoprendo quell'armonia incantata che credevano persa per sempre, e chiesero ai colori che si lasciassero cullare nelle loro mani affinché potessero esprimere quanto avevano trovato.


E il nonno continua dicendo che naturalmente non tutti possono capire la magia, poiché ogni persona ha un proprio carattere, mille occupazioni, diverse faccende a cui badare; infatti molti si limitano a guardare solo ciò che sta fuori. Eppure è affascinante pensare a quanto sono diversi tra loro quelli che sono stati chiamati artisti, e quanto sono perfette le loro opere, pur nella loro diversità. Tanta perfezione è stata amata nei secoli e continuerà ad esserlo nelle epoche che verranno perché, sebbene il tempo passi e gli stili di vita cambino, Quell'Armonia è sempre viva allo stesso modo nell'anima degli uomini, compresi coloro che non la sanno esprimere, ma che l'ammirano all'esterno perché è parte di loro anche se non lo sanno in modo cosciente.

-Oh nonno quanto è vero quello che dici, lo sento. Credo di averlo sempre saputo, solo che... non vedevo.

Lulù ha capito cosa le avevano voluto insegnare i genitori mandandola dai nonni, ne è contenta e può godersi appieno le vacanze, certa, tra le altre cose, di fare anche un bel figurone con le amiche. Ovviamente non si poteva pretendere di cambiarla, né nessuno lo voleva, Lulù resterà sempre un po' capricciosa, però ora sa porsi i giusti limiti, e non perde mai di vista i piccoli miracoli della quotidianità.


 
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PUNTI DI VISTA

Post n°7 pubblicato il 11 Gennaio 2011 da forsesara

 

Sette e quaranta, suona la sveglia; Luigi apre gli occhi e fissa le lancette, allo scoccare del quinto minuto esce dalle coperte e si mette seduto su un lato del letto pronto ad alzarsi; piede destro a terra per primo; sta in bagno per dieci minuti; fa colazione mentre guarda il notiziario; poi esce di casa senza salutare, va al mercato; torna per pranzo; riposa per trenta minuti; esce nuovamente, va al parco; torna per cena; si prepara per la notte; controlla che la sveglia sia precisa, si mette sotto le coperte ben disteso, fissa il soffitto per qualche minuto e finalmente si addormenta.

Luigi si alza. Stessa ora: sette e quarantacinque. Solite azioni, soliti gesti, nei soliti punti della stanza, con i soliti oggetti.

Questa è la vita di Luigi, ossia la medesima giornata che si ripete all'infinito.

Com'è strano Luigi, sembra che non capisca il mondo perchè non sa cogliere tutto ciò che la vita ha da offrire, non sa vivere. Sfortunato Luigi.

 

Sette e quaranta, suona la sveglia. Faccio un po' di fatica ad alzarmi, fisso la sveglia come per chiederle di rallentare un pochino, ma sono costretto ad alzarmi ormai. Doccia, sistemo i capelli senza troppa cura, mi vesto comodo. Faccio colazione senza aver un grande appetito, appena alzato non mangio volentieri, ma grazie alla TV che mi intrattiene riesco a mandar giù qualcosa. Finalmente esco, mi aspettano. Al mercato di Santa Chiara la signora Rosa non riesce a sistemare il banco senza di me anche se non lo ammetterà mai probabilmente; l' aiuto a scaricare e disporre le casse di frutta. Poi la saluto e mi accomodo sulla mia solita panchina ad ammirare.

Noto che il mondo è veramente tanto vario, non esiste mai una scena che si ripete, nonostante per la maggior parte delle volte io ritrovi qui gli stessi volti, e più o meno ad orari fissi, i giorni sono sempre molto diversi gli uni dagli altri. Per esempio, la Ragazza Delle Mele. Lei viene al mercato ogni lunedì e giovedì. Compra ogni volta un bel po' di mele, solo dalla signora Rosa, poi saluta Giorgione il macellaio e Pier il panettiere, che si fa chiamare così da una vita perchè non ama il suo nome e nessuno sa quale sia realmente. Alcuni giorni la ragazza è distratta, non chiacchiera volentieri, cerca di correre per quanto possibile, altri invece è serena, si guarda intorno e sorride. Circa un paio di settimane fa è venuta con una bimba, la teneva per mano, ben stretta e sorrideva sempre nel parlare con lei, le mostrava il posto, tutti i banchi, e le raccontava delle storie, credo, ma ne sono quasi sicuro a giudicare dall'espressione della piccola, rapita e affascinata; ho scoperto che era sua figlia, e che non è mai stata tanto bene da poter far compagnia alla mamma lì al mercato, e io ora capisco come sta la piccola dal modo in cui la ragazza delle mele entra, anche quando non parla racconta tantissimo, i suoi occhi sono loquaci.

Poi il Signore Del Venerdì. E' decisamente di poche parole, ormai fa la spesa con lo sguardo, anzi il più delle volte i commercianti già preparano i sacchetti per lui, che arriva sempre alle undici, ed è talmente puntuale da apparire quasi strano. Una volta non è venuto per niente e la cosa ha destato un po' di agitazione tra i venditori, finchè Pippo il pescivendolo si è fatto sostituire all'ora di punta ed è andato a cercarlo. Quindi ho scoperto che il signore del venerdì vive da solo, lì vicino, che non ha nessuno che si occupi di lui, probabilmente ha perso la moglie da qualche tempo e ne soffre ancora, porta la fede al dito, ma lo vedo sempre da solo e sempre con l'aria abbattuta da quando l'ho conosciuto, saranno ormai circa tre anni.

E i ragazzi che saltano la scuola? Sempre diversi. Si guardano intorno ben bene sin dall'ingresso, come per assicurarsi che non ci sia nessuno che possa tradirli con i loro genitori, ma una volta dentro si comportano come se niente fosse, come se non avessero lezione quel giorno, non portano quasi mai gli zaini. La maggior parte di loro è allegra, del tutto a proprio agio quando chiedono un bel panino Gino il salumiere, che mette sù pancia a vista d'occhio ultimamente, è chiaramente una consuetudine per loro, a differenza di altri che non riescono ad arrivare al banco, alcuni arrivano all'ingresso talmente tesi che non hanno il coraggio di entrare finchè desistono. Mi fanno sorridere questi studenti. Quasi li aspetto tutte le mattine, anche se gran parte di loro neanche mi nota mi raccontano tante di quelle storie! Tormenti sentimentali, divertimenti, problemi di ogni tipo e soluzioni uniche... che spettacolo.

Poi c'è la signora Mariella! Viene al mercato tutti i giorni, la conoscono tutti perchè si intrattiene a conversare quasi con ogni venditore. Compra poche cose, quelle che serviranno per la giornata, non ama mancare al suo appuntamento quotidiano. Parla di tutto, riesce a dare una sua opinione su qualsiasi argomento, anche quando questa non è richiesta, lo vedo spesso dal chiacchierio che segue la sua uscita, ma nonostante ciò le vogliono tutti un gran bene, stanno in pena e gioiscono con lei. Un sabato si è respirata aria di festa quando è venuta a fare una grande spesa, per dieci persone diceva, ma ha preso provvigioni per un reggimento. Era felice e festosa, rendendo tali chiunque intorno a lei. Quel giorno si è intrattenuta di meno a parlare perchè doveva correre via, aveva persino messo un fermacapelli nuovo; era chiaro che stavano arrivando i figli, che ormai vivevano lontano da anni e che riuscivano a trovare poche occasioni per tornare a farle visita, non perchè non volessero, ma tra lavoro, famiglia e così tanti chilometri di distanza non poteva essere altrimenti. Mi sembrava di vederla con i suoi nipotini, che cercavano di nascondere le guance per salvarsoi dai suoi famosi e tanto temuti pizzicotti.

E ancora, il Gran Cuoco. Un omone che viene la mattina presto e visita sempre e solo i suoi banchi prescelti, osserva attentamente tutti i prodotti, ne studia il colore e il profumo come se fosse di vitale importanza, sceglie il meglio, e se lo fa portare via da un suo aiutante, alto ed esile, che non lo contraddice mai anche se spesso vorrebbe, ed è divertente vederlo volgere lo sguardo in alto e sospirare silenziosamente cambiando completamente espressione quando il capo si gira verso di lui. Sono sicuro che l'aiutante mingherlino vorrebbe diventare Chef, e credo anche che abbia la stoffa per poterlo fare, sembra sicuro di sè ed è disposto a sopportare tante cose pur di riuscirci un giorno, gli faccio il tifo, è un tipo simpatico.

Molto in fretta passano le ore della mattina, puntualmente arrivano le tredici in un baleno, e tutti risvuotano i banconi; aiuto la signora Rosa a ritirare le casse, anche se raramente ne resta qualcuna pesante. Mi piace leggere negli occhi della signora Rosa, è una donna dolce anche se appare tanto rigida a primo impatto. Le sono simpatico, anche se parliamo poco, si aspetta che io sia lì ad aiutarla. Delle volte so che trova strana la mia costante presenza, delle altre ne è semplicemente contenta, e mi vuole bene, così come io ne voglio a lei.

Torno a casa, mai a mani vuote, i miei coinquilini mi fanno sempre trovare il pranzo pronto, non ci siamo mai accordati esplicitamente al riguardo, ma credo che a loro stia bene che io mi occupi della spesa. Sono stanchissimo, come se avessi vissuto in prima persona le storie che ho letto nella mattinata, tanto che non posso fare a meno di un riposino, una mezz'ora è sufficiente a ricaricarmi, dopo di che esco, vado al parco, in realtà non vedo mai l'ora di arrivarci.

Mi accomodo sotto un grande bagolaro, il mio albero preferito, e ammiro. Il parco è un groviglio di storie. C'è Ciuffo quasi tutti i giorni, un ragazzino con i capelli che gli coprono metà viso, viene con un gruppo di amici, si diverte, lo vedo parlare e ridere, gesticola in un modo divertente, ma in un attimo cambia espressione per qualche istante, come se scappasse altrove con la testa, poi riprende a parlare e scherzare. Ho capito che il caro Ciuffo è innamorato, molto probabilmente con una ragazza della sua stessa scuola, la vede spesso ma non abbastanza, non è ancora riuscito ad avvicinarsi a lei come vorrebbe, è carina e timida, l'ho notata qui al parco seguendo lo sguardo di lui in uno dei suoi mimenti di “assenza”, lei non viene frequentemente, forse abita in un quartiere lontano, e questo non aiuta Ciuffo... sono proprio curioso di vedere come va.

C'è chi viene per la prima volta, passeggia in compagnia e si guarda intorno rapito da tanto verde, magari durante una breve vacanza, o un paio di giorni di evasione, me ne rendo conto dal passo, ho notato che chi arriva per pochi giorni va un pò più in fretta rispetto agli “abituali”, come se volessero vedere più cose possibili, e non tralasciare niente; immagino da dove vengano, è un bel gioco, una rosa di possibilità si schiude per ogni nuovo volto.

E poi ci sono sempre tanti bambini, se anche non li vedessi me ne accorgerei per la massiccia presenza di mamme, si riconoscono subito, da come si guardano intorno, dal numero di interruzioni nella lettura di un libro, dalle borsone capienti che portano tutte le volte. I bambini sono uno fenomenali. Crescono molto in fretta, e ogni giorno fanno una nuova scoperta. Mi colpiscono sempre mentre giocano tra loro, bisticciano, si arrabbiano, delle volte si picchiano e devono intervenire le mamme. Per esempio il piccolo Nico, impossibile non sapere il suo nome, la mamma lo chiama in continuazione perchè corre velocissimo e si nasconde ovunque. Nico parla tanto, è molto socievole, gli piace giocare con la sabbia, ci gioca sempre, una volta costruiva una montagna in compagnia di un amichetto, si sfidavano a chi la faceva più grande, è nata una disputa animata, guardando quelle espressioni accigliate indovinavo le battutine che si scambiavano e ridevo tra me e me, poi Nico ha dato un pugno alla montagna del rivale e ha dato inizio ai pianti, le mamme sono corse ai ripari, ognuna a consolare il proprio principino; entrambi una volta sfogati sono corsi via lasciandole a continuare il diverbio che prima era il loro, hanno ripreso a giocare con la sabbia e Nico ha distrutto anche la sua montagna facendo ridere l' amico dimenticando tutto. Grande Nico.

E la Piccola Dai Capelli Rossi Con Le Treccine che viene il sabato, è sempre stato impossibile non notarla, è una trottola, ha sempre dato l' impressione di non badare molto a cosa la circonda, ma una volta mi ha sospreso, si è avvicinata come se mi conoscesse da sempre e molto semplicemente mi ha chiesto “perchè vieni sempre qui a guardare la gente e basta?” , mi guardava fisso negli occhi , proprio non me l'aspettavo e li per lì non sono riuscito a risponderle, allora mi ha sorriso e si è allontanata senza farsi problemi. Da allora mi saluta ogni volta che viene al parco e il sabato è diventato il mio giorno preferito. Penso che non scorderò mai quel momento.

Ho da imparare tanto dai bambini, e giorno dopo giorno ho sempre qualche motivo in più per crederlo; sono così sinceri, spontanei, e tanto, tanto intuitivi.

Arriva la sera e rientro per l' ora di cena, non tardo ad andare a letto, ma non riesco ad addormentarmi subito, ripenso sempre alla Piccola Dai Capelli Rossi Con Le Treccine e alla sua domanda e le rispondo: per tutto il giorno osservo un angolino di mondo, e allo stesso tempo il mondo intero perchè si, siamo tutti uguali, ma siamo anche tanto diversi anche da noi stessi in tempi differenti. Vedo tanti dei piccolissimi esempi della varietà che mi circonda, ogni giorno scopro decine di nuove storie, lette nei volti, noti o nuovi, nelle mani, nel movimento apparentemente confuso della folla. So che a molti sembro strano, e forse pensano che io non sappia vivere perchè non frequento posti diversi, magari credono che io sia molto sfortunato perchè non capisco il mondo, perchè non colgo nessuna occasione. Ma in realtà io so per certo che sbagliano, credo di capire il mondo intorno a me proprio perchè mi fermo ad osservarlo, e non ho bisogno di andare chissà dove per vedere posti nuovi, qualunque posto è sempre diverso giorno dopo giorno. Anzi, se proprio devo dirla tutta penso che siano loro ad essere sfortunati, a non capire cosa stanno perdendo per la mania di spostarsi ovunque, collezionare cartoline di posti esotici; anch'io conservo le mie cartoline, e resteranno sempre affisse in un posto speciale del cuore, non chiuse in una bella scatolina colorata.

Io credo che ogni giornata riservi sempre qualche sorpresa, un nuovo incontro, un incontro diverso, un'insegnamento, qualcosa su cui riflettere, qualcosa da comprendere. E' inutile andare lontano e ritornare senza averlo capito.

E dopo aver risposto e ripensato alla particolarità del giorno appena trascorso, finalmente mi addormento.

 
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Sorridi

Post n°8 pubblicato il 21 Settembre 2014 da forsesara
 

Mondo, 21 luglio 2001

No cara! 

Così non può continuare! E' estate e il liceo è finito!

Se la noia ti assale aggrapati a me e ci mettiamo d'accordo per organizzare il divertimento. Ti capisco, anch'io incupisco spesso per un motivo o per l'altro, o per niente...

Incupisco di fronte ai camici bianchidi tutta quella marea di medici di cui si crede io non possa fare a meno.

Ma la cosa peggiore di tutte è sapere triste te, voglio dire: TE. Capisci cosa intendo.

Tu non puoi abbatterti! Siamo giovani, dobbiamo sottomettere la vita ai nostri desideri! Il mondo ci attende, ti attende, e il tempo, trovandoti positiva, sarà il tuo amico fedele. 
Cerca non solo di andare avanti ma anche di vivere, specialmente vivere.
E quando senti il peso del mondo sulla tua testa, scrivimi, o chiamami... ricordami!

E sorridi.

 Intendo dirti che ci si deve sforzare almeno a iniziare a non permettere ai soli problemi di occupare la nostra mente, perchè tra un neurone e l'altro si ingiantiscono... e ne portano altri, si riproducono... e alla fine non ne esci più. Parlo per esperienza. E poi, scusa, a cosa servono gli amici? Posso diventare un ottimo contenitore in cui riporre dubbi, problemi, pensieri strani... tutto ciò che ti pesa.

Sta a te ora...

C. 

 

 
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