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RedLilith77
   
 
Creato da RedLilith77 il 20/07/2009
“L'anima è venuta al corpo e il corpo alla vita con lo scopo di evolversi” [Neale Donald Walsch]
 

 

La donna civilizzata ed il suo pollice verde.

Post n°335 pubblicato il 26 Maggio 2011 da RedLilith77

Alle medie innaffiavo le piante di mia madre. E dopo innaffiavo anche l’albero nel cortile. Volevo fare il giardiniere, me l'ha detto nonna Grazia. Però la nonna, e con lei anche mia madre, voleva che io facessi il giudice, ma andava bene anche l’avvocato.
Alle medie avevo il pollice verde, di un bel colore acceso. Mi piaceva potare le foglie secche, veder spuntare i boccioli, travasare la pianticella in vasi sempre più grandi man mano che le radici crescevano. Mi piaceva immergere il naso nei fiori aperti, sentirne i profumi, sporcarmi le mani con la terra bagnata.
Poi ho iniziato a studiare da avvocato e le mani erano imbrattate d’inchiostro anziché di terra. Con gli anni ho perso un po’ del verde che colorava i pollici, di interesse per i boccioli, di attenzione per le foglie da potare, di cura per le piante da travasare. E' che da donna civilizzata quale stavo diventando, iniziavo a sentire il bisogno di spremere la vita a due mani. E’ che ai fiori iniziavo a preferire i frutti. E forse non era neppure questo grande male.
C’è un pianta sul mio balcone. Non la innaffio più, ogni tanto tolgo le foglie secche e i mozziconi di sigaretta che spegne mia sorella nel vaso. Eppure, oggi, su quella pianta così tanto trascurata da essermi quasi estranea, sono sbocciati quattro fiori bianchi. Sono perfetti e neppure con tutte le cure del mondo avrei potuto renderli più belli. Da donna civilizzata mi stupisce un po’ questa cosa che da una pianta abbandonata possa fiorire tanta bellezza. Ma è la natura questa, no? E l’uomo civilizzato, sui suoi processi, conta poco più di niente.

 
 
 

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Post n°334 pubblicato il 24 Maggio 2011 da RedLilith77

Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, giro la chiave nella toppa e dico “buonasera”. Lo dico a voce alta e scandendo bene le lettere, anche se il bilocale è vuoto. Saluto la casa, in verità, ed è necessario che la casa mi senta. In un certo senso, mi rassicura l'idea che il tetto che mi protegge abbia una specie di identità, un abbozzo di anima a cui rendere il saluto.
Quando la sera torno a casa dopo il lavoro, apro il frigorifero che è quasi completamente vuoto, prendo la bottiglia di succo di pompelmo, ma ce n’è solo un dito. Lo yogurt è scaduto da oltre due settimane, le fragole sembrano ricoperte da una strana patina verde. Ci sono tre patate nel cesto delle verdure, ma sono aggrinzite e con le radici. Magari, se fossi uscita un po’ prima dall’ufficio, avrei potuto fare un po’ di spesa. Mi chiedo se non sia rimasta intrappolata anch'io nella ragnatela del consumismo. Magari, sono come quel tipo che tutte le sere mangia il panino del Mcdonald seduto sulla panchina della stazione. Forse anche lui ha un frigo vuoto in una casa vuota ed è uscito tardi dall’ufficio.
Accendo la TV, ma Mentana ha finito di parlare già da un pezzo. Anche il tubo catodico quando torno a casa la sera è vuoto. O se non è vuoto, è pieno di politici che dicono cazzate. Che poi, in termini qualitativi, è lo stesso.
I Ferrero Rocher che mi ha regalato mio padre per il compleanno li ho messi In bella mostra sul tavolino dell’Ikea, ma sono quasi sciolti. Chissà perché conservo più di quanto consumo. Questa idea di accumulare cadaveri un po’ mi inquieta. Apro il secchio della spazzatura e ci butto dentro le fragole ammuffite, le patate con le radici e i cioccolatini sciolti. Nella secchio della plastica ci butto la bottiglia di succo di pompelmo e il vasetto vuoto dello yogurt. Vorrei buttarci dentro anche la TV con la Santanchè che urla l’ennesima stronzata. Tanto è di plastica anche lei. Ma quella non ci sta dentro il secchio della spazzatura e comunque di certi relitti non ci si libera come di un rifiuto qualunque. Sarebbe bello, però, se si potesse buttare i politici marci insieme alle fragole con la muffa. E non farei neppure la differenziata.

 
 
 

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Post n°333 pubblicato il 23 Maggio 2011 da RedLilith77

Mi spogliavo e mi sentivo leggera. Avrei continuato a spogliarmi, se fosse stato possibile. Mi piaceva la luce forestiera di quella stanza, l'odore da vecchia che emanava mia madre. Mi sarei sfilata la pelle come un cappotto e l'avrei appesa alla stampella. A scuola ci insegnano che abbiamo quattrocento muscoli. Me li sarei tolti uno per uno come i fazzoletti sporchi dentro alle tasche. E le ossa? Sono un po' di meno e nel corso della vita alcune si uniscono, ma sono tante lo stesso. Solo nel piede ce ne stanno cinquantadue. E io le avrei messe in un secchio al lato del letto. Anche le vene, le avrei tirate via, raggomitolate e messe in un cassetto. E poi la stanchezza che mi pesava come un maglione e tutti i pensieri che c'avevo addosso li avrei sbrogliati e appoggiati per terra. Mia madre si sarebbe svegliata prima dell'alba, avrebbe fatto il bucato. Lei è capace di lavare ogni cosa. Mia madre ha una grande pazienza. Sa quali colori possono essere messi insieme nello stesso cestello, conosce la giusta temperatura, quando evitare la centrifuga, come usare la varechina e l'ammorbidente, come stendere i panni per dargli la piega e non farli scolorire mentre asciugano al sole. Sarebbe suonata la sveglia, mi sarei alzata dal letto tornando a indossare ogni cosa. Le ossa sbiancate che odorano di lavanda, i muscoli morbidi come una sciarpa di cachemire, le vene lucide e il sangue di un rosso che non ha stinto per niente, ma anzi ha ripreso il colore di quando era nuovo, la pelle smacchiata e ben tesa su tutto il corpo, senza neanche una piega sbagliata ... Sarei scesa dal letto e prima di infilare le scarpe e i vestiti avrei controllato bene di aver rimesso ogni cosa al suo posto. Tutta la vita con tutti i suoi pezzi lavati, asciugati e stirati. L'odio e le unghie, la memoria e i capelli, la paura e la lingua, i denti e la rabbia, la coscienza pulita e profumata di buono.

(Ascanio Celestini - Lotta di Classe)

 
 
 

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Post n°332 pubblicato il 11 Maggio 2011 da RedLilith77

Questa mattina, allo specchio, ho visto un profilo che mi era estraneo. Era duro, come certe terre brulle del sud, scarno come certe case di calce arse dal sole e ricoperte d’edera. Molto simile al profilo di mia madre che ricordo di aver visto in una vecchia foto in bianco e nero. Qualcuno ha detto che il primo sintomo della vecchia è che si comincia ad assomigliare alla propria madre. Soltanto pochi giorni fa, mia madre mi aveva confessato di sentire il suo tempo ormai alla fine. Mi aveva pregato, come si fa per chiedere grazia, di sposarmi presto, con un giovane serio e farci un paio di figli. Le avevo risposto con indifferenza di essere ancora troppo giovane per pensarci seriamente. Davanti allo specchio, rifletto su questa idea flessibile del tempo. Se mia madre mi facesse oggi quella stessa domanda, le direi che oramai, per me, non è più tempo, che da troppo giovane che ero sono diventata, ormai, troppo vecchia.

 
 
 

Giornate fiorite

Post n°331 pubblicato il 06 Maggio 2011 da RedLilith77

E’ quasi sera, giù per strada c'è il caos, è maggio, ma fa ancora freddo, gli IGM sono alti, ma tutto il resto è a posto, ho sbagliato a prenotare l’aereo, il mio conto è quasi in rosso, ho mal di testa, subisco i postumi di una settimana disintossicante senza alcol e senza grassi, la virtù non è il mio forte, mi rende più acida di una zitella incarognita. A lavoro si prospettano importanti cambiamenti, nessun accenno ai soldi. Procedo a fatica su corso Vittorio, con la testa che pende da un lato a causa dai pensieri e le gambe che vanno da sole nello sforzo di raggiungere casa. Vorrei fermarmi in un’enoteca e scolarmi gli ultimi dieci euro che sono rimasti nel portafoglio. Due vecchie accennano ad una festa di paese, capisco che domani si festeggia il Patrono, un buon motivo per lasciar perdere il mio programma alcolico e usare i miei dieci euro per un treno che mi porti via da qui. Certe giornate hanno il profumo delle gardenie appena fiorite. Certe altre puzzano di crisantemi lasciati nell’acqua stantia a imputridire.

 
 
 

Al microscopio

Post n°330 pubblicato il 05 Maggio 2011 da RedLilith77

Stavo leggendo Copote, quando mia sorella Clara rientrò a casa da lavoro. Posò l’ombrello sul pianerottolo, si tolse le scarpe bagnate ed entrò in cucina mentre puliva le lenti degli occhiali. Le chiesi se aveva avuto una giornata pesante, mi disse di si. Seduta comodamente sul divano, le gambe accavallate con eleganza, iniziò a guardarsi intorno. Prese nota del rum sul tavolo, di quanto ce ne fosse ancora nella bottiglia, dei mozziconi spenti nel portacenere. Cercai di nascondere con il piede le mutadine che avevo lasciato a terra, ma non ci riuscii. Credo che passare in rassegna le cose fuori posto della mia vita, fosse per Clara non solo un hobby, ma anche un modo per adempiere al suo ruolo di sorella maggiore.
Clara lavorava in un laboratorio di analisi e immagino avesse sviluppato una certa propensione allo studio di cose e persone attraverso il microscopio. Era abilissima. Una volta notò del cioccolato nella dispensa, ne dedusse che avevo litigato con Armando. Ed era vero.

 
 
 

Voglio scrivere, quindi leggo.

Post n°329 pubblicato il 03 Maggio 2011 da RedLilith77

Federico, mio nipote, ha letto qualche pagina del mio vecchio blog. Dice che ho una buona penna, che dovrei pensare di scrivere un libro e che con un po' di fortuna e molto allenamento, un giorno, potrei anche diventare una scrittrice di successo. Beh, di sicuro mio nipote o legge poco o è fuori di testa. Mi sono scompisciata dalle risate e gli ho detto che per scrivere storie mi manca l’attitudine e che comunque non ho di queste velleità.  

L’altro giorno, però, lusingata da quelle parole, ho aperto una pagina di word con l'intenzione di scrivere il mio primo racconto. Sono rimasta così, rigida come uno stoccafisso, con una tazza di caffè nella mano sinistra ed un pasticciotto ai pinoli nella mano destra. Dopo qualche minuto ho avuto l’illuminazione. Ho indossato un paio di jeans vecchi e sono andata nella libreria sotto casa, quella di fronte al negozio di abbigliamento vintage. Un negozietto un po’ malmesso, con gli scaffali pieni di polvere e mangiati dai tarli. Un posto frequentato dai professori universitari in cerca di edizioni introvabili. Ho fatto un giro tra i corridoi strettissimi, ed ho iniziato a prendere certi libri che ho sempre voluto leggere ma, che per pigrizia non ho mai comprato. Dopo circa 45 minuti, mi sono avvicinata alla cassa con una pila di volumi così lunga che mi copriva gli occhi. Ho posato la pila sul bancone e l’ho passata alla persona che era alla cassa, una donna anziana, con i capelli grigi e lunghi raccolti in una treccia. La vecchia mi ha guardata un po’ perplessa e poi, quasi distrattamente, mentre batteva lo scontrino, mi ha detto: - che ci fa con tutti questi libri?

- Voglio scrivere un racconto.

- E questi a cosa le servono?

- Beh, dovrò pur sapere cosa hanno scritto gli altri, no?

- Ed ha intenzione di leggerli tutti?

- Si, e quando li avrò letti verrò a comprarne altri, finchè non avrò letto tutto ciò che è stato scritto.

- Non ce la farà mai, lei è pazza.

- E allora vorrà dire che non scriverò mai un libro.

Sembrava, quasi persuasa dai miei discorsi, poi, aggrottando un po’ le sopracciglia mi ha detto:

- Fortuna che la maggior parte degli scrittori moderni scrive libri senza leggere, altrimenti noi poveri librai faremmo la fame.

 
 
 

Tipa da scoglio. Ma anche no.

Post n°328 pubblicato il 02 Maggio 2011 da RedLilith77

Mi ero riproposta di raggiungere Veronica a Savelletri, questo week end. Avremmo fatto chiacchiere piccanti da vecchie amiche, giocato a burraco tutta la notte e, tempo permettendo, avremmo preso un po’ di sole.
Ricordo ancora quell’estate di tanti anni fa, quando incontrai per la prima volta quel suo strano mare. “Ti porto sugli scogli” mi aveva detto Veronica. Ma io non ero esattamente "una tipa da scoglio". Il mio habitat naturale è sempre stato quello delle lunghe spiagge dello Jonio, prive di asperità e di trabocchetti. E tuttavia, l’idea di tuffarmi dagli scogli mi provocò una strana eccitazione.
Ricordo che per raggiungere lo “scoglio grande”, come lo chiamava Veronica, camminammo sotto un sole caldo ma (ancora) piacevole, scavalcammo un muretto a secco cotto dal sole e rivestito di cacche d'uccello, percorremmo pochi metri a piedi nudi sugli scogli. Pochi metri, ma sufficienti a scorticare i miei poveri piedi, evidentemente non abituati alla ruvidità delle pietre.
Ricordo ancora l’odore del mare che inebetiva i sensi, gli schizzi di acqua fredda sulla pelle caldissima, le urla dei pescatori che martellavano la testa. Ricordo soprattutto che quando mi tuffai in quell’acqua nera come la pece e non riuscii a toccare il fondo, ebbi paura. Ricordo che desiderai fuggire, rifugiarmi nel mio Jonio, monotono, ma silenzioso, afoso, ma privo di pericoli. Ricordo bene che quello scoglio era uno strano posto, e che forse non era il mio. Poco più in là c'era una piccola baia, “la caletta”, come la chiamava Veronica, frequentata soprattutto da anziani e da bambini, come mi disse poi. Era piccola, si, ma la trovai bellissima, regina incontrastata di tutte le calette. Gli scogli facevano da corona alla spiaggia, incorniciando di rudezza la dolcezza di quella distesa di sabbia. Non so perché mi è tornata alla memoria quella giornata. Fatto sta che nel week ha piovuto ed ho dovuto rinunciare ai miei propositi. In compenso, però, ho letto “La confraternita dell’uva”. Non c’entra niente, ma lo consiglio.

 
 
 

Sorridendo al Perini

Post n°327 pubblicato il 29 Aprile 2011 da RedLilith77

Oggi l’aria è tiepida, ti solletica il naso con i suoi pollini. Bari, in primavera, riflette una luce morbida. Sembra bella. Sembra più bella di quanto, forse, non sia davvero. Il Perini è pieno come sempre, ma il panino alle verdure mi fa troppa gola per tornare indietro. Ci sediamo ai tavolini esterni e magari riesco anche a respirare un po’ di brezza di mare. Quella che sa di sale, si, ma anche di alghe essiccate al sole e di pesce appena pescato. Alice mi parla, quieta, come un’onda che si allunga sulla battigia e penso che nessuno ha la capacità che ha lei di trasmettere pace. Martina ride e risponde a gran voce, sguaiata e sincera come sempre. Ascolto, parlo, mangio e non sempre in questo stesso ordine. Sarà il sole. Sarà l’aria di mare. Sarà che il panino è buono come lo ricordavo. Ma credo di avere un sorriso a metà tra Monnalisa ed un indiano che ha appena fumato il suo peyote. Dopo qualche secondo di riflessione e silenzio Alice mi dice: “Sei solare, Monia, sei serena. Penso che Armando ti stia facendo un gran bene”. Non ti ho risposto, Alice, ho abbassato un po’ lo sguardo ed ho sorriso. Però avrei voluto dirle: “Sarà vero, Alice, se lo vedi. O forse sarà la luce morbida di questa primavera che rende le cose ancora più radiose".
Mangio il mio panino alle verdure. E intanto penso che sarebbe bello se qualcuno, guardando gli occhi di Armando, riuscisse a vedere la mia stessa luce.

 
 
 

C'est ça

Post n°326 pubblicato il 27 Aprile 2011 da RedLilith77

Mi sono accorta che casetta è un totale casino e che avrei bisogno di una settimana per ridarle un'aria appena vivibile. E’ che quando torno a casa, la sera, la trovo desolantemente vuota. E allora, arruffo il letto, dissemino vestiti sul pavimento… giusto per creare un po’ di folklore.
E poi c’è il mio amico Carlo, che oggi compie gli anni e si è pentito di aver chiesto ad Alessia, la morosa, di andare a vivere con lui. E' successo che Carlo, che prima viveva in una stanza in affitto, ed Alessia, che abitava con i suoi vecchi, cercavano entrambi una nuova sistemazione. Ed è arrivata l’occasione buona: un grande appartamento in pieno centro, che se ti affacci dalla cucina vedi il mare e se ti sporgi  dalla finestra della camera da letto ti trovi di testa nel teatro grande. E allora, perché no?, si è detto Carlo. Tanto vale chiedere ad Alessia di andare a vivere insieme e dividere le spese. Chè c’è la crisi e gli affitti sono alti e two is better that one. Vabbè, non fa una piega. Solo, però, che con-vivere con la morosa non è come con-dividere l’appartamento con il collega: e gli umori, e gli ormoni, e le pretese, e le incomprensioni. E poi la differenza è nelle parole: nel primo caso unisci le vite, nel secondo dividi tetto e costi.
Carlo dice che era meglio al tempo dei suoi nonni, quando uomo e donna avevano compiti precisi, quando era  l’uomo che guadagnava la pagnotta mentre la donna affermava, orgogliosa, che suo marito non sa neppure dove sono riposte le forchette. Gli ho detto che lui è un po’come suo nonno, ma che Alessia è una donna moderna ed emancipata.  Carlo, mi ha guardata un po’ perplesso e mi ha detto, sorridendo, che la sua donna ideale, effettivamente, è la sua nonna. 
Carlo ormai si
è convinto che uomo e donna non sono fatti per stare sotto lo stesso tetto. Non so se abbia ragione oppure no. Però stasera guarderò la mia casetta vuota e scompigliata e la coccolerò un po’. C’est ça.

 
 
 

Cuore bianco di alabastro

Post n°325 pubblicato il 29 Marzo 2011 da RedLilith77

E’ un giorno d’autunno, lo vedi dalla pioggia. Cade obliqua sulla finestra che dà sul giardino. La luce del lampione è ancora gialla. Illumina la strada di seppia.
Se ci fossi, potremmo passeggiare nel giardino in penombra. Sarebbe un ritratto di altri tempi.

 
 
 

*

Post n°324 pubblicato il 28 Marzo 2011 da RedLilith77

Sabato mattina.

In quei due giorni è sempre festa. Basta svegliarsi al mattino e togliersi le coperte di dosso per ridere come matti, e girare nudi per casa, e farci male per scherzo, e tutto è così giocoso e leggero, specialmente di sera, quando siamo stanchi morti, e ce ne stiamo accovacciati sul divano come due gatti assonnati, e troviamo ancora di che ridere e farci bene.

Domenica sera.

Non sopporto i distacchi grevi mascherati da frivoli “arrivederci”. Non sopporto i miei occhi nascosti da occhiali scuri, non sopporto questo ghigno che di giocoso non ha più niente.
Scusa se mi tradisco, scusa il mio malumore, scusa per lo sguardo arrabbiato. Ho truccato gli occhi per l’occasione e, forse, non è stata una buona idea.
Mi incolonno come una formica con decine di altre formiche viaggiatrici della domenica. Mi siedo e leggo un po’. Che male mi potrà mai fare...

 
 
 

E chissà la nube di domani cosa porterà.

Post n°323 pubblicato il 23 Marzo 2011 da RedLilith77

Alla finestra, un po’ per vezzo, studio le necessità di chi passa e, per necessità mia, ne codifico i processi. Come se la mia sete trovasse sfogo nell’aranciata bevuta dal ragazzo giù nel parco. Come se il mio corpo si forgiasse al contatto tra quei due mocciosi che si salutano all'angolo della strada. Come se esistere fosse improbabile senza ascoltare il brusio di quei vecchi che maledicono, di sotto, questa primavera che non arriva.
E chissà che estate torrida.
E chissà la nube di domani cosa porterà.

 
 
 

Come un orcio colmo d'olio

Post n°322 pubblicato il 22 Marzo 2011 da RedLilith77

Si legge troppo, non si scrive più abbastanza.
Come un orcio colmo d’olio.
Mi riempio, ma non mi svuoto più.

 

 

 
 
 

Un posto che sappia di me

Post n°321 pubblicato il 08 Marzo 2011 da RedLilith77

Di un posto in cui tornare, ho bisogno. Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni. Che anche quando sono altrove resti lì, ad aspettarmi. Anche adesso, che ho di nuovo voglio di scappare e diventa sempre più difficile starci bene.

 

 
 
 

Libero Pensiero

Post n°320 pubblicato il 01 Febbraio 2011 da RedLilith77

[Intervista immaginaria]

- Secondo lei, Mister B. è un puttaniere o un benefattore?

- Un protettore.

 

 
 
 

Appunti

Post n°319 pubblicato il 25 Gennaio 2011 da RedLilith77

Mi manca il tempo
per pensare
di notte.

 

 
 
 

19 gennaio. E non cambia niente.

Post n°318 pubblicato il 19 Gennaio 2011 da RedLilith77

Sfoglio internet, ascolto Bjork e sorseggio il mio tè verde. Leggo e resto a distanza. Sghignazzo appena, con quel ghigno amaro che sembra quasi una paresi. Non partecipo più. Congelo il giudizio per domani, lo stipo sullo scaffale alto, quello pieno di polvere e di niente. Sfoglio controvoglia, quanto basta per guardare ciò che gira intorno, comprendere che ci si muove tanto e che non cambia niente. "E sembra che qui nulla si muova, né mai si sia mosso, né mai si muoverà"*. Salvo il mio labbro superiore, che si flette ancora sotto il peso di certi ghigni dal sapore amaro.

 

* Samuel Beckett

 
 
 

I giorni neri del calendario

Post n°317 pubblicato il 14 Gennaio 2011 da RedLilith77

Prima di cominciare a scrivere, mi sfioro le braccia. Che è come abbracciare Te.

Dicono che ho il sorriso triste. Forse perché c’è un sole tiepido che non riscalda, o perché la luce è fuori e rimbalza sui vetri frenati dalle inferriate. E’ che quando la vita pulsa, la sento guizzare veloce come un pesce sulla rena e s’agita in battiti che si rincorrono, separando ciò che è da ciò che è stato. Dicono che ho gli occhi tristi. E' che ricordano con ingordigia i giorni che ho alle spalle e che non sono più. Mi accade in questi momenti, di ripercorrere l’autostrada che taglia i monti, sentire la neve che si posa sul mio berretto di lana, incantarmi al luccichio di una carta di cioccolata. Chissà se è ancora incastrate tra quelle pietre.
Dicono che le cose passano e che poi ritornano. Come le stagioni. E che ritornerò a ripercorrere le stesse strade e a calpestare la stessa terra e non solo nei ricordi. Ritornare. Tipo in quel castello arroccato sull’altura, o in quel bosco pieno di funghi che non ho colto, o su quel sentiero che porta al San Bernardo e che ho percorso assieme a Te.
Dicono che a volte scrivere è come lasciarsi bagnare dalla pioggia. Dicono che la malinconia è passeggera, come le nuvole quando è estate. Io so che come una stagione, va. E che quindi poi torna, che poi inaspettatamente ti riscalda e poi ancora ti abbandona.
Preparo una tazza di tè bollente e traccio un’altra asticella sul calendario. Dicono che dovrei pensare a domani per non sentire il peso di un oggi che non passa. Ma ci sono giorni che vanno vissuti per ciò che sono: attimi che suggeriscono il sentimento della mancanza, giorni di attesa. Importanti come quelli che ho cerchiato in rosso sul calendario.

 

 
 
 

Vado a fare quattro passi

Post n°316 pubblicato il 13 Gennaio 2011 da RedLilith77

Vado a fare quattro passi e mi rilasso. La solita lucertola che si distende al sole. Da te è inverno ancora, qui è già primavera. E la distanza tra il Tuo posto ed il mio è nei gradi molto più che nei chilometri.
Continuo ad avere piedi e mani gelidi. Proteggimi dal freddo: mi basterebbe questo, ora.
Tra un’impronta e un'altra disegno iperboli grandiose e capisco che le gambe si muovono al mio posto. E' un incedere meccanico che conduce in nessun dove, mentre sento quel riflesso familiare di neve e di passi, così lontani dai questi miei, così vicini alle tue coordinate. Questa notte ho rispolverato Einaudi. Così, per cacciare questo gelo che non è solamente fisico, per placare questa insonnia che non è solo fermento dei sensi.
Sparisce il freddo, qualcuno se lo prende. Spariscono le impronte, forse ne sentirò la mancanza più avanti. Vado a fare altri quattro passi. Proteggimi dal freddo per quest’altro inverno.

 

 
 
 
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