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LA PRIGIONIA DI MIO PADRE, INTERNATO MILITARE

Post n°137 pubblicato il 13 Maggio 2010 da reticolatistorici
 

di Gianmario Moggia

 

                                                                                                       L'ARRESTO e LA PRIGIONIA 

Alla dichiarazione dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943, si trovava ricoverato per la malaria nell’Ospedale di Nauplia, e i tedeschi, fino a quel momento alleati, iniziarono a catturare come prigionieri di guerra i soldati italiani sparsi sul fronte balcanico, che da quel momento vennero ritenuti  “badogliani”e quindi traditori. Presero anche Nino e lo caricarono, insieme ad altri sfortunati, su un vagone piombato con destinazione Kapfenberg, nei pressi di Graz, in Austria, la nazione annessa nel 1938 e facente parte a tutti gli effetti del 3° Reich.  Inutile parlare del trattamento al quale questi prigionieri erano sottoposti! Basti pensare che italiani e russi erano i più maltrattati: oltre a lavorare duramente 12 ore al giorno, ricevevano un rancio a base di rape bollite, che col passare dei giorni divenivano nauseanti, ed una piccolissima fetta di pane nero con un filo sottilissimo di margarina.

In realtà, la vita malsana, il duro lavoro, le vessazioni, il dormire in baracche umide e fredde, specialmente d’inverno, il mangiare scarso avevano indebolito Nino fisicamente riducendolo piuttosto male. Ci fu un momento, durante la prigionia, che i fascisti italiani si presentarono al campo facendo propaganda e dicendo che, chi voleva, poteva arruolarsi nelle brigate nere della Repubblica Sociale di Salò, e così avrebbe potuto rientrare in Italia con la prospettiva di una paga abbastanza buona.

Alcuni accettarono, molti altri no, e Nino fu tra questi ultimi. Coloro che si staccarono dal gruppo ed accettarono le proposte e le lusinghe del regime, vennero etichettati dal resto dei prigionieri ribelli, al grido di “fascisti !”. Nino pensava “se il mio destino è quello di essere prigioniero, ebbene a quel destino voglio andare incontro…Quando la guerra finirà, se sarò stato fortunato, tornerò a casa, in caso contrario, pace, vorrà dire che doveva andare così”.

 

DA IMI A "LAVORATORI VOLONTARI" e I BOMBARDAMENTI CON FIDUCIA NELLA FINE

Un atteggiamento alquanto fatalista il suo, ma dentro di sé faceva di tutto per non lasciarsi abbattere, per resistere, perché, nonostante tutto, il sentore che la fine della guerra era ormai vicina, non era più un’illusione.

A questo punto va sottolineato il fatto che i tedeschi, accusati dal resto del mondo di maltrattare e sfruttare i prigionieri di guerra, decisero di trasformarli in lavoratori volontari. L’unica differenza con i veri volontari, e ce ne furono tanti in quegli anni che andarono in Germania a lavorare, era che questi, oltre ad essere pagati, erano abbastanza liberi, mentre i prigionieri continuavano, nei fatti, ad essere tali e quindi erano sfruttati e maltrattati a tutti gli effetti.

Dopo lo sbarco in Normandia, e successivamente in Sicilia, gli Alleati iniziarono a bombardare massicciamente, con le loro fortezze volanti, il territorio germanico. Il ricordo di quei bombardamenti a tappeto ciclici, si è vividamente fissato nella mente di Nino. Al rombo, dapprima sordo in lontananza, poi sempre più vicino e assordante, degli apparecchi che si avvicinavano al campo, i tedeschi fuggivano nei loro bunker e lasciavano ai pezzi della contraerea dei ragazzi, che verso la fine del conflitto erano spesso dei quindicenni, che piangevano di disperazione e di paura. I prigionieri uscivano dalle baracche per trovare scampo correndo nel campo all’interno del lager. Infine si udiva il deflagrare delle bombe sulla fabbrica, obiettivo degli alleati per piegare la resistenza tedesca.

Praticamente tutti i giorni era così. Tuttavia, se da un lato tutto ciò poteva preannunciare la possibile ed imminente fine della guerra, dall’altro accresceva l’angoscia per il timore che tutto potesse finire sotto un bombardamento alleato.

 
 
 
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