Creato da lauro_58 il 10/11/2006

Next 2.0

A volte ho vinto, molto più spesso ho perso. Cammino tra le strade della speranza senza ripari. E se inizia a piovere, mi fermo e guardo attorno. Poi alzo il bavero del cappotto, accendo una bionda e ricomincio a camminare.

 

 

Bar B.Q.

Post n°335 pubblicato il 16 Gennaio 2014 da lauro_58

bbq

C’è un vortice di polvere fuori e c’è vento che avvolge come un panno gelido. Le raffiche irregolari scompigliano le chiome degli alberi e terrorizzano l’erba. Se non stessi aspettando il mio caffè, potrei dire d’essere di fronte a un quadro naif, pieno di segni parziali composti da colori spalmati con pennelli  dalle setole sdentate e di strisce irregolari posate una dopo l’altra con cosciente pazzia. Non fosse una istantanea visiva d’emozioni raccontate al cuore, potrebbe essere la scena d’una tempesta totale, completa d’occhi ciechi, teste calve, bocche asciutte, cuori secchi e passanti opachi. Una di quelle che ogni tanto monta nel mio petto, scoppia nella testa e si dissolve negli occhi.
“Ecco il suo caffè Dottore.”

“Grazie Franchino.”

Ha vinto lui! Franco continua a chiamarmi così, anche se "non sono dottore …” glielo avrò detto mille volte. Ma è stato come parlare al vento. Alla fine mi sono arreso e ho lasciato perdere.
“Speriamo il caffè sia buono. Stamattina sono nato sbagliato, ogni tanto mi capita.”
  La prima volta che me l’ha detto, glielo ho fatto notare.“Sei nato stamattina Franchino?”
“Nasco ogni mattina Dottore, mi piace pensare così.”

Il fatto è che sognare ad occhi aperti è un buon motivo per vivere in branco e tra sognatori ci si intende senza troppi giri di parole. Innamorarsi di un bagno e farsi scaricare dal cesso, pisciare ubriachi e scambiare due parole con le piastrelle. Senza scavarci troppo intorno, il concetto è che è più facile fare finta di niente, perché tutto è sempre più o meno niente.
E perché niente è singolare, come la verità.  Per quanto ci si possa impegnare a inventare bugie per insidiarla, non c’è niente da fare; la verità è una sola. Per questo è singolare e la bugia è plurale.
“Franchino!”
“Mi dica Dottore.”
“E’ già zuccherato?”

“Uno e mezzo e schiumato. Come al solito.”

Sarebbe bello entrare nella schiuma del caffè, sciogliersi nel  giro di un sorso e abbandonarsi al calore della saliva. Sarebbe bello come slacciarsi la pelle per cancellarne l’odore o spegnere il gelo per abbandonarsi al vortice, quando serve. La differenza che c’è tra desiderio e realtà è la stessa che c’è tra spirito e olio. Alla fine uno lascia una traccia e l’altro no.

Ecco; qui da Franchino le differenze appaiono, ma sono apparenti. Io non sono dottore, lui non è barista e l’insegna che illumina l’entrata del locale non è una grigliata. Si legge barbecue, ma si scrive Bar B.Q.

 
 
 

Duemilatredici

Post n°334 pubblicato il 31 Dicembre 2013 da lauro_58

E’ stato un anno pieno di cambiamenti, eppure convalescente, parziale, barricato dietro un planning di tentativi, alcuni andati a buon fine altri meno. Come sempre d’altronde e come sempre per chi non cerca scorciatoie, tagliare molto e conservare poco è essenziale per non cedere il passo all’idea che la vita sia sinonimo di rinunce. E’ l’unico modo per sfuggire all’immobilismo. Hai presente un basso a cui le note che produce sembrano un’occasione d’armonia sprecata e cerca sempre una nuova croma o un nuovo diesis, per una melodia migliore? Oppure un runner che ama la strada perché non ti chiede nulla di più di ciò che puoi dare? Esiste qualcosa di consolatorio che ti aiuta in certi momenti, una specie di overdose di vita che ti spari quando stai per arrenderti e cedere i diritti alla notte. Spostare i tuoi limiti un po’ più in la. A volte funziona sai, funziona! Anche davanti a quella specie di falò per puttane infreddolite che finge di scaldarti e invece ti accerchia con i suoi papponi di merda. Bisogna solo capire che nella vita, gli inizi, non contano un cazzo. Conta la restanza, come dice J. Derrida e partecipare alla gang-bang del presente, sperando di conservare un pò di passato, meritarsi un briciolo di futuro e intanto spostare i propri limiti un po’ più avanti.

Buon

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a tutti.

 
 
 

Prugne

Post n°333 pubblicato il 29 Novembre 2013 da lauro_58

 

Quando perdo qualcosa che non riesco a sostituire, quando faccio del mio meglio e alla luce dei fatti non è nulla, quando ottengo quello che voglio ma non è quello di cui ho bisogno, vorrei solo che la proiezione mentale non esista. Che un bacio sia un bacio, un abbraccio sia un abbraccio, una carezza solo una carezza e che le prugne siano prugne. Ho iniziato a costruire la mia casa sotto un albero di prugne, con pavimenti in cotto, muri e davanzali, tavoli, sedie, polvere e tutto quello che c’è dietro un bacio. Un posto dove non ero mai solo e per questo mi sentivo bene. C’era un albero, un albero vecchio, con i rami cuciti di marrone, le foglie legate di verde ed i frutti appesi di rosso. La terra si alzava fino alle ginocchia, perché potessi sentirne il profumo e vedere come sarebbe stato il tempo. Succedeva tutte le volte che volevo. E ho costruito casa. E ho comprato un vaso. E ho colto le prugne. E  quando il tempo diventa polvere e le sporca, le pulisco. Ci tengo siano rosse e lucide. Come il cuore, come gli occhi, come quando perdo qualcosa e cerco di rotrovarlo.

 

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Cronachae xyz

Post n°332 pubblicato il 05 Novembre 2013 da lauro_58

 

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… c'è questo silenzio che mette a disagio; sembra che gli oggetti aspettino uno scampolo d’attenzione e scegliere cosa guardare sembra più una rinuncia, una sorta d’ingiustizia. Come se puntare l’interesse su qualcosa equivalga ad uccidere qualcos’altro creando zone di vuoto o uragani, senza una soluzione di mezzo perché si esercita un limite non conoscendone le potenzialità. Certo, la parzialità è sempre il risultato di un limite, ma uno sguardo, un pensiero, un giudizio allora cosa sono?

Bisognerebbe cercare, cercare, senza fermarsi.

Giochi persi di bambini, mani tremanti di vecchi, malinconia di amori finiti, fallimenti di speranze tradite, il tutto dentro una sorta di svagatezza di fondo che è solo disorientamento tenuto a bada. Tutto tende verso una cosa sola; consolidare la realtà con una parvenza di pace, di equilibrio spirituale, bacio liquido di solitudine contaminata.

E’ quella specie di dinamico immobilismo, in cui tutto sembra immerso in un brodo solidificato e il presente glassato nel latte condensato, a fregarvi. Tutto fermo, tranne quella sensazione lontana. Una flebile voce che tocca i muri, come un decolteè tacco quindici passeggia sul cristallo. Parla di dannazione e di speranza insieme, prende ad esempio il fegato, lo mette nelle ciarle come se niente fosse e lo depura trasformandolo in cuore. Potrebbe essere l’ultimo atto di una scimmia impazzita, cavia da laboratorio attaccata alla catena. Oppure sublimazione d’innocenza, che ha la stessa dolcezza dei cuori raffigurati sulle cornici fatte in oratorio. In un caso o nell’altro sarebbe una perfetta diva. Fasciata in un collo d'ermellino e con un Bloody Mary in mano, magari, ma una perfetta diva.


Invece è un vagabondo, o un genio all’opera, oppure la puttana del paese, con il suo bastardo al guinzaglio. Una di quelle che gira con pantofole di velluto verde marino e le mani piene di chissà cosa. Una di quelle che piscia per strada fino a bagnarsi le gambe, poi tira su le collant e torna al suo lavoro. Ma tutti prima o poi chiudono gli occhi e cercano un po’ di silenzio.

Ecco!

E’ li che sono io.

 

 
 
 

Touche monsieur Jean-Michel!

Post n°331 pubblicato il 02 Novembre 2013 da lauro_58

Tra Jean-Michel e i suoi trentadue anni, passati ormai da un pezzo, c'era di mezzo quell'imprescindibile consapevolezza che nulla sarebbe potuto tornare ne cambiare ed è per questo che, se gli avessero chiesto il momento preciso in cui le cose, per lui, cambiarono definitivamente, avrebbe saputo rispondere con esattezza. Ormai poteva decidere in libertà e anche se questa potrebbe sembrare una grande conquista, a lui non sembrava un granché.

Per questo, ogni tanto, apriva quella specie di libro preferito che aveva in testa e rileggeva a modo suo i capitoli preferiti. Prese l’abito nero. Un mezzo tait d'alta sartoria e lo stese sul letto. Piallò con le mani una grinza sul pantalone che si era formata quando ce l'aveva sistemato sopra. Il giorno del matrimonio aveva fatto lo stesso. Tirò sù col naso il ricordo che affiorava e lo ricacciò in testa, prima che uscisse dagli occhi. Tornò indietro e aprì il comò. Prese la camicia bianca perfettamente conservata e raggiunse di nuovo il letto. La indossò. Alla cravatta regimental argento e nera fece un doppio nodo perfetto, sistemandola attorno al collo, sotto il colletto inamidato. Poi toccò ai gemelli, ovali con madreperla nera incastonati nell'argento. Quindi infilò i pantaloni, allacciando la cinta del matrimonio allo stesso buco di allora. Sorrise compiaciuto per il fatto, mentre apriva la giacca. La indossò con un leggero colpo di spalle, per farla cadere meglio, poi la abbottonò. I mocassini non erano più gli stessi, ma quelli che aveva ricomprato erano praticamente uguali. D'altronde anche lui non era più quello di una volta. Poteva andare! Rimase li a guardarsi per un pò, poi lentamente si spogliò rimettendo tutto in ordine, perfettamente piegato e sistemato a un lato del letto.

Si sedette sull'altro. Composto. Gambe distese e schiena dritta appoggiata sulla testiera. Prese un cuscino e lo mise dietro la testa. Non stava comodo e allora ne prese un altro, sistemandolo dietro le reni. Lisciò le pieghe della sopracoperta sulla parte del letto che una volta era di sua moglie. Più lontano il vestito sdraiato era perfetto. Afferrò la Desert Storm calibro 45 e se la infilò in bocca. Sbarrò gli occhi, allungò il collo e la allargò ancora un pò. Le guance e la lingua iniziarono a tremare e gli venne da vomitare. L'aveva spinta troppo in fondo. Se la sfilò, pulì la canna dalla saliva strofinandola con le mani e respirò profondamente. Tornò con la pistola nella bocca. Uno sbadiglio frantumò il gesto. Estrasse di nuovo l’arma per agevolarne la conclusione. Ne fece invece altri due in rapida successione, qualitativamente migliori e più rilassati del primo. Prese il cuscino da dietro la testa e lo scaraventò con violenza ai piedi del letto. Si sdraiò completamente facendo pendere la testa fuori dal bordo laterale più vicino del materasso. Buttò con rassegnazione l'altro cuscino vicino la porta finestra. Guardandoci attraverso, si poteva vedere Parigi, che accendeva progressivamente le sue stelle. Una per una. Come ogni sera. Come sempre. Come quando c'era Catherine, i figli non erano sposati e stavano tutti insieme a casa.  Come al Sei Nazioni che si giocò allo Stade de France. La nazionale vinse contro gli All Backs, otto a sette e il giovane esordiente Morgan Parra conquistò la sua prima touche.

 
 
 
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