ASCOLTA TUA MADRE

LE LACRIME DI UNA MADRE NON ASCOLTATA

 

FERMIAMO LA LEGGE CONTRO L'OMOFOBIA

 

TELEFONO VERDE "SOS VITA" 800813000

CHE COSA E' IL TELEFONO "SOS VITA"?
 
È un telefono “salva-vite”, che aspetta soltanto la tua chiamata. E' un telefono verde, come la speranza la telefonata non ti costa nulla,
Vuole salvare le mamme in difficoltà e, con loro, salvare la vita dei figli che ancora esse portano in grembo.
E quasi sempre ci riesce, perché con lui lavorano 250 Centri di aiuto alla vita.
 
Il Movimento per la vita lo ha pensato per te
 
Puoi parlare con questo telefono da qualsiasi luogo d’Italia: componi sempre lo stesso numero: 800813000.
 
Risponde un piccolo gruppo di persone di provata maturità e capacità, fortemente motivate e dotate di una consolidata esperienza di lavoro nei Centri di aiuto alla vita (Cav) e di una approfondita conoscenza delle strutture di sostegno a livello nazionale. La risposta, infatti, non è soltanto telefonica.
 
Questo telefono non ti dà soltanto ascolto, incoraggiamento, amicizia, ma attiva immediatamente un concreto sostegno di pronto intervento attraverso una rete di 250 Centri di aiuto alla vita e di oltre 260 Movimenti per la vita sparsi in tutta Italia.

 
DUE MINUTI PER LA VITA

Due minuti al giorno è il tempo che invitiamo ad offrire per aderire alla grande iniziativa di
preghiera per la vita nascente che si sta diffondendo in Italia dal 7 ottobre 2005 in
occasione della festa e sotto la protezione della Beata Vergine Maria, Regina del Santo Rosario.
Nella preghiera vengono ricordati ed affidati a Dio:
 i milioni di bambini uccisi nel mondo con l’aborto,
 le donne che hanno abortito e quelle che sono ancora in tempo per cambiare idea,
 i padri che hanno favorito o subito un aborto volontario o che attualmente si trovano accanto ad
una donna che sta pensando di abortire,
 i medici che praticano aborti ed il personale sanitario coinvolto, i farmacisti che vendono i
prodotti abortivi e tutti coloro che provocano la diffusione nella società della mentalità abortista,
 tutte le persone che, a qualsiasi livello, si spendono per la difesa della vita fin dal concepimento.
Le preghiere da recitarsi, secondo queste intenzioni, sono:
 Salve Regina,
 Preghiera finale della Lettera Enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II
 Angelo di Dio,
 Eterno riposo.
Il progetto è quello di trovare 150.000 persone, che ogni giorno recitino le preghiere. Il numero corrisponde a quello - leggermente approssimato per eccesso – degli aborti accertati che vengono compiuti ogni giorno nel mondo, senza poter conteggiare quelli clandestini e quelli avvenuti tramite pillola del giorno dopo. Per raggiungere tale obiettivo occorre l’aiuto generoso di tutti coloro che hanno a cuore la difesa della vita.

“Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale,
da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione,
da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente,
si elevi una supplica appassionata a Dio,
Creatore e amante della vita.”
(Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 100)

Ulteriori informazioni su: www.dueminutiperlavita.info
 

PREGHIERA A MARIA PER LA VITA GIOVANNI PAOLO II

O Maria, aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza, di anziani e malati uccisi dall'indifferenza o da una presunta pietà.
Fà che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà, la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Giovanni Paolo II


 

AREA PERSONALE

 

 

MESSAGGIO DEL SINODO: AMMIRAZIONE E GRATITUDINE PER LE FAMIGLIE CHE SEGUONO CRISTO VIA, VERITA' E VITA

Post n°9220 pubblicato il 18 Ottobre 2014 da diglilaverita
Foto di diglilaverita

Il Messaggio (che riportiamo in edizione integrale) è rivolto alle famiglie "ordinarie" e parla della bellezza dell'amore fra l'uomo e la donna. Poco o nullo lo spazio alle questioni dibattute sui media: la comunione ai risposati; le famiglie gay. Una preghiera al Padre, in unione "con la famiglia di Nazareth", che mostra la famiglia come cellula di trasformazione della società e del mondo.

Il Messaggio, discusso ieri e stamane, è stato presentato oggi nella Sala stampa del Vaticano dal card. Gianfranco Ravasi, frutto della collaborazione del porporato con rappresentanti dei diversi continenti.

Per la prima volta nella storia dei Sinodi, il Messaggio non contiene tutte le problematiche e discussioni, essendo prevista una Relazione del Sinodo, che sarà presentata stasera. Per questo il Messaggio di questa volta è breve ed ha carattere "di consolazione" e "di esortazione", come ha detto Ravasi.

Nella prima parte, di "consolazione", si enumerano i tanti problemi che le famiglie affrontano: l'indebolimento della fede, l'individualismo, le difficoltà della coppia, le nuove unioni, che creano "situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana".  A queste si aggiungono le sfide umane e sociali: figli disabili, degrado della vecchiaia, la morte, ma anche i problemi economici, le guerre, le fughe, le migrazioni.

A questa parte di "prove drammatiche" e di "oscurità", segue quella di "esortazione", più luminosa, che "brilla e riscalda corpi e anime". E qui, con toni poetici e biblici, si parla della grazia donata all'uomo e alla donna nell'innamoramento, nel fidanzamento, nelle nozze, nella fecondità, nella capacitò di generare ed educare alla fede, fino alla carità e alla missione delle famiglie nel mondo.

Il Messaggio termina con una preghiera rivolta "al Padre", in unione "con la famiglia di Nazareth", in cui attraverso l'invocazione si mostra la famiglia come il cuore del rinnovamento personale e di tutta la società.

Nei giorni scorsi, diversi interventi al Sinodo avevano sottolineato che le relazioni - e soprattutto i resoconti dei media - parlavano troppo dei problemi e di casi speciali (divorzio, coppie, risposate, unioni gay,...) e non tenevano in considerazione la vita della maggioranza delle famiglie. Il Messaggio sembra aver recepito questa critica diffondendosi sulla vita delle famiglie ordinarie, con le loro luci ed ombre, ma soprattutto piene della benedizione divina nell'incontro fra uomo e donna, fino a parla del dell'amore coniugale indissolubile come "uno dei miracoli più belli, benché sia anche il più comune".

Dei fiumi d'inchiostro gettati dai media rimangono due frasi: quella in cui si ricorda che "nella prima tappa del nostro cammino sinodale, abbiamo riflettuto sull'accompagnamento pastorale e sull'accesso ai sacramenti dei divorziati risposati" e quella (probabilmente riferita ai gay) in cui si dice che "Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta nell'accoglienza, senza escludere nessuno".

 
MESSAGGIO:
 
Noi Padri Sinodali riuniti a Roma intorno a Papa Francesco nell'Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, ci rivolgiamo a tutte le famiglie dei diversi continenti e in particolare a quelle che seguono Cristo Via, Verità e Vita. Manifestiamo la nostra ammirazione e gratitudine per la testimonianza quotidiana che offrite a noi e al mondo con la vostra fedeltà, la vostra fede, speranza, e amore.

Anche noi, pastori della Chiesa, siamo nati e cresciuti in una famiglia con le più diverse storie e vicende. Da sacerdoti e vescovi abbiamo incontrato e siamo vissuti accanto a famiglie che ci hanno narrato a parole e ci hanno mostrato in atti una lunga serie di splendori ma anche di fatiche.

La stessa preparazione di questa assemblea sinodale, a partire dalle risposte al questionario inviato alle Chiese di tutto il mondo, ci ha consentito di ascoltare la voce di tante esperienze familiari. Il nostro dialogo nei giorni del Sinodo ci ha poi reciprocamente arricchito, aiutandoci a guardare tutta la realtà viva e complessa in cui le famiglie vivono.

A voi presentiamo le parole di Cristo: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Come usava fare durante i suoi percorsi lungo le strade della Terra Santa, entrando nelle case dei villaggi, Gesù continua a passare anche oggi per le vie delle nostre città. Nelle vostre case si sperimentano luci ed ombre, sfide esaltanti, ma talora anche prove drammatiche. L'oscurità si fa ancora più fitta fino a diventare tenebra, quando si insinua nel cuore stesso della famiglia il male e il peccato.

C'è, innanzitutto, la grande sfida della fedeltà nell'amore coniugale. Indebolimento della fede e dei valori, individualismo, impoverimento delle relazioni, stress di una frenesia che ignora la riflessione segnano anche la vita familiare. Si assiste, così, a non poche crisi matrimoniali, affrontate spesso in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio. I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana.

Tra queste sfide vogliamo evocare anche la fatica della stessa esistenza. Pensiamo alla sofferenza che può apparire in un figlio diversamente abile, in una malattia grave, nel degrado neurologico della vecchiaia, nella morte di una persona cara. È ammirevole la fedeltà generosa di molte famiglie che vivono queste prove con coraggio, fede e amore, considerandole non come qualcosa che viene strappato o inflitto, ma come qualcosa che è a loro donato e che esse donano, vedendo Cristo sofferente in quelle carni malate.

Pensiamo alle difficoltà economiche causate da sistemi perversi, dal «feticismo del denaro e dalla dittatura di un'economia senza volto e senza scopo veramente umano» (Evangelii gaudium, 55), che umilia la dignità delle persone. Pensiamo al padre o alla madre disoccupati, impotenti di fronte alle necessità anche primarie della loro famiglia, e ai giovani che si trovano davanti a giornate vuote e senza attesa, e che possono diventare preda delle deviazioni nella droga o nella criminalità.

Pensiamo, pure, alla folla delle famiglie povere, a quelle che s'aggrappano a una barca per raggiungere una meta di sopravvivenza, alle famiglie profughe che senza speranza migrano nei deserti, a quelle perseguitate semplicemente per la loro fede e per i loro valori spirituali e umani, a quelle colpite dalla brutalità delle guerre e delle oppressioni. Pensiamo anche alle donne che subiscono violenza e vengono sottoposte allo sfruttamento, alla tratta delle persone, ai bambini e ragazzi vittime di abusi persino da parte di coloro che dovevano custodirli e farli crescere nella fiducia e ai membri di tante famiglie umiliate e in difficoltà. «La cultura del benessere ci anestetizza e [...] tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo» (Evangelii gaudium, 54). Facciamo appello ai governi e alle organizzazioni internazionali di promuovere i diritti della famiglia per il bene comune.

Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta nell'accoglienza, senza escludere nessuno. Siamo perciò grati ai pastori, fedeli e comunità pronti ad accompagnare e a farsi carico delle lacerazioni interiori e sociali delle coppie e delle famiglie.

* * *

C'è, però, anche la luce che a sera splende dietro le finestre nelle case delle città, nelle modeste residenze di periferia o nei villaggi e persino nelle capanne: essa brilla e riscalda corpi e anime. Questa luce, nella vicenda nuziale dei coniugi, si accende con l'incontro: è un dono, una grazia che si esprime - come dice la Genesi (2,18) - quando i due volti sono l'uno "di fronte" all'altro, in un "aiuto corrispondente", cioè pari e reciproco. L'amore dell'uomo e della donna ci insegna che ognuno dei due ha bisogno dell'altro per essere se stesso, pur rimanendo diverso dall'altro nella sua identità, che si apre e si rivela nel dono vicendevole. È ciò che esprime in modo suggestivo la donna del Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua... io sono del mio amato e mio amato e mio», (Ct 2,16; 6,3).

L'itinerario, perché questo incontro sia autentico, inizia col fidanzamento, tempo dell'attesa e della preparazione. Si attua in pienezza nel sacramento ove Dio pone il suo suggello, la sua presenza e la sua grazia. Questo cammino conosce anche la sessualità, la tenerezza, la bellezza, che perdurano anche oltre la vigoria e la freschezza giovanile. L'amore tende per sua natura ad essere per sempre, fino a dare la vita per la persona che si ama (cf. Gv 15,13). In questa luce l'amore coniugale, unico e indissolubile, persiste nonostante le tante difficoltà del limite umano; è uno dei miracoli più belli, benché sia anche il più comune.

Questo amore si diffonde attraverso la fecondità e la generatività, che non è solo procreazione, ma anche dono della vita divina nel battesimo, educazione e catechesi dei figli. È pure capacità di offrire vita, affetto, valori, un'esperienza possibile anche a chi non ha potuto generare. Le famiglie che vivono questa avventura luminosa diventano una testimonianza per tutti, in particolare per i giovani.

Durante questo cammino, che è talora un sentiero d'altura, con fatiche e cadute, si ha sempre la presenza e l'accompagnamento di Dio. La famiglia lo sperimenta nell'affetto e nel dialogo tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle. Poi lo vive nell'ascoltare insieme la Parola di Dio e nella preghiera comune, una piccola oasi dello spirito da creare per qualche momento ogni giorno. C'è quindi l'impegno quotidiano dell'educazione alla fede e alla vita buona e bella del Vangelo, alla santità. Questo compito è spesso condiviso ed esercitato con grande affetto e dedizione anche dai nonni e dalle nonne. Così la famiglia si presenta quale autentica Chiesa domestica, che si allarga alla famiglia delle famiglie che è la comunità ecclesiale. I coniugi cristiani sono poi chiamati a diventare maestri nella fede e nell'amore anche per le giovani coppie.

C'è, poi, un'altra espressione della comunione fraterna ed è quella della carità, del dono, della vicinanza agli ultimi, agli emarginati, ai poveri, alle persone sole, malate, straniere, alle altre famiglie in crisi, consapevoli della parola del Signore: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). È un dono di beni, di compagnia, di amore e di misericordia, e anche una testimonianza di verità, di luce, di senso della vita.

Il vertice che raccoglie e riassume tutti i fili della comunione con Dio e col prossimo è l'Eucaristia domenicale, quando con tutta la Chiesa la famiglia si siede alla mensa col Signore. Egli si dona a tutti noi, pellegrini nella storia verso la meta dell'incontro ultimo quando «Cristo sarà tutto in tutti» (Col 3,11). Per questo, nella prima tappa del nostro cammino sinodale, abbiamo riflettuto sull'accompagnamento pastorale e sull'accesso ai sacramenti dei divorziati risposati.

Noi Padri Sinodali vi chiediamo di camminare con noi verso il prossimo sinodo. Su di voi aleggia la presenza della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe nella loro modesta casa. Anche noi, unendoci alla Famiglia di Nazaret, eleviamo al Padre di tutti la nostra invocazione per le famiglie della terra:

Padre, dona a tutte le famiglie la presenza di sposi forti e saggi, che siano sorgente di una famiglia libera e unita.

Padre, dona ai genitori di avere una casa dove vivere in pace con la loro famiglia.

Padre, dona ai figli di essere segno di fiducia e di speranza e ai giovani il coraggio dell'impegno stabile e fedele.

Padre, dona a tutti di poter guadagnare il pane con le loro mani, di gustare la serenità dello spirito e di tener viva la fiaccola della fede anche nel tempo dell'oscurità.

Padre, dona a noi tutti di veder fiorire una Chiesa sempre più fedele e credibile, una città giusta e umana, un mondo che ami la verità, la giustizia e la misericordia.
 
Città del Vaticano (AsiaNews)

 

 
 
 

ANDARE O NO A CONVIVERE PRIMA DEL MATRIMONIO? LA CONFUSIONE DEI PADRI SINODALI...

Post n°9219 pubblicato il 17 Ottobre 2014 da diglilaverita
Foto di diglilaverita

Gabriella è una brava ragazza di parrocchia, che ha vissuto, fino a pochi giorni fa, un tormentato dilemma. Doveva decidere se aderire alla richiesta del suo ragazzo Guido di andare a convivere con lui.
La vicenda è divenuta un piccolo dramma familiare quando è stata esternata ai genitori, entrambi cattolici praticanti e membri di riferimento della loro comunità ecclesiale. Da qualche giorno Gabriella ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo. A rimuovere gli ultimi scrupoli morali per quella sua sofferta decisione ci ha pensato la Sala Stampa Vaticana. Non poteva credere alle proprie orecchie quando ha saputo che la Seconda Congregazione del Sinodo per la famiglia ha dichiarato che «le unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà ed amore, presentano elementi di santificazione e di verità». È corsa dalla madre e, dopo averle precisato che lei e Guido si vogliono bene e sono fedeli, le ha spiegato che con la nuova Chiesa di Papa Francesco anche nella forma di convivenza che loro vogliono vivere ci sono «elementi di santificazione e verità». Niente più remore di sorta.

SANTIFICAZIONE E VERITÀ?

Gabriella ha quindi raccolto le sue cose e ha lasciato la casa paterna per andare a sperimentare questa nuova modalità di «santificazione e verità». Inimmaginabile il cruccio dei genitori, che non sono affatto degli anziani bigotti. Anzi, sono relativamente giovani e appartengono alla generazione cresciuta con gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, il Papa della Familiaris Consortio. La loro dottrina è quella del Catechismo della Chiesa Cattolica – che, peraltro, non pare essere stato ancora abrogato – il quale sulla questione della "libera unione" ha posizioni di magistero assai chiare. I genitori di Gabriella sono ancora convinti che valga, per esempio, il n. 2390 del Catechismo, quello che recita così: «Si ha una libera unione quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimità sessuale. L'espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l'una nei confronti dell'altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell'altro, in se stessi o nell'avvenire? L'espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 81). Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l'idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l'atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale».

DIRITTO ALLA PROVA?

Al corso prematrimoniale frequentato dai genitori di Gabriella era stato loro spiegata l'inconsistenza dei motivi invocati a giustificazione della convivenza prima delle nozze. Era stato letto loro, infatti, il n. 2391 del Catechismo: «Molti attualmente reclamano una specie di "diritto alla prova" quando c'è intenzione di sposarsi. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti "non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna, e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci" (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 7). L'unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l'uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L'amore umano non ammette la "prova". Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 80)».
Sia detto con tutto il rispetto, ma la vicenda di Gabriella dimostra come non sembri essere davvero un ottimo metodo quello di dare in pasto alla stampa le riflessioni "franche" dei padri sinodali prima che si giunga ad una posizione finale e definitiva. Si rischiano di sottovalutare gli effetti negativi, sotto il profilo pedagogico, che semplici affermazioni estemporanee, fuori contesto, non circostanziate e non approfondite, possono avere sull'opinione pubblica, soprattutto fra coloro che non hanno un'adeguata maturità o solidità dottrinale. A meno che - ma Dio non voglia - l'obiettivo sia proprio quello di demolire il depositum fidei, un colpo alla volta, grazie al piccone di Padre Lombardi. Sempre ai genitori di Gabriella, quando erano fidanzati, il parroco aveva spiegato anche che secondo il n. 2400 del Catechismo, «l'adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio». Un cattolico fortemente preoccupato potrebbe chiedersi se dopo lo sdoganamento della libera unione, toccherà alla poligamia, al divorzio e all'adulterio. In tal caso occorrerebbe modificare il n. 2400 del Catechismo. Anzi, abrogarlo.

Nota di BastaBugie: per approfondire il tema del matrimonio è consigliabile il quaderno del Timone "Matrimonio e famiglia" di Mario Palmaro al costo di soli € 6,00. Interessante anche "Amore e Sessualità" di Roberto Marchesini. I quaderni del Timone possono essere ordinati al seguente link
http://www.iltimone.org/it_IT/home/cosa_facciamo/quaderni
Oppure si può telefonare o scrivere alla redazione del Timone: via Benigno Crespi, 30/2 – 20159 Milano (MI), tel. 02.66.82.52.06– fax 02.60.85.70.91– e-mail: info@iltimone.org

di Gianfranco Amato - BastaBugie n.371  -

 
 
 

PERCHE' SPOSARSI IN CHIESA? CE LO SPIEGA GIOVANNI PAOLO II

Post n°9218 pubblicato il 16 Ottobre 2014 da diglilaverita
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Un articolo finora inedito apparso di recente in una raccolta di contributi scritti tra il 1952 e il 1962 intitolata “Educare ad amare. Scritti su matrimonio e famiglia”...

“Per la maggioranza delle persone, le nozze celebrate in chiesa sono ancora un’attrattiva: desiderano celebrare il matrimonio religioso. Perché è così?”. Karol Wojtyła se lo chiedeva già molti anni prima di diventare papa con il nome di Giovanni Paolo II, come dimostra un articolo finora inedito apparso di recente in una raccolta di contributi scritti tra il 1952 e il 1962 intitolata “Educare ad amare. Scritti su matrimonio e famiglia” (Cantagalli).

Nel testo, di straordinaria attualità nonostante i decenni trascorsi dalla sua redazione, Wojtyła sottolineava che le nozze celebrate in chiesa sono più attraenti del matrimonio contratto nell’Ufficio di Stato Civile nel Comune per “la stragrande maggioranza delle persone”, anche quelle “non molto credenti”, anche se “ci sono, anzi aumentano, le persone per le quali la questione è indifferente”.

In primo luogo, scriveva Wojtyła, bisogna chiarire cosa significa celebrare le nozze in chiesa. Come nel matrimonio civile, spiegava, in quello religioso ci sono due momenti, il contratto e la dichiarazione, ma mentre nel primo caso la dichiarazione è nei confronti della società, del potere civile, nel matrimonio religioso questa “mira molto più in alto e assume il carattere tipicamente religioso, anzi solenne. Ed è il giuramento a definire il carattere religioso della dichiarazione. L’atto non ha senso se non si accetta l’esistenza di Dio”. “Il giuramento richiama il Signore come testimone”.

E allora, perché sposarsi in chiesa?

 “Prima di tutto”, rispondeva Wojtyła, “perché questo corrisponde pienamente alla dignità e al valore della persona umana. Sappiamo che il matrimonio sacramentale è il fondamento del legame indissolubile dell’uomo e della donna, e soltanto questa visione del matrimonio rimane in giusto rapporto con la dignità della persona umana, in giusto rapporto con ciò che l’uomo è”.

 “La persona possiede un particolare valore della persona, e tale valore della persona merita una particolare affermazione. La persona non può diventare un oggetto da utilizzare – e così sarebbe se i rapporti sessuali non fossero custoditi dall’istituzione del matrimonio, anzi dall’istituzione del matrimonio monogamico e indissolubile”.

C'è poi un'altra ragione, che “comincia a formarsi nella nostra coscienza quando con gli occhi della fede guardiamo il destino e la vocazione di ogni uomo”.

 “L’uomo è destinato non solo a compiere grandi opere in questo mondo, a soggiogare la terra, a creare la cultura e la civiltà, ma l’uomo – la persona umana – è chiamato a incontrare personalmente Dio, a unirsi definitivamente a Dio. Ogni uomo possiede questo destino e ognuno è chiamato a questo”, “anche quando ancora non ci pensa e poco se ne rende conto”.

Se è così, serve “un voto (giuramento), un atto di virtù religiosa affinche due battezzati, due credenti, uomo e donna, possano unirsi nel matrimonio e iniziare i rapporti sessuali mediante i quali due persone si donano reciprocamente”, proprio perché “il Signore lo deve in qualche modo concedere, Lui che ha il diritto ad ogni persona umana in un certo modo lo deve permettere. Ed è ciò che accade nel momento della celebrazione religiosa delle nozze, mentre entrambi si inginocchiano” “sentendo sopra di sé la maestà divina, vedendo davanti a sé la grandezza del suo amore e comprendendo pienamente il suo diritto soprannaturale a ciascuno di loro”.

 “E mentre entrambi giurano, promettendosi l’amore, la fedeltà e l’onestà coniugale, per il fatto stesso del giuramento ricevono dal Signore il permesso, il diritto di appartenere l’uno all’altra”.

 “Perché dunque sposarsi proprio in chiesa?”, si chiedeva Wojtyła. “Perché il matrimonio diventi sacramento che trasmette le risorse della redenzione di Cristo, quella forza soprannaturale che permette agli uomini, che comunque rimangono esseri umani, di vivere secondo il disegno di Dio, di vivere come figli di Dio”.

Per vivere il matrimonio in questo modo, concludeva, “nel momento della celebrazione gli sposi devono attingere la grazia, accogliere nell’anima tante di quelle energie soprannaturali che permetteranno loro di corrispondere al pensiero di Dio, al grande disegno del Creatore e Redentore”.

In rapporto a questo grande disegno, infatti, l’uomo “si trova a un livello inferiore, e debole”, e per vivere nel matrimonio secondo il piano di Dio “occorre sempre trascendere se stessi, uscire fuori da ciò che comporta la propria debolezza. E occorre uscirne fuori insieme, entrambi”.

fonte: aleteia.org -

 
 
 

ASIA BIBI, APPELLO RESPINTO: CONFERMATA LA CONDANNA A MORTE

Post n°9217 pubblicato il 16 Ottobre 2014 da diglilaverita
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La parola passa alla Corte Suprema. Si annuncia una mobilitazione internazionale

Non c’è giustizia per Asia Bibi. L’Alta Corte di Lahore, tribunale di secondo grado, ha confermato la sentenza di condanna a morte per la donna cristiana pakistana accusata di blasfemia. Tradendo, in tal modo, tutte le attese e la fiducia della difesa, come ha riferito all’agenzia vaticana Fides Naeem Shakir, uno degli avvocati del pool difensivo della donna. E rinviando il caso alla Corte Suprema, dove Asia Bibi presenterà ricorso, l’ultimo possibile prima dell’impiccagione.

 L’appello presentato nell’udienza tenutasi questa mattina – finalmente, dopo una litania di rinvii – era ampio e circostanziato e aveva il pregio di smontare, uno per uno, i pezzi su cui l’accusa aveva costruito la sua tesi di “deliberato atto di blasfemia verso il Profeta Maometto”. Questa accusa, complice un tribunale di primo grado fin troppo compiacente, era sfociata nel lontano 8 novembre 2010 in una condanna in primo grado, basata essenzialmente su prove testimoniali.

I testi principali dell’accusa erano il denunciante Qari Mohammad Salam, imam di una moschea del villaggio di Ittanwali, in Punjab, il villaggi dove Asia è nata e vissuta 40 anni, con la sua umile famiglia contadina; e due sorelle musulmane, anch’esse contadine, che avevano litigato con Asia Bibi, mentre erano insieme impegnate a lavorare nei campi. Le due, ricorda Asia, si erano rifiutate di bere alla fonte dove si era abbeverata la cristiana, perché ritenuta “impura”. Da lì la reazione e l’alterco, ben presto trasformato dalla malizia e dal rancore delle due in “atto di blasfemia”.

Il quadro era piuttosto chiaro e, secondo i principi della giustizia penale, induceva un moderato ottimismo: basti pesare che Salam, il principale accusatore, non era nemmeno presente ai fatti contestati e non aveva mai sentito direttamente le presunte parole blasfeme. Un’assurdità e un paradosso, secondo i normali canoni di procedura penale e anche secondo la giurisprudenza: la testimonianza in un’aula giudiziaria non può basarsi solo sul “sentito dire”.

I pregiudizi personali delle due donne e l’assenza fisica dell’uomo avevano incoraggiato e costituivano una iniezione di fiducia per la difesa di Asia, che include avvocati cristiani come Naeem Shakir, S. K. Choudry, Sardar Mushtaq Gill e anche l’attuale ministro dei diritti umani della provincia del Punjab, il cattolico Khalil Tahir Sindhu. Personaggi competenti e con una solida esperienza alle spalle, proprio relativa a casi di blasfemia: le assoluzioni e i successi riportati in tribunale, in vicende giudiziarie spesso costruite ad arte, sono stati numerosi, raccontano.

Tuttavia, dopo quattro ore di udienza, il collegio di due magistrati, presieduto dal giudice Anwar ul Haq, ha respinto le argomentazioni della difesa, che contestava le contraddizioni e la scarsa credibilità dei testi. Il giudice ha ignorato un altro elemento-chiave: l’evidente costruzione di false accuse. La blasfemia è stata invocata, infatti, dopo un’assemblea tenutasi nel villaggio, guidata dall’imam, nei giorni successivi al litigio. La riprova del complotto è il ritardo con cui è stata presentata alla polizia la denuncia a carico di Asia: risulta registrata il 19 giugno 2009, ben cinque giorni dopo l’episodio incriminato. Anche qui la giurisprudenza parlava chiaro, spiegano i legali, ed era tutta a favore della difesa.

“Il giudice ha ritenuto valide e credibili le accuse delle due donne musulmane che hanno testimoniato sulla presunta blasfemia commessa da Asia”, ha spiegato l’avvocato Shakir, tradendo la delusione. Pesano sulla decisione del giudice i condizionamenti e le pressioni dei gruppi radicali islamici: quello di Asia Bibi, infatti, è tuttora un caso-simbolo e la donna ha sulla sua testa la “taglia” promessa da un imam che premia chi la ucciderà.

 I magistrati pakistani, inoltre, non riescono a dimenticare l’omicidio di Arif Iqbal Bhatti, giudice della stessa Alta Corte di Lahore, ucciso nel 1997 dopo aver assolto due ragazzi cristiani, Salamat e Rehmat Masih, condannati a morte per blasfemia da un tribunale di primo grado. Quella morte è un monito e una minaccia che tuttora influenza i tribunali.

 Pur se tra ostacoli e fatiche, ma contando su un una prevedibile mobilitazione internazionale, la battaglia continua: la famiglia della donna ricorrerà alla Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio in Pakistan.
 
Alla guida della Corte c’è Tasaduq Hussain Jillani, eminente personalità musulmana, il magistrato più importante dell’intera nazione. Jillani è un uomo che ha dato più volte prova di equilibrio e lungimiranza: tutti ricordano che, nel giugno scorso, ha denunciato coraggiosamente, in una storica ordinanza “suo moto”, la discriminazione e la violenza sulle minoranze religiose in Pakistan, ordinando al governo di istituire il “Consiglio nazionale per i diritti delle minoranze”.
La sua posizione fu accolta dai cristiani pakistani, come “un intervento che restituisce forza allo stato di diritto”. Quello che ci vuole nello sciagurato caso di Asia Bibi, che da cinque anni langue dietro le sbarre.

Paolo Affatato - vaticaninsider.lastampa.it -

 
 
 

CARDINALE BURKE: LA FEDE NON SI DECIDE AI VOTI

Post n°9216 pubblicato il 14 Ottobre 2014 da diglilaverita
Foto di diglilaverita

Il cardinale Burke contro la “manipolazione” informativa sul Sinodo. E molto netto sul resto

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chiesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a Papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste: “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?

R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

 D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.

R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.

 D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…

R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.

 D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.

R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.

R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.

D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?

R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.

 D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della chiesa, non contribuisce a sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?

R. Si diffonde l’idea che possa esistere una chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.

D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…

R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.

D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.

R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato san Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.

D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.

R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.

 D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?

R. La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo san Matteo (19, 9).

 D. Non pensa che, se si dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?

R. Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.

 D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?

R. Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di san Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

 D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?

R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, san Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.

 D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più vista come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?

R. E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

 D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo.

R. Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.

D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?

R. Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.

 D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?

R. Certamente. Nel post Concilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.

 D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?

R. I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua chiesa. Pensiamo a come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.

 D. Riesce difficile non pensare a un castigo.

R. Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.

- cardinale Raymond Leo Burke – Il Foglio - Alessandro Gnocchi

 
 
 
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Un blog di: diglilaverita
Data di creazione: 16/02/2008
 

 

LE LACRIME DI MARIA

 

MESSAGGIO PER L’ITALIA

 

Civitavecchia la Madonna piange lì dove il cristianesimo è fiorito: la nostra nazione, l'Italia!  Dov'è nato uno fra i più grandi mistici santi dell'era moderna? In Italia! Padre Pio!
E per chi si è immolato Padre Pio come vittima di espiazione? Per i peccatori, certamente. Ma c'è di più. In alcune sue epistole si legge che egli ha espressamente richiesto al proprio direttore spirituale l'autorizzazione ad espiare i peccati per la nostra povera nazione. Un caso anche questo? O tutto un disegno divino di provvidenza e amore? Un disegno che da Padre Pio agli eventi di Siracusa e Civitavecchia fino a Marja Pavlovic racchiude un messaggio preciso per noi italiani? Quale? L'Italia è a rischio? Quale rischio? Il rischio di aver smarrito, come nazione, la fede cristiana non è forse immensamente più grave di qualsiasi cosa? Aggrappiamoci alla preghiera, è l'unica arma che abbiamo per salvarci dal naufragio morale in cui è caduto il nostro Paese... da La Verità vi Farà Liberi

 

 

 
 

SAN GIUSEPPE PROTETTORE

  A TE, O BEATO GIUSEPPE

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua santissima Sposa.
Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità, che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
Amen
San Giuseppe proteggi questo blog da ogni male errore e inganno.

 
 

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