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ahmed_1973
   
 
Creato da ahmed_1973 il 16/10/2011
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TERREMOTO IN EMILIA: SISTEMA WEBGIS EUCENTRE PER LA VALUTAZIONE SCENARI DI DANNO

Post n°298 pubblicato il 26 Maggio 2012 da ahmed_1973

 

Eucentre nell’ambito di una convenzione con il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPC d’ora innanzi) ha sviluppato dei sistemi WebGIS per lo studio del rischio sismico di varie strutture ed infrastrutture. Sono oggetto di questo capitolo i sistemi WebGIS per la valutazione del rischio sismico dell’edilizia residenziale, dell’edilizia scolastica e del sistema viabilistico. Tali sistemi consentono di visualizzare i dati sulla vulnerabilità, sulla pericolosità, sugli effetti  locali di amplificazione, noti a livello nazionale. Tali dati vengono utilizzati per la definizione di mappe di rischiosismico relative agli eventi di scenario di riferimento nella normativa nazionale (Decreto Ministeriale 14 gennaio 2008, NTC08 nel seguito) e a predefinite finestre temporali di osservazione. Tali mappe vengonoutilizzate per identificare le strutture più a rischio e sulle quali, quindi, intervenire per prime con interventidi mitigazione del rischio, nell’ottica di razionalizzare le risorse disponibili. Tramite i sistemi WebGis sviluppati è inoltre possibile valutare scenari di danno in tempo reale. Avendo a disposizione un database con dati di vulnerabilità ed esposizione delle strutture, si immettono i parametri del terremoto, pubblicati da istituti nazionali ed  internazionali immediatamente dopo l’evento, e si valutano gli scuotimenti mediante leggi di attenuazione. Pertanto, confrontando la capacità delle strutturecon la domanda loro imposta dall’evento, si calcola la mappa di scenario che esprime la probabilità per una

struttura di raggiungere o eccedere un determinato stato limite di danno. 

Gli stati limite di danno di riferimento per le valutazioni qui condotte sono: lo stato limite di danno lieve, lo stato limite di danno severo e lo stato limite di collasso. Nel caso del sistema viabilistico, per il quale, allostato attuale di sviluppo, sono stati presi in considerazione solo i ponti, sono stati considerati solo lo stato limite di danno e di collasso, in quanto si è giudicato poco affidabile da identificare nella modellazione unostato limite di danno intermedio. Nei paragrafi che seguono si documentano i risultati ottenuti per gli scenari di danno calcolati nell’immediato post terremoto in relazione alla scossa principale che ha colpito l’Emilia Romagna conepicentro a 20 km nord ovest di Bologna domenica 20 aprile alle 4.02. 

Dati di Scenario 

L’epicentro della scossa principale che si è verificata domenica 20 maggio alle 4.02 è stato localizzato alla 

latitudine 44.89° e longitudine 11.23°. La profondità focale è 6.3 km. La magnitudo momento è di 5.9 ed il 

tipo di movimento è di faglia inversa. Per la valutazione dello scenario di scuotimento è stata utilizzata la 

legge di attenuazione Akkar-Bommer (2010) recentemente pubblicata in letteratura e che si dimostra 

essere rappresentativa degli spettri ottenuti da registrazioni di terremoti italiani. 

Scenario di Danno dell’Edilizia Residenziale 

Il WebGis in oggetto ha come unità di definizione gli edifici a destinazione d’uso residenziale. All’interno di questo WebGis su una mappa dell’Italia è possibile visualizzare i confini dei comuni, delle province e delle 

regioni ed è possibile creare layer geografici relativi ai risultati di una selezionata analisi di rischio. Peraggiungere un layer è necessario indicare il tipo di analisi di interesse, cioè se si tratta di rischio condizionato o incondizionato. Nel caso di rischio incondizionato, si deve indicare la finestra temporale di interesse (1, 10 o 50 anni) mentre nel caso di rischio condizionato si deve specificare il tempo di ritorno dello scuotimento e il percentile dello spettro (50°, 84° e 16° percentile, rispettivamente). Inoltre, bisognaspecificare la tipologia strutturale e l’esposizione, cioè se si vogliono i risultati in termini di percentuale di edifici, di numero di edifici o di popolazione. Infine, si deve indicare il livello di danno (danno lieve, dannosevero o collasso) e il tipo di terreno che si vuole considerare nelle analisi, cioè se suolo, includendo gli effetti di amplificazione per come noti allo stato attuale di sviluppo, o roccia. Selezionando un comune, sipossono poi visualizzare diverse tabelle che riportano informazioni specifiche per il comune indicato, quali i dati di esposizione derivanti dal censimento ISTAT, i dati relativi all’input sismico utilizzato nelle analisi, ilgrafico dello spettro elastico corrispondente al 50-esimo percentile e i risultati delle analisi di rischio. 

La metodologia sviluppata prevede anche la definizione di scenari di danno in tempo reale. Questafunzionalità è quella che è stata utilizzata nell’immediato post terremoto in relazione alla scossa principale che ha colpito l’Emilia Romagna alle 4.02 di domenica 20 maggio. È richiesta la magnitudo del terremoto, laprofondità dell’ipocentro, le coordinate dell’epicentro.  Inoltre, bisogna selezionare la legge di attenuazione (Cauzzi e Faccioli, 2008; Boore e Atkinson, 2008; Akkar e Bommer, 2010), il tipo di faglia (se sconosciuta, trascorrente, normale o inversa), il tipo di suolo, il raggio d’azione, l’esposizione (numero di edifici,percentuale di edifici o popolazione) e la tipologia strutturale che si vuole indagare (cemento armato, muratura, tutte le tipologie). 

Nell’analisi post evento svolta, gli edifici residenziali presi in considerazione sono quelli definiti sulla base del censimento ISTAT 1991. In particolare, le tipologie strutturali utilizzate nei calcoli sono il cementoarmato con tamponature regolari lungo l’altezza, il cemento armato con tamponature irregolari (pilotis) e la muratura. Le analisi sono state svolte all’interno di un raggio di 30 km dall’epicentro. In quest’area i comuni interessarti sono risultati essere 70, per un totale di circa 95000 edifici appartenenti alle suddette tipologie strutturali. 

Per decidere quale equazione di attenuazione utilizzare fra quelle disponibili è stato fatto un confronto tra lo scuotimento ottenuto dalle stesse e le shakemaps prodotte dall’INGV  per l’evento principale Le shakemap vengono prodotte in temporeale per la PGA e per le ordinate spettrali a 0.3s, 1s e 3s. Nelle figure sottostanti è mostrato il confronto tralo scuotimento calcolato per le stesse ordinate spettrali delle shakemaps per due delle leggi considerate, laCauzzi Faccioli (CF) e la Akkar e Bommer (AB), a distanza epicentrale pari a 0 e a 20 Km. I parametri utilizzati sono Mw 5.9, profondità 6.3 Km e meccanismo di faglia inversa (solo per la AB).  

0.00

0.10

0.20

0.30

0.40

0.50

0.60

0.70

0.80

0 1 2 3 4

SA (g)

T(s)

CF

AB

Shakemap

 Pga T 0.3s T 1s T 3s 

Shake map INGV  0.31  0.52  0.24  0.19 

CF - roccia  0.53 0.61 0.17 0.038 

AB roccia  0.35  0.71  0.15  0.021 

Figura 2. Confronto fra equazioni di attenuazione su suolo A e shakemap aggiornate al 22 Maggio. 

Intensità in g, distanza epicentrale = 0 

0.00

0.05

0.10

0.15

0.20

0.25

0 1 2 3 4

SA (g)

T(s)

CF

AB

Shakemap

 Pga T 0.3s T 1s T 3s 

Shake map INGV  0.12  0.2  0.08  0.02 

CF - roccia  0.08 0.10 0.03 0.008 

AB roccia  0.1  0.19  0.03  0.007 

Figura 3. Confronti fra equazioni di attenuazione su suolo A e shakemap aggiornate al 22 Maggio. 

Intensità in g, distanza epicentrale = 20. 0.00

0.20

0.40

0.60

0.80

1.00

1.20

1.40

1.60

1.80

0 1 2 3 4

SA (g)

T(s)

CF

AB

Shakemap

 Pga (g) T 0.3s T 1s T 3s 

Shake map INGV  0.31  0.52  0.24  0.19 

CF suolo  1.07 1.65 0.43 0.066 

AB suolo  0.43  0.95  0.34  0.041 

 

Intensità in g, distanza epicentrale = 0 

0.00

0.05

0.10

0.15

0.20

0.25

0.30

0 1 2 3 4

SA (g)

T(s)

CF

AB

Shakemap

 Pga T 0.3s T 1s T 3s 

Shake map INGV  0.12  0.2  0.08  0.02 

CF suolo  0.16 0.28 0.08 0.01 

AB suolo  0.12  0.26  0.08  0.01 

Intensità in g, distanza epicentrale = 20 Km 

La relazione che sembra riprodurre meglio lo scuotimento registrato, nell’intervallo di frequenze di interesse per le strutture considerate, è la Akkar  e Bommer su suolo A. Per lunghi periodi di vibrazionesembrano invece essere più in accordo coi dati entrambe le relazioni per suolo C. Questo dato potrebbe indicare un’amplificazione ai lunghi periodi di vibrazione, che si accorderebbe bene con il potente spessore dei depositi presenti nella pianura padana. 

 

Scenario di Danno dell’Edilizia Scolastica 

Il secondo WebGis sviluppato ha come unità di definizione gli edifici scolastici e permette di visualizzare la localizzazione degli edifici, aggiungere layer relativi ad analisi di rischio e visualizzare, in tabelle, dati di input e di output. In particolare, si possono visualizzare le informazioni utilizzate per il calcolo della capacitàdell’edificio selezionato, cioè il numero di piani, la tipologia strutturale e la zona sismica del comunenell’anno di progettazione della struttura e numerosi altri dati relativi all’edificio raccolti con il questionariodell’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica. Questo questionario, fornito dal Ministero dell’Istruzione UniversitàRicerca (MIUR), è stato compilato dal 70% circa delle scuole italiane (scuola primaria e secondaria). 

Oltre alle analisi di rischio per determinate finestre temporali e periodi di ritorno prefissati, anche per gliedifici scolastici è possibile, all’interno del sistema WebGis sviluppato, svolgere valutazioni in tempo realedegli scenari di danno. Figura 7. WebGis relativo all’edilizia scolastica. 

 

 

MAPPA DI SCUOTIMENTO

La mappa mostra i valori dalla legge di attenuazione Bindi et al. (2011) per la componente orizzontale della PGA e sovrapposti i valori registrati alle stazioni delle reti RAN e RAIS .

 

PERICOLOSITA' SISMICA

La mappa sottostante mostra l’ubicazione dell’epicentro sulla mappa Italiana di pericolosità sismica (INGV).

delle shakemap dell’INGV ((http://shakemap.rm.ingv.it/shake/8222913230/psa10.html). 

 

 

PER ULTERIORI DATI ED INFORMAZIONI TECNICHEhttp://www.eqclearinghouse.org/2012-05-20-italy-it/

 
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BRINDISI, TORNA LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: DOPO VENT'ANNI IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO....

Post n°297 pubblicato il 19 Maggio 2012 da ahmed_1973
Foto di ahmed_1973

BENTORNATA, STRATEGIA DELLA TENSIONE

 

AHI, SERVA ITALIA, DI DOLORE OSTELLO! LA BOMBA DI BRINDISI VA AD ARRICCHIRE IL (AHIME'), GIA' LUNGO ELENCO DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE, CHE SI RIPORTA DI SEGUITO, PER COLORO TROPPO "ANESTETIZZATI" DA 10 ANNI E PIU' DI DITTATURA TELEVISIVA DI GRANDE FRATELLO E CONSIMILI:

1) 12/12/1969 MILANO, PIAZZA FONTANA: 17 MORTI E 88 FERITI;

2) 22/07/1970 GIOIA TAURO: 6 MORTI E 66 FERITI;

3) 17 MAGGIO 1973, QUESTURA DI MILANO: 4 MORTI E 46 FERITI;

4) 28 MAGGIO 1974, PIAZZA DELLA LOGGIA, BRESCIA: 8 MORTI E 102 FERITI;

5) 4 AGOSTO 1974, TRENO ITALICUS, S. BENEDETTO VAL DI SAMBRO: 12 MORTI E 105 FERITI;

6) 2 AGOSTO 1980, STAZIONE DI BOLOGNA: 85 MORTI ED OLTRE 200 FERITI( ANCHE SE ALCUNI RITENGONO CHE LA STRAGE SIA RICONDUCIBILE AL TERRORISMO PALESTINESE, SI RITIENE CHE I PALESTINESI SIANO STATI LA MANOVALANZA, BEN PAGATA, MANOVRATA DAI SOLITI MANDANTI OCCULTI);

7) 23/12/1984, TRENO RAPIDO "904": 17 MORTI E 260 FERITI.

 

SULLA SCIA DI QUESTE STRAGI, LE BOMBE DELL'ESTATE 1993, E ANCOR PRIMA, PURTROPPO GLI ATTENTATI DEL 23 MAGGIO 1992 E DEL 19 LUGLIO 1992, VITTIME I GIUDICI FALCONE E BORSELLINO. SUI MANDANTI A VOLTO COPERTO DI QUELLE STRAGI, LO STESSO BORSELLINO STAVA INDAGANDO, COSI' COME RIPORTATO IN UNA FAMOSA INTERVISTA DI CANAL PLUS( MAI TRASMESSA IN ITALIA, E NON SIA MAI, VUOI VEDERE CHE NEL PAESE DELLA P2 E DI GLADIO, IN CUI SI REGALA UN SEGGIO DI SENATORE A VITA ALL'ONOREVOLE PICCONATORE, SI POTEVA TRASMETTERE UNA COSA SIMILE? MEGLIO " DOMENICA IN"....).

E SIAMO AI GIORNI NOSTRI , CON LA STRAGE DI BRINDISI: OGNI VOLTA CHE L'ITALIA SEMBRA SCOSSA DA UN POSSIBILE FREMITO DI RINNOVAMENTO SOCIALE E POLITICO, ECCO CHE TORNANO IMMANCABILI LE BOMBE: NEL PAESE DEI SERVIZI SEGRETI DEVIATI E DEL MANCATO GOLPE BORGHESE, NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI.

CERCHERANNO DI CONTRABBANDARLA PER AZIONE DI UN FOLLE O DELLA MALA ORGANIZZATA( COME GIA' NEL 1993, DALL'INTERVISTA A BORSELLINO SI CAPISCE CHE NON E' COSI'....), MA SINCERAMENTE ALLA PALLOTTOLA MAGICA DI OSWALD NEL 1963 A DALLAS O AL CEDIMENTO STRUTTURALE DEL DC-9 DELL'ITAVIA NEL GIUGNO DEL 1980 NON CI CREDIAMO PIU': LE FAVOLE RACCONTATELE A QUELLI CHE AVETE ADDOMESTICATO NELLA STANZA 101 DELLA VOSTRA TV.

 

 
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I MORTI DELL'ALTRO 11 SETTEMBRE, SPESSO DIMENTICATO.

Post n°296 pubblicato il 15 Maggio 2012 da ahmed_1973

 

I morti dell’11 settembre...1973
Tratto da www.socialpress.it – Fonte www.siporcuba.it

11 settembre.
Oltre 30.000 morti accertati.
Oltre 600.00 persone torturate
.
Questi sono i numeri principali del 11 settembre 1973, una data troppo spesso dimenticata e poi sorpassata dalla capacità mediatica dell' 11 settembre 2001.

Il golpe del 11 settembre 1973 portò al potere Pinochet con l’esplicito aiuto e contributo determinante degli USA.

Alcune informazioni utili per non dimenticare
Dietro il Golpe dell’11 settembre la CIA  
Uno scoop del New York Times denunciò che l’amministrazione Nixon aveva finanziato attività della Cia in Cile contro il regime di Allende.

L’8 settembre 1974, il New York Times rivelò che, secondo una testimonianza resa il 22 aprile dello stesso anno da William Colby, direttore della Cia, di fronte alla Sottocommissione dei servizi armati sull’intelligence della Camera dei rappresentanti, l’amministrazione Nixon avrebbe stanziato oltre otto milioni di dollari per le attività della Cia contro il regime del presidente Salvador Allende. Le operazioni di intervento, secondo Colby, erano state approvate in blocco dalla Commissione dei quaranta, un quadro di comando di alto livello addetto all’approvazione dei piani di sicurezza guidati da Henry Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti, e furono considerate come prova schiacciante delle tecniche di sovvertimento di altri governi attraverso lo stanziamento di fondi.

Salvador Allende

Augusto Pinochet assieme a Giovanni Paolo II

Henry Kissinger e il generale Augusto Pinochet

Il primo presumibile coinvolgimento degli Stati Uniti contro Allende avvenne nel 1964, allorché tre milioni di dollari vennero stanziati in aiuto del Partito cristiano democratico il cui candidato alle elezioni presidenziali, Eduardo Frei Montalva, sconfisse Allende. Ulteriori somme di denaro si dice siano state finanziate negli anni seguenti, compresi cinquecentomila dollari nel 1970 donati alle forze anti-Allende prima delle elezioni presidenziali, finanziamento poi culminato nel milione di dollari stanziati, nel 1973, come parte della campagna per "destabilizzare" il regime di Allende. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 16 settembre, il presidenteFord difese l’operato statunitense in Cile in quanto teso «agli interessi del popolo cileno e, sicuramente, ai nostri interessi», ma negò che gli Stati Uniti fossero stati coinvolti nel sovvertimento del regime del presidente Allende. Di seguito, affermò che gli sforzi dell’America erano tesi a «preservare i giornali e i partiti di opposizione» che, presumibilmente, il presidente Allende cercava di annientare.

Kissinger, nella testimonianza del 19 settembre resa di fronte alla commissione di inchiesta del senato sulle relazioni internazionali, ebbe a ripetere che il coinvolgimento della Cia era stato autorizzato unicamente per preservare i partiti politici e i giornali minacciati dal regime. Mentre il segretario di Stato in un’occasione precedente nel 1974 aveva affermato innanzi al Congresso: « la Cia non ha avuto nulla a che fare con il golpe, per quanto ne so e credo», un portavoce del dipartimento di Stato il 29 settembre aveva notato che Kissinger presiedeva una commissione composta da quaranta membri e che generalmente le decisioni erano prese all’unanimità.
Secondo le fonti dei servizi segreti citate in un altro articolo comparso sul New York Times il 19 settembre, gran parte del denaro autorizzato dalla Cia per attività in Cile venne usato nel 1972 e nel 1973 per sostenere gli scioperi anti-Allende, in particolare lo sciopero dei camionisti del 1972. Tuttavia, le fonti insistevano sul fatto che scopo della amministrazione Usa non era stato quello di ribaltare il governo Allende, e poneva l’accento sul fatto che la richiesta da parte della confederazione dei camionisti nell’agosto 1973, un mese prima del golpe, per un incremento dei fondi d’aiuto, era stata rifiutata dalla Commissione dei quaranta, anche se non si negava la possibilità di "futuri stanziamenti a favore del sindacato dei camionisti".

Il New York Times del 20 ottobre di nuovo pubblicò l’informazione secondo cui la Cia , sei settimane prima del golpe contro Allende, aveva cercato di finanziare il Partito nazionale di destra.

("Keesing’s Contemporary Archives", 12-18 maggio 1975)

Chi era Pinochet? 
Il Generale Augusto Pinochet, nato nel 1915, è passato alla storia come uno dei più disumani dittatori del Novecento, tristemente celebre per la barbara eliminazione dei suoi oppositori. Durante la sua feroce dittatura, durata dal 1973 al 1990, furono torturate, uccise e fatte barbaramente sparire almeno trentamila persone, gli uomini di Unidad Popolar, la coalizione di Allende, militanti dei partiti comunista, socialista e democristiano, accademici, professionisti, religiosi, studenti e operai.

Ma, a proposito del ruolo della chiesa cattolica romana in questa immane tragedia...
A oltre 30 anni dal golpe, la legittimazione più calorosa arrivò al dittatore Augusto Pinochet dalle stanze del Vaticano. 
18 febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d’oro viene allietata da due lettere autografe in spagnolo che esprimono amicizia e stima e portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di Stato Angelo Sodano.

«Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine", scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, "con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II».
Ancor più caloroso e prodigo di apprezzamenti è il messaggio di Sodano, che era stato nunzio apostolico in Cile dal ’77 all’88, e che nell’87 aveva perorato e organizzato la visita del papa a Santiago, trascurando le accese proteste dei circoli cattolici impegnati nella difesa dei diritti umani.

Il cardinale scrive di aver ricevuto dal pontefice «il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l’autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza». E aggiunge: «Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile». E conclude, riaffermando al signor Generale "l’espressione della mia più alta e distinta considerazione".
Non esistono morti di serie A e serie B ma solo morti, la differenza è che alcuni di loro sono morti anche nella nostra memoria.

 

 

 


 

 
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09-11-2001: WAR ON FREEDOM_ 1

Post n°295 pubblicato il 14 Maggio 2012 da ahmed_1973

DA " WAR ON FREEDOM" DI NAFEEZ MOSSADEQ AHMED (FAZI, 2002)

 

Capitolo 1: Il ruolo della comunità internazionale nella crisi afgana

L’analisi di Ahmed comincia col delineare la situazione di un paese, l’Afghanistan, improvvisamente diventato, dopo l’11 settembre, fulcro per la comprensione della politica internazionale. 
Il paese era già stato terreno di scontro negli anni ’80 con l’invasione delle truppe sovietiche a sostegno di un governo filo-comunista, e la conseguente guerriglia sostenuta dagli Stati Uniti. Ma già prima dell’occupazione sovietica (dicembre 1979), lo scontro tra le due potenze per “ottenere il controllo di una regione dall’altissimo significato geostrategico” era in atto. In particolare, sia l’ex direttore della CIA Robert Gates, che l’allora consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, hanno in seguito confermato che l’appoggio americano ai guerriglieri anticomunisti era cominciato almeno sei mesi prima dell’invasione. Anzi, Brzezinski si è vantato del fatto che “non abbiamo spinto i russi all’invasione, ma abbiamo consapevolmente accresciuto la possibilità che la compissero […] Quell’operazione segreta fu un’idea eccellente. L’effetto fu di attirare i russi nella trappola afgana”. I piani americani prevedevano infatti “il reclutamento di leaders e signori della guerra locali, per formare gruppi ribelli mercenari […] in modo tale da dar vita a un nuovo regime che fosse sotto il loro controllo”. Ma in realtà, appare più probabile che lo scopo principale della strategia non fosse quello di sostituire nel breve termine il governo filo-sovietico con uno filo-americano, quanto piuttosto destabilizzare la regione e impantanare l’armata rossa in una infinita guerra di logoramento. Resta il fatto che è proprio in quel preciso frangente che comincia il rapporto pericoloso tra i servizi di sicurezza americani, i servizi segreti pakistani, e i guerriglieri islamici afgani. Scrive infatti Ahmed: “La CIA, insieme ai servizi d’informazione dell’esercito pakistano, fornì segretamente ai ribelli afgani aiuti militari, addestramento e istruzione. L’operazione sponsorizzata dagli Stati Uniti includeva anche la creazione di una ideologia religiosa estremista derivata dall’islam, ma che ne distorceva gli effettivi insegnamenti”.

Ma con il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989 in seguito agli accordi tra Usa e Urss, in base ai quali nessuna delle due parti avrebbe continuato a fornire aiuti alle fazioni in campo, la guerra civile afgana non si ferma. I vari signori della guerra, anche quelli un tempo alleati, continuano a combattersi per l’egemonia sull’ormai martoriato paese. Tra il 1992 e il 1996, dopo alcuni anni di resistenza del precedente governo filo-sovietico, giunge al potere l’Alleanza del Nord, ma subito dopo la conquista di Kabul la guerra scoppia in seno alla stessa alleanza. I nomi dei signori della guerra diverranno tristemente noti: Hekmatyar, Dostum, Massud. Il giornalista Robert Fisk, specialista inglese di Medio Oriente, giudica così questi personaggi: “una banda di terroristi, confederazione di signori della guerra, patrioti, stupratori e torturatori […] che abbandonando la città (Kabul, n.d.r.) si è lasciata alle spalle cinquantamila morti”. 
Nel 1994 intanto, dall’unione di due gruppi di ispirazione islamica, era nato il movimento dei Talebani. Quando nel ’96 conquistano il potere, il professor Peter Dale Scott dell’università di Berkley, giudica che a quel momento “il sostegno pakistano ai talebani godesse dell’approvazione diretta o indiretta delle autorità saudite, della CIA, e della società petrolifera americana UNOCAL”. Esisteva del resto una continuità tra finanziatori, organizzatori e gruppi islamici che avevano preso parte alle guerriglia contro i sovietici negli anni ’80. 
La lista delle brutalità e repressioni di cui si macchieranno i talebani durante il loro governo non sarà minore rispetto a quella dei predecessori, comprendendo, secondo Amnesty International, anche il genocidio e la pulizia etnica, ma, fino al 2000, il loro potere non verrà mai messo sostanzialmente in discussione in occidente.

Capitolo 2: Stati Uniti, Afghanistan e talebani dal 1994 al 2001

Gli Stati Uniti hanno sempre negato di aver sostenuto il regime talebano. Il vicesegretario di Stato dell’amministrazione Clinton, Robin Raphel, negò che “ci fosse stata una qualsiasi influenza o aiuto da parte degli Stati Uniti alle fazioni dell’Afghanistan, rigettando l’ipotesi dell’esistenza di un interesse strategico.” Eppure, la France Presse denunciò che la stessa Raphel, nei mesi precedenti la presa del potere dei talebani, condusse una intensa serie di incontri diplomatici con le varie autorità afgane, tra cui gli stessi talebani. Infatti, “Robin Raphel era la rappresentante dell’oleodotto UNOCAL […] Oltre che a controllare le nuove fonti di energia, il progetto serviva ad un obiettivo di interesse strategico di primo piano per gli Stati Uniti: isolare un nemico giurato, l’Iran, liquidando, dicono gli esperti, la tanto discussa ipotesi di un oleodotto rivale appoggiata da Teheran”. 
E in effetti, dopo la presa del potere dei talebani, “i soli paesi che hanno apertamente accettato come legittimo quel governo sono stati il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, tutti quanti, guarda caso, legati agli Stati Uniti e ai paesi occidentali. […] In realtà, se a volte ha condannato, a parole, la disumana politica dei talebani, l’Occidente ha chiuso gli occhi di fronte al comportamento dei paesi della regione, con i quali aveva rapporti economici e che stavano sostenendo attivamente la politica di aiuti al regime afgano. Il risultato è stato un vero e proprio segnale di via libera ai talebani affinché continuassero per la loro strada.” 
In effetti, la sponsorizzazione da parte della CIA del movimento talebano, tramite il Pakistan e l’Arabia Saudita, è stata documentata da vari studiosi ed esponenti politici, tra cui Michel Chossudovsky dell’Università di Ottawa, William Beeman della Brown University, e dall’ex ministro dell’interno dello stesso Pakistan che ha dichiarato come la “CIA stessa ha introdotto il terrorismo nella regione, e adesso sta versando lacrime di coccodrillo”. 
Ma la testimonianza più preziosa è quella del deputato americano Dana Rohrabacher, che si occupò di Afghanistan fin dall’inizio degli anni ottanta come assistente speciale dell’allora presidente Ronald Reagan. Di fronte al comitato per gli affari esteri del Senato americano, nel 1999, Rohrabacher ha affermato: “Sono stato coinvolto a fondo nella politica americana in Afghanistan per circa vent’anni, e mi sono chiesto se questa amministrazione abbia o no messo in atto una politica segreta che ha rafforzato i talebani e consentito al loro feroce movimento di assumere il potere. Anche se il presidente e il segretario di Stato hanno espresso chiaramente il loro disprezzo per le efferatezze compiute dai talebani, e specialmente per la repressione delle donne, nei fatti la politica adottata dagli Stati Uniti ha ripetutamente avuto l’effetto opposto. […] Affermo che questa amministrazione ha messo in atto una politica segreta per offrire sostegno al governo dei talebani affinché assumessero il controllo dell’Afghanistan. […] Questa scelta amorale, o immorale, si basava sull’ipotesi che i talebani avrebbero portato stabilità in Afghanistan e consentito la costruzione di un oleodotto dall’Asia centrale fino al Pakistan attraverso l’Afghanistan […] Credo che l’amministrazione abbia mantenuto segreto questo obiettivo, e tenuto all’oscuro il Congresso sulla sua politica di sostegno ai talebani, il regime più antioccidentale, più antifemminile e avverso ai diritti umani del mondo.” 
In effetti, contrariamente a quanto affermato ufficialmente, gli Stati Uniti (e in generale il mondo anglosassone), hanno fin dai tempi di sir Halford MacKinder, considerato fondamentale il controllo dell’Heartland, ossia di quello spazio geografico dell’Asia centrale che è un crocevia tra il continente europeo, il subcontinente indiano e la Cina. Oggi quel controllo si colora e si specifica ulteriormente, essendo il controllo dell’Afghanistan centrale per l’approvvigionamento delle risorse energetiche dal bacino del Caspio, per tenere sotto pressione e intaccare gli interessi dell’Iran, per controllare gli stati asiatici che facevano parte dell’Unione sovietica, per avere un avamposto da cui affrontare, se e quando se ne dovesse aver bisogno, l’ascesa di India e Cina.

Il sostegno americano verso i talebani cominciò a scemare dal 1999, quando si resero conto che quel regime stava assumendo un atteggiamento sempre meno servile nei confronti degli statunitensi, e che il permanere di quella oligarchia non soddisfaceva i loro piani geostrategici per la regione. I progetti di compagnie petrolifere come la UNOCAL per la costruzione di un importante oleodotto che doveva attraversare il paese andavano a rilento, fino ad interrompersi definitivamente nel 2001. I contatti e i negoziati furono intensi fino a quell’estate, quando gli americani arrivarono addirittura a minacciare direttamente il regime talebano. Durante uno di questi incontri avvenuto a Berlino, il rappresentante americano Tom Simons, già ambasciatore in Pakistan, avrebbe dichiarato: “O i talebani si comportano come si deve, o il Pakistan li riesce a convincere, oppure faremo ricorso ad un’altra opzione”. Voci di stampa autorevoli riportavano infatti come fin dalla primavera le forze armate americane stessero preparando piani d’attacco operativi contro l’Afghanistan. 
Scrive Ahmed: “Il cambiamento avvenuto nella politica USA verso l’Afghanistan, da pro-talebana ad antitalebana, aveva dunque le sue radici nel tentativo dell’America di fare i propri interessi strategici ed economici. Visto che l’atteggiamento dei talebani non era più adeguatamente ossequioso, la politica USA si era fatta sempre più ostile alla fazione. […] Il cambiamento di politica nei confronti del regime, che si è verificato senza discussione pubblica, senza consultare il Congresso, fu definitivamente suggellato in agosto, anche se era già stato deciso prima. Il piano di guerra contro l’Afghanistan a quel punto era del tutto definito. Tutto quel che serviva era qualcosa che lo facesse scattare.” 
Ad avviso di chi scrive, questo apparente cambiamento nella politica estera americana, non è da inscriversi essenzialmente nell’ostinato rifiuto talebano di assecondare solo gli interessi economici americani. Il cambiamento epocale che avverrà con l’11 settembre, sarà tale da definire una nuova fase storica che i progetti americani sfrutteranno, come sappiamo oggi, con l’occupazione militare dell’Iraq oltre che dell’Afghanistan, e questa fase è ancora a metà del percorso visto che si attende, da qui a qualche anno, la normalizzazione di paesi come l’Iran e la Siria. Appare dunque superfluo che i talebani si opponessero ai progetti della UNOCAL o meno, anzi, come nel caso di Saddam Hussein (abbiamo cercato di dirlo nell’articolo “Il nostro agente a Baghdad” su questo stesso sito nella sezione “divulgazione”) la politica imperiale americana cerca sempre di scegliersi i propri nemici, per usarli quando servono ed eliminarli quando hanno esaurito la loro funzione. Insomma, il regime talebano, nel Big game per il dominio sul mondo, non era altro che un minuscolo (addirittura auspicabile) incidente di percorso.

Capitolo 3: Il progetto strategico dietro i piani di guerra americani

Nel terzo capitolo Ahmed delinea brevemente, ma in modo preciso, quale sia la posta in gioco che sta dietro i fatti dell’11 settembre. Egli scrive: “i fatti fin qui presentati chiariscono, oltre ogni ragionevole dubbio, che la guerra iniziata in ottobre dagli USA contro l’Afghanistan era stata pianificata del tutto indipendentemente dagli attacchi dell’11 settembre. Piuttosto che costituire il motivo scatenante, sembra che gli attacchi siano stati un pretesto per giustificare e mettere in atto i piani già esistenti per un’invasione militare.”

In molteplici studi ed articoli citati nel volume, si fa riferimento all’interesse che dalla caduta dell’Urss e per tutti gli anni ’90, le amministrazioni americane hanno avuto per il controllo dell’Asia centrale. Ne riportiamo uno particolarmente sintetico e illuminante del giornalista James Dorian per l’Oil and Gas Journal: “Coloro che controlleranno le rotte del petrolio proveniente dall’Asia centrale potranno determinare la direzione e la quantità delle future erogazioni, nonché la distribuzione dei proventi della nuova produzione”. E in particolare “Parte degli sforzi sono stati rivolti al persistente tentativo di evitare l’intrusione di altre potenze, in particolare della Russia e dell’Europa, nella corsa per il controllo delle vie d’accesso alle risorse della regione”. Quindi è lecito affermare, come fa Ahmed, che “i piani politici USA in Asia centrale affondano le loro radici in un più ampio contesto determinato dal tentativo di conquistare l’egemonia.” Del resto, in un documento del Pentagono si afferma apertamente: “Il primo obiettivo degli Stati Uniti è di impedire che si affacci sulla scena un nuovo rivale che possa minacciare il dominio USA sulle risorse globali.” 
Non è difficile mettere in relazione questi scenari con l’agenda politica estera degli Stati Uniti per tutti gli anni ’90, ossia dalla caduta dell’Urss. Gli Stati Uniti hanno cominciato ad occupare militarmente con lo scopo della stabilizzazione e del controllo, rispettivamente (e con motivazioni sempre variabili, ed appunto “giustificatrici”): i confini Arabia Saudita/Iraq ed il Kuwait in seguito alla guerra contro l’Iraq del ’91; la Bosnia Erzegovina in seguito all’intervento Nato per la pacificazione della guerra civile jugoslava; il Kosovo e la Macedonia in seguito alla guerra contro la Jugoslavia del ’99; l’Afghanistan e quindi di nuovo e completamente l’Iraq in seguito all’11 settembre. A fianco di questi che sono stati interventi bellici diretti, dobbiamo menzionare politiche di influenza che hanno attirato in maniera “dolce”, ma non per questo meno efficace, zone che precedentemente facevano parte integrante dell’Urss o del Patto di Varsavia. In particolare l’apparato militare americano dispone ora di basi o ha influenza diretta sul Mar Nero (Bulgaria), nel Caucaso (Azerbaigian e Georgia), nelle Repubbliche asiatiche ex sovietiche (in particolare Uzbekistan e Kazakistan). Osservando una cartina si può notare come, durante questi anni, gli Stati Uniti abbiano messo sotto protettorato militare un’area geografica che si estende dall’Europa orientale (Balcani), attraverso il Medio Oriente, la Penisola arabica, il Caucaso e l’Asia centrale, fino ai confini della Cina. Dalla stessa cartina si può notare come gli ultimi due tasselli necessari per completare il puzzle siano ormai rimasti solo la Siria e soprattutto l’Iran. In questo contesto è giusto almeno ricordare, poiché un’analisi ci porterebbe troppo lontano, l’alleanza strategica per il controllo del Medio Oriente intercorsa tra Stati Uniti e Israele. 
Questo immane sforzo imperiale si è svolto in tempi relativamente brevi, se consideriamo che l’origine della strategia egemonica nordamericana può farsi addirittura risalire alla fine del XIX secolo (guerra per Cuba e occupazione delle Filippine). Ad un certo punto del tragitto, affinché questo potesse dispiegarsi completamente senza ostacoli e quindi concludersi, è stato necessario il prodursi di un evento catalizzatore (“una nuova Pearl Harbor”, è stato ben detto) che spingesse verso quella direzione tutta l’opinione pubblica americana, nonché tutta la sua classe dirigente e politica. 
Tornando alle pagine di Ahmed, facciamo riferimento all’opera del già citato consulente strategico americano Zbigniew Brzezinski che in uno studio del 1997 per il Council of Foreign Relations (uno dei think tank che racchiude tra le menti più influenti dell’intellighenzia americana) dal titolo “The Grand Chessboard - La Grande Scacchiera”, illustrava perfettamente gli imperativi per l’egemonia globale americana, individuandoli appunto nel controllo dell’Eurasia. Fare questo era necessario e non più rinviabile, poiché la minaccia che altre potenze potessero occupare delle posizioni di contrasto nella zona cruciale sarebbe diventato un pericolo per la stabilità degli Stati Uniti e dell’intero pianeta. Scrive Brzezinski: “[Le repubbliche dell’Asia centrale] sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche per almeno tre dei più prossimi e più potenti vicini, e cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre anche la Cina mostra un crescente interesse politico per la regione”. Quindi “ne consegue che è primario interesse dell’America contribuire a far sì che nessuna singola potenza conquisti il controllo di questo spazio geopolitco, e che la comunità globale possa avervi accesso finanziario ed economico senza incontrare alcuno ostacolo”. Questo perché “se non c’è un coinvolgimento americano diretto e prolungato, in tempi non così lunghi le forze del disordine globale potrebbero giungere a dominare la scena del pianeta. La possibilità di una dissoluzione è insita nelle tensioni politiche non solo dell’attuale Eurasia, ma del mondo in generale.” Al fine di evitare ciò, continua Brzezinski: “Per metterla in una terminologia che ricorda la brutale durezza degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono quelli di prevenire la collusione e perpetuare tra i vassalli la dipendenza finalizzata alla sicurezza, mantenere i tributari docili e protetti e impedire ai barbari di mettersi insieme”. E questo è necessario fare qui e subito perché: “dato che l’America sta diventando una società sempre più multiculturale, può essere difficile suscitare un consenso sulle questioni della politica estera, eccetto che nel caso di una minaccia esterna diretta, veramente grande e percepita in modo generalizzato.

 
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09-11-2001: WAR ON FREEDOM_ 2

Post n°294 pubblicato il 14 Maggio 2012 da ahmed_1973

Capitolo 4: avvisaglie dell’11 settembre e “fiaschi” dell’intelligence Nel quarto capitolo Ahmed comincia l’analisi dei fatti relativi all’11 settembre. 
Le dichiarazioni ufficiali ai massimi gradi dei servizi di sicurezza e delle forze armate americane hanno assicurato l’impossibilità di prevedere gli attacchi alle Torri gemelle ed al Pentagono. In particolare, il servizio antiterrorismo della CIA, pur tenendo sotto stretto controllo Osama bin Laden da anni, non si era accorto di ciò che stava avvenendo; per l’aviazione americana l’attacco era “una cosa che non avevamo mai visto prima, alla quale non avevamo neppure mai pensato”; per l’FBI “non c’era stato alcun segno premonitore” e l’idea di utilizzare aerei come bombe contro edifici “non era mai venuta fuori”. Ahmed porta fatti e fonti che smentiscono categoricamente queste dichiarazioni. 
Fin dal 1995 l’ipotesi di dirottare aerei e utilizzarli come bombe era nota ai servizi segreti americani. In quell’anno infatti, la polizia filippina aveva arrestato degli appartenenti ad un gruppo islamico legato ad Al Qaeda che stava progettando un attentato contro il Papa in occasione di un suo viaggio pastorale nelle Filippine. Nel computer di uno dei terroristi venne rinvenuto un piano dettagliato per dirottare contemporaneamente un grande numero di aerei civili (una decina) da far schiantare poi contro edifici: tra gli obiettivi c’era anche il World Trade Center. Di questo piano, denominato “progetto Bojinka” (dal serbo-croato significa “grande botto”) si parlò molto anche durante il processo al terrorista pakistano Ramzi Yousef che aveva ideato l’attacco con un’autobomba al World Trade Center nel 1993. La cellula terroristica di Yousef era indagata oltre che per quell’attentato, per il progetto contro il Papa e per il “progetto Bojinka”, e dopo il suo arresto (1996) quella eventualità venne presa molto sul serio dalle autorità americane. 
L’FBI, in particolare, decise di mettere sotto controllo le scuole di volo negli Stati Uniti come possibili centri di addestramento di terroristi sotto copertura, e per i giochi olimpici di Atlanta si adottarono “complesse procedure per prevenire gli attacchi dall’aria”. Tra il ’99 e il 2001, rapporti in tal senso delle varie agenzie si moltiplicarono, sostenuti anche dalle intercettazioni della rete ECHELON, finché il coordinatore dell’antiterrorismo, Richard Clarke, allertò durante l’estate 2001 tutte le agenzie per la sicurezza nazionale, dalla Guardia Costiera alla Federal Aviation Administration, in merito ad un “imminente attacco”. 
In particolare, Echelon avrebbe anche penetrato i codici con cui venivano criptati i messaggi tra bin Laden e i membri della sua organizzazione, e come riferito dal senatore americano Orrin Hatch dello Utah, dal 1995 fino al giorno stesso dell’11 settembre, le comunicazioni di Al Qaeda sarebbero state sotto controllo. 
Le autorità dell’aviazione erano pertanto state messe a conoscenza del “progetto Bojinka”, ma la FAA rifiutò di prendere in considerazione gli avvertimenti e non adottò misure precauzionali come armare i piloti o collocare agenti di polizia sugli aerei, nonostante i ripetuti suggerimenti in tal senso. Secondo il Los Angeles Times “la burocrazia federale e le lobby delle linee aeree hanno rimandato e reso meno efficace una serie di provvedimenti, raccomandati da una commissione presidenziale, che avrebbero aumentato la sicurezza – uno di questi interventi, afferma ora un dirigente dell’industria aerea, avrebbe potuto impedire gli attacchi terroristici dell’11 settembre.” 
Oltre ai voli, la sorveglianza riguardava personaggi che erano stati identificati come presunti terroristi. Il 16 agosto 2001 venne arrestato dall’FBI un franco-algerino, Zacarias Moussaoui, personaggio sospetto che stava prendendo lezioni di volo sui 747 e che i servizi segreti francesi consideravano un sospetto terrorista legato ad Al Qaeda. In realtà gli agenti locali dell’FBI di Minneapolis avevano immediatamente riconosciuto Moussaoui come un presunto terrorista, ma il dipartimento di Giustizia e gli alti funzionari del Federal Bureau negarono l’autorizzazione per ulteriori e più penetranti indagini “per ragioni di sicurezza nazionale”. Solo dopo l’11 settembre si arrivò alla conclusione che il sospettato sarebbe dovuto essere uno dei kamikaze delle Torri gemelle. 
Allo stesso modo, il presunto capo dei dirottatori, Mohamed Atta, era tenuto sotto controllo dai servizi di sicurezza egiziani e dalla polizia tedesca dopo alcune intercettazioni telefoniche che lo collegavano a gruppi fondamentalisti islamici. Addirittura per la televisione canadese Atta aveva acquistato grandi quantità di prodotti chimici per la fabbricazione di esplosivi ed era implicato in un attentato terroristico in Israele e per questo tenuto sotto sorveglianza dall’FBI. Ma tutto ciò non gli impedì di viaggiare per ben tre volte nell’ultimo anno tra l’Europa e gli Stati Uniti, e benché i suoi visti di ingresso come studente nelle scuole di volo americane fossero scaduti o irregolari, gli fu sempre permesso l’ingresso senza difficoltà, questo dunque non perché “le leggi sui visti fossero permissive, ma perché furono intenzionalmente violate”. 
Come per Moussaoui e Atta, la circostanza che personaggi sospetti fossero all’interno degli Stati Uniti era nota alle autorità americane. Sulla cosiddetta “lista di sorveglianza”, cioè un elenco governativo di persone cui teoricamente sarebbe precluso l’ingresso nel paese, c’erano altri due terroristi dirottatori, Khalid Al Midhar e Nawaq Alhamzi, ma i loro nomi non furono mai segnalati dall’FBI ai funzionari delle aviolinee, quindi l’11 settembre poterono tranquillamente imbarcarsi sul volo 77 che avrebbe colpito il Pentagono. Secondo il “Washington Post” molte della cinquantina di persone coinvolte nella preparazione dell’attacco erano nella “lista di sorveglia”, erano da tempo nel paese, vi entravano e uscivano senza controllo, non venivano fermati, non si tentò di infiltrarli, “queste persone si sentivano tanto al sicuro quanto non insediate dalle forze dell’ordine”. Da un’inchiesta di “Newsweek” appare come almeno cinque dei dirottatori fossero stati addestrati negli anni ’90 presso installazioni protette dall’esercito USA, e che in generale l’addestramento degli allievi stranieri nelle scuole militari era pagato dagli stati di provenienza: 15 su 19 dirottatori erano cittadini dell’Arabia Saudita. Vengono rivelati sia i nomi dei terroristi (Atta, Alomari, Alghamdi) sia le strutture o le scuole dove venivano addestrati, ma ufficialmente i funzionari americani dichiararono che si trattasse soltanto di omonimie. Alle richieste di approfondimento di senatori o giornalisti, le autorità negarono ogni risposta che non fosse evasiva e contraddittoria, finché “a metà ottobre 2001 le indagini dell’FBI su questi particolari erano avvolte nel mistero; non era stata trovata una risposta precisa che fosse abbastanza credibile da poter essere presentata al pubblico. Il 10 ottobre agli agenti dell’FBI venne ordinato di troncare le loro indagini sui dirottamenti, con un’ordinanza che descriveva le attività investigative già svolte come “le più approfondite della storia”. Su questa situazione, il “Washigton Post” ha indicato i massimi gradi dell’FBI, tra cui il direttore Robert Mueller, come responsabili di menzogne e inerzia nelle indagini.

I due centri attraverso cui passarono quasi tutti i terroristi erano due scuole di volo di Venice, Florida: “le due scuole hanno addestrato il nocciolo duro della squadra dei piloti terroristi”. Sui proprietari di questi centri si sarebbero dovute aprire delle indagini, in particolare su uno dei due, Rudi Dekkers, la cui biografia apre la porta a molti sospetti, mentre fin dall’inizio si dette come per scontata la sua mancante implicazione nella vicenda. Su un’altra società, la Britannia Aviation, che aveva la disponibilità di usare gli hangar della scuola di Dekkers, si concentrano altri sospetti: dalla possibilità di avere appalti governativi senza le necessarie prerogative, dai rapporti privilegiati con agenzie come la DEA (autorità che combatte il narcotraffico negli Usa), il Dipartimento di Giustizia e la polizia locale, i rapporti di forniture con altre compagnie che erano note per essere, secondo giornalisti investigativi, società di proprietà della CIA usate come copertura per operazioni segrete. Ancora più inquietante è la testimonianza di Michael Springmann, capo dell’ufficio visti del Consolato americano di Jeddah in Arabia Saudita, in un’intervista rilasciata all’emittente CBC. Secondo Springmann, negli anni del suo servizio, tra il 1987 e il 1989, la CIA stava reclutando centinaia di persone e il dipartimento di Stato violò ripetutamente le regole per far loro ottenere i visti di ingresso negli Stati Uniti, malgrado fossero palesemente “persone non idonee”. Da quegli anni, la prassi non sembrò mutare, visto che la maggior parte dei terroristi dell’11 settembre ottenne i visti di ingresso proprio dal Consolato di Jeddah. Secondo Springmann esiste una continuità di prassi inquietanti, e all’epoca tutte le rimostranze da lui presentate presso tutti gli uffici competenti (dall’ambasciata di Riyadh al dipartimento di Stato) non vennero prese in considerazione. “Le reclute… venivano negli Stati Uniti per essere addestrate come terroristi… l’Afghanistan era l’utente finale dei loro servizi… e i paesi che li avevano messi a disposizione non li rivolevano indietro” dichiara Springmann.

Secondo il procuratore americano David Philip Schippers, già responsabile delle indagini giudiziarie della Commissione Giustizia della Camera, per cui “il lungo primato di indiscutibile competenza e la vastità di esperienza ne fanno una fonte altamente credibile”, gli impedimenti e le inerzie nelle indagini vennero decise “ai livelli più alti dell’FBI e del dipartimento di Giustizia”. 
Secondo la sua testimonianza, infatti, molte fonti, tra cui funzionari di base dell’FBI, “lo avevano avvicinato fornendo informazioni sugli imminenti attacchi”. Tali informazioni erano particolarmente precise. Gli agenti conoscevano nomi dei dirottatori, obiettivi degli attacchi, date programmate, fonti di finanziamento. Ma gli alti dirigenti avevano bloccato le indagini e i funzionari erano stati minacciati di essere perseguiti ai sensi del National Security Act se avessero rivelato quanto a loro conoscenza. Per cui, nel tentativo di superare il blocco, i funzionari si rivolsero a Schippers. Il procuratore contattò vari membri del Congresso e soprattutto il ministro della Giustizia John Ashcroft delineando la gravità della situazione. Nessuno lo prese sul serio, in particolare Ashcroft evitò di contattarlo. Tutto questo avveniva settimane prima l’11 settembre. Secondo Schippers, numerose persone dei servizi di sicurezza si erano rese conto di ciò che stava per accadere, ma i loro avvertimenti e le indagini furono troncate di netto dalla “èlite di burocrati di Washington”. Uno di quegli uomini disse a Schippers: “se si fosse consentito di andare avanti con le indagini, i fatti dell’11 settembre non sarebbero mai accaduti”. E un altro di questi funzionari dichiarò alla testata “New American”: “è terribile pensarlo, ma devono aver consentito che questa cosa succedesse perché era nei programmi di qualcuno”. 
Anche a livello internazionale da molte parti ci si era accorti che una tragedia era imminente. Informazioni in tal senso provenivano dal Mossad (servizio segreto militare israeliano), dai servizi segreti francesi, dal presidente russo Vladimir Putin, dal presidente egiziano Mubarak. Insomma, tutti sapevano tranne gli americani. 
In particolare, il monitoraggio e l’analisi di alcuni flussi finanziari precedenti agli attacchi erano molto significativi. Sia i titoli delle compagnie aeree che quelli di molte aziende che avevano i loro uffici nelle Torri gemelle, subirono nei giorni precedenti l’11 settembre una serie di speculazioni che fruttarono ad ignoti profitti per milioni di dollari. “Queste transazioni finanziarie multiple, così imponenti e senza precedenti, indicano senza margini di dubbio che c’erano investitori che stavano speculando in anticipo sulla catastrofe di metà settembre 2001, che avrebbe coinvolto la United Airlines, l’American Airlines e gli uffici delle Torri gemelle – un chiaro segnale del fatto che sapevano in anticipo, o addirittura erano coinvolti negli attacchi dell’11 settembre”. Ma è altrettanto significativo sapere che tali attività di scambio erano costantemente monitorate dalle autorità di molti paesi, proprio perché possibili indicatori di atti terroristici. Infatti sia la CIA americana, che il Mossad israeliano, che il Financial Services Authority inglese, hanno dipartimenti che si occupano “del controllo delle transazioni, per sorvegliare i movimenti sospetti delle azioni”. Il monitoraggio è puntuale e in tempo reale, utilizzando programmi di software altamente evoluti. Un’indagine su quegli scambi sospetti metterebbe allo scoperto gli investitori coinvolti e i loro collegamenti con gli attentatori. Ma tali indagini, ad oggi, non sono ancora state effettuate, almeno dalle autorità competenti. Mentre il lavoro svolto da un analista investigativo, Michael Ruppert, che ha seguito le tracce degli investimenti sospetti intorno all’11 settembre, consentirebbe di arrivare fin dentro il cuore della CIA. Per le speculazioni sarebbe stata usata la filiale americana della Deutsche Bank, di cui è stato direttore fino al 1998 A. B. “Buzzy” Krongard, che dal marzo 2001 era stato nominato dal presidente Bush direttore esecutivo della Central Intelligence. Nei suoi studi Ruppert ha rivelato un intreccio costante e pluridecennale tra attività finanziarie e operazioni coperte, spesso illegali e riprovevoli (come il traffico internazionale di stupefacenti). 
Ma non tutti gli avvertimenti sono caduti nel vuoto. In alcuni casi singoli, essi sono stati utilizzati con precisione. In quelli che sono tre casi documentati (e si ignora quanti e quali, oltre questi, siano rimasti ignoti), si rivela che, nella prossimità dell’11 settembre, ad alcune personalità vennero sconsigliati i voli aerei, tra questi il sindaco di San Francisco, lo scrittore Salman Rushdie e un “gruppo di altissimi funzionari del Pentagono”. Ma l’allarme riguardò solo loro, non la generalità dei passeggeri.

Capitolo 5: l’11 settembre e il tracollo delle procedure operative

Cosa accadde il giorno degli attacchi? Le procedure difensive erano inadeguate o non funzionarono? Gli aerei potevano essere fermati prima che portassero a compimento la loro missione di morte?

Prima di tutto è necessario stabilire quale fosse la risposta standard delle autorità di difesa aerea in caso di allarme. In tal senso le procedure operative della FAA (Federal Aviation Administration) e del dipartimento della Difesa sono estremamente precise e dettagliate, prevedendo ogni tipo di emergenza, dall’errore del pilota al dirottamento. Tutti i voli, sia quelli di privati che, a maggior ragione, quelli di linea, sono tenuti sotto stretta sorveglianza dalle stazioni di controllo a terra (come avviene in ogni parte del mondo) che sono in contatto diretto con la centrale radar militare del NORAD. Ogni volo ha un suo piano e una sua linea di percorrenza che deve essere rispettata in modo preciso, essendo scandita dai cosiddetti “fix”, punti immaginari su cui si svolge la rotta. Se un aereo salta o si discosta da uno di questi fix, scatta immediatamente l’allarme. La procedura prevede che l’addetto al controllo aereo si metta immediatamente in contatto radio con il pilota, ma se il contatto risulta impossibile o questi non risponde, si passa in maniera automatica all’intercettazione. L’addetto passa l’allarme ai militari, senza ulteriore autorizzazione, i quali faranno alzare gli intercettori che si trovano più prossimi al volo sotto allarme. Nel termine di pochi minuti, dunque, un caccia militare avrà preso contatto visivo diretto con l’aereo fuori rotta o in difficoltà. In un caso documentato dalla stampa che coinvolse il jet privato di un noto giocatore professionista di golf, dal momento della perdita della rotta all’intercettazione da parte degli F-16, trascorsero ventuno minuti. L’11 settembre tale procedura fu totalmente ignorata. Tutti gli aerei dirottati decollarono tra le 7,59 e le 8,14 di quel mattino. Il primo fu dirottato e venne perso dalla torre di controllo alle 8,20, nel giro di pochi minuti vennero persi tutti gli altri. Già a questo punto, con quattro aerei che venivano persi contemporaneamente, l’allarme sarebbe dovuto essere generale, e il NORAD, in collegamento diretto col computer centrale dell’aviazione civile doveva essere al corrente di tutto. Alle 8,45 il primo aereo si schianta contro la Torre nord a New York, a 25 minuti dal dirottamento. Alle 9,03 l’altro aereo si schianta sulla Torre sud. A questo punto nessuno può dubitare che sia in corso un attacco terroristico che utilizza aerei di linea come bombe. Ma alle 9,40, un altro aereo si schianta contro il Pentagono, ben 37 minuti dopo la seconda torre e addirittura un’ora e 20 minuti dal primo dirottamento che avrebbe dovuto far scattare l’allarme e la procedura per l’intercettazione automatica.
Il 13 settembre, il generale Myers, Capo di Stato Maggiore in carica, dichiarava alla Commissione per i Servizi Armati del Senato che l’ordine di far decollare i caccia per intercettare gli aerei dirottati era stato, per quanto ne sapesse “successivo al momento in cui venne colpito il Pentagono”. Lo stesso dichiarava il portavoce del NORAD, maggiore Mike Snyder. Lo stesso vicepresidente Dick Cheney, il 16 settembre, in un incontro con la stampa, non contestò tale racconto. 
Ma la versione ufficiale cambiò improvvisamente. “Contraddicendo le versioni e le testimonianze iniziali dei funzionari americani, veniva più tardi affermato che in realtà, quando era stata colpita la prima torre, erano stati fatti decollare dei caccia dalla base Otis, Massachusettes”. Questo almeno salverebbe coloro che, in caso contrario, avrebbero tenuto a terra gli aerei per oltre un’ora, in contraddizione con tutte le procedure standard mentre era in corso l’allarme più grave della storia degli Stati Uniti. Ma apre la porta a molte e più inquietanti domande. 
Che la seconda versione appaia alquanto dubbia viene alla luce dalla semplice considerazione dei tempi di reazione: se gli aerei intercettori della base Otis decollarono alle 8,52 (con già grave ritardo rispetto ai tempi medi di risposta), perché non riuscirono ad intercettare in tempo l’aereo che si schiantò sulla seconda torre 11 minuti dopo? E perché non furono allertati gli aerei della base McGuire a soli centoquattordici chilometri da New York che avrebbero potuto raggiungere la città in meno di sette minuti? Allo stesso modo, secondo la ricostruzione del “New York Press”, gli aerei che partirono dalla base di Langley alle 9,30 (con ritardo gravissimo e ingiustificabile) non fecero in tempo ad intercettare il Boeing sul Pentagono, mentre la base di Andrews si trova a pochissimi chilometri da Washigton. Inoltre, secondo la versione ufficiale, gli F-15 e gli F-16 avrebbero dovuto volare a 500 Km/h per non raggiungere in tempo i loro obiettivi, mentre la loro potenza massima tocca i 3000 Km/h. Pur trattandosi di un’emergenza volarono al 20% del loro potenziale. Insomma, “questa storia, che ormai è divenuta la versione ufficiale, solleva più domande di quante ne soddisfi”. 
A conclusioni analoghe giungono vari esperti che hanno analizzato i dati forniti. Stan Goff, pluri veterano di guerra e docente di scienza e dottrina militare a West Point, osserva che tutta la sequenza degli avvenimenti sembra “costruita a bella posta”, e risulta davvero abnorme il ritardo con cui sarebbero stati fatti alzare gli intercettori dell’Air Force. In particolare, la dinamica dello schianto sul Pentagono appare del tutto incredibile: un pilota addestrato su Piper e Cesna avrebbe effettuato una delle manovre più incredibili e difficili su un boeing di linea, cioè una vorticosa spirale verso il basso in tempi strettissimi, un volo radente che porta l’aereo a tagliare i fili elettrici davanti il Pentagono, quindi uno schianto perfetto su un edificio molto basso alla “velocità di ottocentocinquanta chilometri l’ora”. 
Anatoli Kornukov, comandante in capo delle forze aeree russe, ha dichiarato: “In genere è impossibile portare a termine un atto terroristico in un contesto come quello […] Appena qualcosa di simile succede qui, io lo vengo a sapere immediatamente, e nel giro di un minuto siamo tutti in azione”. I russi sarebbero più bravi degli americani? Non si direbbe consultando i manuali di ingaggio della FAA e del National Military Command Center: “Il coordinatore FAA per i casi di dirottamento… in servizio presso il quartier generale di Washington chiederà alle Forze armate di fornire una scorta quando viene confermato un dirottamento aereo”, e secondo le istruzioni del Capo di Stato Maggiore “nel caso di un dirottamento, l’NMCC sarà informato nel modo più veloce dalla FAA… Gli Stati Uniti debbono dunque far decollare gli aerei militari nel momento stesso in cui viene confermato un dirottamento”. La verità dunque, è che l’ “11 settembre le normative precise che regolano gli interventi d’emergenza delle autorità aeree sono state sistematicamente infrante”. Perché è accaduto? 
Alla verifica dei fatti solo due ipotesi sono in piedi: grave negligenza o complicità? Secondo l’agenzia di stampa militare, il generale Myers, Capo di Stato Maggiore, quella mattina aveva una riunione con un senatore, Max Cleland, e avrebbe saputo in diretta dalla televisione dello schianto sulla prima torre. Ritenendo si trattasse di un incidente, cominciò ugualmente la sua riunione, e solo al termine sarebbe venuto a conoscenza del secondo schianto, proprio mentre giungeva la notizia dell’attacco al Pentagono. Solo a quel punto si sarebbe messo in contatto col generale Ralph Eberhart, comandante del NORAD. Insomma, per oltre un’ora, l’ora decisiva, il capo delle forze armate americane sarebbe stato all’oscuro di tutto, e avrebbe cominciato a concertare la risposta militare agli attacchi con il capo del NORAD solo quando tutto era praticamente finito. 
Se i vertici delle forze armate dimostrarono uno “sbalorditivo quadro di indifferenza”, non da meno fu la risposta dei vertici politici. Al momento degli attacchi il presidente Bush si trovava in una scuola elementare in Florida per un incontro con gli studenti. Secondo la stampa che lo seguiva nel viaggio, fu immediatamente avvertito del primo schianto, ma lui continuò nella sua visita limitandosi ad annunciare una dichiarazione per le ore successive. È da mettere in rilievo che il grande pubblico capì che si trattasse di terrorismo solo dopo la seconda torre, ma le Forze armate e i servizi di sicurezza, anche al seguito del presidente, potevano sapere (e dunque dovevano sapere) che il primo schianto era stato causato da un aereo dirottato e che in quel momento ce n’erano altri tre senza controllo sui cieli degli Stati Uniti. “Ma invece di iniziare immediatamente una riunione di emergenza sulla situazione, per decidere quali istruzioni dare agli intercettori, Bush è rimasto alla scuola elementare dove era andato per fare una lettura ai bambini” mentre Myers era in una riunione di routine dalla quale non venne minimamente distolto. È possibile che quanto accaduto sia la conseguenza di una “sistematica, non intenzionale, incompetenza. […] Un’incompetenza di questo genere sarebbe la conseguenza di una incompetenza istituzionale grottesca, diffusa in tutti i servizi di emergenza di FAA, NORAD, Air Force e di altre importanti istituzioni. Ma le tracce di tanta incompetenza istituzionale avrebbero dovuto venire alla luce anche in altre circostanze, nel corso dei normali interventi d’emergenza già verificatesi. Ma non c’è alcuna traccia del genere.” La conclusione più logica che si possa trarre, è dunque che “la responsabilità per la sicurezza del paese è tanto stupefacente quanto rivelatrice: indica un livello di negligenza che equivale di fatto a una effettiva complicità”.

 
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09-11-2001: WAR ON FREEDOM_ 3

Post n°293 pubblicato il 14 Maggio 2012 da ahmed_1973

Capitolo 6: i legami dell’America con l’uomo più ricercato della terra

In questo capitolo Ahmed analizza la figura di Osama bin Laden, mettendo in luce relazioni inquietanti in un intreccio di affari, servizi segreti e uomini politici. 
Secondo la linea ufficiale, non esistono e non sarebbe mai esistiti legami tra Al Qaeda e il governo degli Stati Uniti, bin Laden sarebbe stato ripudiato dalla sua famiglia e condannato dal governo saudita. Insomma, questo genio del male sarebbe divenuto tale in maniera autonoma ed indipendente. 
La famiglia bin Laden è una delle più ricche del Medio Oriente, e i suoi interessi sono ormai estesi a livello planetario. Il padre di Osama, lo sceicco Muhammad bin Laden, fu un leggendario costruttore e creò un impero finanziario costruendo grandi strade, aeroporti, infrastrutture. Fin dalla fine degli anni ’70, tale impero era governato in gran parte da uno dei figli più giovani, Osama, appunto. Quando in quel periodo, il giovane e idealista bin Laden decise di mettere le sue fortune a disposizione della lotta dei mujaheddin afgani contro l’invasione sovietica, tale attività avvenne “con la piena approvazione del regime saudita e della CIA”. L’ex capo dell’ufficio visti americano a Jeddah, in Arabia, alla fine degli anni ’80, Michael Springmann, vide in prima persona come i servizi segreti americani e bin Laden lavorassero in simbiosi. Springmann cercò di opporsi a quelle prassi che violavano le regole dell’immigrazione e d’ingresso negli Usa: “Ciò cui io mi opponevo era, in realtà, un tentativo di portare reclute raccolte da Osama bin Laden negli Stati Uniti perché fossero addestrate al terrorismo dalla CIA. Sarebbero poi state rispedite in Afghanistan per combattere contro i sovietici di allora”. Ancora nel ’90 bin Laden cercò di organizzare una forza di veterani della guerra afgana per combattere l’Iraq di Saddam che aveva invaso il Kuwait. Da quel momento in poi, comincerebbe la parabola discendente dei rapporti tra Osama, la sua stessa famiglia, la famiglia reale saudita e gli americani. 
Storicamente esistono anche numerosi rapporti di affari tra le famiglie bin Laden e Bush. In particolare il gruppo Carlyle, di cui George Bush sr. è un alto dirigente, ha rapporti finanziari molto stretti e di lunga data con il gruppo bin Laden. Di questo sodalizio hanno fatto parte, per tutti gli anni ’90, oltre Bush, anche l’ex segretario di Stato James Baker e l’ex segretario alla Difesa Frank Carlucci, come dire i pezzi chiave di una intera Amministrazione presidenziale americana. Nel momento in cui Osama bin Laden cominciava a diventare, nel corso degli anni ’90, la punta di diamante del terrorismo islamico internazionale, cominciavano anche le indagini su questi “legami pericolosi”. Queste indagini furono costantemente osteggiate dalla famiglia Bush, finché addirittura sospese quando George Bush jr. diventò presidente nel 2000. Dopo l’11 settembre, tali legami, che avrebbero potuto essere quanto meno sospetti, rimasero nell’ombra. Mentre successivamente agli attentati venivano arrestati migliaia di sospetti e testimoni, un volo charter in partenza dagli Stati Uniti portava “in tutta fretta fuori scena, verso l’Arabia Saudita, undici membri della famiglia di Osama bin Laden”. Secondo la linea ufficiale, i parenti di Osama avevano da tempo ripudiato la “pecora nera” della famiglia e non c’era motivo di indagare su di loro. Invece fonti di stampa riportano che l’FBI era “sulle tracce di altri membri della famiglia bin Laden per via dei loro legami con organizzazioni terroristiche, prima e dopo l’11 settembre.” 
Secondo analisti e fonti di stampa, anche i rapporti tra Osama bin Laden e i sauditi non si sarebbero affatto interrotti. Secondo il “New Yorker” nel ’94, re Fahad cercava di controllare le fazioni islamiche fondamentaliste fornendo loro cospicui finanziamenti. Secondo il “Los Angeles Times”, il principe saudita Turki al-Faisal, capo dei servizi segreti sauditi fino al 2001, “manteneva stretti rapporti con bin Laden e i talebani”. I rapporti tra Osama bin Laden, intelligence saudita e intelligence americana, risultano essere una sorta di triangolazione, visti gli stretti rapporti tra questi servizi segreti. Secondo “New Statesman”: “Bin Laden e la sua banda non sono che i tentacoli; la testa è al sicuro in Arabia Saudita, sotto la protezione delle forze americane”. 
Lo studio più approfondito su questa realtà è stato realizzato dal celebre giornalista della televisione svizzera Richard Labevière, il quale, utilizzando fonti dei servizi segreti europei, può dichiarare: “L’Arabia Saudita sta finanziando le reti di bin Laden [… e il suo potere si è accresciuto] grazie all’appoggio attivo di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e di altre monarchie del petrolio, e con la benevolenza dei servizi di intelligence americani impegnati in quelle aree. […Al Qaeda] è stata protetta perché quella rete era stata concepita per riuscire utile alla politica estera e agli interessi militari degli Stati Uniti”. Esemplare in questo contesto la storia di un ex sergente americano di origine egiziana, Ali Mohamed. Nel 1984 venne espulso dall’esercito egiziano perché ritenuto un estremista religioso, quindi si trasferiva negli Stati Uniti, dove, benché ritenuto in un primo momento inaffidabile, diventava cittadino ed entrava nell’esercito fino ad avere il grado di sergente. Lavorava come istruttore e teneva corsi sul Medio Oriente per l’esercito americano, fungeva da collegamento tra la CIA e la guerriglia afgana negli anni ’80. Nel 1989 si congedava con onore, ma negli anni ’90 continuava privatamente il proprio lavoro, addestrando estremisti islamici, in particolare membri di Al Qaeda che avrebbero compiuto gli attacchi alle ambasciate americane in Africa (Kenya e Tanzania). Benché arrestato e ritenuto colpevole per questi fatti, Mohamed “continua a essere tenuto sotto custodia dagli americani in una località protetta e segreta […] e non è stato condannato […]. A tutt’oggi permane una cortina di segretezza, mantenuta dal governo americano, sul ruolo avuto da Mohamed, sui suoi rapporti contemporanei con l’intelligence militare americana e con Al Qaeda e sulla loro durata”. 
Anche sul piano dei tentativi di cattura di bin Laden da parte degli americani, i conti non tornano. Nel ’96 lo sceicco si trovava in Sudan, protetto dalle autorità di quel paese, le quali però, a fronte delle pressioni internazionali, decisero di scaricare lo scomodo alleato. Il generale Elfaith Erwa, allora ministro della Difesa sudanese, in un intervista al “Washington Post”, dichiarò che il suo paese era ben disposto a consegnare bin Laden agli americani pur di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma che i funzionari di Washington preferirono un’altra soluzione: consentirgli di lasciare il Sudan, purché non si trasferisse in Somalia. Alla notizia che bin Laden sarebbe andato in Afghanistan, i funzionari americani avrebbero detto: “lasciatelo stare”. 
L’uomo più impegnato nella cattura del capo di Al Qaeda è stato senz’altro l’agente dell’FBI John O’Neill, che lo perseguì fin dalle implicazioni con l’attentato del World Trade Center del 1993. O’Neill, che era diventato nel corso degli anni direttore dell’antiterrorismo dell’FBI, era talmente rammaricato dall’ostruzionismo ricevuto nella caccia a bin Laden che nell’agosto del 2001 si dimise dal suo incarico e accettò le mansioni di capo della sicurezza alle Torri gemelle. Come per un fatale scherzo del destino, morirà quell’11 settembre sotto gli attacchi.

Per completare il quadro, è necessario fare riferimento ai legami tra la CIA, Al Qaeda, e l’ISI, ovvero l’Inter Services Intelligence, il servizio segreto militare del Pakistan. Anche questo è un collegamento storico che risale alla guerra afgana contro i sovietici. “Tra il 1982 e il 1992 circa trentacinquemila estremisti musulmani di quaranta paesi si sono uniti alla lotta dell’Afghanistan. Altre decine di migliaia di musulmani sono andate a studiare nelle madrasa (scuole coraniche, n.d.r.) pakistane. Alla fine, più di centomila estremisti musulmani stranieri sono stati influenzati direttamente dal jihad afgano”. Secondo il “Washington Post” tramite l’ISI pakistana, “la CIA addestrò e sostenne sotto copertura i combattenti afgani. In questo frangente l’ISI era l’intermediaria, attraverso la quale la CIA procurava ai ribelli afgani armi, pianificazione e addestramento”. Dal 1985 tali aiuti divennero cospicui grazie alla direttiva 166 del presidente Reagan. Anche con la fine della guerra e con amministrazioni diverse, la crescita restò costante finché nel 1997 ammontava a sessantacinquemila tonnellate in forniture di armi, oltre ad un “flusso incessante di specialisti della CIA e del Pentagono che visitavano il quartier generale di Rawalpindi, in Pakistan. Lì gli specialisti della CIA incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni”. In questo modo e nel corso degli anni, “l’ISI pakistana divenne un vero e proprio strumento della politica estera americana in quella regione” tanto che la pubblicazione “Jane’s Defence Weekly” non esitò a definire questo rapporto come un “modello di guerra per procura”. Tramite questo meccanismo si arrivò al 1988 quando “Bin Laden creò – fatto noto agli Stati Uniti – Al Qaeda (La Base): un agglomerato di cellule di terroristi islamici, quasi indipendente fra loro, disseminate in almeno ventisei paesi”. L’americano Selig Harrison, analista esperto di Asia meridionale, ritiene addirittura che “i talebani siano una creazione della CIA americana in collaborazione con la direzione dell’ISI pakistana”. Questo fenomeno di stretta collaborazione può aver avuto connessioni con i fatti dell’11 settembre? 
Molte fonti di stampa (Reuters, New York Times, Daily Telegraph) hanno riportato che proprio in quei giorni fosse in corso un vertice tra i massimi dirigenti dell’ISI, tra cui il direttore generale Mahmoud Ahmad, con gli omologhi americani del Pentagono e del National Security Council, e che pertanto i vertici dell’ISI si trovassero in America proprio nella settimana degli attacchi terroristici. Ufficialmente, secondo le fonti del dipartimento di Stato, si sarebbe trattata di una “visita di routine”. Ma le coincidenze non finiscono qui. Pochi giorni dopo quei fatti, quando stavano per cominciare i bombardamenti americani sull’Afghanistan, il generale Mahmoud Ahmad veniva destituito in modo repentino da direttore dell’ISI. Dietro la defenestrazione ci sarebbero motivazioni gravissime. Secondo il più importante giornale indiano, “Times of India”: “le fonti locali hanno confermato martedì che il generale è stato licenziato per via delle prove fornite dall’India che dimostrano i suoi legami con uno degli attentatori suicidi che hanno abbattuto il World Trade Center. Le autorità degli Stati Uniti hanno chiesto il suo allontanamento dopo che è stato confermato che lo sceicco Ahmad Umar, su istruzione del generale Mahmoud, aveva inviato al dirottatore Mohammed Atta centomila dollari dal Pakistan”. L’India poteva avere buone ragioni per screditare il nemico storico, il Pakistan, di fronte agli alleati americani, ma la notizia venne ripresa anche da altre fonti insospettabili, la France Press e addirittura il Wall Street Journal, secondo cui la rimozione del generale Ahmad sarebbe stata richiesta dagli americani, dopo che l’FBI aveva accertato, in base alle informazioni dell’intelligence indiana, il legame tra il capo dell’ISI e il capo dei terroristi dell’11 settembre. Secondo la fonte della France Press (un alto funzionario governativo), le prove fornite dagli indiani “sono per loro natura ben più importanti ed estese che un semplice pezzo di carta che collega un generale disonesto a qualche maldiretto atto di terrorismo”. Ci si troverebbe davanti alla prova schiacciante che, come hanno pensato numerosi analisti di alto livello, le operazioni dell’11 settembre avrebbero alle spalle una organizzazione e un livello di preparazione ben più complesso e articolato di quello che poteva essere fornito da bin Laden e Al Qaeda. Riportiamo per semplificare solo una di queste voci, particolarmente attendibile, Mohamed Heikal, ex ministro degli Esteri egiziano, considerato il più accreditato commentatore politico del mondo arabo: “Bin Laden non ha la capacità di condurre un’operazione di questa portata. Quando sento Bush che parla di Al Qaeda come se fosse la Germania nazista o il partito comunista dell’Unione Sovietica, rido, perché so di cosa si tratta veramente. Bin Laden è stato sotto sorveglianza per anni: ogni sua telefonata veniva controllata, e in Al Qaeda si è infiltrata l’intelligence americana, quella pakistana, quella saudita, quella egiziana. Non avrebbero mai potuto tenere segreta un’operazione che richiedeva un tale grado di organizzazione e di complessità”. 
Ma com’è possibile che fatti di questa gravità abbiano avuto così poca eco sui media internazionali, e che gli americani si siano accontentati dell’allontanamento in sordina del capo di un servizio segreto straniero, tra l’altro di uno stato così importante e fondamentale come il Pakistan, su cui esistevano le prove di una complicità con i dirottatori delle Torri gemelle? La risposta fornita dall’autore è semplicemente logica. Scrive infatti Ahmed: “Facendo pressione sull’allora direttore generale dell’ISI perché se ne andasse senza rumore, con il pretesto di una ristrutturazione del personale, gli Stati Uniti hanno di fatto bloccato ogni tipo di indagine sulla questione. Hanno impedito che ci fosse un’eco più vasta e hanno consentito al capo dell’ISI, chiaramente complice degli attacchi terroristici, di andarsene in assoluta libertà. Sembra che gli USA abbiano tentato di proteggere l’ex direttore generale dell’ISI, e l’ISI nel suo complesso, da qualsiasi pericolosa rivelazione su eventuali complicità e implicazioni negli attacchi aerei”.

Capitolo 7: la nuova guerra: potere e profitti dentro e fuori i confini

In questo settimo e ultimo capitolo l’autore completa la sua analisi, definendo presupposti ed effetti della guerra successiva all’11 settembre. Prima di tutto delinea come l’Amministrazione americana si trovasse in una grave crisi di consensi derivante soprattutto dalla recessione economica e dalle scarse prospettive di ripresa senza un evento che rivoluzionasse e rivitalizzasse il quadro generale. In politica internazionale gli USA erano isolati, soprattutto in crisi erano i rapporti con gli alleati europei per visioni diverse in merito ad aspetti fondamentali del futuro sviluppo del pianeta (inquinamento globale, difesa missilistica, istituzione di un tribunale internazionale), e dovevano anche affrontare le crescenti critiche del movimento anti-globalizzazione, il movimento sociale più imponente e diffuso dagli anni intorno al ’68. “Alcuni potenti settori dell’élite di potere americana hanno dunque visto nei fatti dell’11 settembre, un’opportunità favorevole per mettere in atto un programma mirante a difendere più ampi interessi strategici ed economici, tramite l’espansione e il consolidamento dell’influenza militare”. Questo, come sappiamo, è avvenuto sul piano esterno con la guerra mossa contro l’Afghanistan prima, e quella contro l’Iraq successivamente, ma anche sul piano interno non sono mancate notevoli ripercussioni. Scriveva il Washington Post: “E’ più che mai vero ora che il Congresso e gli altri discutono dell’eventuale necessità di sacrificare la privacy, la libertà di movimento o altre libertà alle esigenze di sicurezza interna”. I crescenti timori di un restringimento delle libertà costituzionali tanto care agli americani, si è materializzato con l’approvazione del USA Patrioct Act che ha “dato nuovi, enormi poteri sia alle forze addette alla tutela della legge all’interno della nazione sia alle agenzie internazionali di intelligence, e ha soppresso quei controlli incrociati che precedentemente attribuivano ai tribunali la possibilità di accertarsi che non si verificassero abusi di potere”. 
Anche sul piano economico si sono presentate interessanti possibilità. Come ha rilevato il professor Chossudovsky dell’Università di Ottawa: “la nuova direzione dell’economia americana genererà un surplus di centinaia di miliardi di dollari di profitti, che andranno ad arricchire le tasche di un pugno di grandi società”. 
Insomma, per dirla con le parole dell’economista filippino Walden Bello, “la missione di Al Qaeda a New York, nella congiuntura storica dell’11 settembre, è stato il miglior regalo possibile agli Stati Uniti e all’establishment globale”.

 
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