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Messaggi di Maggio 2012
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Post n°74 pubblicato il 29 Maggio 2012 da shomer.mml
Quando lavoro spesso non ho il tempo di fermarmi a pensare sul serio, anche perchè la giornata è sempre piena di impegni, anche finito il lavoro. Era da un bel po' che non mi prendevo del tempo per me e per la mia solitudine e non ricordavo quel dolore che mi prende inizialmente. Avrei un sacco di cose da fare a casa, eppure mi sento paralizzata. Non mi aiuta il mio attuale stato di salute. La visione occidentale la chiama virosi respiratoria (forse complicata); gli orientali la chiamano fame d'aria, in ogni senso. Il silenzio di cui riesco a usufruire in questi giorni almeno per qualche ora, mi porta verso la montagna e verso il mare. Stamattina, concluse delle commissioni quasi obbligatorie, ho sentito il desiderio di andare in riva al mare a leggere un po' (che poi mi prendessi un romanzetto! ma no! ovviamente mi attrae una lettura di tipo psicologico, che richiede continua riflessione). Mi è venuto in mente un baretto sulla spiaggia e là mi sono diretta, piena di buone intenzioni e sperando di non trovarci nessuno. Già dal numero di auto parcheggiate sapevo che non sarei stata sola. E poi tutti quei piccoli grandi fastidi: la musica che non mi piaceva e a volume alto (intendiamoci, a me la musica piace moltissimo, e pure a volume alto, ma quella che piace a me e quando lo dico io), gli ombrelloni mancanti ai tavolini più vicini al mare, cosicché ho dovuto mettermi in quelli più arretrati e vicini alla musica. E vabbè. Mi sono seduta col mio succo d'ananas e ho letto un po', evitando di guardarmi in giro il più possibile, anche se ogni tanto mi cadeva l'occhio sulle persone che dalla spiaggia venivano al bar a prendersi qualcosa, per lo più donne in costume.
Quando è venuta l'ora di andarmene, ho preso le mie cose e, avviandomi al parcheggio, ho buttato un occhio sulla spiaggia. Non c'era tantissima gente, ma proprio davanti a me un paio di donne che prendevano il sole, già abbronzate, in costumi bellissimi e con fisici perfetti. Tutto quello che io non sono. E mi sono sentita un po' più morta.
shomer.mml |
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Post n°73 pubblicato il 28 Maggio 2012 da shomer.mml
Ogni tanto se ne esce con racconti antichi. Alcuni aneddoti li avrò sentiti non so più quante volte. Ogni tanto, quando sento di non poter sopportare, la blocco sul nascere. Più spesso la lascio parlare, perchè so che ne ha bisogno. Ma è quando mi racconta della sua infanzia che starei ad ascoltarla per ore, solo che mi vengono le lacrime e non voglio che mi veda piangere. Così inghiotto il nodo in gola, finchè ce la faccio, poi trovo una scusa, per allontanarmi un attimo, come per esempio andare in bagno, dove mi asciugo le lacrime. Così stamattina... mentre raccontava, oggi serena nonostante tutto, credevo di soffocarmi col boccone per via del nodo in gola. Suo padre era ammalato e lontano da casa, sua madre doveva necessariamente lavorare per poter mangiare. Vivevano in una baracca e mia madre fu messa in un collegio all'età di quattro anni per uscirne a tredici. Il collegio ospitava sia figli di benestanti, sia figli di orfani. E mia madre divenne orfana di padre all'età di sette anni. Nei suoi racconti mi ha sempre detto che questi e quelli non venivano trattati alla stessa maniera. Quando aveva sei anni fu mandata a scuola in un collegio in montagna, per rafforzare i polmoni, come si diceva una volta. Il collegio ospitava maschi e femmine, rigorosamente separati, dalla prima infanzia fino ai diciotto anni. L'unico momento in cui erano tutti insieme era quando uscivano nel cortile. Era fragile e sola e ogni tanto un ragazzo in particolare, a cui probabilmente faceva tenerezza o pena, la prendeva in braccio. Lei lo ricorda sempre, poichè era forse l'unica persona che le dava un gesto di affetto in quel posto. Le suore ci misero malizia in quel gesto e lei non capiva perchè dicessero certe cose. Ci furono un paio di episodi in cui lei continuava a dire alla suora di stare male e la suora continuava a dire a lei che era una scusa, perchè non aveva voglia di studiare. La prima volta ebbe una pleuro-polmonite, la seconda l'appendicite cronica che la fece crollare a terra sulle scale del collegio senza forza, sfociando poi in una peritonite. Quando si mestruò, sua madre le portò gli assorbenti, che, al tempo, erano ancora di stoffa. Gliene portò un bel po', ma qualcuno (...) li fece sparire facendoli poi riapparire miracolosamente l'ultimo giorno di scuola e costringendola a indossare sempre gli stessi pochi assorbenti per giorni con le conseguenze che lascio immaginare. Ci fu un episodio a scuola per cui, ingiustamente, fu dato il sette in condotta a tutta la classe. Assieme al sette fu aggiunta un'altra punizione: non poter ricevere la visita dei genitori per un mese, cosa che normalmente avveniva ogni due settimane... In quel periodo era il compleanno di mia madre e sua sorella, più grande di sette anni, andò a farle visita e le portò una casetta in marzapane che le aveva regalato una sua amica e che proveniva dalla Svizzera. Mia madre, avvisata da una ragazza che c'era sua sorella, corse giù e la incontrò. Quando tornò su, la suora fece mettere tutte le ragazze in fila per due lungo il corridoio, con mia madre in prima fila. Davanti a tutti le chiese cosa avesse fatto e mia madre disse la verità, che cioè era il suo compleanno e che era scesa perchè sua sorella era venuta a trovarla. Le arrivò un ceffone in pieno viso, forte. La suora si accinse a dargliene un altro, ma lei si scostò, così la mano della suora andò a sbattere contro il muro e si fece pure male, tra le risate generali. Per tutto l'anno successivo a mia madre fu affidato il compito di pulire i bagni di due piani del collegio.
Oggi mia madre si è riconciliata, attraverso Gesù Cristo, con la sua storia. (omissis) Oggi mi ritrovo qui col desiderio di abbracciare forte quella bambina che fu, per poter dirle che le voglio bene e che nessuno le farà del male e che non deve avere paura, perchè la proteggo. E a pensare a come potrebbe essere il futuro di questa salute incerta. Vero è che sempre più scopro il valore di mia madre, la fortuna di averla, il calore del suo amore talvolta silenzioso. E tutto questo mi commuove profondamente, indegna ancora di questa eredità meravigliosa.
shomer.mml |
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Post n°72 pubblicato il 27 Maggio 2012 da shomer.mml
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Post n°71 pubblicato il 27 Maggio 2012 da shomer.mml
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Post n°70 pubblicato il 13 Maggio 2012 da shomer.mml
Ho creduto che bastasse la libertà dal denaro tentazione sempre presente e insidiosa ma mi rendo conto che senza denaro non sono ancora abbastanza povera per ascoltare la Sua voce. Gli affetti, il giudizio degli altri e l'orgoglio mi tengono ancora saldamente stretta.
Non sono ancora abbastanza povera.
shomer.mml
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Post n°69 pubblicato il 02 Maggio 2012 da shomer.mml
Guardavo fuori dalla finestra del bagno che si affaccia sul retro della casa. Il sole sorto da un paio d'ore già illuminava quella terra e i diversi verdi di quelle foglie che stanno crescendo, piantate con cura su quella terra arata e concimata con amore. Là, seduto sul muretto di confine vicino al cancelletto che porta al vecchio canale che costeggiava la ferrovia e che ora non c'è più, vicino al giovane susino, era seduto mio padre. Non sono riuscita a distogliere lo sguardo da lui. Fumava, eterna sua lotta, eterno suo piacere da una vita. Si guardava in giro, attento ai dettagli sostanzialmente importanti. Guardavo le file arate, i ciuffi che sbucano timidi delle piante che la prossima estate delizieranno la tavola con i loro frutti, l'ordine dell'orto. Poi il mio sguardo è tornato su quell'uomo, là seduto con la sigaretta in mano e mi sono chiesta cosa pensasse. So cosa ho pensato io mentre, commossa e malinconica, piangevo. Da quale fonte scaturiscano tante lacrime me lo chiedo spesso. Guardavo mio padre e tornavo indietro nel tempo, come spesso mi accade, a rivivere in me certi passaggi. So che essi forse non sono obiettivi, ma frutto di percezioni mie. Ma è questa la mia vita, come sono oggi alla luce di quello che è successo ieri. Ho ripensato alle sue assenze, alle sue rinunce per noi tutti, alla sua serietà e alla sua responsabilità verso la famiglia; ai tantissimi anni di duro lavoro, di giorno come artigiano, all'alba e al tramonto nei campi; al suo piegarsi ad accudire sua madre inferma fino alla fine... alla sua consapevolezza di non essere più quell'uomo, pieno di energia, di volontà, di forza... forse è proprio questa la vecchiaia... Ho pensato alla salsa casalinga fatta da lui (meravigliosa!), alle sfogliate della scorsa estate con mozzarella, olive, origano, olio e il pomodoro fresco da lui piantato, bagnato e coltivato giorno per giorno con amore... ai soffritti della mattina prestissimo che non ho mai sopportato... al suo modo selvatico di volermi bene, che fu per me incomprensibile durante gli anni in cui andavo a scuola e lo resta tuttora... ai meccanismi marci di comunicazione che abbiamo sempre avuto... o forse sarebbe meglio dire che non abbiamo mai avuto... dialoghi assenti e presenze protettive con sguardi lontani... meccanismi acquisiti che odiandomi talvolta ripeto a mia volta... e ritorna il mio risentimento, come se mi fossi impietrita in quegli anfratti emozionali, paralizzata in quel tempo senza tempo, statica in quel luogo della mente... Ho pensato che mio padre non sa chi sono, come nessuna delle persone che vivono con me sa chi sono veramente (forse nemmeno io), nessuna conosce il mio mondo interiore. Non ci fu tempo per ascoltarmi, non ci fu fiducia per parlare. Così seppellii nel silenzio il mio più grande dolore, padre di molti altri dolori della mia vita, negli abissi da cui, silenzioso, esce l'urlo mio più profondo molto, troppo spesso. Ogni tanto penso che sia solo un incubo partorito dalla mia mente per giustificare la mia inettitudine alla vita. Vorrei, ma so che non è così... purtroppo. E tutto questo turbinio era bagnato dalle mie lacrime, dal mio non vivere pensando già di non aver vissuto, spettatrice della mia stessa vita. Vi fu un tempo in cui le mie lacrime davano un senso di liberazione al momento che vivevo; oggi qualcosa sta cambiando... vengono da una fonte che mi sembra eterna, come una condanna all'ergastolo... lacrime che liberano la tensione, ma non più la sofferenza annidata dentro di me, come piaga bruciante. Forse per qualcuno la croce più grande è se stesso.
shomer.mml
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