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2 ANNI SENZA TE

Post n°333 pubblicato il 23 Novembre 2015 da zanetti.emanuela

Il 22 novembre 2013 era venerdì e tu non mangiavi e non bevevi da una decina di giorni. Non alimentarti ed idratarti forse è stata la decisione più difficile per noi perché voleva dire arrendersi del tutto. Sapevamo che non saresti diventato adulto e a chi ci chiedeva come stavi rispondevamo che probabilmente non avresti superato l’anno, forse non saresti arrivato neanche al compleanno. Con quella decisione era come stabilire una data, i medici delle cure palliative ci avevano detto che togliendoti tutto saresti sopravvissuto per un paio di settimane al massimo. E quindi ormai contavamo i giorni, le ore, come se noi stessi ti avessimo condannato a morte. Ma non abbiamo avuto altra scelta e so che è stata la decisione giusta: vederti urlare dal dolore quando ti davamo una goccia d’acqua era un’atrocità, non te lo meritavi ed era giunto il momento di lasciarti andare, di dare fine a tutta quella sofferenza. Stranamente eravamo “sereni” e cercavamo di farti coraggio, di incitarti ad andare, di spiegarti che tutto sarebbe andato bene, che non saresti più stato male e che ti avremmo amato sempre immensamente anche se saremmo stati in 2 posti diversi.

Verso le 13 la saturazione, che in quei giorni era sui 70, è scesa improvvisamente tra i 50 e i 60, poi a 40. La pediatra arrivò in quel momento e verso le 14 arrivarono anche 2 infermiere delle cure palliative. Non pensavano di venire lì per l’ultima volta, è stata una cosa inaspettata. Hanno visto che stavi male, la frequenza cardiaca era alta e ci hanno spiegato che stavi provando dolore. Ti hanno dato diversi farmaci per calmarti, per farti soffrire meno, ma il tuo corpo non accettava più niente e qualsiasi medicina veniva espulsa.

Alle 16 ho visto le lacrime sul tuo viso, ti ho abbracciato forte e ti ho detto di nuovo di non aver paura e in quell’istante non c’eri più. Il tuo cuore continuava a battere ma secondo le infermiere te ne eri andato, il tuo cervellino era morto. Mi hanno anche detto che le tue lacrime non erano volontarie ma non ci ho mai creduto, in quel momento io ti ho visto spaventato e penso che avessi paura di lasciarci, non per quello che avresti trovato dopo ma per il dolore che avrebbe causato in noi la tua perdita.

Ho chiesto alle infermiere se potevo toglierti il catetere e prenderti in braccio, volevo morissi così. Ci siamo sistemati sulla nostra poltrona, ti ho abbracciato e coccolato. Nel frattempo sono arrivati anche 2 sacerdoti del paese e pregavamo tutti per te, una lenta e quasi soffusa voce che chiedeva a Dio di portarti via con se per sempre.

Ho immaginato tante volte quel giorno ma mai avevo ipotizzato di pregare per la tua morte! Volevo il miracolo, volevo te, non volevo perderti. Ma farti vivere con tutto quel dolore era disumano, era un nostro egoismo e tu non lo meritavi. Il miracolo in quel momento era che cessasse la tua vita, che vita più non era ma solo agonia.

Più tardi purtroppo ho dovuto alzarmi, anche in quei momenti non si può comandare la pipì, e ti ho passata al tuo papà. Non mi ha mai detto cosa provava in quel momento, ha sempre parlato molto poco di te, non ha mai fatto uscire il suo dolore.

Erano circa le 19:30 e nessuno voleva andarsene: la pediatra chiedeva di pregare ancora, i sacerdoti ritenevano che fosse giusto pregare in silenzio, le infermiere non volevano lasciarci da soli e ci hanno chiesto più volte se volevamo andate a Padova con loro. Ma io non volevo, desideravo che tu te ne andassi nella nostra cosa, con tutta la famiglia unita e visto che loro non potevano più fare niente per te, volevo che la casa si svuotasse, volevo la pace totale.

Con un po’ di fatica siamo riusciti a convincerli ad andare, sapevamo che il tuo cuore era fortissimo (avrebbe dovuto già essere in aritmia da un po’ ma non mollava), e siamo rimasti noi famiglia, anche Gabriele che in quei giorni sembrava capire la situazione e stava tranquillo con sua cugina ed i suoi nonni. Ti ho quindi sistemato nel nostro letto, ho dato da mangiare al tuo fratellino, l’ho messo a dormire e poi sono tornata da te. Avevo paura di lasciarti, anche se c’era papà che ti stava vicino, volevo esserci al momento del tuo ultimo battito.

La notte è stata dura, il tuo respiro era allucinante, molto rumoroso e ad un certo punto abbiamo dovuto spegnere anche il saturimetro perché non la smetteva di suonare, il mute durava un minuto e poi l’allarme riprendeva. Riuscivamo a vedere se il tuo cuore batteva da una spia rossa del saturimetro che lampeggiava seguendo la tua frequenza. Poi lo ascoltavo con l’apparecchio che avevo comprato durante la gravidanza di Gabriele per sentirlo nella pancia, alternandolo con lo stetoscopio. Il tuo cuore continuava a battere forte, una macchina da guerra! Un paio di volte ti ho girato, pensando di aiutarti a respirare meglio, ma non serviva. Continuavi ad espellere liquido dal naso, i tuoi polmoni ormai erano pieni. Eri molto freddo, ti coprivo e cercavo da stupida di scaldare le tue mani. La tua pelle iniziava a cambiare colore, a scurirsi dove il sangue non circolava e si depositava.

Alle 6 del sabato mattina il tuo cuoricino ha iniziato ad andare in aritmia, perdendo colpi. Quando per la prima volta si è fermato pensavo fosse giunto il momento ma sorprendentemente ha ripreso a battere. Quella mattina sono venute a salutarti un po’ di persone ed io avevo paura che te ne andassi nella confusione, desideravo vivere quel momento nella nostra intimità famigliare. Il tuo cuore si fermava sempre più spesso e prolungava la sua pausa arrivando a non battere anche per 2 minuti consecutivi. Ogni volta ci mancava il fiato, pensavamo fosse l’ultima.

Verso mezzogiorno, sempre intimorita ad allontanarmi da te, ho dato da mangiare a tuo fratello e l’ho messo a letto, tornando subito al tuo fianco insieme al papà. Ora eravamo noi 3 soli, nel silenzio. E tu hai aspettato quel momento: alle 12:38, dopo circa 40 arresti cardiaci, anche il tuo cuore ha ceduto. Siamo scoppiati entrambi a piangere e a turno ti abbiamo preso per l’ultima volta in braccio. Mi ricordo che ti ho detto che eri stato bravissimo, che finalmente tutto era finito e non avresti più sofferto.

Abbiamo quindi avvertito tutti, consapevoli che per noi non era finita. Ti abbiamo spostato nel tuo letto in sala e ti ho spogliato, tolto il cerotto della morfina, quello per la nausea, il bottone della peg, il sensore del saturimetro. Lo desideravo tanto sai, il tuo corpicino non aveva più bisogno di quelle brutte cose. Ti ho lavato e vestito bene, posizionando un lenzuolo bianco sotto di te. E poi mi sono seduta sul tuo letto, rannicchiata, a guardarti e a vigilare su di te mentre molte persone venivano a vederti. Tra queste c’è stato il medico di guardia, già avvertito il giorno prima, quasi imbarazzato alla vista di un bambino morto, i sacerdoti, i parenti, amici, le pompe funebri.

Le ore che seguirono sono per me un po’ confuse, non vedevo l’ora che tutto passasse, ero molto stanca ma anche arrabbiata, triste, sollevata, un miscuglio di sentimenti che mi rendevano la testa ovattata. Per la sera ti abbiamo spostato nel letto della tua camera, dove mi capita ancora spesso di dormire quando sono ammalata o particolarmente triste. Abbiamo dovuto tenere la finestra aperta, ci dissero che dovevi stare al fresco, ed io ti chiesi scusa per questo. Avrei voluto coprirti, scaldarti, farti sentire un po’ di calore, ma quello era solo il tuo corpo, o almeno è quello che ci hanno insegnato.

Durante la notte nonostante fossi stremata da parecchie notti insonni e da diversi giorni a digiuno non riuscivo a dormire e mi sono alzata per tornare da te. Avevo freddo ma non riuscivo a tornare nel mio letto, non volevo lasciarti.

La mattina dopo, domenica, mi accorsi che si era bruciata una lampadina della nostra camera e successivamente successe la stessa cosa nella tua camera. Prima è venuto il medico necroforo a constatare che non eri risuscito: era una dottoressa giovane, una mamma, che rimase scioccata nel vederti. Poi è arrivata la cassa che abbiamo deciso di posizionare in taverna, al piano interrato, per non creare troppa confusione in casa per tuo fratello anche lui scombussolato. Papà ha voluto portarti giù per le scale in braccio, la sua ultima volta. Fatalità, se così vogliamo chiamarla, volle che anche la lampadina delle scale si bruciasse! I signori delle pompe funebri avevano timore di toccarti e non sapevano come sistemarti così non ti hanno fatto niente: eri comunque bello come il sole e avevi l’espressione sorridente come se davvero stessi bene.

Tra domenica e lunedì ci sono state diverse visite, poi il rosario in chiesa la sera, fino all’ultimo saluto lunedì pomeriggio. Ho chiesto per te non un funerale ma una festa, un modo per ringraziarti per tutto quello che mi avevi lasciato e hai insegnato a tante persone. Così è stato: i ragazzi hanno cantato musiche di gioia, i bambini della tua classe ti hanno dedicato dei pensieri, la gente ti ha applaudito. Io per tutto il tempo ti ho sentito vicina a me ed ero stranamente serena, tu ancora una volta mi davi la forza di stare in piedi. Ad un certo punto tra i palloncini bianchi che avevano preparato per te ne è scappato uno, verso il soffitto. Ho sorriso ed immaginato che fossi tu che giocavi, correndo tra i banchi a fare scherzetti, finalmente libero dalle tue catene terrene. Gli altri palloncini sono stati liberati alla fine del rito funebre fuori dalla chiesa, con un messaggio attaccato che forse ti avrà fatto conoscere ancora di più.

E poi la sepoltura che apparentemente chiudeva il tuo cammino terreno.

Quando siamo tornati a casa avevamo bisogno di silenzio, tranquillità. Eravamo stanchissimi. Ma ad aspettarci c’era un bambino che nell’ultimo periodo si ero messo in un angolino per lasciarci dedicare interamente a te. Quell’esserino, per la prima volta in un anno, proprio quel giorno ebbe la sua prima febbre, ha aspettato che te ne andassi per ammalarsi e poi contagiare noi!!!! Nel mese successivo ha manifestato il tuo distacco: per necessità è stato abituato a dormire da solo nella sua cameretta ma dopo che te ne sei andato non voleva stare solo, forse per paura di essere abbandonato, o forse perché sentiva la nostra solitudine. Penso che tuo fratello ci abbia salvato, ci ha costretti a vivere, soprattutto la sottoscritta.

Il tuo papà si è subito dedicato al volontariato, sentendo la necessità di uscire, di cambiare aria, di tornare a vivere. Io invece volevo chiudermi nel mio dolore, stare da sola, nella tua camera. Se non ci fosse stato Gabriele penso che mi sarei lasciata andare. Per diversi mesi ho avuto problemi di alimentazione, dopo quei giorni a digiuno non riuscivo a riprendere a mangiare e ho perso 12kg. In realtà i problemi non si sono del tutto risolti ma ora va meglio, qualcosa riesco a mangiare. Ad agosto dell’anno scorso però stavo impazzendo, il dolore per la tua perdita mi stava dominando e neanche tuo fratello riusciva a darmi una ragione valida per stare lontana da te. Così decisi di chiedere aiuto e per circa 10 mesi rivelai i miei pensieri ad una psicologa che mi aiutò ad elaborare il lutto e a convincermi che tu stai meglio dove sei ora e che anche se non mi piace stare qui devo comunque fare del mio meglio per rendere questo schifo di vita il più possibile serena per me e per la mia famiglia. Ancora ci sto lavorando, non è così facile, la tua mancanza è sempre forte e i momenti di disperazione per la tua perdita non mancano, soprattutto il 22 e il 23 di ogni mese. Mi manca la forza che mi davi anche senza parlare, mi manca la tua pelle, la tua morbidezza, i tuoi occhioni grandi che mi chiedevano protezione, salutarti la sera, ritrovarti la notte quando non riesco a dormire, godere delle tue guarigioni, le tue manine che stringono le mie dita, il suono della tua voce quando cercavi di chiedere da mangiare o chiamavi il tuo papà. Mi mancano le nostri difficili notti: anche se stavi male era un nostro momento e a volte anche se avevi la febbre alta bastava che ti prendessi in braccio e ti addormentavi, come se io fossi la tua medicina. Ho ancora difficoltà a dormire la notte e vorrei che ci fossi tu così almeno avrei un motivo per alzarmi! E poi tu attiravi tanta gente! Pensavo che avere te ci avesse isolati, cosa vera, ma poi quando te ne sei andato siamo rimasti soli, senza amici, incapaci di uscire e avere una vita sociale che ora ci sarebbe permessa. Facciamo finta che sia presto ma non penso che le cose in futuro possano cambiare, forse ci siamo adagiati a questa solitudine e ormai fa parte di noi, quello che c’è fuori ci crea disagio, ci fa sentire estranei, o almeno per me è così. Ancora adesso, se potessi, passerei giornate intere nella tua camera e già lo faccio, con la pazienza del tuo papà che mi sostituisce con Gabriele. Vorrei essere una madre migliore per lui ma la solitudine mi serve, mi dà pace, non riesco a fare meglio di così, non riesco a far finta che tutto vada bene, che la vita normale è bella. È vero, adesso posso fare tante cose! Ma non ci sei tu, e senza di te tutte queste cose mi sembrano vuote e insignificanti. Mi piace fare acquagym, andare a fare la spesa quando voglio, andare al parco con tuo fratello, andare in vacanza, ma poi torno a casa e tu non ci sei e questo pensiero qualche volta mi limita e mi impedisce di godere di quello che ora mi è concesso.

Spero almeno che tu stia bene, che tu possa giocare, correre, volare, sorridere. E spero che tu non sia triste per me, sei stato un amore troppo grande e lo sei tuttora e quindi devi capire che per me è inevitabile non vivere continuamente nel passato e in te. Ti chiedo se puoi darmi la forza per essere una brava mamma con Gabriele, sicuramente farò molti errori e avrà molte cose da rimproverarmi quando sarà grande ma vorrei arrivare alla fine del mio viaggio pensando che ho fatto del mio meglio, come è successo con te. Ti amo sempre immensamente amore mio e spero un giorno che il Signore mi concederà di tornare da te perché è l’unica cosa che mi fa andare avanti. Ciao amore grande. La tua mamma.

 
 
 
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