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Post n°322 pubblicato il 13 Marzo 2014 da zanetti.emanuela

Quando si dedicano tutte le risorse ad un bambino speciale e poi questo bambino se ne va, ci si perde. Si alternano momenti in cui si è tranquilli, si cerca di dedicarsi a tutte quelle normali attività che prima non si potevano fare e pensi che poi non è così brutto lamentarsi perché piove e se esci ti bagni le scarpe, o perché c’era troppa fila alle poste e una signora ti è pure passata davanti, o perché domenica non puoi andare a trovare la tal persona che non può e adesso che ho tempo io gli altri sono sempre impegnati. E si guarda fuori dalla finestra e si pensa che c’è il sole, che arriva la primavera, che si potranno fare delle belle passeggiate, portare Gabriele in bicicletta, andare finalmente a trovare il papà in ospedale che tra poco potrà essere operato all’altra anca, passare l’estate a zonzo guardando le meraviglie che la natura ci offre. A volte si pensa che tutto questo è fantastico poi all’improvviso ti fa schifo tutto, rivuoi la tua vita di merda di prima, vuoi avere un motivo per non dormire la notte, vuoi rimanere chiuso in casa ma tenere una manina soffice che ha bisogno di essere scaldata perché sempre fredda, vuoi essere lì quando due meravigliose perle si aprono e sembra che ti guardino, vivendo del tuo contatto e aggrapparsi a quello per continuare a stare con te. Si continua a pensare e le considerazioni cambiano, le emozioni ti cambiano le prospettive.

Prima vedevo un bambino che urlava dal male e desideravo che fosse libero, pensavo che lo volesse anche lui, che fosse stanco di non poter mangiare, bere, fare pipì, cacca, chiamare la mamma e papà, dire che aveva sonno, fame, male, giramento di palle, benessere, qualsiasi cosa. Vedevo solo tanto dolore e tanta stanchezza e in quelle perle non leggevo più la voglia di vivere e pensavo che l’amore di un genitore dovesse essere di una tale grandezza da riuscire a lasciar andare il proprio cucciolo pur sapendo che non andrà via per qualche ora iniziando la scuola, o in una nuova casa sposandosi e creando la sua di famiglia.

Poi il tempo passa, continui a pensare che tanta sofferenza non ha un senso, non è giusto, è crudele, e ripensi ogni giorno agli ultimi giorni, agli ultimi istanti, agli ultimi respiri durissimi talmente intensi da riuscire a cancellare i suoi magnifici sorrisi e le cose non si possono cambiare e noi sulla morte non abbiamo nessun potere. E un giorno parli con una persona che piange perché non sopporta più il suo dolore fisico e le chiedi: “Ma tu non sei stanca? Non vorresti morire e porre fine a tutto questo? Io credo che Francesco lo volesse”. E questa signora risponde: “No, io non voglio morire, voglio solo non sentire dolore, vorrei che il mio dolore morisse”. E allora quello a cui ti aggrappavi per consolarti cade e capisci che la sua lotta era dovuta al fatto che voleva rimanere con noi e pensi che là certo non soffrirà, potrà correre, giocare fare tutto quello che non ha fatto di qua ma sarà senza la sua mamma e il suo papà, senza le persone che lo hanno conosciuto e come potrà stare bene? Forse ci saranno dei momenti in cui sarà felice di questa libertà ma forse anche lui avrà bisogno di quella carezza data al momento della buonanotte, dell’abbraccio di mamma e papà che ci faceva sentire immensi.

Allora che fare? Bisogna cercare un modo per continuare questo legame ma le volte in cui sento che il mio angioletto è vicino mostrandosi in qualche modo sono poche e spesso non mi bastano. Mi alzo la mattina malinconica perché non c’è lui da salutare e cerco di fare finta di niente, a volte succedono anche delle cose per cui gioire, date soprattutto dai miracoli che Gabriele crescendo compie tutti i giorni. Poi all’improvviso senza un motivo preciso cado nello sconforto più totale, come se qualcuno mi urlasse che lui se ne è andato, che non c’è più, che ha vissuto una morte atroce, che non lo potrò più annusare, respirare. E come riprendersi? Si aspetta, magari si va a letto un po’ cercando di dormire o ci si mette a giocare con il piccolino in attesa di una sua simpaticata che ti faccia sorridere un po’.

Ci sono dei momenti davvero durissimi, come quando ho visto un bambino piccolino all’hospice di Padova che faceva fatica a respirare, la stessa postura di Francesco, la stessa paura negli occhi della madre, lo stesso senso di impotenza. Oppure quando la dottoressa che lo ha seguito nelle ultime ore ti dice che non è morto di fame o di sete ma che è stato il troppo dolore fisico ad ucciderlo. Cavoli, un bambino di neanche 8 anni ucciso dal troppo dolore fisico nonostante 1000 farmaci oppioidi e sedativi in corpo! Fa uno strano effetto. E poi si deve scegliere la lapide, il vaso, il lume,magari una frase carina che descriva la sua grandezza. E che si sceglie? Niente è pari alla sua bellezza! E poi arriva il giorno tanto atteso, si può spostare la salma nella cappella di famiglia che non avevamo fatto in tempo a finire… e rivedi quella cassa bianca, rivivi intensamente tutto, ti rendi conto che poi niente di tutto quello che abbiamo adesso vale un granello delle emozioni che mi regalavano Francesco, che la sua grandezza era tale che nessuna parola può riuscire a descriverla adeguatamente.

Mi manca Francesco, tanto, lo cerco sempre, in ogni cosa che faccio e gioisco quando mi fa capire che non mi ha lasciata da sola del tutto, ascoltando per esempio insieme a me quel cd lento che non funzionava più, che ascoltava sempre durante il massaggio cranio sacrale ma che negli ultimi tempi si era rovinato e non andava più. Ed invece adesso gira quel cd e continua a ricordarmi che il cuore di Francesco era ed è immenso e che spero di riuscire a trovare un canale per continuare a farlo conoscere agli altri, per ricordare ancora e ancora e ancora che un bambino che non sta mai fermo e continua a parlare è un grande miracolo, che le carezze ai bambini sono cibo, che il loro odore è il profumo più bello che ci sia anche quando hanno il pannolino pieno, che deve esserci un senso a tanto dolore, che questi troppi bambini speciali hanno uno scopo se pur doloroso per chi poi deve lasciarli andare. E le persone che li conoscono sono le vere fortunate, sono quelle che hanno il dono più grande della vita, la ricchezza dell’amore estremo che solo loro piccoli esseri sono in grado di mostrarti.

 

 
 
 
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