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Silenziosa....
   
 
Creato da Silenziosa.Mentee il 26/09/2011

Silenziosamente

Chiudi gli occhi immagina una gioia, molto probabilmente penseresti a una partenza... Silenziosamente

 

 

Across line...

Post n°39 pubblicato il 27 Aprile 2012 da Silenziosa.Mentee
 
Tag: Fine

Dicono che alla fine la vita si riduce a pochi fugaci momenti, e quando esaliamo l'ultimo respiro solo poche cose avranno avuto importanza.
" Ma dove diavolo stai andando"....

E tutto questo non avrà alcun senso.

A capo.

 
 
 

Fare conoscenza con la propria emotività

Post n°38 pubblicato il 29 Marzo 2012 da Silenziosa.Mentee
 

Come il loto cresce in grazia e profumo
da un mucchio di rifiuti abbandonati,
la luce del vero discepolo del Buddha
rischiara le buie ombre sparse dall'ignoranza.
Dhammapada, strofe 58-59

Qualcuno ha chiesto: "Cos'è un'emozione?". Non so rispondere direttamente a questa domanda. Non penso nemmeno sia molto utile cercar di dire cosa sia un'emozione. E' come chiedere: "Cos'è la gravità?". Se cercassimo in un testo di fisica, troveremmo dettagliate descrizioni matematiche di come funziona la gravità, ma non spiegherebbero cosa sia effettivamente la forza di gravità. Può essere descritta in relazione ai suoi effetti e si possono formulare giudizi precisi su come influenzi la materia. Allo stesso modo, non è difficile dare descrizioni psicologiche o neurofisiologiche dell'attività emotiva, ma non sarebbero gran ché utili.
Ma sono contento di questa domanda, perché sono certo che la maggior parte di noi ha scoperto che non possiamo realmente impegnarci nella pratica della consapevolezza senza affrontare forti emozioni. E molto giustamente sentiamo il bisogno di comprendere questa dimensione di noi stessi.

Per la comprensione delle emozioni è utile considerare non tanto cosa siano, ma piuttosto come avere con esse una relazione sciolta. E con questo intendo come arrivare a conoscerci intimamente; imparare attraverso un'indagine personale a vedere dove e come ci ritroviamo bloccati o impediti nella nostra capacità di ricevere l'emozione, la nostra e quella di altri. Dunque, raccomando di sostituire nella domanda il "come" al "cosa". Com'è sentire quel che sentiamo? Quanto liberamente riusciamo a sentire quel che sentiamo, quando, per esempio, proviamo risentimento o delusione? Ci rifugiamo nella testa e cominciamo ad analizzarci, chiedendoci cosa sia questo rammarico, questa disillusione, cercando di darne una spiegazione?

A questo proposito, un amico medico che mi chiama di tanto in tanto dall'America, mi confidava cosa pensa di quella che i buddhisti chiamano la trasmigrazione attraverso varie sfere di esistenza. Secondo lui, tale discorso rende in forma mitologica il modo in cui si veicola l'informazione che è stata immagazzinata nel cervello. Mi ha dato una spiegazione molto sofisticata che confesso di non aver veramente afferrato. Ma più importante della mia limitata capacità di capire la sua concettualizzazione è che non
ho avuto affatto la sensazione che questa interpretazione gli offrisse una risoluzione. E certamente questo è il punto della nostra pratica, portarci a un'esperienza di completezza.

E' senz'altro corretto interpretare le descrizioni buddhiste tradizionali dei sei reami d'esistenza come realtà interiori che sperimentiamo qui e ora, e non solo in riferimento a possibili vite passate e future. Ma resta il compito di scoprire personalmente come restare consci e tranquilli mentre saliamo in paradiso o cadiamo nei regni infernali. E' molto facile attaccarsi alle intellettualizzazioni come modo di evitare una comprensione più diretta di noi stessi. Se abbiamo questa tendenza, potremmo mancare la valida occasione di affrontare le nostre intense emozioni e passioni nella loro realtà grezza. Se non arriviamo alla causa fondamentale delle nostre sensazioni dolorose e spiacevoli, continueremo a perderci nel piacere come
nel dolore, cadendo nella loro convincente apparenza di permanenza. In conclusione, abbiamo bisogno di accedere a risorse molto più radicate delle descrizioni astratte.

Uno dei fattori che ci impediscono di rivolgerci direttamente a noi stessi nel mezzo delle nostre esplosioni emotive è la paura che così facendo la sofferenza possa aumentare. Possiamo pensare che se smettiamo di resistere all'energia minacciosa, essa ci sommergerà e sarà causa di ogni sorta di umiliazioni. Ma, al contrario di ciò che temiamo, se smettiamo di resistere e investighiamo come riuscire a ricevere l'emozione così come si presenta, scopriremo un accresciuto senso di fiducia e di rispetto di sé nell'entrare in contatto e sviluppare la capacità di restare presenti con qualsiasi cosa sorga. A poco a poco, questo ci porterà a una relazione molto più
appropriata, molto più umana. Dalla prospettiva dell'impegno ad accogliere
pienamente questa nostra dimensione, comprenderemo direttamente che stipare
le emozioni fuori dalla nostra visuale è una cosa poco gentile e anche aggressiva nei nostri confronti. Non c'è da meravigliarsi se non ci sentiamo il nostro migliore amico!

Purtroppo, spesso non abbiamo avuto esempi adeguati di persone che sapevano
come accogliere la propria emotività. I responsabili della nostra educazione e crescita soffrivano spesso essi stessi delle conseguenze della loro inconsapevolezza, che si riverberava inevitabilmente su di noi. Abbiamo appreso gli schemi di comportamento delle persone con cui abbiamo vissuto e abbiamo assunto la loro abitudine a stipare in cantina quel che non ci piace o che ci fa paura, sperando che scompaia.

Ma col passare degli anni abbiamo forse cominciato a sentire come se qualcosa andasse perduto. Un'intensa sensazione di vuoto allo stomaco o al cuore che ci fa percepire la mancanza di qualcosa. L'esistenza di questa sensazione su larga scala è un fattore sociale significativo come forza trainante alla base della cultura del consumo, che si fonda su questa sensazione di mancanza di qualcosa. Ma per quanto cerchiamo di mitigare questa sensazione con una "terapia al dettaglio", il nostro senso di integrità personale non aumenta. Ci sentiamo come se vivessimo la vita di
qualcun altro e con la costante paura di essere scoperti.

Tutte le volte che leggo un supplemento del giornale del fine settimana (certe volte la gente lascia i giornali al monastero), ci sono sempre immagini di cibo che catturano lo sguardo. Mi ritrovo a chiedermi se le persone mangino veramente quello che le immagini gli prospettano. Voglio dire che non potreste vivere con quelle minuscole striminzite porzioni servite in quei piatti di classe. Sembra più un esempio di arte grafica che un pranzo, e spesso, naturalmente, è proprio così. E' un esercizio di design il cui scopo è la distrazione.

Lo stesso principio vale per molte attività sportive. Di recente, sono stato da un amico della comunità a Leeds e abbiamo guardato alla televisione un programma sugli sport estremi. "Estremo" è una buona descrizione per molte delle nostre attività. Ma cosa guida tali attività?

Invece di tentare di compensare la sensazione di vuoto con il cibo o il profumo o gli sport estremi la pratica del Dhamma ci incoraggia ad aver fiducia che, se discipliniamo l'attenzione abilmente e accuratamente, possiamo rivolgerci a quella sensazione e riceverla senza reagire o schivarla. Com'è realmente sentire: "Voglio qualcosa e ho una sensazione di mancanza, la sensazione di non essere completamente qui"? Quando quel che percepiamo come nemico ci prende, se ci mettiamo davvero in ascolto, anziché un aumento della sofferenza nasce un genuino, spontaneo, caldo senso di gioia.

Quando permetto a questa sensazione di vuoto, spesso nella pancia, di essere ricevuta, mi sento più onesto e più autenticamente vivo. Aspetti correlati
all'esperienza cominciano a emergere, ricordi e sensazioni, e se li accompagno, se li seguo e li ascolto, senza perdermi in essi, senza discuterli, ma semplicemente ricevendoli con gentilezza e pazienza, comincio a sentire che c'è tutta questa vita non vissuta, emozioni che non volevo sentire, che non mi piacevano, con cui non ero d'accordo e che perciò ho accumulato in cantina. Sentiamo di mancare di qualcosa, perché manchiamo di qualcosa. C'è tanta parte non riconosciuta della nostra vita che viene portata nell'inconsapevolezza, che non viene accolta, non viene vissuta e
diventa irrequieta.

Presto o tardi nella pratica arriviamo a un punto in cui non possiamo più ignorare il fatto che sentiamo che qualcosa non va per il verso giusto; un punto in cui le asserzioni e i vari accorgimenti non funzionano più. Certo, abbiamo sempre la possibilità di rinunciare e di indulgere alle nostre convinzioni nelle possibilità di appagamento offerte dalla gratificazione dei sensi. Ma abbiamo anche la possibilità di proseguire sul nostro sentiero di pratica: quello di ascoltare profondamente e di ricevere le nostre emozioni con accresciuto impegno.

Ascoltiamo il brontolio dei rumori che vengono dal profondo e pensiamo:
"Mamma mia, cosa succederà se faccio saltare il coperchio di tutto questo?".
Può emergere una paura molto reale quando cominciamo a incontrare la nostra vita non vissuta. Di solito, viene in mente di aggrapparsi alla bottiglia, farsi uno spinello, o mettere una bella musica, o fare qualsiasi cosa tranne sentire la terribile sensazione di essere portati via da qualcosa di sconosciuto e di terrificante.
Ma dove mai ci porterebbe? Siamo in Inghilterra, perbacco! Non siamo in un qualche sfortunato paese pieno di tiranni che ci opprimono; qui siamo in Inghilterra, la dolce Inghilterra. Per nostra fortuna, non c'è niente "là fuori" che ci aggredisca. L'unica cosa che ci possa sopraffare è la nostra natura selvaggia. E non essendo altro che la nostra energia, non c'è niente di cui aver paura. Naturalmente ci sono momenti in cui sembra che ci sia qualcosa da temere, ma ricordiamoci che il semplice fatto di aver paura non significa che ci stia per accadere qualcosa di terribile. Quante volte siamo
stati gabbati dall'apparenza di queste emozioni ingannevoli?

Anziché chiederci cosa siano le emozioni, cerchiamo di domandarci: "Con quanta libertà riesco a ricevere me stesso in questo campo di esperienza?", e poi lasciamo che le emozioni ci insegnino qualcosa della vita, della realtà. Se, facendoci questa domanda, ci imbattiamo in una sensazione di impedimento, investiamola di interesse. "Come e dove mi sento impedito? Nella pancia? In gola? C'è la sensazione che non mi permetto di sentire queste emozioni? E' questo che crea la sensazione di essere bloccato o di non poter conoscere me stesso?".

Se siete stati educati in modo rigido e repressivo, vi hanno forse insegnato che certe sensazioni non va bene sentirle, il senso di colpa per esempio.
Oppure che se avete un senso di colpa dovete seguire lo schema del chiedere perdono per potervene liberare. Se continuate a sentirvi in colpa, significa che non siete e non potete essere parte del "club", siete esclusi, siete caduti in basso. Nella mia infanzia ho scoperto che, per quanto ci provassi, non potevo smettere di sentirmi in colpa. Di certo non volevo smettere di fare le cose divertenti che mi facevano poi sentire colpevole, e quindi cosa restava se non negare il senso di colpa? Sentirsi in colpa di vivere è così irrazionale che la mente razionale decide di ignorarlo. Grande errore! Come risultato, finiamo per sviluppare un'abitudine a negare qualsiasi cosa
sentiamo, in questo caso il senso di colpa. E così facendo, neghiamo
un'intera area della nostra vita, non siamo liberi di sentire non solo le
emozioni dolorose, ma anche quelle positive. E' triste.

I sensi di colpa, come tutte le emozioni, sono aspetti di quella che potremmo definire "energia del cuore". Penso fosse Erich Fromm a rilevare che, se questa energia, che per sua natura è dinamica, viene negata, emergerà in una forma o nell'altra: come eccesso o come perversione. Quello che avrebbe potuto essere un salutare senso di vergogna morale diventa così un senso distorto di indegnità. Questo impedimento mentale peculiare dell'Occidente è un insieme di rabbia e paura, un senso di rabbia giustificata diretta verso se stessi nel tentativo di sentirsi bene odiandosi per essere cattivi. E nello stesso tempo, c'è una paura della dannazione eterna che attanaglia le viscere.

Ma la buona notizia è che tutto questo dramma non aspetta che di essere accolto nella consapevolezza. Con la sensibilità e la forza del cuore nate dalla pratica costante della presenza mentale, nasce alla fine una prontezza nel rivolgerci a noi stessi e incontrarci. Quel che scopriamo è la meravigliosa verità che non c'è niente di cui aver paura, niente di niente, tranne la mancanza di una ben allenata presenza mentale.

Questa linea di investigazione può essere applicata a tutte le emozioni. Se, per esempio, respingiamo la rabbia, se ci hanno insegnato che "i bravi ragazzi e le brave ragazze non si arrabbiano", cresciamo con la paura della rabbia. Siamo terrorizzati da qualcosa di totalmente naturale. Quel che sperimentiamo come rabbia è effettivamente l'energia del nostro cuore. E' qualcosa con cui abbiamo bisogno di essere in intima familiarità. Il lavoro di purificazione ha bisogno di tutta la nostra energia. Non possiamo mettere sotto chiave porzioni del cuore perché le troviamo sgradevoli. Non possiamo permetterci di nutrire sensi di alienazione e di paura della nostra natura passionale. Se questo condizionamento va avanti non riconosciuto per troppo tempo, l'energia, nascosta e difficile da mettere allo scoperto, diventerà tossica.

Forse dovremo attraversare un'umiliante esplosione di rabbia prima di iniziare a sospettare che c'è. O magari sperimenteremo notti e notti di sogni violenti. Se l'energia resta non accolta, allora l'unica alternativa è, come dicevo, una caduta nella perversione o nell'eccesso. Per le tipologie più introverse, nella cui categoria rientra la maggior parte dei meditanti, il disgusto di sé è spesso la norma. "Non valgo niente, sono un caso senza speranza e ho fallito in tutto. Mi metto una maschera e recito,
ma fondamentalmente sono uno schifo. Mi odio totalmente". Oppure la paranoia: "Tutti mi odiano, tutti cercano di farmi del male". Il carattere più estroverso è inclino a cadere negli eccessi di espressioni violente e aggressive. Lo si vede da come le persone si danno al bere o sono violente nelle relazioni e in famiglia. Queste bassezze sono un sintomo dell'intrinseca cattiveria della gente? Niente affatto: è un segno che la rabbia non è stata compresa. La rabbia, se non viene accolta, è incontrollata e pericolosa, ma il punto è la relazione che abbiamo con l'energia e non l'energia in se stessa. Come meditanti è necessario comprenderlo. E io credo che tale comprensione arriva se siamo effettivamente interessati alla realtà di quel che chiamiamo emozioni e non solo alla loro concettualizzazione.

Se ci imbarchiamo in questa investigazione, non solo arriveremo a un più profondo senso di appagamento personale, ma troveremo anche una comprensione del perché il nostro mondo è un posto così strano e cosa possiamo fare per aiutarlo.

(Ajahn Munindo)


Grazie della vostra attenzione.

 
 
 

Non scoraggiarti mai

Post n°37 pubblicato il 04 Marzo 2012 da Silenziosa.Mentee
 

Non scoraggiarti mai. Qualsiasi cosa accade intorno a te. Sviluppa il tuo cuore e abbi compassione, non solo per i tuoi amici ma per tutti. Lavora per la pace nel tuo cuore e nel mondo. Non scoraggiarti mai. (Dalai Lama)

 
 
 

Conoscere la mente

Post n°36 pubblicato il 25 Febbraio 2012 da Silenziosa.Mentee
 

Conoscere la mente può aiutare a risolvere molti dei nostri problemi.
Nella maggioranza dei casi il nostro modo di vivere, il nostro modo di pensare è orientato al piacere legato ai sensi.

Siamo così materialisticamente dediti a quello che crediamo possa soddisfarci.
A volte pensiamo di essere persone libere e che possiamo godere di tutto, è solo un'idea non siamo affatto liberi.

Non che qualcuno ci controlli sia chiaro, siamo oppressi dal nostro stesso attaccamento e da una mente, la nostra, di cui non abbiamo il controllo. Se arrivassimo a scoprire cos'è che veramente ci opprime, automaticamente acquisiremmo un controllo della nostra mente e per questo abbiamo tutti il dovere di conoscerla.

A giorni la vita ed il mondo appaiono così belli, altre volte diventano così brutti! Il fenomeno, inevitabilmente, ci porta a riflettere.

Non è il mondo o i disegni della vita che variano, è la nostra stessa mente che vaga, incontrollata, per oscuri sentieri. A volte, la ragione, inventa dei modelli e allora si dà smisurata importanza alle cose materiali, alla prestanza fisica o alla bellezza, e si vorrebbe oltretutto che queste cose siano 'per sempre', illusi che potranno soddisfarci e rendere così perfetta la nostra vita.
Solo proiezioni individuali basate sui nostri sensi più superficiali.

I sensi frequentemente ingannano e possono farci percepire la stessa cosa, la stessa persona o addirittura la vita, a volte orribile e a volte meravigliosa.
La mente insoddisfatta imbrigliata nell'illusione materialistica, ci farà passare da un'esperienza all'altra e così non saremo mai sazi né soddisfatti.

Molti fra noi sono preda di nevrosi e spesso rasentano la 'follia' perché mancano della necessaria saggezza interiore e della capacità di osservare la propria mente.

Perché?

Non so come parlare a me stesso.

Non sono in grado di spiegare me stesso a me stesso.

Così, preferiamo abbandonarci agli oggetti esterni, ignorando il nostro mondo interiore.

E' importante esaminare le nostre 'tendenze mentali' ed è essenziale arrivare ad essere terapeuti di se stessi.

Non possiamo continuare a credere che gli oggetti materiali possano rappresentare lo scopo della nostra esistenza.

Non dobbiamo nemmeno credere che per arrivare a conoscere noi stessi siamo costretti a seguire una religione o una filosofia. Per guidare la nostra vita non abbiamo bisogno di inserirci in una categoria religiosa.

LA MIA MENTE E' LA MIA RELIGIONE

Quando esploriamo la mente non forziamoci, non razionalizziamo. Non agitiamoci quando arrivano i problemi, cerchiamo solo di essere coscienti e consapevoli della loro origine, dobbiamo CONOSCERE la loro radice.

Proviamo a presentare in modo diverso il problema a noi stessi, proviamo a comprendere in che modo ha contribuito la mente a 'rappresentarlo' come un problema. Perché si riesca in questo non abbiamo bisogno di credere in qualcosa, non è necessario.

Disse Lama Yesce durante un incontro nel "75: <<Quando eri bambino, eri goloso di dolci e cioccolato e pensavi "quando sarò grande come i miei genitori avrò tutto il cioccolato e tutti i dolci che desidero e sarò felice". Hai preso una specie di decisione. Adesso hai tutto il cioccolato e tutti i dolci che vuoi, ma ti annoi. Allora decidi che, dato che non ti fanno felice, avrai un'automobile,
una casa, un televisore, un marito o una moglie: così sarai felice. Arrivi ad avere tutto, ma i problemi si moltiplicano. L'automobile è un problema, la casa è un problema, il marito o la moglie sono un problema. Così capisci: 'Non è questa la soddisfazione'. Allora, cos'è la soddisfazione? Esplora tutto questo e cerca mentalmente. E' molto importante. Esamina la tua vita dall'infanzia ad oggi. Medita. Questa è la meditazione, meditazione analitica: 'In quel periodo la mia mente era in quel modo, adesso è in questo modo'. Vedi, la tua mente è cambiata moltissime volte, eppure non hai ancora capito cosa ti rende veramente felice.

La mia interpretazione è che ti sei perduto, perché non trovi la tua meta. Pensaci bene, vedrai che è così. Il supremo Buddha, comunque, dice che soltanto tu puoi sapere cosa sei, come esisti. Devi conoscere la tua mente: come funziona, come sorgono attaccamento e collera; come sorge l'ignoranza; da dove provengono le emozioni. E' sufficiente conoscere la natura di tutto ciò; proprio
questo ti darà tanta pace e felicità. La tua vita cambierà completamente. Le cose che hai interpretato come orribili diventeranno bellissime. E' davvero possibile>>.

Allora, come dobbiamo esplorare la nostra mente?

Percezioni, interpretazioni, sensazioni, discriminazioni, dobbiamo cercare di arrivare all'essenza di ognuna di queste e ripulirle da ogni condizionamento subìto nell'arco della nostra esistenza. Quando si arriva ad osservare la mente nel modo giusto, fra le altre cose, si smette di criticare gli altri, si
riconoscono le false interpretazioni che provenivano dalla nostra mente inquinata e contaminata.

A volte dobbiamo immaginarci spettatori di noi stessi, osservarci, osservare la nostra mente, mentre parliamo con qualcuno o mentre lavoriamo.
Il cercare di "raggiungere se stessi" non è una cosa riservata solo ad alcuni 'fissati' per le teorie orientali o per qualsivoglia religione.

Pensiamo di essere religiosi? ___Cosa significa essere religiosi?

La semplice idea di essere religioso; essere ebreo, buddhista, cattolico; non ci può aiutare, non aiuta noi e non aiuta gli altri.

Solo avendo la saggezza-conoscenza potremo essere d'aiuto a noi e agli altri.
Come potremmo badare ad altri se non siamo in grado di badare a noi stessi?
I principali problemi dell'umanità sono psicologici, non materiali.

Dalla nascita alla morte molti di noi sono costantemente dominati dalle proprie sofferenze e pregano: 'o Signore aiutami'.

Il religioso che ha molto meditato, mantiene una consapevolezza costante di Dio e della sua natura sia nella felicità che nel dolore.

Non saremmo né realistici, né tantomeno buoni religiosi, se dimenticassimo lo Spirito quando le cose vanno bene, magari impegnati nei piaceri dei sensi e ci rivolgessimo a Dio solo per chiedere un suo 'intervento' per qualcosa che ci mette in crisi.

Terminerò questa pagina con un altro passo di un discorso di Lama Thubten Yesce:
<<La mente è potentissima. Per questo ha bisogno di una direzione precisa. Un potente jet ha bisogno di un buon pilota. Il pilota della tua mente deve essere la saggezza: la comprensione della natura della mente. Allora la sua potente energia potrà essere diretta a fare il bene della tua vita, invece di essere stata lasciata a vagare senza controllo come un elefante impazzito, che distrugge se stesso e gli altri>>.

Coltiva nel tuo cuore la benevolenza per tutta l'umanità.

Poiché siamo tutti viaggiatori che in uno sconfinato deserto si affannano per raggiungere il mare.
Abbiamo bisogno della collaborazione, dell'amicizia e del sostegno l'uno dell'altro, affinché nel fervore del viaggio le nostre forze non vengano meno, lasciandoci soli e stremati sulla sabbia. (J.D.W.) "Do it Now!"

(di Aetos)

 
 
 

Rivoluzione interiore

Post n°35 pubblicato il 22 Febbraio 2012 da Silenziosa.Mentee
 

La rivoluzione interiore va fatta da sé per sé, nessun maestro o guru può insegnarti come fare.

(Jiddu Krishnamurti)

 
 
 
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