Community
 
lucfar1
   
 
Creato da lucfar1 il 18/01/2008

La Chiesa siamo noi

sito di cultura cattolica

 

 

Cristianofobia: in Gran Bretagna niente crocifisso al collo

Post n°1024 pubblicato il 06 Aprile 2012 da lucfar1

(di Federico Catani) La croce continua a dividere e scandalizzare. Succede in Gran Bretagna, diventata ormai la terra del laicismo più spinto e dell’ostilità anticristiana più accesa. Proprio in questi giorni infatti, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sta focalizzando l’attenzione sul diritto o meno di indossare il crocifisso come simbolo di appartenenza ad una ben precisa confessione religiosa.

Il caso che ha spinto la Corte a muoversi risale al 2006, quando una hostess della BritishAirways è stata sospesa dal servizio per due settimane, senza stipendio, per essersi rifiutata di togliere il piccolo crocifisso d’argento che portava al collo. La donna ha fatto ricorso al tribunale per lamentare la violazione della propria libertà religiosa e per affermare l’ingiustizia subita e la disparità di trattamento rispetto ai colleghi di altre confessioni, che invece potevano indossare il velo se islamici o il turbante se sikh.

All’epoca, il primo ministro britannico Tony Blair prese le difese della hostess, tanto che in seguito la stessa BritishAirways ha cambiato il proprio regolamento. Tuttavia, l’Alta Corte inglese, nel febbraio 2010, ha ritenuto legittime le ragioni della compagnia aerea. E così la donna ha fatto ricorso a Strasburgo.

Ma l’attuale governo britannico, guidato dal “conservatore” David Cameron, è pronto a schierarsi con la BritishAirways, affermando che i cristiani non hanno né il dovere né il diritto di esibire la croce come manifestazione della loro fede, diversamente da altre religioni. Una conferma dello stato desolante della società inglese. (Federico Catani)

 
 
 

San Giuseppe

Post n°1023 pubblicato il 06 Aprile 2012 da lucfar1

di Mario Benatti

Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l'ultimo Patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l'umile via dei sogni. Come l'antico Giuseppe, è l'uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua Casa. Egli collega Gesù, Re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall'Egitto, rifacendo il cammino dell'Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano.

Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali.

Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico

Emblema: Giglio

Martirologio Romano: Solennità di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre putativo al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato Figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come Patrono, posto dal Signore a custodia della sua Famiglia.

Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli.

Ma è sicuramente dal padre putativo, ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei Patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani.

Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.

San Giuseppe fu lo Sposo di Maria Vergine, il capo della “Sacra Famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù Figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli Angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente.

È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, Lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel Tempio, Lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, Lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”.

Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’Uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel Padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.

Giuseppe era, come Maria Santissima, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.

Di Lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli Evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274).

Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la Grazia della Redenzione.

San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo.

Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale Patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da Papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la Tradizione che Egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.

Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime Chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella Chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella Chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bell’“aggiunto” di fede.

Preghiera a San Giuseppe

A Te, o Beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua Santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che Ti strinse all'Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal Cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo Protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità.

Estendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in Cielo. Amen.

 
 
 

San Giuseppe visto da vicino

Post n°1022 pubblicato il 06 Aprile 2012 da lucfar1

di Renzo Allegri

ROMA, venerdì, 16 marzo 2012 (ZENIT.org).- “Il più grande santo e il più potente intercessore che abbiamo in cielo, dopo la Vergine Maria, è San Giuseppe”. Lo ha affermato Pio IX nel 1870 con il decreto della Sacra Congregazione dei riti ‘Quemadmodum Deus’ proclamando San Giuseppe patrono della Chiesa universale. E dopo di Pio IX, tutti i Pontefici hanno ribadito questa concetto.

“E’ giusto che sia così”, commenta padre Vittorino Grossi, teologo e scrittore, direttore della rivista di studi patristici ‘Augustinianum’, membro del Pontificio comitato di Scienze storiche, professore di Patrologia e Patristica alla Pontificia Università Lateranense e all’Istituto Patristico Augustinianum. “San Giuseppe fu sposo di Maria, la madre di Dio; fu la persona scelta direttamente da Dio per la missione più straordinaria che si possa immaginare, essere il padre legale del figlio stesso di Dio nella sua avventura terrena, quando, pur continuando ad essere Dio, assunse la natura umana, diventando anche vero uomo.

“Duemila anni fa”, prosegue padre Vittorino con un entusiasmo che palesa amore e ammirazione “San Giuseppe ha visto nascere Gesù, lo ha tenuto tra le braccia, gli ha dato un affetto immenso, ha provveduto a difenderlo da chi lo voleva uccidere, ha seguito la sua crescita, ha lavorato per mantenerlo, gli ha insegnato le regole del vivere civile, i principi religiosi, è vissuto con lui e la Madonna formando una famiglia speciale, la ‘Sacra Famiglia’.

“Ma pur avendo un incarico così eccezionale, Giuseppe è stato in vita sempre un uomo umile e riservato. Gli evangelisti parlano poco di lui. E anche nell’ambito della storia della devozione, il suo culto si è sviluppato lentamente. Bisogna arrivare alla fine del primo millennio della storia cristiana per trovare un importante interesse devozionale e teologico per lui. Poi, nel secondo millennio, quell’interesse è andato via via crescendo. Importanti teologi, come San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura, il Beato Giovanni Duns Scoto con i loro scritti hanno approfondito ed evidenziato il ruolo di San Giuseppe nell’ambito del mistero dell’Incarnazione. San Bernardino da Siena, nel quindicesimo secolo, fu un grande divulgatore del culto a San Giuseppe e nelle sue prediche sosteneva che era stato assunto in cielo come la sua sposa Maria. Santa Teresa d’Avila, nel secolo sedicesimo, promosse la devozione a San Giuseppe in tutta la Spagna, e gli dedicò dodici monasteri da lei fondati.

“Ma il più forte impulso alla conoscenza teologica di San Giuseppe è venuto dai Pontefici negli ultimi 150 anni. A cominciare da Pio IX che, nel 1870, proclamò San Giuseppe ‘patrono della Chiesa Universale’. Leone XIII, nel 1889, gli dedicò un’enciclica, ‘Quamquam pluries’, proclamandolo ‘modello e avvocato di tutte famiglie cristiane’; Benedetto XV, con il Motu Proprio ‘Bonum sane’, nel 1920, esaltò l’efficacia delle devozione a San Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra; Pio XI nel 1937, con l’enciclica ‘Divini Redemptoris’, lo propose come ‘modello e patrono degli operai’; Pio XII, nel 1955, istituì la festa liturgica di Giuseppe operaio; Giovanni XXIII, nel 1961, lo nominò ‘Celeste protettore del Concilio Vaticano II’; Giovanni Paolo II nel 1989 gli dedicò una Esortazione apostolica, ‘Redemptoris custos’, che è uno straordinario documento teologico. Gli interventi di Benedetto XVI su San Giuseppe sono continui e insistenti. Egli ama molto questo santo del quale porta il nome di battesimo”.

Che cosa si conosce esattamente della vita di San Giuseppe?

“I Vangeli e i libri canonici su questo argomento dicono poco. Matteo e Luca concordano nel presentare San Giuseppe come discendente della stirpe di David. Sembra avesse un fratello di nome Cleofa. Luca colloca la sua famiglia a Nazaret. Nei racconti dagli apocrifi, (cioè in quei libri che risalgono ai primi secoli ma che la Chiesa non ritiene ispirati da Dio) si trovano varie indicazioni anagrafiche, ma non attendibili. Quegli scrittori erano preoccupati di difendere alcune verità dogmatiche, come la verginità di Maria, la divinità di Gesù uomo-Dio. Per dimostrare che Gesù Bambino era figlio di Dio, gli attribuiscono una miriade di miracoli a volte ingenui e grotteschi. Per rendere accessibile il concetto della Virginità della Madonna, presentano San Giuseppe quasi centenario.

“Questi racconti hanno influenzato l’iconografia di tutti i tempi, e infatti San Giuseppe è sempre presentato anziano, con il bastone e la barba. In realtà, quando sposò Maria, era giovane. A quel tempo, le ragazze ebree si sposavano tra i 12 e i 14 anni, mentre i maschi tra i 16 e i 18 anni. Quindi, Maria divenne promessa sposa di Giuseppe quando aveva circa 12 anni, e Giuseppe aveva 16 o 17 anni”.

Si sa qualche cosa della famiglia di Giuseppe?

“Matteo e Marco ci informano che era un falegname, quindi apparteneva a una famiglia di artigiani. Per indicare questa professione usano la parola greca ‘tekton’, che viene in genere tradotta con il termine ‘falegname’, ma va intesa in forma più ampia, come carpentiere, impresario edile, uno che lavorava il legno soprattutto per la costruzione delle case, che erano tutte in legno. Un lavoro importante dal quale si deduce che la famiglia di Giuseppe fosse benestante. Nell’impero romano del tempo, la società era divisa in due classi: gli ‘humiliores’, i meno abbienti, i poveri; e gli ‘honestiores’, che erano i benestanti. I ‘tekton’ facevano parte di questa classe”.

Giuseppe e Maria erano innamorati o il loro matrimonio era stato combinato dalle rispettive famiglie?

“Nella famiglia ebraica, il matrimonio aveva una struttura ‘patriarcale’, ‘maschilista’. La ragazza dipendeva dal capofamiglia; il ragazzo un po’ meno. Nel caso del matrimonio, erano le famiglie che trattavano, ma, alla fine, era il ragazzo che, con l’approvazione del padre e della madre, andava a chiedere “la mano” della ragazza, la quale poteva anche rifiutare il promesso sposo, ma non succedeva quasi mai.

“Nel caso specifico di Giuseppe e Maria è logico ritenere che siano state osservate le consuetudini, ma è lecito anche pensare che fossero veramente innamorati. E questo lo si deduce proprio da ciò che avvenne dopo che era già stato stipulato il contratto di promessi sposi”.

Cioè la scoperta da parte di Giuseppe che Maria era incinta?

“Esattamente. Il comportamento di Giuseppe in quella situazione palesa un grande amore e una grande stima di Maria. La legge prevedeva che dopo l’accordo scritto tra le due parti, dovesse trascorrere ancora un anno prima che i due promessi sposi andassero a vivere insieme. In caso di infedeltà della donna, il marito la ripudiava e la donna veniva punita con la lapidazione. Il Vangelo racconta che Giuseppe, accortosi che Maria era incinta, rimase naturalmente sconvolto, e dopo lunghe riflessioni decise di lasciarla libera, senza ripudiarla ufficialmente per evitare che venisse uccisa. Questa decisione dimostra che Giuseppe voleva veramente bene a Maria, la stimava e non si permise neppure di giudicarla”.

Ma arrivò l’angelo a chiarire tutto. Disse a Giuseppe: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa, perchè ciò che in lei è generato, è di Spirito Santo. E darà alla luce un figlio e gli porrai nome Gesù; egli infatti salverà il popolo suo dai suoi peccati. Destatosi Giuseppe dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore”. Che preparazione culturale e religiosa aveva Giuseppe per capire e accettare le parole dell’angelo?

“Le scuole ebraiche di 2000 anni fa erano all’avanguardia. Erano divise in Elementari e in Superiori. Le elementari erano frequentate dai ragazzi dai 5 ai 13 anni. La superiori portavano al conseguimento del titolo di ‘rabbino’, che era equivalente al nostro dottorato in Giurisprudenza. Giuseppe aveva certamente frequentato le elementari. E poiché lo studio era incentrato sulla conoscenza della Bibbia, della storia sacra, dei riti religiosi, conosceva bene i testi delle profezie riguardanti l’attesa del Messia, e quindi le parole dell’angelo non erano per lui prive di senso, anzi, avevano un significato importantissimo.. E poiché, come dice l’evangelista, era ‘giusto’, viveva cioè in sintonia con Dio, intuì il profondo significato di quella storia e accettò come aveva accettato Maria. Entrò così nel mistero e da allora fu un fedele esecutore della volontà di Dio”.

San Giuseppe, e anche Maria, furono liberi nella scelta di aderire alla volontà di Dio, o ‘programmati’ in funzione della ‘missione’ che Dio aveva previsto per loro?

“Furono certamente liberi. Sant’ Agostino spese l’intera esistenza a riflettere sul ‘libero arbitrio’ e quattro anni prima di morire scrisse un libretto che si intitola ‘La Grazia e il libero arbitrio’. Egli dice: ‘Nelle Sacre Scritture ci sono testi che dicono che c’è la Grazia di Dio; e ci sono testi che dicono che c’è il libero arbitrio dell’uomo. Noi sappiamo che queste due realtà esistono ma come poi, nella vita, si compongono, si mettano insieme, a noi non è dato di capire: questo fa parte del mistero di Dio e del mistero dell’uomo’. Quando tra Dio e l’uomo vi è sintonia, amore, allora tutto avviene in modo libero e spontaneo. L’uomo intuisce l’amore di Dio, la verità dell’amore di Dio, e ne è attratto. Maria e Giuseppe avevano un istintivo e naturale trasporto verso Dio, e vivendo in amicizia con lui, seguivano liberamente le intuizioni suggerite dalla Grazia”.

Dopo la nascita di Gesù, Giuseppe deve affrontare situazioni molto difficili: l’ira di Erode, la fuga in Egitto eccetera. E risolve tutte queste difficoltà prendendo decisioni rapide e precise, dimostrando di essere un uomo attivo e coraggioso.

“Certo, dal racconto che i Vangeli fanno di quelle situazioni si ricava che Giuseppe era una persona molto dotata anche da un punto di vista umano. Un giovane straordinario. E Maria era come lui. Insieme presero decisioni che comportavano sacrifici, incognite, preoccupazioni gravi. Avevano un bambino piccolo, minacciato di morte, bisognava scappare in fretta. Partirono per l’Egitto e, a quanto è dato sapere, fecero un viaggio di circa 500 chilometri. Si aggregarono a una carovana. Viaggiavano quindi in compagnia di altre persone, ma i sacrifici e i disagi non furono per questo meno gravi. Ma niente mai turbò la loro fiducia in Dio. La loro unione familiare”.

Un altro momento difficile si presentò durante l’annuale viaggio a Gerusalemme, quando persero il figlio che aveva 12 anni.

“Anche in quell’occasione soffrirono molto. Tre giorni di ricerche. E quando finalmente trovarono il figlio nel tempio, la Madonna disse una frase che ‘fotografa’ il dolore e la sofferenza che avevano nel cuore: ‘Perché ci hai fatto questo. Io e tuo padre, angosciati, ti cercavamo’ ‘Angosciati’: un aggettivo che fa capire quanta sofferenza e quanto amore avevano tutti e due per quel loro figlio”.

Il ritrovamento di Gesù nel tempio, è l’ultimo episodio riferito dai Vangeli in cui compare San Giuseppe.

“Esatto. Poi seguirono gli anni della vita nascosta di Gesù. Vita di famiglia. Gesù avrà certamente lavorato con suo padre. Era diventato anche lui un falegname, esperto in quella professione. Ma ha anche certamente continuato a studiare. Infatti, quando inizia la sua vita pubblica, lo chiamano ‘Rabbi’, ‘Maestro’: titolo riservato a chi aveva frequentato le Scuole Superiori, arrivando al dottorato in giurisprudenza. Gesù era colto, conosceva di sicuro anche il greco e il latino”.

Quando morì Giuseppe?

“Prima che Gesù iniziasse la sua vita pubblica, perché nel racconto dei Vangeli di quel periodo, Giuseppe non appare più. Come sia morto, non si sa. Certamente assistito dalla moglie Maria e dal figlio Gesù. Cioè, assistito dalle persone più care che aveva e noi sappiamo quale fosse la loro vera identità. Quindi, una morte da invidiare. Per questo, San Giuseppe è patrono della buona morte”.

San Bernardino da Siena e altri teologi sostengono che sia stato assunto in cielo, come sarebbe poi accaduto a Maria”.

“La Chiesa Greca ha accolto questa ipotesi. Anche Sant’Ireneo, prima di san Bernardino, scrisse molto su questo argomento. Ma la Chiesa Cattolica non si è mai pronunciata ufficialmente su questo tema”.

-----

*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali “Noi” e “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese.

E' direttore di un giornalino che si intitola "Medjugorje Torino" e viene diffuso in 410 mila copie a numero. Ha pubblicato 42 libri, tutti gi grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco e cinese. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondatori).

 
 
 

CRISTIADA: IL FILM KOLOSSAL SUI CRISTEROS MESSICANI

Post n°1021 pubblicato il 06 Aprile 2012 da lucfar1

di Marco Respinti

Per certi versi, la questione assomiglia a un giallo. Il protagonista è Cristiada, il film sull'epopea dei cristeros.
Vessata e perseguitata dal governo massonico e anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles (1877-1945), tra 1926 e 1929 la popolazione cattolica del Messico insorse in armi al grido di «¡Viva Cristo Rey! » (da cui il nome dei combattenti), e con il beneplacito della Santa Sede, dando vita a una nuova Vandea contemporanea. Ebbene, ne è stato fatto un film. Ma, pronto da mesi, già predisposto per il lancio mondiale con tanto di trailer (emozionante) e sito ufficiale, Cristiada non si vede. Almeno fino a ieri.
Ieri, infatti, martedì 20 marzo, questo film scomparso perché ancora manca chi s'incarichi della sua distribuzione nelle sale cinematografiche è finalmente sbarcato al centro del mondo. A Roma, anzi praticamente in Vaticano, proiettato non in anteprima ma in esclusiva mondiale all'istituto Patristico Augustinianum, che sta a due passi - letteralmente - dal colonnato del Bernini. Posti rigorosamente riservati, prenotazione obbligatoria, di tutto si è occupato il servizio d'informazione cattolica H2O. Per molti aspetti, l'operazione assomiglia a un SOS.
«Siamo qui per promuovere la pellicola, sperando di riuscire presto a distribuirla ovunque come accade per qualsiasi altro film, bello o brutto che sia...». A La Bussola Quotidiana lo dice il Pablo José Barroso, il produttore di Cristiada venuto dal Messico apposta per accompagnare in Italia questa sua perla. «Perché si faccia tanta fatica a trovare un distributore resta un vero mistero...».
Azzardiamo: forse che il suo essere così apertamente filocattolico nel denunciare il brutale anticristianesimo che sta al centro della vicenda risulti troppo imbarazzante? Barroso mantiene l'aplomb e smorza la nostra malizia (forse). «Non lo so, francamente non lo so», risponde. «Ci siamo rivolti a tutte le major del settore, seguendo le prassi di rito, non tralasciando alcunché convinti che l'ottima qualità tecnica della pellicola, la sua storia avvincente e il richiamo esercitato da un pool di attori di grande fama potesse essere d'aiuto; e invece, per mesi e mesi, niente, solo ostacoli... Nessuno dei distributori grandi e piccoli che abbiamo interpellato è di per sé mai entrato nei dettagli contenutistici del film... ». Però?... «Però ci siamo costantemente sentiti rispondere che Cristiada è difficile da piazzare sul mercato, è di nicchia, rischia di essere un flop al botteghino... ». Una pellicola realizzata come un kolossal di Hollywood - benché di produzione messicana -, diretta dal Premio Oscar per gli effetti speciali di cult come Le due Torri, del 2002, e Il ritorno del re, del 2003 (ovvero il secondo e il terzo episodio della trilogia cinematografica tolkieniana diretta da Peter Jackson) e interpretato da Andy Garcia [nella foto], Eva Longoria, Peter O'Toole ed Eduardo Verástegui? Difficile da credere.
«Comunque», prosegue asciutto Barroso, «non ci siamo arresi, e alla fine qualche risultato importante lo abbiamo ottenuto. La prima mondiale a Roma prelude all'uscita del film - se null'altro accadrà nel frattempo - in Messico, curata dalla 20th Century Fox. Accadrà il 20 aprile. Se andrà bene, Cristiada verrà poi distribuito in tutta l'America ispanofona. Forte di questa novità, la mia casa di produzione, la Dos Corazones Productions di Città del Messico, lancerà la pellicola negli Stati Uniti il 1° giugno. Ancora totalmente scoperta resta invece l'Europa...». Già, l'Europa... «A dire il vero, la Disney sta forse fiutando l'occasione, abbiamo ricevuto qualche segnale, ma tutto è ancora prematuro. Stiamo persino pensando d'iscrivere il film al Festival di Cannes, per cercare di smuovere le acque. Ecco, lo scriva. Abbiamo bisogno di tutti gli aiuti. Vogliamo offrire al pubblico una storia che è avvincente come un western dei tempi d'oro e al contempo profondamente vera, davvero accaduta, basata su fatti realmente accaduti. E tragici...».
Barroso concepisce il cinema come uno strumento di testimonianza e di apostolato. All'inizio del dicembre scorso è entrato nelle sale cinematografiche statunitense con una pellicola animata in 3D, The Greatest Miracle (El gran milagro) diretto da Bruce M. Morris (che ha all'attivo veri e propri capolavori del cinme di animazione): storia di un gruppo di cattolici che vengono guidati dagli angeli alla comprensione piena del santo sacrificio della Messa... E sta in buona compagnia, visto che il regista di Cristiada, Wright, ha recentemente rivelato all'agenzia cattolica latinoamericana di stampa ACI Prensa di accarezzare un sogno: spera che il film sui cristeros possa contribuire alla promozione della libertà religiosa nel mondo. La proiezione all'Augustinianum è stata voluta ieri perché tra pochi giorni Papa Benedetto XVI volerà in Messico. E subito dopo a Cuba, l'isola che l'attore-"cristero" Andy Garcia si porta nel cuore (vi è nato, con il nome di Andrés Arturo García Menéndez, nel 1956 ) e il cui regime comunista notoriamente detesta. L'entertainment al servizio della verità. Per parte propria, Barroso assicura che non sarà l'ultima volta per la sua Dos Corazones Productions.

Nota di BastaBugie: per altre informazioni sul film "Cristiada" e per vedere il trailer clicca su www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=28

Fonte: La Bussola Quotidiana, 21/03/2012

 
 
 

IL PAPA VISITA IL MESSICO E RICORDA I CRISTEROS

Post n°1020 pubblicato il 06 Aprile 2012 da lucfar1

di Marco Respinti

Pochi, purtroppo, ricordano che nel cuore nero del Novecento il Messico martire offrì una testimonianza di fede e di fedeltà al Soglio di Pietro pressoché unica al mondo.
Dall'inizio del secolo, il Paese nordamericano era stato squassato da una serie di colpi di Stato inframmezzati a faide politiche che altro non erano se non "guerre civili" intestine all'unico apparato massonico-laicista costantemente al potere, che, attraversato pure da inquietanti atmosfere giacobino-nazionalistiche e da forti pulsioni socialistiche, era rigorosamente definito dall'anticattolicesimo "scientifico". Nel 1917, del resto - un annus fatalis - il Messico retto dal despota Venustiano Carranza (1859-1920) giunse persino a darsi una Costituzione che quell'anticattolicesimo formalizzava positivamente e coscientemente in legge fondamentale del Paese.
Raccogliendo dunque la tempesta che tale vento aveva da tempo seminato, fu in specie il governo del generale Plutarco Elías Calles (1877-1945), ennesimo despota, che mirò alla rivoluzione socio-culturale più compiuta e "globalizzante" da ottenersi attraverso la lotta frontale all'unico, vero grande ostacolo che, nella pratica e nella quotidianità, ancora aveva il potere di arrestarne la marcia: la Chiesa Cattolica, cioè la sua gerarchia e il suo popolo di fedeli, generatori di istituti, di società, di storia.
In questo quadro, le insopportabili angherie e le persecuzioni scatenate dal governo contro i cattolici risvegliarono una vera e propria "Vandea messicana", disposta anche al sacrificio in armi di sé pur di difendere il diritto di cittadinanza che spetta alla verità delle cose e a quell'unico umanesimo autentico che solo la prospettiva cattolica anche sulla società e sulla polticia garantisce per tutti, non cioè solo per i cattolici.
L'insurrezione messicana prese un nome divenuto - in un circolo di cultori che non hanno rinunciato alla memoria viva - famoso. Si chiamò "Cristiada", praticamente una crociata, e i suoi cavalieri dell'ideale, nobilmente straccioni, furono i "cristeros". Era infatti così che con arroganza e saccenza li apostrofavano i nemici, storpiando la dizione "Cristos Reyes", cioè i "Cristi-Re", insomma quella gente che si ostinava a battersi e a soccombere al grido di «Viva Cristo Re!». Del resto, i cristeros combatterono indossando l'uniforme del rosario o di un grande crocifisso appesi al collo, proprio come i loro "avi" in Vandea. E quegli insorti, pur nulla offesi, se ne fecero un vanto adottando volentieri l'epiteto [...]: come san Paolo insegna che "cristiano" è una "aggettivo di possesso" che indica "colui che appartiene a Cristo" così cristero indicò chi apparteneva in toto all'unico re, Gesù. Fu una bandiera, insomma, quel nomignolo; anzi la bandiera, emblema di una concezione diversa dell'agire politico e dell'organizzare la società, antitetica a quella che li perseguitava.
Nel 1926 i cristeros insorsero e tennero per tre anni, fino al 1929, testa a un nemico incommensurabile. Irrorarono il suolo del Messico di sangue martire, quello che genera conversioni, santi e l'unico bene autentico: la memoria corre qui doverosamente almeno al giovane presbitero gesuita Miguel Agustín Pro (1891-1927), beatificato dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) il 25 settembre 1988, ma i martiri messicani, laici e consacrati, furono legione. Alla fine sui campi di battaglia ne rimasero un numero calcolato tra i 70 e gli 85mila.
Dopo quel triennio di sangue, la guerra si fermò pur senza davvero (mai) finire. Né si esaurirono le cause profonde che l'avevano generata. Il governo era solamente riuscito di fatto a dividere gli avversari e, complice anche la pavidità di certi vertici cattolici, le armi furono deposte (almeno da una delle parti in causa, visto che le rappresaglie della vendetta governativa continuarono a mietere vittime).
A quasi un secolo di distanza resta la memoria di un sacrifico immenso: che non è una semplice consolazione, ma la testimonianza, dura, di una storia gloriosa verso la quale un certo mondo non ha ancora fatto bene tutti i conti. A partire dagli anni 1960 ne ha raccontato le vicende in modo ancora insuperato lo storico e sociologo alsaziano Jean Meyer Barth (da non confondere con lo storico francese Jean Meyer, che, assieme al collega Pierre Chaunu [1923-2009], ha dato impulso alle ricerche sul genocidio vandeano condotte dallo studioso bretone Reynald Secher). Tra 1973 e 1974 Meyer Barth ha quindi dato alle stampe una monografia in tre tomi, La Cristiada, continuamente - per fortuna - in edizione (la più recente è uscita a Buenos Aires nel 2003 per l'editore Siglo XXI), un'opera monumentale di cui in italiano esiste solo una sintesi - il saggio Quando la storia è scritta dai vincitori. Insurrezione vandeana e rivolta dei cristeros messicani: due sollevazioni popolari escluse dalla storia ufficiale e dalla memoria nazionale, accolto nel volume a più mani La Vandea (trad. it., Corbaccio, Milano 1995) - e qualche "reperto" in forma di intervista giornalistica.
Utilissimi sono dunque due volumi di recenti produzione italiana. Anzitutto "Dio, Patria e libertà! L'epopea dei Cristeros", firmato dallo storico militare Alberto Leoni e uscito nella collana "I quaderni del Timone" (Edizioni Art, Milano 2010, pp. 64, € 6,00), poi il freschissimo di stampa "Cristiada. Messico martire. Storia della persecuzione" di Luigi Ziliani (Amicizia Cristiana, Chieti 2012, pp. 216, €15,00).
Il libro di Zuliani è un felice reprint di un'opera pubblicata in presa diretta, una cronaca frutto di un viaggio-pellegrinaggio effettuato dall'autore, un sacerdote cattolico italiano, sul posto nel 1928. Don Ziliani (che tra il 1928 e il 1938 tenne in Italia e in tutta Europa circa 300 conferenze per denunciare il "dispotismo giacobino-bolscevico" del governo Calles) pubblicò il proprio reportage esplosivo dapprima con il titolo "Tre mesi nel Messico Martire" e poi lo trasformò in "Messico martire. Storia della persecuzione, eroi e martiri di Cristo Re" (Società Editrice S. Alessandro, Bergamo, 1929). Il testo venne ripubblicato ben 15 volte in 10 anni, dall'edizione del 1933 recò l'approvazione dell'arcivescovo messicano di Guadalajara, mons. Francisco Orozco y Jiménez (1864-1936), e diverse altre edizioni postume uscirono sino all'ultima del 1951.
In esso il sacerdote spiegò benissimo come fu la natura autenticamente popolare del cattolicesimo messicano a far sì che a quelle latitudini la fede costituisse anche una irrinunciabile quanto cristallina scelta sociale e politica, che dunque non poteva per forza di cose essere tollerata dalle forze laiciste in quel frangente al potere nel Paese. Lo scontro fra le due civiltà antagoniste - quella edificata prendendo sul serio in ogni piega anche della storia temporale la Rivelazione del Dio che si fa uomo e quella che vorrebbe costruire prescindendo coscientemente da Dio - fu dunque "naturale", inevitabile; meraviglierebbe, cioè, se in Messico, date le premesse, fosse accaduto qualcosa di diverso da una guerra aperta...
Perché, una volta fallito il tentativo di rispondere alla persecuzione sul piano legislativo e dunque legale, non rimase che l'extrema ratio dell'insurrezione. Non a caso il Messico cristero godette "dell'imprimatur" - caso più unico che raro - della stessa Santa Sede. Papa Pio XI (1857-1939) dedicò infatti alla persecuzione anticattolica di quello sfortunato Paese nordamericano non uno ma ben quattro documenti magisteriali, tre dei quali furono nientemeno che encicliche, oggi opportunamente raccolti nel volume Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937 (Amicizia Cristiana, 2012, pp. 78, € 7,00).
Il primo fu la lettera apostolica Paterna sane, del 2 febbraio 1926, con cui il pontefice suggeriva all'episcopato messicano modi concreti per contrastare le leggi anticristiane promosse dal governo di Città del Messico. La seconda fu la lettera enciclica Iniquis afflitisque, del 18 novembre del medesimo anno, che, rivolgendosi significativamente alla Chiesa universale, additava la sofferenza del popolo cattolico messicano a modello di virtù per tutti. Dunque, a guerra finita, il Papa promulgò la lettera enciclica Acerba animi, del 29 settembre 1932, esortando i cattolici messicani a una nuova (forma di) resistenza. Infine venne la lettera enciclica Firmissimam constantiam, del 28 marzo 1937, la quale persino legittimò - a norma dell'antichissimo diritto di resistenza all'oppressione tirannica, che il diritto naturale e la dottrina cattolica contemplano positivamente -, l'insurrezione dei cristeros.
Solo pochi giorni, anzi ore prima di quest'ultimo documento "messicano", rispettivamente il 14 e il 28 marzo, Pio XI aveva promulgato le due storiche encicliche di scomunica delle ideologie violente più note del secolo XX e in quel momento massimamente distruttive, ovvero il nazionalsocialismo ateo (e l'eresia del "cristianesimo tedesco") attraverso l'enciclica Mit brennender sorge, nonché il socialcomunismo materialistico e altrettanto ateo con l'enciclica Divini redemptoris. Alla Cattedra sempiterna di Pietro era cioè chiaro il volto che l'anticristianesimo militante, non certo una novità, assumeva in quel momento: la somma tra i due totalitarismi di massa che avvelenavano l'Europa e la persecuzione "liberale" americana che divorava il Messico.
Un vero peccato che oggi solo pochi ricordino il fato dei cristeros. Eppure è un argomento di cui dovrebbe impossessarsi l'immaginario collettivo. Pensare che nel 2011 vi è stato dedicato persino un film, Cristiada, con un cast (Andy Garcia, Peter O'Toole, Eduardo Verástegui, Eva Longoria; musiche del talentuoso James Horner; effetti speciali di chi ha lavorato per i Tolkien cinematografici di Peter Jackson...) e un budget da vero kolossal, ma che forse nessuno riuscirà a vedere, dato che da mesi e mesi cerca invano un distributore [...]. Che i poveri cristeros scamiciati e con le pezze alle ginocchia facciano ancora tremare i potenti del mondo?...

Nota di BastaBugie: per altre informazioni sul film "Cristiada" e per vedere il trailer clicca su www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=28

Fonte: La Bussola Quotidiana, 04/02/2012

 
 
 
Successivi »
 
Citazioni nei Blog Amici: 1
 

AREA PERSONALE

 

FACEBOOK

 
 

TAG

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31      
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 1
 

ULTIME VISITE AL BLOG

constantin0crescenzo1962Odile_GenetgossipcoccinellapsicologiaforensecarezzadellanimaautumninromLETTIDIGHIACCIOscoiattolina2000cinciagiocercoilcoraggioP0lvereeliosalvatorebrigaocaripienaL.eleganza.dl.riccio
 
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom