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Sylvia.P
   
Creato da Sylvia.P il 01/08/2007

Plath Sylvia

sentimenti e piacere. Amore.

 

 

Nostalgia

Post n°562 pubblicato il 10 Maggio 2012 da Sylvia.P

 

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

 

Nazim Hikmet

 

 

 

 

 
 
 

la mia amica Violetta

Post n°560 pubblicato il 25 Aprile 2012 da Sylvia.P

 

Violetta è mia amica da quando eravamo alle elementari. I nostri padri si conoscevano. Suo padre era molto ricco. Ai tempi la ricchezza si misurava dall'avere una villa. Violetta Amadini viveva in una villa con giardino proprio davanti la scuola. Una volta la settimana andavo da lei a far merenda: una tavoletta in due di Cailler al latte e due panini al burro. La sua casa profumava di marzapane e pulito. Un pulito di tessuti nuovi e tende lavate di fresco, non di candeggina o disinfettante. Sua madre era una donna minuta che diceva sempre sì e sorrideva sempre. Andava in Italia a farsi fare le carte, a farsi raccontare il futuro. La nonna di Violetta morì per aver ingerito troppa grappa credendo fosse acqua. Se ne era sgolata mezza bottiglia per poi cadere a terra stecchita come un piccione colpito dalla cerbottana. Poco dopo morì anche mia nonna, con la quale abitavo. Fu vestita in casa dagli addetti alle pompe funebri e la sua stanza profumava di pino per tener lontano l'odore della morte. Venne anche Violetta a trovare la mia gelida nonna adobbata di garofani. Io la guardavo e non credevo fosse morta senza salutarmi. Nemmeno un biglietto! Violetta era lontana. Lei aveva comunque ancora una madre che le diceva sempre sì.

Dopo l'università e la scuola di lingue ci ritrovammo a ventitre anni. Lei era diventata una splendida ragazza dai capelli biondi e lisci e gli occhi azzurri. Aveva un corpo da atleta: secca e muscolosa. Io ero scura e formosa. Insieme scodinzolando per le strade e i ragazzi ci guardavano fischiettando. Erano i magnifici anni ottanta. Al lido il lago era lurido ma noi salivamo sul motoscafo di suo padre fino in mezzo al lago e da lì facevamo il salto mortale tuffandoci perfettamente nell'acqua verde. D'inverno si andava a Zuoz a sciare. Violetta era bravissima, io molto meno. Come tutti i figli di papà lei non aveva terminato nessuna scuola e finì a lavorare per suo padre. Così anche i suoi fratelli. Io trovai lavoro in un ufficio ed andammo a vivere insieme in un appartamento duplex a Codepiatto. In quel tempo ricordavamo le nostre serate a Zuoz da bambine, quando ci tiravamo giù le mutande e facevamo la gara a chi scorreggiava di più. Si sa che in montagna la pancia si gonfia, per non so quale diavoleria legata alla pressione atmosferica. Lavorando per suo padre conobbe un tipo di cui si invaghì pazzamente. Lui era un uomo di dieci anni più di noi (quindi era un decrepito!) tutto impomatato ed arrivista. Aveva già una compagna, un'ex moglie ed un paio di figli e allacciò una relazione con Violetta. A volte le diceva che veniva a prenderla alle sette e lei si preparava con cura, si profumava e alle dieci non era ancora arrivato. A volte arrivava alle dieci e trenta, a volte non arrivava neppure. Vedevo che Violetta teneva a freno la sua rabbia. Per farla ridere ne facevo di tutti i colori: scrissi un decalogo di prestazioni sessuali che si potevano ottenere nel nostro appartamento, del tipo: pompino semplice franchi venti, pompino con ingoio franchi ventisette, petting spinto franchi quindici, limonata con toccata dentro la patta franchi venti, rapporto completo franchi quarantacinque, eccetera eccetera. Violetta rideva però soffriva. Io ascoltavo ed odiavo quell'uomo che le sconvolgeva il cuore. Alla fine lei se ne ritornò a casa dei suoi e un paio d'anni dopo si sposò quel vecchio antipatico con il mento all'insù.

Da allora ci siamo viste solo un paio di volte, in occasione della nascita di sua figlia Myriam e come testimone del mio matrimonio. Ma ogni anni ci ricordiamo dei nostri compleanni e ci ripromettiamo di vederci.

Così l'altro giorno le ho inviato un sms e lei mi ha risposto che era in Tunisia a rifarsi le tette. Le tette? Ho risposto che aveva un bellissimo seno e che era matta. Lei mi ha detto che voleva fare un regalo ad Alfredo, per il loro ventesimo anniversario di matrimonio: così avrebbe avuto qualcosa da toccare! Alfredo! Quel vecchio in cerca di dote, che l'ha sempre cornificata durante tutto il matrimonio le aveva chiesto di rifarsi il seno per avere un po' di carne da toccare. Violetta mi ha confidato che dimagrendo il seno si era ridotto notevolmente e che non aveva nemmeno una prima come misura e quando alzava le braccia in costume da bagno i triangolini del costume le si alzavano fin sotto il mento. Mi veniva un po' da ridere. Io ho un seno alla Cuccinotta e per scalzare il reggiseno dal seno ci vuole una ruspa (o delle mani d'uomo sapienti e calienti).

Oggi ci dovevamo vedere a pranzo, in un posto lontano da tutto e da tutti, ma abbiamo desistito per via dell'orda italica automunita che invaderà le nostre strade da tutti i valichi per una scampagnata in libertà. Già, la Liberazione ed il suo corredo immancabile di automobilisti. Una pletora di veicoli peninsulari. Formichine fuori dall'impietoso formicaio, curiosando di qua e di là. Ci vedremo invece venerdì. Le ho già detto di vestirsi scollata. Valuterò il suo seno. Ma cosa c'è da valutare? Sarà come tutti i seni rifatti. Al massimo sarà un seno tunisino, e magari al posto di mostrarlo, dovrà coprirlo, se no è peccato. Dovrà velarlo per proteggerlo dagli sguardi impuri. Che roba, un seno musulmano, due tette postrivoluzionarie. Due protesi sfuggite dalla Primavera Araba, due capezzoli come minareti... un corpo da vera Sura.. chissà se Alfredo avrà imparato qualcuno dei centoquattordici capitoli del Corano? O magari, di fianco al nuovo petto di Violetta, raggiungerà la salamat-al-nafs....

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Agnes e Annarosa

Post n°558 pubblicato il 06 Aprile 2012 da Sylvia.P

 

Le cose non sono mica così semplici come dice Annarosa, pensava Agnes, dall'alto dei suoi tacchi-stiletto, mentre passeggiava attorno al tavolo rotondo, come se ne volesse controllare meticolasamente la circonferenza. Sua figlia Marceline se ne stava sprofondata nel puffo a giocare alla Wee. Indossava dei leggings verdi ed Agnes notò che dall'anno prima tutti i vestiti le stavano più attillati. Il padre di Marceline negli ultimi anni, già prima del crollo psicotico e la ritirata sulla Costa Smeralda a rilassarsi con le sue medicine-ipnotiche e l'avvento del suo carattere irsuto, si era già ben allargato come una mongolfiera. Non che da studente alla Cattolica fosse mai stato un figurino. No, quello no! Era uno di quei tipi che sfoggiano il faccione largo con supponenza, un po' da ducetto ecco! - e che già lascia presagire che con l'andar del tempo si dilaterà sino a diventare una luna luccicante e, con lo scorrere imperituro degli anni della mezza età, crollerà definivamente sul collo annullandolo completamente. "Muscolatura lassa" pensò Agnes schifata per un secondo e guardò la figlia per vederne le ricadute ereditarie. Marceline era tappa (minuta stava meglio: era minuta) ed aveva una faccia tonda tonda. Un lampo fastidioso le passò per la testa.

Annarosa, già, la sua migliore amica. Ma lo era veramente? Da qualche tempo, sì - esattamente da quando lei aveva sofferto di labirintite e anche da prima, da quando era morto suo padre di cancro al cervello, l'aveva trovata depressa, stinta, senza vita. Anche tirchia, era diventata. Tirchia e brutta e dimagrita. Ecco, lo aveva pensato di lei, di Annarosa. Al mare insieme, l'anno prima, si era rifiutata di fare la gita al faro insieme a lei ed a Marceline. Annarosa l'aveva guardata con quello sguardo da gru, con quegli occhi blu come delle perle, come dei gioielli eruttati dal mare - sì, gli occhi erano decisamente belli, come quelli di Liz Taylor - e le aveva detto che le ricordava troppo Virginia Woolf. Agnes se l'era presa. Ma cosa c'entrava la Woolf con la gita al faro? Il faro era oltre il promontorio ed era una semplice meta turistica! Avrebbero dovuto prendere il bus e scendere a pochi metri dal faro. Ecco, Annarosa era così: si faceva cogliere dagli stati d'animo sempre impreparata, come una neonata, mica come una donna. Ma poi, Agnes - da quando aveva perso il padre era cambiata: glielo aveva detto ad Annarosa. Mio padre per me era tutto, mia madre è solo una recita di cattivo gusto. Poi anche la madre di Agnes si era ammalata di Alzheimer - uno stato iniziale, ancora! - ed il suo carattere, già guasto da un egocentrismo bigotto e teatrale, s'era ulteriormente danneggiato. La controllava con il cellulare ovunque lei andasse. Si dimenticava le cose, la rimbrottava ad ogni visita. Sua madre aveva le chiavi di casa e lei se la ritrovava a casa due-tre volte la settimana. Annarosa, che di solito non si pronunciava mai sulle sue cose personali ma che doveva ammettere era una buona ascoltatrice, le aveva suggerito di toglierle. Come toglierle? Era impossibile toglierle! Ecco, queste cose non capiva di Annarosa, non comprendeva che comunque era sua madre e che comunque sua madre le portava le casse d'acqua fino in casa perchè Agnes soffriva di ernia del disco. Quando erano state in vacanza l'anno prima le aveva addirittura fatto tinteggiare la stanza nuova di Marceline, così - senza preavviso. Per questo lasciava le chiavi a sua madre.

Annarosa cucinava bene, Agnes lo sapeva e la invidiava. Ma Agnes aveva un amante. Lei lo chiamava l'amante di cortesia, il cicisbeo moderno, perchè cucinava il capretto come un cuoco provetto. Certo non era un granchè, addirittura non lo presentava a nessuno. Agnes si era un po' risentita perchè aveva inteso che Annarosa lo considerasse impresentabile. Infatti era brutto, ma davvero brutto, con tanto di testa d'uvo sodo calata sulle spalle e peli ispessiti in posti inediti, oltre che nei buchi delle orecchie e pancia cadente. Giorgio l'aveva conosciuto nell'ambiente professionale. Lui le aveva fatto una corte spietata e lei infine se l'era portato a casa e l'aveva lasciato fare. Era l'unico uomo che godesse in modo educato. Faceva: aah! con un sussurro gentile, per non disturbare, ed un attimo dopo si tirava fuori. Dormendo insieme Giorgio le aveva detto che lei russava come un trombone, che mai aveva udito dei versi del genere. Agnes ne aveva parlato con Annarosa e lei le aveva proposto una visita dal pneumologo, supponendo poterse trattarsi di apnee notturne. Ecco, in questi casi Agnes la odiava, quell'amica calma e tranquilla che sapeva tutto. La odiava perchè voleva solo essere ascoltata.

Da quando era morto suo padre e con la malattia di sua madre l'urgenza di essere ascoltata era diventata più pressante. Aveva sentito che Annarosa si stava staccando da lei, in modo inequivocabile. Ecco perchè non la riconosceva più. Non era più la stessa. A volte non rispondeva al telefono e lei allora insisteva inviandole essemmesse del tipo ma ci sei? Dove sei? Non è da te non rispondere... Poi c'era stata quella cosa, detta così tra le righe, mentre conversavano al telefono. Annarosa gliel'aveva buttata lì: da quando è morto tuo padre, quel padre gentile che tanto amavi, non hai più la mediazione di un'anima serena, ed assorbi le spigolosità di tua madre, quei difetti che un giorno Marceline ti rinfaccerà.

Ma come s'era permessa quella sfacciata? Allora aveva deciso di non raccontarle più niente, ma non resisteva. Cos'era quel cambiamento? Era depressa? Le invidava Giorgio? Certe cose Agnes se le legava al dito, questo è certo.

La vita va vissuta: è un imperativo! Dalla cucina passa al salotto. Il ticchettìo delle scarpe rimbalza in tutta la casa. Va in bagno e passa davanti a quel quadro orribile, quella riproduzione che le aveva regalato il suo ex marito. Lo prende e lo getta a terra urlando. L'urlo di Munch si frantuma in mille pezzi e lei gioisce. Un altro passo in avanti, via da queste cose vecchie e depressive.

Marceline ha un sussulto e poi le urla: ma sei impazzita, mi sembri proprio la nonna!

******

L'abuelita, la grande madre: ne esistono di ogni tipo nei miti e nelle storie. Esistono grandi madri fredde e distaccate che tentano di assorbire le forze vitali dei loro famigliari, come raccontato da alcuni filoni narrativi dell'Est europeo dove le succhiatrici di sangue cercano nutrimento all'interno delle loro stesse famiglie - nei figli e nei figli dei loro figli - per compensare le proprie facoltà in declino, la sensazione di vuoto, e per rimediare alle scelte sbagliate.

Esistono grandi madri selvagge con capelli verdi, ciglia turchesi e scarpe di tutti i colori che viaggiano per il Paese per far capire alle ragazzine quanto siano belle. Esistono le "grandi madri grembiule" che sanno tutto di opulenza e carestia, e portano alimento al corpo e allo spirito. Esistono le grandi madri sarte e le grandi madri artiste che lanciano lustrini a ogni passo e ispirano gli altri a crearne a volontà. Esistono innumerevoli tipi di grandi madri: ognuno di loro è unica e sfugge ad ogni classificazione.

Esistono moltre grandi madri che racchiudono in sè tutte le facoltà sopracitate, e anche di più, o anche diverse, allo stesso tempo. Ogni donna che a vent'anni sia intelligente, dolce, schietta, sensuale o spirituale, attraverso uno sviluppo consapevole nel corso del tempo, quando sarà diventata una grand-mère, nella psiche e nell'anima, avrà raddoppiato o triplicato le proprie qualità...

Clarissa Pinkola Estès, La danza delle grandi madri

 

 

 

 
 
 

don't let them kill us...

Post n°557 pubblicato il 05 Aprile 2012 da Sylvia.P

 

 

 

 
 
 

Mein Liebchen

Post n°556 pubblicato il 27 Marzo 2012 da Sylvia.P

 

 

Nostalgia del sesso

 

Non è che io voglia ritornare

A rotolarmi impavida come una squinternata

E trovarmi piedi fetidi nei letti sfatti d’umori

Secchi e miseri!

Son passati quegli anni luridi di sesso sbrigliato e indiavolato

Dove io ero preda assatanata di bocche e sapori qualunque:

Sapori erranti come cadaveri ambulanti

Sapori di miserrimi stalloni stanchi

 

Ora tu, in quest’orgia di parole che son fiumiciattoli

guizzanti-------- petali di rosa e primule selvatiche

dici, e dici giusto:

ci siam guadagnati l’amore, ci siam strappati brindelli

di pelle e carne sprimacciata e vene impazzite dal cuore.

Ci siamo scambiati l’anima per sempre,

per essere eterni in quell’unica volta

in quell’unica volta che ci incontreremo: e noi saremo:

Un groviglio di baci e sperma e sapore di colli fioriti.

Uniti come il gheriglio dei nostri pensieri.

Noi saremo finalmente felici

 


 


 
 
 
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 ... una notte, un battito di cuore alla porta. Fuori, una donna nella nebbia. Ramoscelli ha per capelli e un abito di alghe gocciolanti, verdi acque del lago. Dice: "Sono te. E vengo da tanto lontano. Vieni con me, ho qualcosa da mostrarti ...". Si volge, apre il mantello. D'improvviso luce d'oro..., ovunque luce d'oro ...

Anaïs Nin

 

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