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Creato da myself_travelcard il 13/09/2010

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Post n°89 pubblicato il 27 Maggio 2013 da myself_travelcard

 

 
 
 

Ridatemi la libertà di mangiare da schifo come insegna mamma

Post n°87 pubblicato il 30 Aprile 2013 da myself_travelcard

(Ovvero l'era nella quale  i cuochi sono più famosi delle rockstar,  l'esperienza sensoriale del cibo ti procura sensazioni  psichedeliche che al confronto l'ascolto dei Grateful Dead che suonavano "in acido"  è paragonabile all'acqua del rubinetto; infine l'era nella quale non se ne può più di veder gente cucinare su tutti i canali televisi, anche se ammetto di non essermi perso una puntata del primo "Masterchef"! 

p.s. (privato): questo post non intende scoraggiare  o peggio criticare chi ha di recente  preso lo slancio irrefrenabile per tegami, casseruole, mestoli, scolini e padelle varie!

 

Tratto da "la  Lettura" del 28 apr. 2013

$chef_190x130

Mia madre cucinava da schifo, riteneva nemici giurati perfino i fornelli, comprammo insieme le prime pentole, quando lei, mamma, aveva quasi cinquant’anni. Non gliene ho mai voluto per questa sua diserzione dai (falsi) doveri femminili, «donneschi», così come venivano indicati sulle pagelle scolastiche al tempo dell’Agro Redento dal fascio littorio. Addirittura, oggi, davanti alla retorica del cibo in tavola, davanti alle facce dei cuochi innalzate sugli altari glamour del luogo comune spettacolare, ne ricordo la ribellione verso il conformismo familiare come un grande dono, insieme al meraviglioso coraggio di dare idealmente alle fiamme i grembiuli e le tovaglie con i loro ricami. Sorvolando il paesaggio dei nuovi orrori post-umani, l’esistenza della gastronomia molecolare l’ho scoperta per caso, grazie a un libro sull’argomento. In copertina, dove ci si sarebbe aspettato un naturale mestolo di legno, brillava invece una fiamma ossidrica. Segno che la post-modernità ha ormai trafitto l’innocenza, metti, della cotoletta, della carbonara, dell’involtino. Segno che molti secoli sono trascorsi dall’Artusi, dal Talismano di Ada Boni e perfino da Il Rigettario di Ugo Tognazzi o da Nonno pane e Nonna minestra di Aldo Fabrizi, dove il pensiero della tavola mostrava ancora un volto rionale, docilmente vomitevole, tra le tarantelle e i caroselli. Dell’invadenza mediatica dei cuochi, degli chef, delle rubriche cartacee e televisive, che inquadrano pentole e fornelli come fiamme eterne di uno still life arcimboldesco con prenotazione obbligatoria, non ne posso davvero più. Infatti, ciò che ormai sogno è il ritorno del tempo in cui, assai umanisticamente, si mangiava male, malissimo. Di più, pretendo un monumento equestre che innalzi all’eterna gloria dei cieli lo scopritore del bicarbonato, e ancora, pensando sempre a mia madre, tragica cuoca trasmigrata nel frattempo nell’aldilà della vita e dei menu, un grande busto dorato per colui che inventò il Gaviscon e il Maalox. Fra le molte retoriche fiorenti nel mondo delle bugie, nel mondo dell’oppio per i popoli con l’hobby della gola, quella che solleva i tegami e le forchette a massimo simbolo araldico della frustrazione contemporanea è, almeno ai miei occhi, la peggiore. Così, l’ho già detto, rivendico il ritorno alla pessima tavola, lo rivendico in nome dell’ironia e del bisogno di rivolta caro al filosofo Albert Camus. Proprio l’autore di La peste, sempre a proposito di cibo, racconta che in casa sua, colpa della miseria, perfino gli oggetti destinati alla tavola non avevano nomi: «…prendi questo, prendi quello», diceva la madre analfabeta, diversamente da casa dello zio Auguste dove invece c’erano «le grès flambé des Vosges, le service de Quimper…».

Non è necessario conoscere i tempi di cottura della terrine de queue de boeuf o del nostrano risotto alla milanese per diventare premio Nobel. C’è stato un tempo in cui il cibo e l’eros sembravano costituire un unico pranzo, ed era un eros pieno, assoluto, copioso; la tavola venuta al mondo al tempo degli chef, sostituendo l’idea pagana dell’abbondanza con il saggio, l’assaggio, ha affermato piuttosto l’idea della gola come «coitus interruptus». Ma io, in nome della gioia, sogno e pretendo la libertà di tornare a mangiare da schifo, come mi ha insegnato mamma. Grazie, Gemma, per l’orrore delle tue ripugnanti zuppe, giuro.

Fulvio Abbate

 

 

 

 
 
 

Cono d'ombra

Post n°86 pubblicato il 06 Aprile 2013 da myself_travelcard

Quello che hai conosciuto in quest'anno

ti ha  sorpreso

fatto infuriare

riflettere

ti ha rassicurato

sorridere d' affetto

gonfiare d'orgoglio.

Noi ci muoviamo così

io per primo a costruire muri rapidi

io per  primo appeso ad essi

tu che  limiti non hai, sbeffeggi i  nostri

condanni i miei

Mi stringo nel tuo cono d'ombra

E' colorato di beige, bianco  e azzurro,

risuona di ticchettio d'orologio

e di ottone.

Non me lo merito tutto,

mentre vengo  perdonato

tutte le volte  che decidi d'impartirmi una lezione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto: Mimmo Jodice

 
 
 
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