Creato da lab79 il 05/02/2010

TheNesT

a place called home

 

 

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Post n°368 pubblicato il 24 Febbraio 2015 da lab79
 
Tag: notte

True love waits -  Hayley Richmann cover

[Radiohead, I Might Be Wrong: Live Recordings (2001)]

Lasciar passare la notte a volte soltanto significa sopravvivere. La gente che entra, saluta e se ne va, la gente che esce, saluta e resta qua, e di nessuno mi è dato conoscere i sogni, soltanto il rumore del respiro dell'edificio mentre cammino sui corridoi avvolti nel silenzio. Canto nella mia testa, con una voce che non è la mia, e cantando nemmeno i miei ricordi mi appartengono più, per un momento e uno soltanto ancora, finché si fa alba e i miei pezzi cedono: li spazzo e li metto via, sotto le coperte che ancora qualche settimana e saranno troppo pesanti. 

Gli occhi pesano.

E pesano forse dei sogni non sognati, lasciati a riposare per l'inverno e chissà che la primavera non sia generosa, e uno o persino due possano germogliare.

Non oso nemmeno desiderarlo, per timore di sgualcirlo.

True love waits (Band version) - Radiohead, I Might Be Wrong: Live Recordings (2001)


 

 
 
 

Un uomo che si rispetti non ha patria (8)

Post n°367 pubblicato il 19 Febbraio 2015 da lab79
 

"[...]La loro avversità per lo Stato, estraneo e nemico, si accompagna (e la cosa potrà parere strana, e non lo è) a un senso naturale del diritto, a una spontanea intuizione di quello che, per loro, dovrebbe essere veramente lo Stato: una volontà comune, che diventa Legge.[...]"

Carlo Levi, da Cristo si è fermato a Eboli

 

"Noi non siamo cristiani", dicono i contadini nel libro di Levi, per dire che si sapevano considerati meno che uomini. Come le bestie, dimenticati in una terra brulla che però era tutto quello che avevano. Quella, e la malaria, e l'Italia aliena persino di più dello stato borbonico, che non sapeva chi fossero i contadini. I contadini non contavano nulla, in quello stato che cambiava, seguendo il profilo frastagliato della storia. Si sarebbe schiantato contro gli scogli, un giorno non tanto lontano, ma allora chi lo sapeva, e che importava. Quei contadini non erano cittadini, perché non abitavano la città, che regolava il mondo e dominava tutto; ne erano esclusi.

Agli esclusi non è dato avere patria.

Già altre volte l'ho detto, e continuo a pensarlo. Esistono due madri, per gli uomini che abitano il mondo: La Terra, e La Guerra. La Patria non è madre, è matrigna. Non è la terra fatale che dà la vita all'uomo, non è la guerra fatale che toglie la vita all'uomo. E' l'insieme della terra, la gente, la legge e lo stato che accoglie l'uomo, lo adotta e diventa la sua casa. E non importa quanto lontano un giorno quell'uomo sarà portato dal torrente della storia, la patria sarà sempre la sua casa, e vi troverà rifugio, e vi potrà guarire le sue ferite. La Patria è una matrigna clemente. Ed è per questo, solo per questa clemenza che gli uomini le dedicano la loro vita. E non sarà un pezzo di terra in più, o in meno, a fare la differenza. Non sarà la lingua che vi si parla, non saranno gli uomini nuovi che arriveranno, né quelli vecchi che se ne andranno, a fare la differenza. Non sarà il dio che vi si prega, a fare la differenza. 

Quante contraddizioni.

E non è forse altro da questo la vita? Un percorrerla in direzione sbagliata, ostinata e contraria, per trovare un giorno forse la propria casa. Un luogo in cui sanare le ferite che ci siamo procurati vivendo, in cui appenderne i ricordi alle pareti, e un letto in cui far riposare i nostri sogni.

 

Heima - Sigur Ròs

 


 
 
 

Un giorno perfetto per un addio (Intervallo)

Post n°366 pubblicato il 15 Febbraio 2015 da lab79
 

- “[...]Già, ma come mai, alla fine? Ne è passato di tempo, e in così tanto tempo non ci siamo mai incrociati, anche se in fondo non eravamo così lontani, mi pare. So che hai un bimbo (Bellissimo: ho visto le foto!) […] curioso come nonostante tutto ciò ci si perda di vista comunque.. e come ci si possa ritrovare qui: piccolo spazio da nulla in cui buttare via un po' del nostro tempo..”

- “Quasi 15 anni tesoro...di acqua ne è passata sotto i ponti... e tu stavi al primo banco e io all'ultimo a fare l'"alternativa", la "ribelle".... “

- ”Non lo eri? A me sembra di ricordare, in fondo, di si.. “

- ”E adesso ho un figlio, [...] che è tutta la ragione della mia vita, se non ci fosse probabilmente non sarei qui a ricordare canzoni sbiadite, a farmi battere il cuore quando posti brani del "Senso di Smilla per la neve".... “

- ”A volte ci si sorprende di quanto lunghi sono i sentieri, per poi arrivare semplicemente: qui."

Adesso è notte e piove, oppure nevica. In ogni caso, non restano che le pozzanghere a riempire di acqua fredda le fessure tra il selciato, una notte di metà febbraio. Io ti penso e ripenso ai pochi ricordi di te che ancora ho, e che tu comunque ricordavi meglio di me. Tanti gli anni, prima di ritrovarci per caso, e solo allora questa conversazione attraverso internet, e che ci eravamo promessi di continuare di persona, non appena ci saremmo rivisti. Non c'è stato più il tempo, e così sono passati i giorni, e poi i mesi, e poi gli inverni. E gli anni si sono posati l'uno sull'altro come le pagine lette e già sfogliate, man mano che ci si avvia verso la fine del libro.

Non c'è stato più il tempo, dicono.

E invece la vita non è fatta di altro che di tempo passato, invece. Tempo piegato a origami in cui scribacchiamo i nostri ricordi, malamente e senza coscienza alcuna del fatto che, di rado, verranno riletti. E li mettiamo da parte, così altrettanto le persone, perché non c'è spazio per tutti nel nostro cuore. Ci incrociammo un giorno delle nostre adolescenze, e tanto basta, e che meraviglia allora e che tristezza ora, e quanto ci sappiamo bugiardi a dirlo proprio ora. 

Ora che tu non ci sei più.

E mi sorprendo a pensare che la mattina che ti ha portato via era una mattina luminosa, che già fantasticavo la primavera e non mi andava di dormire, e allora sdraiato sul letto ripensavo alle ore che mi rimanevano prima che fosse troppo tardi per dormire, e non mi importava.

Io restavo sveglio sul mondo, e tu te ne andavi via. 

Che banalità.

Poi è arrivato San Valentino e il cielo si è chiuso, Valentina, ed è caduta la pioggia e forse anche la neve, qualche fiocco sul coperchio con cui ti hanno sigillata, e sulla terra in cui ti hanno seppellita. Ma non durerà a lungo. Tornerà il sole sulla terra e sul bene che su questa terra hai lasciato, a crescere perché diventi forte, che è poi l'unico desiderio che si cova per un figlio.

E se rovisto tra i ricordi della scuola, io al primo banco e tu all'ultimo a fare l'alternativa, la ribelle( Non lo eri? A me sembra di ricordare di si ), forse un giorno di questa vita l'abbiamo davvero condiviso.

Ed io sono lieto di averlo condiviso con te.

Addio.

Perfect day - Lou Reed (Transformer, 1972)

 
 
 

Un uomo che si rispetti non ha patria (7)

Post n°365 pubblicato il 14 Febbraio 2015 da lab79
 


"Ogni miserabile babbeo, che non abbia al mondo nulla di cui poter essere orgoglioso, si appiglia all'ultima risorsa per esserlo, cioè alla nazione cui appartiene: in tal modo egli si rinfranca ed è ora pieno di gratitudine e pronto a difendere con le unghie e con i denti tutti i difetti e tutte le stoltezze caratteristiche di quella nazione."


"La più umile specie di superbia è l'orgoglio nazionale. In chi ne è affetto esso rivela infatti la mancanza di qualità individuali delle quali potrebbe andare orgoglioso; altrimenti non ricorrerebbe a ciò che condivide con tanti milioni di individui."
 
Arthur Schopenhauer
Molti di quelli che non si ritrovano nei simboli tradizionali di una patria (la sua bandiera, il suo inno, l'adorazione del principio di identificazione tra il cittadino e la nazione) annuiranno a queste affermazioni, soddisfatti. Ma la verità è che questi aforismi, alla stessa maniera del titolo del post (Citazione a sua volta di Emil Cioran, per chi se lo fosse perso) proprio nel loro essere delle provocazioni, si applicano a tutti noi. Perché è nella nostra natura di animali sociali cercare di raggrupparci con coloro che sentiamo simili, o con i quali ci sembra di condividere qualcosa. La lingua, le abitudini, sono tra i collanti sociali più forti. Poi vengono l'idea di una storia condivisa, e di un futuro in cui ci sia spazio per entrambi, noi e i nostri simili, a spingerci a collaborare con gli altri, per ottenere scopi che da soli, mai avremmo ottenuto.
Non bastava il sogno di un uomo per portare anche un uomo solo sulla luna. Ci è voluto lo sforzo di una nazione intera, per una volta un sogno come fine immediato, e una dimostrazione di superiorità come fine strategico. A tali fini è stata messa a disposizione la potenza moltiplicatrice di un'organizzazione complessa, ordinata e cosciente di sé.
Emanazione di un popolo, lo stato riassume in sé gli aneliti e le imperfezioni di una società. Coagula un insieme di leggi, canalizza le potenzialità economiche, ne indirizza la storia, in base a una sua interpretazione della volontà del corpo da cui nasce. Ma lo stato non è il popolo, non è la nazione, né tantomeno la patria. Se la patria è l'insieme di sentimenti, sogni e storia che accomunano e rendono concreto un popolo, la nazione è il corpo giuridico in cui queste istanze prendono forma. Il popolo l'insieme di singoli, ognuno con le proprie caratteristiche, che condivide almeno in parte con gli altri componenti e tutti insieme uniscono i propri sforzi per costruire lo Stato: la Macchina attraverso le cui molteplici funzioni affermare e difendere la propria esistenza. Una macchina che però va al di là dell'idea comune di macchina (Un insieme di componenti [...] connessi solidalmente allo scopo di adempiere un'azione ben determinata) e che più si avvicina al Moloch tanto temuto dell'intelligenza artificiale: L'intelligenza collettiva. Lo stato è infatti conscio di se stesso, resiste ai cambiamenti se li trova svantaggiosi, anche contro le spinte del popolo di cui è emanazione, difende la propria esistenza anche a costo dei singoli elementi che lo compongono, e il suo fine ultimo è quello dell'autoconservazione, prolungare la propria esistenza indefinitamente.

All'ombra di questa bestia troviamo rifugio, singolarmente incapaci di difenderci dal mondo, ma collettivamente capaci di conquistarlo, ricostruirlo oppure distruggerlo. Di questa bestia siamo i padroni, ma solo collettivamente siamo capaci di tenere il suo guinzaglio, ed è per questo che abbiamo il dovere di restare vigili, di applicare continuamente la ragione critica e di migliorare la conoscenza tecnica della macchina, pronti a coglierne ogni malfunzionamento e deriva.

Prima che sia la macchina stessa a divorarci. 


Angelina Jordan performs "Fly me to the moon" on Senkveld Norwegian "The Late Show" 21.03.2014

 
 
 

Un uomo che si rispetti non ha patria (6)

Post n°364 pubblicato il 11 Febbraio 2015 da lab79
 

 

Ma come si fa a riconoscere la propria patria, se non si è mai conosciuto quella degli altri?

Allora agli uomini di oggi tocca intraprendere un lungo viaggio a ritroso in quello che è rimasto del mondo, sui passi che abbiamo percorso prima ancora che avessimo memoria. Memoria e coscienza della nostra esistenza, che forse sono nate così: camminando per il mondo, stranieri in una terra estranea, alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa. E inseguendo quel sogno, e che chissà dove l'abbiamo visto (Tra le stelle fisse nel cielo, forse, immaginandole scritte da un dio inclemente), abbiamo finito per abitare la terra intera.

Forse è solo camminando da stranieri in un mondo estraneo, che riconosci gli altri uomini come fratelli, perché a tutti sono date le stesse sofferenze, le stesse angosce, la stessa sete. Forse è solo riconoscendo se stessi come stranieri fra gli estranei che ritorniamo al cuore della nostra esistenza, che è fame, che è privazione, che è dolore, che è morte.

E un uomo folle abbastanza per farlo c'è, ed è lì che cammina intanto che io scrivo, e al quale il mio cuore di bambino è vicino. Quel cuore che sognava il Kontiki tra le onde del Pacifico con la vela tesa verso ovest, e l'Amazzonia crudele dove il tempo marciva e non avanzava più di un passo, la Ciènaga Grande di cui parlava Gabriel Garcia Marquez e che, secondo i gitani, non aveva confini. E le cime lontane a nord di Kahtmandu, e l'Asia sconfinata in cui una volta cavalcarono gli uomini del Temujin, i soldati del Gengis Khan. E l'Africa ancestrale in cui uomini mitologici vivevano come da sempre gli uomini avevano vissuto, e come da sempre dovevano vivere, e la Mezza Luna Fertile in cui si custodivano, perdendole, le chiavi delle porte della Gerusalemme Celeste, lasciandovi dio chiuso dentro, a rimirare se stesso nelle sue stanze.

Ed è a quell'uomo, straniero fra tutti gli stranieri del mondo, che io dico: Buon Viaggio.

 

 

Long Road - Eddie Vedder Neil Young and Mike McCready (Live)
[Pearl Jam released in 1995 on the EP Merkin Ball]

 

 
 
 
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