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Creato da lab79 il 05/02/2010

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Letture/Riletture

Post n°324 pubblicato il 18 Agosto 2014 da lab79
 
Tag: libri

Mi capita spesso, specie nei periodi di stanca, di rileggere libri che ho già letto. Solo qualche pagina, solitamente. Partendo da un punto a caso del libro, proseguendo per pochi paragrafi, per poi saltare avanti o indietro lungo il libro e ripetere la stessa operazione, senza altra motivazione se non quella, probabilmente, di verificare se ricordo ancora qualcosa. Tranne nel caso di Tropico del Cancro di Henry Miller (di cui dimentico regolarmente la trama), è un vizio di lettura che mi da piccole soddisfazioni. 

E' un piacere un po' colpevole nel quale indugiare, a ben guardare, come quello di accendermi un buon sigaro, oppure altrettanto occasionalmente concedermi un bicchiere di Ron. (Rum, in lingua corrente. Ma concedetemi il vezzo di riferirmi a lui nella mia lingua madre) Il punto è che rileggere un libro va contro uno di quei principi che, mi dicono, definiscono un vero lettore:  il piacere della scoperta. Che trattandosi di una rilettura, è semmai una ri-scoperta. Il che potrebbe anche andare bene; dopotutto, rileggendo un buon libro è possibile apprezzarne meglio le sfumature, l'eleganza formale, la struttura, e un sacco di cose a cui non avevo mai fatto caso la prima volta, preso com'ero a cercare di capire dov'è che l'autore intendeva andare a parare.

Ma io raramente rileggo un libro per intero, specialmente negli ultimi anni in cui ho perso il piacere della lettura. Si tratta di un privilegio che concedo a pochi eletti, come Lolita di Vladimir Nabokov, o a quel delizioso libretto che custodisce La leggenda del Santo Bevitore di Joseph Roth ("Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella" è uno dei finali più commoventi della letteratura, a mio avviso. Non che mio personale memento mori) Solitamente mi limito ad esercitare il vizio della rilettura parziale, come ho già raccontato, magari senza nemmeno cercare un posto dove sedermi: così, in piedi davanti alla libreria sconclusionata in cui accatasto i miei libri, relitti inermi delle mie ore di ozio. Ad un certo punto mi annoio, e rimesso al suo posto il libro che ho in mano, finisco con scegliere di iniziare un libro nuovo, di cui ho sempre una discreta scorta, oppure persino col rinunciare del tutto alla lettura. 

Questa volta no. Per un motivo che ancora non sono riuscito ad individuare (e alla luce di questo dubbio, questo è forse uno dei libri più pertinenti), dopo qualche giorno di letture sbocconcellate quasi furtivamente, ho deciso di rileggere daccapo Follia di Patrick McGrath, col neanche tanto sottile piacere di conoscere già le parti del racconto che preferirò, mettendo persino da parte per qualche giorno quel piccolo scrigno di meraviglie che è L'Aleph di Jorge Luis Borges (che merita una lettura appassionata, specialmente quando si è sulla soglia tra la veglia e il sonno. Ma trattandosi di racconti, è un libro abbastanza indulgente col suo lettore, tanto da poter essere messo da parte e ripreso più tardi, senza che se ne abbia a male.)

Follia non è, forse, un capolavoro irresistibile. Ma fa parte di quel genere di romanzi che usano l'espediente della psicoanalisi per svelare i personaggi e le loro motivazioni. Che a ben pensarci, è proprio il lavoro della letteratura, più ancora di quello di raccontare storie.  Non ricordo nemmeno la prima volta che l'ho letto, ma è uno dei rari romanzi in cui ho apprezzato il realismo con cui si rende l'artificio della voce narrante. Scelta obbligata e importantissima, in letteratura. E spesso catastrofica quando usata nel cinema (A proposito, dovrebbe esserci anche il film tratto da questo libro, ma non ho molta voglia di cercare. Voi l'avete visto?), utile a raccontare da un punto di vista "di parte", ma non per questo parziale, lo svolgersi di una storia di ossessione, piuttosto che di amore. I personaggi forse risultano un tantino stereotipati, con la parziale eccezione dei due protagonisti, mentre quello della voce narrante (che è uno dei personaggi, e non è quindi automaticamente identificabile con l'autore) risulta a mio avviso ben congegnato. 

Lo so, non ho detto molto che possa invogliarvi alla lettura di questo libro. Ma non mi interessa, questo post non è una recensione, e questo blog non è un forum sulla letteratura. Se vi interessa un'opinione: leggetelo, è un libro piacevole. Quel che mi chiedo è se la rilettura di un libro sia ancora uno dei piaceri della lettura, oppure in fondo solo un modo più facile, e anche un po' disonesto, di leggere.

 
 
 

Solipsismo

Post n°323 pubblicato il 17 Agosto 2014 da lab79

- Quanto a lungo hai intenzione di restare qui dentro?

- Finché me la sentirò.

- Quanto a lungo hai intenzione di restare in silenzio?

- Finché potrò.

- E cosa farai della tua vita, intanto?

(Silenzio)

Si sente soltanto il rumore di un pensiero

che rimbalza contro il muro e dal muro contro il pavimento

poi in alto, tanto in alto

lo diresti in cielo

ma è solo un soffitto bianco 

pieno di stelle di plastica.

Nella stanza non c'è nient'altro.

 

In my head - Queens of the Stone Age (Lullabies to paralyze, 2005)

 
 
 

Enea

Post n°322 pubblicato il 13 Agosto 2014 da lab79
 

Ti ho dato un nome e poco altro.

Un tetto ancora da finire di pagare, qualche vestitino di lana per quando fa freddo, e qualcuno di cotone per quando arriva l'estate. Ti ho dato un gioco a cui ti sei subito affezionato, e l'abitudine a macinare chilometri e a sopportarne la stanchezza, già ora che sei ancora così piccolo.

Ti ho dato un nome e una promessa, che tua madre ha subito appeso vicino alla finestra. E un letto bianco dalle sbarre sottili, perché tu non cada. E un veliero di carta appeso al soffitto, perché tu possa imbarcare i tuoi sogni ogni notte. E su quel soffitto ho disegnato le stelle, perché alla fine dei tuoi sogni tu possa ritrovare la strada di casa. 

Ti ho dato un nome e la segreta speranza che tu sia felice.

Ti ho dato un nome e le mie mani, che non sanno fare molto, ma quel poco lo fanno per te.

Come sollevarti in un gesto che ormai conosci, tanto in alto che non importa quanto grande il mondo sia, vedrai il mare.

 

 
 
 

Oikeiosis (2)

Post n°321 pubblicato il 12 Agosto 2014 da lab79
 

Il suo riflesso era un uomo che viveva la sua prigionìa con mitezza, curandosi solanto di non farsi troppo male. Non tanto per paura del dolore, forse, quanto per non dover rimediare ai danni provocati. Un uomo profondamente razionale, metodico e calcolatore. Un "homo oeconomicus", a tutti gli effetti.

Dall'altro lato dello specchio intanto la notte scendeva sul mondo, ma all'interno del labirinto quasi nulla cambiava. Non c'erano ombre che cambiassero angolazione, ruotando intorno alla loro origine a cadenzare il passare del tempo, come fanno le lancette intorno al centro dell'orologio. Così il buio restava confinato fuori dal labirinto dalla luce fredda, incapace di influire sugli avvenimenti. E così passarono le ore, e poi le notti intere si depositarono le une sulle altre, pagine di un libro che non veniva scritto perché intanto il suo protagonista, inconsapevole del mondo, guardava ammirato la vita ordinata e timida del suo riflesso.

 


 
 
 

Oikeiosis (1)

Post n°320 pubblicato il 07 Agosto 2014 da lab79
 

Oikeiosis: Secondo gli stoici è la conoscenza del proprio io, tramite la synaesthesis, ovvero la percezione interna. Grazie a questa conoscenza di sé, nasce l'istinto di conservazione che consente lo sviluppo del proprio essere.

(Da Wikipedia)

Guardando fisso davanti a sé, per qualche momento non riconobbe sé stesso nel riflesso sfocato che gli si parava davanti. Ingannato forse dallo sguardo sfuggente negli occhi dell'altro, anche se proprio quello avrebbe dovuto essere il dettaglio rivelatore del fatto che, quell'altro, non fosse altri che sé stesso. Fece un passo indietro, nell'orrore del riconoscersi diverso da come si era desiderato, per poi cedere al fascino di poter guardare il proprio riflesso che, credendosi inosservato, viveva di vita propria.

Il lungo corridoio di vetro che lo aveva portato fino a lì era ben illuminato, e non vi trovava dimora nessuna ombra. Ogni suo angolo, per quanto recòndito, era illuminato dai fasci di luce dei neon che ronzavano nel silenzio. Ai vetri trasparenti si alternavano degli specchi, quasi indistiguibili gli uni dagli altri, finché non ci si finiva con lo sbattere il naso contro il proprio riflesso offeso e indolenzito. Era un labirinto, in effetti, ma un labirinto piuttosto elementare nella sua forma. Soltanto, ingannevole nella propria trasparenza, nella quale nascondeva i suoi vicoli ciechi. 

Ma ora il riflesso davanti al quale si era fermato era diverso dagli altri. Troppo simile a lui per poterlo liquidare come un inganno dell'ottica, troppo vivo per immaginarlo un gioco di specchi. Quel riflesso era lui stesso, quello vero. E viveva la sua vita credendosi inosservato, intanto che lui, in piedi a qualche passo dallo specchio, tratteneva il fiato. E osservava.

E vide un uomo che viveva una vita semplice: un passo dopo l'altro anche lui aveva percorso molti metri nel suo labirinto, senza mai mostrare di avere la fretta di chi cerca l'uscita. Si limitava a camminare a passi misurati, la testa china e le mani leggermente in avanti, come a prevenire un impatto spiacevole contro gli specchi che chiudevano i vicoli ciechi.  E quando si ritrovava in uno di quei passaggi, reagiva di riflesso. Lentamente si voltava, sfiorando le pareti con le mani, e cautamente tornava sui suoi passi.

[continua...]

 

 

 
 
 
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