Creato da lab79 il 05/02/2010

TheNesT

a place called home

 

 

Salvadanai

Post n°436 pubblicato il 25 Luglio 2016 da lab79

Rompo il porcellino dei giorni che ho vissuto, e conto le monetine che ho scelto di mettere da parte. Una monetina per ogni scelta fatta, una moneta per volta come mi avevano insegnato da bambino, da mettere da parte per il futuro. Il futuro che sembrava tanto lontano, e invece ora eccolo qui.

Rompo il porcellino dei giorni che ho vissuto, e conto le monetine che ho scelto di mettere da parte. Una monetina per ogni scelta fatta, e ora che le conto, le scopro monetine da niente. Le faccio scivolare sul legno del tavolo, e quelle tintinnano sorde le une contro le altre, centesimi di vita perché forse non potevo permettermi altro. Oppure perché il resto l'ho speso a vivere: il biglietto del tram, un paio di scarpe nuove, la spesa, l'affitto, le bollette che arrivano sempre nel momento sbagliato, di tanto in tanto un caffé, una birra fuori con gli amici, quando i calendari avevano ancora sabati e domeniche. Alla fine di tanta vita spesa sono rimasti centesimi, ed io li conto e mi fa male il cuore se penso che, se è vero quel che dicono, che bisogna essere felici costi quel che costi, questi centesimi dovranno bastare. E forse dovranno essere divisi a metà, e di ogni metà una buona parte dovrà, se possibile, tornare nel salvadanaio. Ed io dovrò sperare che stavolta basti, che un giorno le monete che sceglierò di mettere da parte varranno qualcosa, perché a nessuno piace pensare di aver trascorso una vita a fare scelte che non abbiano alcuna importanza. Perché nessuno vuole ammettere di aver potuto mettere da parte soltanto spiccioli della propria vita, da ricordare.

 

 

 

 

 
 
 

Geografia

Post n°435 pubblicato il 16 Luglio 2016 da lab79

Io da bambino l'amavo, la geografia. Un elenco di nomi, dati, numeri, eppure non è mai stata qualcosa di astratto, nonostante io da bambino non avessi mai viaggiato. E' vero, restava sulle pagine dei libri e negli atlanti. Ma io adoravo e adoro ancora oggi leggere le mappe, pronunciare a mezza voce nomi di città lontane, percorrere col dito le lunghe strade polverose che attraversano il mondo. E' anche un modo di vivere quello che leggo: Trans Europa Express, di Paolo Rumiz, l'ho letto così questo inverno, con Google Earth aperto nello smartphone, seguendo chilometro per chilometro la lunga strada che unisce il nord europa al mar nero, in quel crogiuolo di storie e genti che è la mitteleuropa. Fermandomi di tanto in tanto ad ammirare le foto dei paesaggi come deve averli ammirati l'autore, spingendo la mia immaginazioni ancora più in là di dove sarebbe arrivata se mi fossi limitato a leggere i nomi di confini che non conoscevo.

La geografia dà un posto alle cose, alla Storia e alle storie degli uomini. Dà un nome, indica una direzione. Propone un viaggio, che anche se non compiuto può sempre essere almeno intrapreso, magari accennato, magari molto meno.

Per lo stesso motivo soffro il fascino delle frontiere. Nonostante ne sia stato vittima, sin da ragazzo sono cresciuto in un'Europa che dissolveva frontiere, le rendeva formali e astratte, e lontane. Lo sapevamo che non era mai stato così, io e i miei amici, e percepivamo di vivere in un mondo che non era stato mai, incapaci di immaginare che anche quell'utopia avrebbe intrapreso questo apparente viale del tramonto che percorriamo oggi. Ma le frontiere politiche non sono le sole. Esistono frontiere più antiche, più arcane. Quella che divide il mare dalla terra, o la terra dal cielo. Una di quelle frontiere ho avuto la possibilità di sfiorarla, di vederla passare sotto i nostri piedi, in questa caricatura del viaggio che è stata, come sempre, la nostra vacanza. Ho visto Punta Ristola farsi vera, riempirsi di dettagli man mano che l'avvicinavamo fino a immaginare di toccare con un dito quel ultimo masso calcareo, divorato ai piedi dalle onde e sospeso di qualche centimetro sopra il mare. E da lì vedere il Mare Ionio dividersi dall'Adriatico, questione di centimetri e poi il fondale che sparisce sotto un mare che da quasi turchese, nel pomeriggio prima del tramonto, diventa cobalto e profondo come un respiro antico, e solleva in onde la superficie e si alza il vento, che si intrufola tra le pietre di una costa scoscesa e nuda, come deve averla vista Enea in fuga dalla furia dei greci.

Non riesco ad evitare di fantasticare, intanto che mio figlio ridacchia delle onde alte che gli spruzzano il viso e si tiene con una mano sola al bordo della barca, e porta con leggerezza quello stesso nome antico.  Un nome che gli ho dato sperando che possa varcar frontiere, visitare terre lontane, e coraggioso e fedele a se stesso possa vivere una vita vera.

Ma non è stato solo mare. E' stato ammirare le facciate delle chiese Leccesi, e scoprire che l'arenaria non va scolpita ma accarezzata, ammorbidita col siero del latte e lasciata asciugare al vento della storia che in questi posti, in certi momenti sembra essere passato quasi distratto. Sono state le sere nei ristoranti intorno al porto di Gallipoli, col profumo del pescato del giorno che non sembra nemmeno essere uscito ancora dal mare. Sono stati gli scogli ruvidi, come alle mie orecchie disabituate l'accento della gente del posto, e la sabbia gialla e le stelle grandi tanto la notte pare più buia, e lunga, e degna di essere attraversata sognando.

Sono stati come al solito pochi giorni, un salto di quasi mille e duecento chilometri da casa, da farsi in apnea mentre nel sedile posteriore la mia famiglia dormiva e la notte scorreva come l'asfalto: nera, ondeggiante e continua, con l'unico obiettivo di riemergere infine al sorgere del sole, stanchi e finalmente a casa.

 
 
 

Finché non ritornerò

Post n°434 pubblicato il 23 Giugno 2016 da lab79

 

In marcia, dunque. Mi assenterò per qualche settimana, e non mi dispiacerà. Non ho piani, se non quello di partire e una volta arrivato, riposare. E un po' non vedo l'ora, lo ammetto: rivedere l'alba resuscitare alla mia sinistra, dopo ore di guida quieta e silenziosa, che la partenza sarà ancora una volta di notte. E già questi giorni si sono svegliati caldi e sereni, un invito a viaggiare, a sognare un po' di mare lontano da queste montagne, come se tutto quello che è accaduto qui, nell'arco dell'anno, non fosse successo mai.  Non vedo l'ora di riprovare quella fame stanca, e il profumo della terra che già so sarà diverso,  e infine il sonno solitario con cui premio le mie ossa quando viaggio la notte, e che sa di un sonno che potrebbe anche non finire mai.

Ma ad un certo punto finirà.

E mi ritroverà in un posto diverso, con desideri un po' più lenti, e una sete più antica, anche se solo per qualche giorno. Il sonno mi prenderà ogni notte, e sarà come non avere fatto altro per tutta la vita. Ma non potrò restare lì tutta la vita: solo quel che basta per riscoprire che non c'è solo l'ora, e il qui.

Finché non ritornerò.

 

 

 

 

 
 
 

Al-Kuhl

Post n°433 pubblicato il 20 Giugno 2016 da lab79
 

Alcol o alcool, dall'arabo al-kuhl, sinonimo alchemico di spirito,[1] ...

(Da Wikipedia)

All'alcol ho affidato sogni, speranze, parole che credevo sacrificabili. All'alcol ho affidato notti, ed ero ancora un ragazzo, e di molte di quelle notti neanche ricordo la fine. Oh, ma chi vogliamo ingannare: Anche a me è capitato di dare il peggio di me certe notti, con una bottiglia in mano. E di darlo alla persona sbagliata, che non sempre le mie lettere venivano lette, né le mie parole ascoltate, né le mie mani scaldate, o i baci accolti.

Di questi fallimenti sono pieni i ricordi degli ubriachi.

Ma ci sono ricordi ancora di notti di luna piena, come quella che appesa a testa in giù mi rende visita questa sera. E quelle sere in cui sentivi i cani abbaiare alla luna era facile cantare sottovoce canzoni troppo vecchie per la nostra età, con un sorriso sghembo stampato sul volto, e non ci rendeva ridicoli. Ci rendeva fratelli di altri disperati; alcuni d'amore, i più fortunati. Altri disperati dalla vita, ma questo noi non lo potevamo sapere, eravamo troppo felici, troppo innamorati, troppo stanchi di dare sempre il peggio di noi, incompresi da noi stessi, così tanto da crederci incompresi dal mondo. Invece eravamo semplici: alcuni di noi sarebbero diventati uomini di famiglia, padri, lavoratori, cittadini. Altri non eravamo che fallimenti, e per quanti ruoli avremo interpretato, avremmo fallito.

Ma a noi non importava.

Un ragazzo ci portava da bere, ancora un bicchiere. E non ricordavamo più il primo, come non ricordavamo la prima sigaretta. E intanto la musica tintinnava di bicchieri battuti l'uno contro l'altro, brindisi che neanche sapevamo sarebbero rimasti incompiuti, e le ore trascorrevano e sembravano così tante, che ti chiedevi come fosse possibile che ad un certo punto della notte arrivasse l'alba. E arrivata l'alba ti chiedevi come mai la gente fosse così sobria, e così infelice. 

Non sarebbe bastato il sonno di una domenica luminosa, come certe domeniche prima che si facesse estate, per risvegliarci davvero da quei sogni fatti di stelle cadenti, scie di scintille in un bicchiere e fondi di caffé, sigarette consumate fino al filtro e nient'altro, nient'altro che ci potesse fare del male.

Ci sarebbe voluta la vita, a farci del male.

 
 
 

Ho sognato

Post n°432 pubblicato il 10 Giugno 2016 da lab79

Ho sognato, oggi. Per la prima volta da qualche tempo a questa parte. Ho sognato e i miei sogni non mi hanno svegliato, e anche se il sole sfuggiva allo sguardo, restandosene sempre alle mie spalle, sono stati sogni sereni. Certo, incongrui e inconsistenti, ma sereni.

Ho sognato di nuovo.

E poco importa se sono stati brandelli di sonno, e chissà se poi ho sognato nel pomeriggio, oppure al mattino. Poco importa se prima di dormire il contorno delle cose riverbera nell'aria, ripetendo l'immagine di sé più e più volte. Poco importano le nausee da sonno, il desiderio di premere i pugni contro gli occhi fino a far uscire qualche lacrima. Le farfalle luminose che a volte volteggiano a mezz'aria, e che spariscono non appena i primi riflessi del sole attraversano il parabrezza sporco, mentre guido di ritorno a casa. Poco importano le dita che non obbediscono più come prima ai miei comandi, la palese demenza che piano piano prende possesso di me. I ricordi che svaniscono e si confondono. Il dolore al midollo delle ossa, il sapore metallico in bocca prima di fare colazione. Poco importa, perché ho sognato di nuovo.

Solo, non ricordo più di essermi svegliato.

 

 

 
 
 
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