Creato da lab79 il 05/02/2010

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a place called home

 

 

Fine di un'era Pop

Post n°475 pubblicato il 21 Gennaio 2017 da lab79
 

 

Si è conclusa oggi, di fatto, un'era. D'altronde, non si può definire diversamente la conclusione di un mandato (Un doppio mandato, in effetti) durato ben otto anni, sulla poltrona più influente tra le democrazie del mondo. Non è soltanto un bagno di retorica: anche questa fa parte dei riti sociali a cui attinge la nostra società (E ne parlo al singolare perché, de facto, la nostra è una singola società più volte declinata geograficamente), ma in questo caso l'utilizzo sfacciato del termine "Era" va al di là di eventuali intenzioni liriche. La linea di demarcazione fra quello che è stato e quello che sarà è troppo netta per passare inosservata, e sto a malapena parlando di politica.

Quello a cui mi riferisco è il modo in cui i riti della più stabile delle grandi democrazie siano specchio di come va il mondo. Le tendenze populiste, isolazioniste e reazionarie sono, a quanto pare, la naturale risposta alla globalizzazione che ormai da una ventina d'anni sta ridefinendo il mondo in cui viviamo.  Che queste tendenze ne siano la soluzione, è tutto da dimostrare.  Così come da dimostrare è anche la totale  estraneità di questi nuovi leader rispetto agli "influencer" che fin qui hanno fatto sentire il loro peso nel momento in cui c'era da definire la direzione in cui far marciare il mondo. Niente complottismi. Queste "forze" sono alla luce del giorno, spesso abbastanza chiare da poter essere distinte ad occhio nudo anche da chi, come me, vi getta un'occhiata distratta di tanto in tanto.  I gruppi macroeconomici sono quelli la cui influenza è più facile da distinguere: gruppi finanziari, produttori di beni, fornitori energetici e non per ultimi, corporazioni di gestione del traffico di informazioni. Se state pensando a banche, aziende industriali, energetiche e a giganti come Google e Facebook, pensate bene. Ma nei gruppi che ho nominato vanno inclusi soprattutto entità nazionali e sovranazionali che agiscono nei mercati alla pari dei privati, condizionandone scelte di consumo e quindi modalità di produzione e distribuzione. Fondi di investimento nazionali, oligopoli di produzione (come quella petrolifera), grandi società informatiche: tutti loro funzionano e ragionano come singoli privati, ma non sono esenti dalle ambizioni delle nazioni in cui hanno sede o a cui devono risposte. Se il XX° secolo è stato il secolo delle nazioni, il XXI° non segna di certo la loro fine: semmai è emblema di come queste si siano evolute in entità che sanno superare senza difficoltà l'ostacolo basso delle frontiere.

Ed è curioso come sia proprio "frontiere" uno dei termini che più sembra aver acquisito attualità, dopo decenni in cui, almeno in Europa, sembravano destinate a svanire. La verità è che proprio contro l'ostacolo delle frontiere va a cozzare il secondo gruppo di forze che determinano l'andamento della Storia del mondo, troppo "concrete" per immaginare di superare le frontiere con un balzo. Queste sono le forze sociali, che siano divise per questioni etniche, religiose, demografiche. L'immigrazione economica e più drammaticamente quella forzata dalle guerre conoscono il dolore del proprio impatto contro i muri e i fossati delle frontiere, che cercano di superare in virtù dei loro numeri. Ed il fatto che questi eventi abbiano meno forza di abbattere confini rispetto alle forze economiche ci dice molto della struttura e del funzionamento del nostro mondo.

E le entità politiche che iniziano questa nuova era avranno da guidare (o farsi condizionare da) queste forze.  E lo faranno nel solco che esse stesse hanno scavato per raggiungere la predominanza: un solco che divide i corpi sociali di cui sono espressione in modo netto tra amici e nemici, e sigilla questi sottogruppi rendendoli poco permeabili, statisticamente stabili e omogenei, e forse per questo più "domabili". Esempio ne sia, per restare negli Stati Uniti, la profonda divisione fra repubblicani e democratici: poco inclini i rispettivi elettori a cambiare casacca, ingessando di fatto le possibilità di cambiamento. Divisioni similari le si trova anche in Italia: basta leggere gli slogan e i modi di comunicazioni dei diversi gruppi politici, passati ormai dall'evidenziare le differenze fra i vari movimenti, all'evidenziare le differenze fra i propri elettori e quelli degli altri. Il risultato è la polarizzazione delle posizioni, il loro irrigidimento statistico e la conseguente impossibilità di spostare equilibri consolidati e spesso paralizzanti. Non sono poche infatti le tornate elettorali che dividono gli elettori in due macrogruppi quasi equivalenti, divisi da pochi punti percentuali, rendendo allettante l'idea di strutture di governo più rigide che garantiscano stabilità, come se si avesse timore di non essere in grado di affrontare e gestire le instabilità naturali della storia.

Non voglio dilungarmi in analisi che non solo non sono in grado di argomentare adeguatamente, ma di cui non saprei nemmeno dimostrare la validità. La mia è più una sensazione, vaga come un presagio che però riguarda più il presente, che il futuro. Il ritratto dello Zeitgeist, se mi passate la similitudine.

Resta il fatto che oggi è finita un'era: fondamentalmente pop, legata più all'immagine di un sogno realizzato, che non alla sua vera realizzazione. Chi sia stato per la storia degli Stati Uniti e del mondo il presidente Obama, è presto per dirlo. Ben otto anni di mandato non sono bastati a definirlo: e questo dice forse qualcosa della sua capacità di far sembrare le cose diverse, piuttosto che di averle davvero cambiate. Il segno di un personaggio (o dell'evento della sua esistenza) nella storia sta nella resistenza dei suoi atti al logorìo del tempo. Come degli imperatori romani abbiamo memoria nei bianchi monumenti che ancora oggi definiscono i nostri paesaggi, o di più ancora nelle nostre abitudini, altrettanto si deve dire di chi siede sulla poltrona più pesante di questo nostro mondo odierno, o almeno di quello che ne resta.

 

 
 
 

In fuga dall'alba

Post n°474 pubblicato il 15 Gennaio 2017 da lab79

La neve ghiaccia sui bordi delle strade, al riparo dagli sguardi della gente. Oggi sarà domenica. Non circola nessuno sulle strade deserte, e gli ampere di cui si nutrono le lampade che illuminano  il selciato paiono sprecati. Attendo le ultime decine di minuti che mi separano dalla fine del mio turno, sperando di riuscire a nascondermi dal mondo prima che faccia giorno.

Ma dovrò prima o poi uscire dalla tana.

Tornare a scrivere e ad affrontare il mondo, rompere gli schemi che mi hanno costretto a restare al mio posto.

Non ho altri pensieri se non questi.

 

 
 
 

Sottovoce

Post n°473 pubblicato il 13 Gennaio 2017 da lab79

Questa notte ha nevicato sottovoce. Ha iniziato il suo monologo con una pioggia gelata, fini cristalli di ghiaccio che parevano sussurrare contro le foglie secche del bosco. Un coro sommesso di voci da bambini, che divertiti si dicevano l'un l'altro di fare silenzio. Ho chiuso le imposte, spento le luci. Mi sono concesso qualche minuto ancora davanti all'ultima finestra aperta sul prato, che diventava bianco lentamente. Ho cominciato a sognare ancora sveglio, soltanto voci che mi hanno chiamato nel letto, come sirene. Ho ceduto, perché ieri notte mi era concesso, e ho affondato questo scafo fra le lenzuola morbide di flanella. La luce soffusa dell'abat-jour, un libro sul comodino, e il sereno abbandono di chi potrebbe anche non risvegliarsi più, e sarebbe felice lo stesso. E nei miei sogni ho navigato su una piroga di legno chiaro, sulla corrente del fiume che separa i mondi dei miei sogni dal mondo della mia veglia, e da questa sottile piroga vedevo me stesso vivere le vite che nei miei sogni sono ancora possibili. Uno, due, tre risvegli nel cuore della notte: pause ristoratrici dalla fatica di viver sognando, e poi ecco reimmergermi là, in quel mondo che mi accoglie sempre senza domande. 

Il mattino ci ha ritrovato ricoperti da una coltre di silenzio e neve, che nella notte si è posata copiosa. 

 

 
 
 

Per me

Post n°472 pubblicato il 07 Gennaio 2017 da lab79

Di tanto in tanto, capita. Non più di una, due volte l'anno, capita che qui non ci sia nessuno. Nessuno. Oggi è stato così. Ci sono stato io e la mia cravatta, che non ho avuto la sfrontatezza di allentare. Le luci spente, quasi tutte perché in fondo a chi importa? Ci sono solo io e i fantasmi degli amori consumati nei letti sfatti, ormai diventati freddi. Non ho avuto la forza di mettermi a correre per i corridoi silenziosi, di sdraiarmi sulle poltrone scomode della hall. Ho spento la tv, perché il chiacchiericcio che ne usciva mi sembrava irrispettoso del silenzio pacifico che per una notte ha albergato nel mio cuore.

E allora ho girovagato con una lampada in mano, a controllare che il silenzio non mi tradisse, e finisse con soffocare rumori sospetti. Ma sospetto che faccia troppo freddo questa notte per qualsiasi imprevvisto. Il termometro segna -9C°. Ho mandato giù una pastiglia per il mal di testa lancinante che ormai mi trascino da Natale, e le cui ragioni conosco e a cui già so non porrò rimedio nei due giorni prossimi in cui dormirò a casa la notte. Ho sorseggiato un caffé. E quando finalmente ho osato guardare l'orologio (ormai sono le 05.40) ho realizzato che è troppo tardi per qualsiasi capriccio.

Qualsiasi tranne uno.

E allora ho acceso la filo difusione in tutto l'hotel, e a volume basso, ma ben distinto, ho fatto risuonare questa canzone. L'ho ascoltata ad occhi chiusi in piedi in mezzo ai corridoi, senza quasi fiatare. A sentir scivolare le note per i corridoi, smorzate appena dalla moquette, con l'abbandono mi dicono si provi quando si recita una preghiera. E questo momento l'ho dedicato a me: niente fantasie in cui rifugiarmi, niente rimproveri da farmi, nessun desiderio infranto, nessuna illusione da mantenere in vita fino all'alba. Soltanto forse un leggero senso di pena per l'uomo che sono diventato. Ma quasi senza rimpianti: mi sono dedicato questo momento, e un caffé caldo servito in tazza grande, da sorseggiare davanti alle finestre gelide da cui ammiro il mondo che si sveglia ignaro di chi ha fatto la guardia ai suoi sogni.

 

 

 

 
 
 

Gli anni

Post n°471 pubblicato il 02 Gennaio 2017 da lab79

Erano montagne una volta, gli anni. Le si scalava a fatica, le si scendeva a rotta di collo. Avevano passaggi difficili, dirupi inaspettati. E le creste, che dividevano i versanti, erano drammatiche e mozzafiato, indimenticabili. Avevo parole per raccontarle, e le raccontavo. Avevo orizzonti su cui si vedevano le montagne che ancora avevo da raggiungere, e facevo ancora promesse a me stesso di scalarle, un giorno.

Poi le montagne sono diventati monti, altissimi ma già conquistati dalle foreste. Monti che diventano colline, le cui cime si assomigliano tutte, indistinguibili le une dalle altre.

Ora invece gli anni si stendono a perdita d'occhio sulla pianura della mia maturità, e si fanno aleatori i confini: li superi e nemmeno te ne accorgi. Così gli anni sfumano gli uni negli altri, i ricordi si confondono tra di loro e nel calendario, e dedichi ormai solo qualche minuto ad abbracciare chi per caso condivide con te il momento in cui un anno si spegne, a volte neanche quello. E sembra che non sia mai stato importante, che ogni fine sia uguale a se stessa e a tutte le altre, e che in fondo non finisca mai davvero niente.

E mi ritrovo a canticchiare questa canzone, ricordando che c'era un tempo in cui l'ascoltavo seduto in macchina da solo, al ritorno a casa alla fine di una notte che aveva ancora qualcosa di speciale rispetto a tutte le altre. Notti che ora a malapena distinguo, se alzo lo sguardo indietro vedo solo tante montagne contro l'orizzonte, che si fanno lontane, mentre io insignificante umano cammino la mia strada lungo la pianura infinita che è ora la mia vita.

 
 
 
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