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Ascoltavo una vecchia canzone, e rileggevo una vecchia voce, ritrovata per caso qui, da qualche parte, una notte che sembrava non avere fine. Ricordavamo insieme i giorni ormai statici delle nostre adolescenze: ogni gesto era simbolo di quel che volevamo il mondo pensasse di noi. Il mio occupare il posto sul primo banco, quello vicino alla finestra, e il suo restarsene all'ultimo, lontana dalla porta. Il suo leggere "Smilla" di nascosto nelle ore di matematica, e il mio ascoltare la musica dalla cuffia nascosta nella manica del maglione, l'ultimo inverno prima della maturità. La noia cosmica che avvolgeva le nostre giornate perse nei corridoi della scuola che si svuotava di anno in anno, l'aria polverosa degli armadi in cui si nascondevano decenni di costumi da teatro, relitti di un tempo in cui il collegio era soltanto femminile. Avrei voluto anch'io un'adolescenza diversa, ma questa ebbi in sorte. Tant'è. Di allora mi rimangono i ricordi delle gite scolastiche tanto attese, e i rimpianti inevitabili e sciocchi degli amori non colti per troppa timidezza, e di quelli sgualciti goffamente per la troppa ansia di desiderare. Mi chiedevo, e questo lo ricordo bene ancora oggi, se la mia vita avrebbe proseguito così: un cerchio cieco e senza fine, senza scopo. Non ebbi più il tempo di pormi tale domanda, poi. I giorni e poi gli anni me li sono lasciati alle spalle, e di allora mi porto appresso questo scrigno di tesoretti da niente. Qualche cartolina sbiadita, le mie lettere, un ciondolo ed un anello di latta, e un profumo che non dimenticherò mai. Non è giusto. I miei giorni sono finiti ma almeno questo, un ricordo sbiadito, me lo sono portato via. Tu a malapena l'hai vissuto. Non voglio (non devo, non posso: nemmeno dovendo sarei capace) liberarmi la coscienza chiamandoti anch'io "un angelo" "una vittima innocente", per poi passare oltre, e dimenticare. La verità è che non ti abbiamo saputo proteggere, e niente, nemmeno il tuo perdono, se potessi perdonarci, sarebbe sufficiente. Non ho altro da offrire, se non questo: una canzone che suona di un ricordo che mi appartiene, che a te non può dire niente. Ma che sarebbe stato giusto avessi potuto avere anche tu. ("Take me down" by The Smashing Pumpkins- from "Mellon Collie & The Infinite Sadness" - 1995)
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"Com'è che ti avanza tutto questo tempo per scrivere?" E' che la notte dicono tutti non passi mai, ma poi passa. Te ne accorgi le notti in cui il lavoro aumenta un poco; abbassi la testa e pigi i tasti il più velocemente possibile, intanto che pensi ad altro. La notte ti permette questo ed altro. Poi sollevi lo sguardo e già presto, tanto presto che non lo diresti vero, vedi il giorno sorgere pigramente. Ma non è sempre così. Le notti d'inverno, quando nessuno si azzarda ad uscire dalle coperte, e le strade silenziose ti restituiscono quasi intatto il rumore dei tuoi passi, allora quelle notti davvero non passano mai. Ti prepari un caffè cattivo per tenerti sveglio, ma nella mente diventa impossibile tenere i pensieri in ordine. Si sentono liberi di svolazzare disordinati, come uno stormo di piccioni spaventati dai cani. I pensieri sanno che è notte, e si radunano in piccoli gruppi disomogenei, nella speranza che, una volta divenuti fantasie, possano da un momento all'altro evolversi in sogni. Ma non posso lasciarli fare. Sognare di notte mentre si è svegli porterebbe ad uno stato di stordimento dolce, e il placido lago del proprio Io si allargherebbe a dismisura, fino a rendere impossibile distinguere il mondo da se stessi. E' così che si aprono le porte della schizofrenia. Non posso lasciarli fare. E allora scrivo le poche parole che conosco e con queste tesso un filo: ne viene fuori una rete morbida, dalle maglie larghe, tanto da farci passare i pensieri più piccoli che ho. Ma va bene anche così. Inseguo i miei pensieri a passi lenti, per non spaventarli e farli scappare per davvero, e ogni tanto, con la mano più leggera che mi riesce, lancio la rete come una volta i pescatori sul mare, per cogliere i più grandi e lenti nella fuga. Il resto del tempo lo passo a districarli dalle maglie con delicatezza, perchè non si sgualciscano e muoiano inutilmente. I mestieri della notti sono così. Nascosti nella sera svolgono le proprie funzioni al ritmo dei sogni del mondo intorno che intanto dorme: vigilano. I mestieri della notte ti danno occhi che non hai visto mai, gentilezze nate da un cameratismo complice, e un cuore diffidente ma sereno, come quello dei gufi. Qualche volta, quando la notte è ancora nera e profonda, rompo una maglia della rete, e prendo un pensiero: quello che mi sembra più sano e forte, e per il quale magari nutro qualche speranza di un futuro migliore. E lo libero nel mare. Ma soltanto se sono sicuro che nessuno, tantomeno dio, mi possa vedere. E spero soltanto che un giorno quel pensiero, se sarà diventato grande, si ricordi di me. |
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Si sveglia un'alba limpida, un cielo turchese levigato dalle tante nuvole che sono passate. Un uomo cammina, si strofina gli occhi assonnati con le mani grandi che s'immaginano ai padri, e mi chiedo se stia iniziando a fatica la sua giornata, oppure se la finisca soltanto ora. Lo immagino accarezzare il viso dei suoi figli che ancora dormono, ancora per qualche minuto, con quelle mani dai dorsi neri e si, per un momento vorrei immaginarmi come lui. Vorrei immaginarmi forte e sicuro delle mura che ho costruito, con queste mie mani che non sanno fare altro che sollevare muri, che spostare mattoni, che aprire la terra, e costruirvi sopra case e cose per un mondo che nemmeno mi vuole. Che nemmeno vuole nè vorrà i miei figli. Vorrei sentire dentro la rabbia che risponde al terrore di non essere capace di proteggere la propria famiglia. Vorrei essere come lui, un giorno. Intanto della notte che finisce vedo la marcia delle stelle al seguito della luna, una marcia solenne e indifferente al mondo che intanto si dispera, conscio solo ora di aver costruito le proprie richezze sulle sabbie mobili, e non riesco a non sentire anch'io paura: che quel che ho fatto non sia abbastanza, che le mie risorse si esauriscano, i miei sforzi vani, le mie forze deboli, e le mie speranze di un futuro migliore: inutili. E mi chiedo cosa avrò il coraggio di fare, se arriverà quel giorno. Se avrò il coraggio di quel uomo che cammina nell'alba che si sveglia limpida, un cielo turchese levigato dalle tanto nuvole che sono passate, se anch'io accarezzerò i miei figli con queste mani che non sanno fare altro che scrivere parole per un mondo che chissà, queste parole nemmeno le vuole. E mi chiedo se quest'alba livida sia quel giorno..
The Seatbelts: 23 Hanashi (Cowboy Bebop Ost) E' da un po' che non lo faccio, quindi ne approfitto per la solita marchetta: Ci sono nuovi post su http://questoblognoneunalbergo.blogspot.it/ Visitatelo numerosi!
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Se domani ci sarà il sole, prometto che non dormirò. Camminerò sulla strada ancora umida da tanta pioggia, immaginando la luna immensa di questa sera sull'altro lato della terra, a strappare altre promesse ad altri uomini che non trovano che dubbi nel loro cuore. Proprio come me. Prometto che avrò paura, che coverò il terrore di non farcela, che davvero di domani chissà cosa resterà per noi. Prometto che ci proverò. Se domani ci sarà il sole, porterò fuori dal nido qualcuno dei vecchi sogni a scaldarsi le piume, farò vedere loro il mondo e, se dovessero decidere di prendere il volo, li benedirò. Prometto che non aspetterò il loro ritorno. Prometto che non piangerò. E se chissà, anche il mio cuore si convincesse che è ora di tornare, prometto gli spiegherò su quale strada camminare, che non c'è da perdersi, tanto indietro non si può tornare, perchè ogni passo è una promessa mantenuta, e una volta lasciata dietro è persa nella polvere che si posa sulle scarpe come le rughe sul volto in una vita. Prometto che non piangerò.
Se domani ci sarà il sole, prometto che non dormirò.
Emmylou - First Aid Kit |
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-"Che fai li fermo?" -"Hush!" -"..Stai..cercando di scrivere?.." -"Zitto. Sono stufo di scrivere che piove." -"Bene. Dunque scrivi che c'è il sole.." -"Non posso." -"E perchè mai, di grazia?" -"Perchè piove. Io voglio scrivere che c'è il sole, ma il sole non c'è: aspetto che spiova." Avrei potuto rimanere lì impalato per sempre, se avessi dovuto aspettare il sole. Fatto stà che il sole alla fine è spuntato. Caldo e accogliente come una truffa, come un amico malandrino che ti dà appuntamento per aperitivo, e si presenta per l'ora di cena, con un sorriso radiante e che a domanda risponde soltanto: "scusatemi! ho fatto tardi!" . E cosa gli vuoi dire? Mica gli puoi tirare un ceffone - che se lo meriterebbe anche! - ti alzi dalla sedia e cerchi un ristorante, che almeno la cena non te la faccia saltare. Ecco, alla fine mi sono alzato, ho messo in fila un paio delle cose lasciate in arretrato in attesa che spiovesse, e me ne sono andato a spasso nel pomeriggio a vedere cosa resta del mondo dopo il diluvio, a parte le rane. Mi sono scoperto a modellare la pasta di sogni che diventano adulti, con me, e che avevo riposto in qualche angolo della cantina del cuore in attesa di tempi migliori. Ora sembrano più veri: non che abbiano una forma vera, non ancora. Ma a furia di modellarli prendono la forma delle mie mani, acquisiscono consistenza, quasi un loro profumo: quello dell'acqua e della terra di cui sono fatti. Certo non hanno ancora alcun colore, nè riesco ad immaginarne loro alcuno. Ma gli occhi con cui guardo i confini del mio nido ora sono diversi: i muri non sembrano più tali, immobili ed inamovibili, ma materia grezza da riprogettare, da abbattere e da spostare, e chissenefrega della polvere, che quella si spazza via, nè degli intonaci da rifare, imbiancare e verniciare. Chissenefrega. Le cose smettono di sembrare fisse, ogni dettaglio e mobile e precario, e dipende da me. Come se la vita si fosse messa in moto, inarrestabile ma lenta, e intangibile. Come la primavera. -"Ah!, com'è che ora scrivi?" -"Beh, ha smesso di piovere, no?" Alza il mento e aspira l'aria fresca, socchiudendo gli occhi, come se gli costasse fatica. Poi gli riapre, con una luce d'ironia che brilla sul fondo, un po' di lato, e proprio da quel lato inclina la testa, e lascia cadere quella luce sul foglio non più immacolato. -"Ma non è che ora ci sia il sole: guarda! E' notte!" -"Eh già..è un mondo difficile.." -"Certo che sei così indulgente con te stesso.." -"Certo che sono troppo indulgente con te..e se te andassi a spasso per un po'?" Sorride, si volta, e se ne va da qualche parte, oltre il confine dello specchio, il mio riflesso. Emiliana Torrini: Nothing brings me down "Home alone and happy |


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il 23/05/2012 alle 14:17
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il 17/05/2012 alle 10:54