Creato da lab79 il 05/02/2010

TheNesT

a place called home

 

 

Rendere il mondo un posto migliore

Post n°487 pubblicato il 24 Marzo 2017 da lab79

Sono tre giorni che piove, inninterrottamente. Le persone abbassano lo sguardo per non mettere i piedi nelle pozzanghere, e con l'ombrello aperto e leggermente inclinato in avanti, sbattono le une contro le altre senza chiedere scusa. I rumori si confondono, tutti adagiati sul mormorìo leggero delle gocce di pioggia contro il selciato. Le ore scorrono come le ruote delle macchine contro l'asfalto bagnato, il verde delle foglie che sono sopravvissute all'inverno è più intenso; le altre hanno ancora da nascere. Questa è la primavera, per il momento.

Oh, certo: lo so cosa succede nel mondo.

Non lontano in quel che non sarà più Europa, un uomo dentro un'automobile si è fatto spazio tra le notizie in prima pagina. Altrove, un mare e un deserto più in là, migliaia di persone vengono sbranate da bestie quiete, che ruggiscono una volta sola e par che divorino la terra, tali i crateri che lasciano al loro passaggio. Nessuno pare accorgersi delle loro grida.

Il mondo è così semplice, visto da così lontano. E così terrificante invece, quando è vicino.

Contro il viso delle persone sotto la conca dell'ombrello si riflette lo schermo che li unisce al mondo intero, e che li separa da me. Io il mondo che succede lo vedo dai loro occhi: il terrore e i suoi terroristi, le bombe e i suoi bombaroli, la corruzione e suoi corrotti, la politica e i suoi politicanti. L'indignazione trasforma i loro volti, quindi condividono con i propri simili questa indignazione, e la consapevolezza di pensarla come gli altri edi averlo fatto sapere al mondo li rende migliori. Hanno compiuto il loro dovere, e di questo sono fieri. Non è diverso da quel che sto facendo io ora.

Intanto i minuti passano, attendiamo che aprano il cancello dell'asilo, a cui affidiamo la cura dei nostri figli. Appena scatta la serratura i nonni passano per primi, spintonando via le mamme cariche di ombrelli, borse, impermeabili, chiavi della macchina parcheggiata in doppia fila. Aspetto, mi intrufolo nella fila e chiudo l'ombrello. Una volta all'interno i bambini corrono felici ad abbracciare le loro mamme, qualche papà, i nonni il più delle volte. Mio figlio non fa eccezione. Ci abbracciamo e salutiamo i bambini che ancora restano, che qualcuno ha da pazientare un po' di pù. Volente o nolente, ad ognuno tocca una parte di sacrificio. Il rito della vestizione è tra i più drammatici: nonni confusi cercano di capire come allacciare scarpette improbabili ai piedi di bambini che spiegano inascoltati che non c'è bisogno, perché sanno farlo da se; mamme trafelate rivestono di strati sempre più pesanti pargoli accaldati, che fuori piove e ti prendi un malanno e smettila di protestare che non ho tempo, e i cuccioli d'uomo si voltano a destra e sinistra cercando di salutare gli amici. Mio figlio si veste e con la mano libera cerca di mostrare il suo libro preferito ai suoi compagni, che resistono agli strattoni dei genitori che li portano via, e le loro vocine svaniscono verso l'uscita. 

Piove. Io per lui ho portato il cestino della merenda, il suo ombrello colorato e il mio color antracite. Stivali per la pioggia rossi, per lui, scarpe impermeabili per me. Abbiamo un piano. 

E la gente che si incontra fuori dalle scuole con i bambini per mano discute dell'orrore che ormai ci circonda, della pioggia che non smette, degli stranieri che ormai sono troppi: "Se fosse per me!" "Se ci fosse ancora lui!" "Se decidessi io!". E mentre le scuole si svuotano e i bambini vengono caricati accaldati e trafelati nelle macchine parcheggiate, che altrimenti il raffreddore, la febbre, il mal di gola, io e mio figlio ci guardiamo intorno alla ricerca delle pozzanghere migliori, e l'uno nelle mani dell'altro saltiamo dentro a piedi uniti cercando di passare dall'altra parte, nel mondo riflesso inverso dentro l'acqua, canticchiando di gocce di pioggia che cadono ininterrotte sulle nostre teste.

Ancora qualche minuto e il parcheggio è vuoto, le voci svanite, e siamo soli. Respiro l'aria carica di umidità, e dopo tante voci e tante parole sentite di passaggio, mi chiedo se sto facendo la cosa giusta per lui. Se lo sto proteggendo come si deve, se gli sto insegnando quel che deve sapere: di chi fidarsi e di chi no, che cosa e a chi credere, e a chi e che cosa invece no. Lui mi tira piano per la manica della giacca con la mano libera dall'ombrello, e chiede:

-"Che cos'è?"

Ha tre anni e mezzo, mi piego alla sua altezza per guardarlo meglio in viso, e chiedo a mia volta:

-"Che cosa?"

-"Quello"

E con il dito indica per terra, vicino ai nostri piedi.

"Quello è un lombrico" gli spiego. Ci pensa un attimo e mi chiede ancora: "Non è un bruco?" "No, i bruchi stanno sugli alberi e mangiano le foglie, finché non diventano farfalle. Questo è un lombrico: vivono sotto la terra, ed escono quando sentono la pioggia." Ci pensa ancora un attimo, e sorride. "Posso toccarlo?" Lo guardo negli occhi, e gli faccio segno di aspettare. Tengo l'ombrello tra la spalla e la guancia, e con la punta delle dita raccolgo il lombrico da terra e glielo poso sul palmo della mano. Lui lo fissa: un po' disgustato e un po' divertito, lo tiene sul palmo della mano in silenzio. Io non gli do altre spiegazioni; aspetto la sua reazione, che non tarda ad arrivare. "Mi piace!" dice ridacchiando, e nei suoi occhi vedo la meraviglia per un mondo che io invece dimentico di insegnargli a temere, e che lui infatti non teme, e per il quale nutre una curiosità ancora semplice, fatta non tanto di "perché" le cose sono come sono, bensi di "cosa" sono le cose, e di come si chiamano.

E per un momento guardo questo momento da lontano: io e lui da soli sotto la pioggia, tra gli alberi di un parcheggio costellato di pozzanghere. Un uomo adulto accovacciato, un bambino con un lombrico in mano. 

Gli poso la mano libera sulla testa. Lui sorride. "Lasciamolo tornare di nuovo a terra, senza fargli male" gli dico. E lui con un gesto delicato lo posa su un ciuffo di erba bagnata, e mentre saliamo in macchina e lui mangia la sua merenda (tranquilli, gli ho pulito le mani!), io guido pensando, chissà perché, che ora il mondo sia un posto un pochino migliore.

 

 
 
 

Esercizi di scrittura

Post n°486 pubblicato il 12 Marzo 2017 da lab79

(L'ultima volta che ho messo mano a questo testo, era il gennaio del 2003. Non è altro che un banale compitino di scrittura, un esercizio di laboratorio di italiano fatto all'università, il cui scopo era probabilmente l'uso dei diversi registri nella stesura di un testo. Ricordo vagamente che ci fosse un testo "matrice", un articolo di giornale, o un breve racconto, da cui traemmo spunto per scrivere. Mica immaginavo, in quel mentre, di scrivere una profezia per me.)

 

 

Vita a turni

 


       Immaginate una casa. Una casa qualunque: una sveglia che suona, il caffè sul fuoco, un marito che porta il caffè a letto a sua moglie - non sempre, però-;  all'alba, un minuto prima della sveglia. Tutto normale, dite? Va bene, andiamo avanti allora. Lei, la moglie, infreddolita e assonnata si mette a sedere sul letto, un bacio, un abbraccio. Scruta il cielo fuori dalla finestra. Se piove, o se nevica, oggi dovrà coprirsi meglio. Prendere l'ombrello. Il ripetersi di gesti quotidiani, familiari come alzarsi, lavarsi, vestirsi anima il mattino di questa casa. Ma il marito che fa? Seduto su una sedia (magari in cucina) osserva assorto l'affacendarsi di sua moglie, come uno spettatore alieno a tutta questa quotidianità. Si è a malapena tolto la giacca, vestito ancora con gli abiti da lavoro, ed è stanco. Stanco, si, perché lui sa già che tempo troverà sua moglie fuori dalla porta, ha viaggiato mezz'ora, magari un'ora, per tornare a casa dal lavoro. Lavora di notte, infatti, ha fatto giusto in tempo ad arrivare a casa per vedere sua moglie svegliarsi, prepararsi ed ora eccola, sull'uscio di casa dargli un bacio frettoloso per poi scendere le scale, buttarsi in strada e prendere il tram. E' andata a lavorare. Non gli rimane che svestirsi, fare il buio in casa -anche se fuori è giorno, e magari giorno splendente- e dormire. Cercare riposo su quel letto dove fino ad alcuni minuti prima giaceva sua moglie, e magari ritrovarne il profumo e il tepore sul cuscino, ed accocolarvisi.

         Tutto normale? In fondo, si. Sono soltanto una delle tante famiglie costrette dal lavoro di lei, o di lui, o più spesso di entrambi, ad incontrarsi quasi per caso e dividere solo fugaci momenti, intervalli prima dell'inizio dei loro rispettivi turni di lavoro. Ritmi di vita, anche sentimentale, totalmente soggiogati alle cadenze e agli orari del proprio lavoro. Dietro questi lavori a turni non si cela alcuna ambizione, nessun sotterfugio per scavalcare doveri coniugali. Soltanto la necessità di lavorare, di racimolare il denaro sufficiente a procurarsi un'esistenza decorosa. Anche a costo di sacrificare quasi totalmente la loro intimità, il tempo di stare insieme e di dividere momenti comuni, persino di dormire insieme sullo stesso letto. Famiglie che si trovano nell'impossibilità di condividere il loro risveglio, la loro stanchezza. A volte resta solamente il fine settimana per ritrovarsi, come appena tornati da un viaggio, come se non si fosse vissuto insieme per tutta la settimana. E nella maggior parte dei casi, si è troppo stanchi per dividere con gioia il poco tempo insieme al proprio compagno. Altre volte nemmeno questo. Bisogna piegarsi alle esigenze del lavoro, che pretende ed esaurisce le nostre energie sottraendoci alla nostra propria vita. Nella maggior parte dei casi si tratta di coppie giovani, senza figli, disposti a fare questi sacrifici ora per poter evitare di essere costretti a farli più avanti, quando la presenza dei figli o semplicemente la non più giovanissima età renderanno insostenibile un ritmo di vita come questo. Ma quanto, e quanto a lungo Elide ed Arturo - questi infatti i nomi dei nostri protagonisti- sono disposti a resistere? Nascono infatti incomprensioni, piccoli litigi su qualsiasi cosa: magari la sera, mentre lei, stanca, vorrebbe un po' di attenzione, di consolazione, mentre lui è indaffarato nei suoi preparativi, ed ha già i propri pensieri rivolti altrove, alla strada da fare, al lavoro da affrontare, al tempo che vola e all'ora di partire, bicicletta alla mano,  che inesorabile si avvicina. Ultimi minuti da trascorrere insieme prima che i loro doveri -o meglio: i loro turni- li portino a separarsi fino al mattino seguente, sempre e solo per qualche minuto. E mentre Arturo pedala nel buio, pronto per iniziare la sua "giornata", Elide finisce di lavare i piatti, e andando a dormire, scopre con tenerezza che c'è qualcosa in quel letto che dividono, sempre, e che li unisce in qualsiasi momento, quel tepore tra le lenzuola, un'orma lasciata in attesa del ritorno dell'altro.

 

 


 


 


 
 
 

Acquitrino

Post n°485 pubblicato il 11 Marzo 2017 da lab79

Ho camminato in tondo attorno a questa pagina, indeciso se aprire polemiche con me stesso, troppo stanco per elaborare pensieri concreti. Da troppe notti rimando la fatica di fermarmi a ragionare, mi lascio portare dalla corrente degli eventi, e reagisco di rimando.

Ma l'ossigeno nell'acqua della pozza si esaurisce, e prima o poi dovrò rimettermi a nuotare nelle acque fresche, alla ricerca di cibo per l'anima.

 

 

 

 
 
 

Cose che somigliano alla vita (bis)

Post n°484 pubblicato il 07 Marzo 2017 da lab79

L'inverno si disfa piano, sfilacciato dal vento che soffia da nord-ovest e che seppur ancora freddo, non è più gelido. Le foglie volano sospese in un angolo di bassa pressione, davanti alla mia finestra. Già staccate dall'albero ma ancora indecise se cadere a terra, oppure fare un salto verso il cielo. Non faccio altro che asciugare le ossa al sole che entra dalla finestra, i miei doveri come le foglie in sospeso davanti a me, in attesa di essere portati via. Come le foglie anche i miei doveri sono incombenze da niente, oggi. 

Oggi è una delle cose che somigliano alla vita.

Ed è fatto di molte cose che non posso controllare, la cui essenza non posso cambiare. E di alcune di cui invece posso decidere il destino. Eppure se anche molte di queste poche cose che sono in grado di cambiare sono cose da nulla, alcune di queste saranno importanti, un giorno.

Oggi, sono cose da niente.

Forse lo saranno anche domani, ma l'accumularsi delle mie piccole azioni arriveranno a spostare la direzione del mondo che mi circonda. Cose come smettere di odiare, o semplicemente ascoltare le motivazioni alle cattive intenzioni di chi pare arreccare danno, ma in fondo non cerca altro che di essere riconosciuto, senza giudizio. Cose come fare lo sforzo di capire anche quel che pare non mi riguardi personalmente, guerre che paiono lontane e che alla fine ritrovo sulle bocche dei miei vicini di casa. Bugie ripetute tanto spesso da avere il valore di verità, e che vanno disinnescate con pazienza e tempo.  Cose che non sono giuste, ma sono necessarie o almeno inevitabili, e che almeno per ora vanno accettate.

Cose che somigliano alla vita, e che invece sono solo parole.

 

 
 
 

Cose che somigliano alla vita

Post n°483 pubblicato il 04 Marzo 2017 da lab79

- "Che cosa bevi?"
- "Io bevo Unicum"
- "Perché?"
- "Perché non c'è miglior metafora della vita di un amaro con una croce sopra"

 

 


Avrei dovuto lavorare nella pubblicità...sigh.

 

 
 
 
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