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Un blog creato da Truman_2000 il 22/06/2008

The Truman Show

La mia vita è un "Truman Show", ma al rovescio: vivo in un mondo tutto mio, illudendomi di essere il protagonista della storia!

 
 

VORREI AVERLA DETTA IO

“Ogni stroncatura è

soltanto un atto d'amore

nei confronti del cinema!

- Alessio Guzzano -

 

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"La versione di Barney"

Post n°181 pubblicato il 22 Maggio 2011 da Truman_2000

Regia di Richard J. Lewis
Con: Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike, Minnie Driver, Scott Speedman
Commedia - Canada/Italia (2010)

Era difficile, per non dire impossibile, riuscire a rendere sullo schermo la complessità delle pagine del capolavoro di Mordecai Richler: onore al merito di Paul Giamatti che ci ha provato, senza mortificare troppo la trama; ma il libro - come direbbe Nanni Moretti - è... "un po' tutta un'altra cosa".
Nonostante abbiano (inutilmente) "ucciso" uno dei figli, eliminato del tutto il processo (e molti personaggi secondari) e semplificato alcuni passaggi della trama originale, tagliando alcune scene memorabili, il film non delude!
Paul Giamatti è bravissimo, ma Dustin Hoffman - se è possibile - lo è ancora di più (qualcuno, non a caso, aveva scritto che il ruolo del protagonista avrebbe dovuto essere dato a lui: non lo so, forse... non ne aveva il "physique du rôle").
L'unica seria critica che sento di dover fare agli sceneggiatori è quella di aver reso soltanto il lato sentimentale del protagonista: che fine ha fatto il suo adorabile cinismo?

 
 
 

"Hereafter"

Post n°180 pubblicato il 16 Gennaio 2011 da Truman_2000

Regia di Clint Eastwood
Con Matt Damon, Cécile de France, Bryce Dallas Howard, George e Frankie McLaren
Drammatico - Usa (2010)

Non è un capolavoro. Tocca alla losca cometa di queste righe sporcare di realtà il primo cine-presepe del 2011, celebrato in soave coro belante dagli adoratori-a-prescindere del buon pastore Eastwood. (...) Old Clint non invecchia, regna sull'immagine. C'è più suggestione nei suoi effetti speciali quasi elementari (lo tsunami) che in ore e ore di coglionate catastrofiste. C'è più miracolo nei raggi di luce con cui accarezza miseri arredi (la casa dei gemelli con madre tossica) che in tutta la fuffa tv natalizia. Ma “Hereafter” non è un capolavoro, e Matt Damon è solo l'ennesimo sensitivo che vive il suo dono come una maledizione. E' una buona opera, un'opera buona che Eastwood tenta invano di fare sua (...). - Così il mio critico cinematografico preferito,
Alessio Guzzano.

Cos'altro si può aggiungere? Pur di buona fattura, è sufficientemente noioso, almeno nella prima parte, e assolutamente prevedibile, nella seconda (mancava solo che lo adottassero...). Alcuni spunti - le lezioni di cucina italiana, ad esempio, che sembrano un film nel film, ed il "festival" dei sensitivi ciarlatani - avrebbero potuto essere approfonditi! In compenso, dello tsunami e dell'attentato di Londra avremmo fatto volentieri a meno: sembravano appiccicati lì senza un vero perchè, che non fosse quello di suscitare commozione. Bravo Matt Demon, affascinante il sorriso di Cécile de France.

 
 
 

"Inception"

Post n°179 pubblicato il 15 Ottobre 2010 da Truman_2000
 

Regia: Christopher Nolan
Con: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page
Azione - Usa (2010)

Qualcuno presenti a Leonardo Di Caprio una donna normale: urge matrimonio "riparatore", è il cinema che lo chiede! Dopo "Revolutionary road" e "Shutter Island", ennesimo psico-dramma familiare per l'ex naufrago del Titanic, protagonista stavolta di un giocattolone ingegnoso ed onirico che si compiace della sua eccessiva complessità: è uno "Shutter Island" all'ennesima potenza, anche per quanto concerne la noia; spiegazioni complicatissime vengono fornite in modo assai concitato (con il risultato che alcuni passaggi, anche a volersi sforzare per rimanere concentrati, inevitabilmente si perdono); quello che ti resta, dopo due ore e mezza di effetti speciali, è il senso, per grandi linee, di una trama che sa di déjà vu: INPS e compari (si fossero chiamati ENPAS, INAIL e INPDAP, avremmo plaudito alla fantasia) penetrano nei sogni altrui per immettere un'idea nuova in una mente già tormentata dal rapporto conflittuale con un padre-padrone morente, neanche fosse una terapia psicanalitica ("dovrebbe pagarci lui!" - osserva, giustamente, uno della banda). Sogni, sogni di sogni, di sogni di sogni: e così via, in una regressione spazio-temporale tendenzialmente infinita. Come ha ben scritto il mio critico cinematografico preferito: "finisce e non ti dispiace, non hai voglia di srotolarlo per controllargli il gioco a incastri" (Alessio Guzzano).

 
 
 

"La passione"

Post n°178 pubblicato il 01 Ottobre 2010 da Truman_2000
 

Regia: Carlo Mazzacurati
Con: Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi, Stefania Sandrelli, Marco Messeri
Commedia - Italia 2010

Per evitare una citazione a giudizio da parte del comune, Silvio Orlando, regista privo di ispirazione e di "citazioni" su Repubblica, reo di aver danneggiato un affresco del '500 per omessa manutenzione di un suo immobile sito in uno sperduto paesino toscano, accetta - suo malgrado - di dirigere la locale "Passione" del venerdi santo che si trasformerà, ben presto, nella "sua" via crucis.
Il primo tempo (così mi era stato detto) doveva essere da sganasciarsi dalle risate: in realtà, l'andamento è lento e noioso, e sono davvero poche le battute che riescono a strapparti un sorriso. E, poi, Silvio Orlando... basta!!!! Ma è un vero attore o semplicemente uno che recita se stesso, nella parte dello sfigato? La scena iniziale - ma, forse, la cosa è voluta - ricorda l'
imitazione di Max Tortora.
Grandissimo Battiston: la sua interpretazione, insieme al sorriso di Kasia Smutniak, vale da sola il prezzo del biglietto; assai poco credibile la Sandrelli (che può fare solo la donnetta svanita), al contrario di Marco Messeri, molto bravo nei panni del cattivo.
Forse, nelle intenzioni di Mazzacurati, questo doveva essere un film divertente, ma le scene più belle sono proprio quelle (serie) della "passione", decisamente più memorabili del - pur godibile - cameo di Corrado Guzzanti: si vede che la comicità non è nelle corde del regista de "La giusta distanza".
La battuta migliore di tutto il film? "Sei un Gesù perfetto, sei povero, sei ricercato, tutti ti prendono in giro” - "Ma sono grasso…" - "Anche Gesù sarebbe grasso, se venisse oggi”.

 
 
 

"La solitudine dei numeri primi"

Post n°177 pubblicato il 25 Settembre 2010 da Truman_2000
 

Regia: Saverio Costanzo
Con: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini, Arianna Nastro, Vittorio Lomartire, Maurizio Donadoni
Drammatico - Italia 2010

Mattia ed Alice sono due numeri “primi gemelli”: come l’11 ed il 13 (divisibili soltanto per sé stessi e per uno), anch’essi sono separati da un numero pari che impedisce loro di toccarsi per davvero. Entrambi recano, sul corpo, le cicatrici del proprio passato: la loro infanzia, infatti, è stata sconvolta da un evento tragico che li ha segnati per sempre, rendendoli “difettosi” rispetto agli altri e condannandoli, così, ad una vita di dolorosa incomunicabilità esistenziale.
Tratto dall’omonimo best seller di Paolo Giordano (che, insieme al regista, ha scritto la sceneggiatura), il film rievoca le vicende del libro, ripercorrendone abbastanza fedelmente gli episodi più significativi. L’originalità della pellicola sta nella scelta - opinabile ma, tutto sommato, legittima - di farne un film “horror”: in tal senso, risultano appropriate le musiche (che ricordano i film di Dario Argento) ed anche le numerose sequenze oniriche e visionarie (il costume da clown di Mattia-bambino ricorda quello di “IT”, mentre i corridoi dell’albergo di Alice-bambina sembrano presi direttamente da “Shining”).
L’angoscia dei protagonisti è ben rappresentata dal senso di morte che pervade l’intero film; peccato, però, che l’unica cosa che muoia sia la trama, uccisa da un montaggio pedestre che fa letteralmente “a pezzi” le scene principali, ricomponendole poi alla rinfusa, come in un assurdo cubo di Rubik. Qualche buco di sceneggiatura rende incomprensibili alcune scene finali (la partecipazione di Alice al matrimonio dell’ex amica, ad esempio…); pessima, infine, la scelta di far dire a Viola (sic!), con un sottofondo musicale da discoteca, la frase più toccante di tutto il libro che avrebbe dovuto essere sussurrata.
Sconsiglio vivamente la visione del film, che nemmeno la buona recitazione di Alba Rohrwacher e di Isabella Rossellini riescono a salvare: decisamente meglio impiegare il proprio tempo per leggere, o eventualmente rileggere, il romanzo!

 
 
 

"Mine vaganti"

Post n°176 pubblicato il 02 Settembre 2010 da Truman_2000
 

Regia di Ferzan Ozpetek
Con Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci e Ilaria Occhini - Commedia – Italia (2010)

Due fratelli: l’outing del primo (Alessandro Preziosi), che ha sempre fatto quello che gli chiedevano di fare, spedisce il padre in ospedale (causa infarto) e manda all’aria quello del secondo (Riccardo Scamarcio), bruciato sul tempo. Quest’ultimo, che, lontano da casa, si è ribellato a suo modo ai pregiudizi della famiglia e del paese, prova a prenderne il posto, per non mandare il genitore “direttamente sottoterra”.
Dopo una lunga e seriosa parentesi sulla condizione omosessuale nell’anno domini 2010, Ozpetek la butta in commedia, senza tuttavia raggiungere i livelli “farseschi” del migliore Almodòvar; gioca con i personaggi della famiglia, trasformandoli in “macchiette”: la zia Luciana (un’Elena Sofia Ricci in versione “timida ubriaca”), il cognato napoletano, una cameriera che canta come Susan Boyle ed il padre omofobo (la cui amante, peraltro, ha assai poco di femminile…). Ma – è questo, forse, il difetto maggiore di un film, che resta incompiuto – non riesce ad osare fino in fondo: l’arrivo degli amici “village people” (il principe del “foro”, un Renato Rascel in versione checca ed uno steward che per poco non finisce sotto al tavolo con il cognato…) movimenta una trama che rischiava altrimenti di impantanarsi; bella, in particolare, la scena in cui questi si ritrovano, imbarazzati, davanti alle donne di famiglia in abito lungo e ventaglio: ma perché - come sottofondo - non si sentono le note di “Y.M.C.A”?
Un errore nella sceneggiatura rovina il flirt tra il protagonista e la bellissima Nicole Grimaudo: Alba, infatti, intuisce la verità di Tommaso molto prima che lui gliela racconti (“quando si è in due si è più forti” – gli dice) e, ciò nonostante, sembra dispiacersi di non essere ricambiata (ecco, sarebbe bastato che lei non avesse capito così presto, per dare un senso alla storia). Resta bella, però, la scena - che trasuda erotismo - in cui i due mangiano tramezzini, ascoltando… pensieri stupendi!
Un film sul coraggio di essere sé stessi e di sbagliare sempre per conto proprio, se si vuol essere felici (peccato, però, che un tale insegnamento provenga dalla stessa persona che, svelando il senso di un flashback forzato, ci invita a “sorridere quando stai male dentro”, accettando un destino deciso da altri).
La scena del suicidio ricorda uno strepitoso Lino Banfi che, in “Spaghetti a mezzanotte” – abbandonato dalla moglie, Barbara Bouchet – decide di ammazzarsi, mangiando; quella del ballo, invece, ha qualcosa del felliniano “8 e mezzo”. Simpatiche e divertenti le canzoni della colonna sonora; da brividi, il “Sogno” di Patty Pravo.

 
 
 

In morte di Francesco Cossiga

Post n°175 pubblicato il 26 Agosto 2010 da Truman_2000
 

"Ai funerali saranno presenti numerosi esponenti delle forze dell’ordine. Vestiti da parenti"

http://www.spinoza.it/2010/celere-alla-celere

 
 
 

"Chopin"

Post n°174 pubblicato il 11 Agosto 2010 da Truman_2000
 

Me le ricordo. Sì, anch’io me le ricordo bene tutte le volte che ci siamo visti, e non solo perché sono state soltanto tre.

La prima volta, quando ci siamo conosciuti, mi hai sorpreso: frastornato dalla tua “freschezza” e dalla tua infantile leggerezza, ho pensato che non potevi andare bene per me, perché avresti messo irrimediabilmente in crisi le mie piccole certezze e la mia vita tranquilla.
La seconda volta, mi hai emozionato: ho avuto la sensazione di conoscerti nella tua disarmante semplicità e, se chiudo gli occhi, mi sembra ancora di vederti in quella sera autunnale, mentre te ne torni da sola, verso l'albergo, con la tua cena infilata in un sacchetto. Ti fermi a parlare con me, davanti al cancello, per farmi compagnia, in attesa che i miei amici passino a prendermi e l'unica cosa 'intelligente' che mi viene da pensare, ma che non ho il coraggio di dire - mentre parliamo delle tue amiche che ti aspettano a Milano, dei tuoi impegni futuri di studio e delle mie 'interessanti prospettive per il futuro' - è che preferirei prolungare quei minuti e dividere con te quel panino ormai freddo e immangiabile, se solo potessimo rimanere a parlare ancora così.
La terza volta, mi hai conquistato: ho capito che mi avresti sconvolto la vita, ma che la cosa non mi sarebbe affatto dispiaciuta. E mi hai fatto capire che, nonostante ti piaccia apparire immatura e distratta, avresti potuto prenderti cura di me, molto più di quanto io non avrei potuto prendermi cura di te!

Potrei raccontare mille piccoli particolari di queste 'tre volte', mettere in fila i tanti ricordi che abitano ormai dentro di me e che lì resteranno, qualunque cosa succederà: ne verrebbe fuori un libro di mille pagine. Ma non lo faccio, perché quel libro voglio scriverlo soltanto per me e preferisco sfogliarlo da solo.

 

Vorrei che ti vedessi, come ti vedo io:
intrigante e sensuale come una principessa d’Oriente,
intelligente ed ironica

semplice e complicata
elegante come un gatto

sfuggente come una biscia.

Mi piaci quando dici di voler sfidare il mondo,
confidando soltanto sulle tue forze
(io non ho il tuo coraggio, né la tua incoscienza).
E sei adorabile quando cerchi di nascondere
agli altri ed a te stessa
la paura di apparire fragile.

Vorrei che tutti i tuoi sorrisi li riservassi a me,
perché sei terribilmente bella quando sorridi.
Ma sarei pronto a scommettere
che sei altrettanto bella anche quando piangi!

Una volta, sono riuscito a farti ridere
(sono bravo in questo, almeno in questo!)
e mi è rimasto, indelebile, il ricordo delle tue labbra
dolci e invitanti, leggermente socchiuse,
porte misteriose per sconosciuti universi.
E la luce dei tuoi occhi si è impressa, ardente, nella mia memoria
come il colore del grano.

Mi piacerebbe che di me tu fossi gelosa
come lo sono io, di te

o anche la metà:
saresti irresistibile, se mi rimproverassi
cercando di non ridere

per ciò che non ho fatto.
E se poi, litigando, mi tenessi il muso
fiera e dispettosa come una scimmia

ci basterebbe uno sguardo

per tornare a fare pace.


Vorrei che entrassi nella mia vita banale e prevedibile
e che la sconvolgessi,
allo stesso modo in cui sei entrata nei miei sogni
e hai turbato le mie notti:
la tua follia infantile metterebbe in crisi il mio equilibrio apparente,
come un improvviso colpo di vento
che soffiasse tra i miei fogli ordinati.

Sei il caos e la tempesta,
la mia salvezza e il mio rifugio;
sei un raggio di sole
in una mattina d’inverno,
la primavera che tarda ad arrivare:
tutto quello che voglio e che ho sempre desiderato,
tutto quello che mi manca e che cercavo da tempo.

Vorrei che mi vedessi,
come ti vedo io:
con gli occhi di un bambino
che intuisce, senza capire,
perché tutto debba essere sempre così difficile!

Vorrei che mi vedessi,
come non sono,
ma avrei voluto essere.


No, non mi illudo.
Queste parole non ti faranno innamorare di me.
Continuerò ad essere, per te,
ciò che, purtroppo, sono sempre stato:
un amico, forse, e magari un confidente.
Ma va bene così,
accetto di buon grado ciò che non posso cambiare:
anche così è stato bello il nostro breve viaggio!

 
 
 

"Happy family"

Post n°173 pubblicato il 10 Agosto 2010 da Truman_2000
 

Regia: Gabriele Salvatores
Con: Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris, Valeria Bilillo - Commedia - Italia (2010)

Otto personaggi in cerca d’autore lo trovano, loro malgrado, nel timido e strampalato Ezio (“cucito su misura” su Fabio De Luigi) che diventa “personaggio”, a sua volta, per dare vita al racconto: un film dedicato a chi ha paura.
Nubendi precoci precocemente si lasciano (non prima, tuttavia, che i consuoceri - diversissimi tra di loro - possano stringere amicizia); e, per un amore che finisce, un altro sboccia (e non ci riferiamo solo a quello tra i due cani…). La vecchia suocera – rincoglionita, ma indistruttibile - si ripropone, di continuo, con i suoi tagliolini gamberetti e funghi, in attesa di cimentarsi con i dolci (capresi?).
Domina la scena uno splendido Diego Abatantuono: senza dubbio, il personaggio più divertente (ci dispiace per Carla Signoris ma, per fortuna, anche qui “ha sposato un deficiente”). Margherita Buy, sempre ansiosa ed ansiogena, si accompagna ad un compassato Bentivoglio, ancora non trapassato. Cameo per una autoironica Sandra Milo. E, sopra ogni cosa, le note di Chopin e la “magia” di Simon & Garfunkel.
Divertente e leggero. Consigliato a tutti, ma soprattutto al mio amico Morkdel (sebbene non mi legga più)!

 
 
 

Le felicità intraviste

Post n°172 pubblicato il 10 Luglio 2010 da Truman_2000
 

L'altro giorno, ero alla stazione della metropolitana: mi sono accorto di lei soltanto quando è arrivato il treno, giusto il tempo di sperare che salissimo sullo stesso scompartimento.
Mi sono avviato verso quattro sediolini vuoti, ostentando nonchalance, ma il cuore ha cominciato a battermi più forte, quando ho visto con la coda dell'occhio che era ancora dietro di me: mi sono seduto nella direzione di marcia e lei, dopo un attimo di esitazione nel quale ha preso in considerazione l'opportunità di occupare uno dei due posti rimasti liberi di fronte a me, mi si è seduta accanto.
Fingendo di guardare qualcosa fuori del finestrino, l'ho contemplata a lungo: minuta, bruna, con i capelli mossi; una lunga ciocca le incorniciava l'orecchio, un'altra le scendeva ribelle sulla fronte. Ho ammirato il taglio degli occhi, le labbra, le dita perfette e ben curate. E, per un attimo, ho dovuto vincere la tentazione di prenderle una mano per baciargliela.
Non so se ha sentito il mio sguardo su di sè, fatto sta che - per tutto il viaggio - è rimasta a fissare il finestrino, salvo quando ha risposto, seccata, al cellulare: "Ti ho detto che sto arrivando, dammi il tempo!".
In quel momento, ho fatto finta di immergermi nel libro che avevo tra le mani ma, pensando a qualcosa di memorabile da dire, non sono riuscito a prestare alcuna attenzione alle parole scritte che mi scorrevano davanti agli occhi. Poi, per attirare la sua attenzione e sentire di nuovo il suono della sua voce, fingendo di non aver mai preso quel treno, le ho chiesto se andasse bene per la fermata alla quale dovevo scendere. Mi ha risposto di sì, quasi sovrappensiero, senza nemmeno girarsi dalla mia parte. E senza distogliere lo sguardo dal finestrino, neppure per un attimo.
E allora ho capito. E ho desistito dall'infastidirla ulteriormente.
Ma, lo confesso, non ho potuto fare a meno di fantasticare su come sarebbe stato, se soltanto mi avesse sorriso, se solo fossi riuscito a coinvolgerla...

Quando il treno è arrivato alla mia stazione - mai così veloce! - mi sono alzato in silenzio e, senza dire una parola, sono sceso dallo scompartimento, come se nulla fosse. L'ho rivista dalla banchina, per l'ultima volta, attraverso il finestrino del corridoio: il suo sguardo, assorto, era ancora rivolto dall'altra parte. Dopodichè, ho cercato di rientrare di nuovo nella mia vita.

 

"Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.


Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.


A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse

con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.


Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere".


Domanda: ma capita solo a me di percepire, così nettamente e senza alcun valido motivo, che delle perfette estranee - incontrate per caso e destinate a non essere mai più riviste - possano essere quella persona che mi piacerebbe finalmente incontrare?

 
 
 

"Il segreto dei suoi occhi"

Post n°171 pubblicato il 10 Luglio 2010 da Truman_2000
 

Regia: Juan José Campanella
Con: Ricardo Darín, Soledad Villamil, Javier Godino, Pablo Rago, Guillermo Francella

Drammatico (Argentina/Spagna) - 2009

A venticinque anni di distanza, Benjamìn Espòsito (Ricardo Darìn), poliziotto ormai in pensione, ripensa all’omicidio della bella Liliana Coloto, barbaramente stuprata dal suo assassino, cercando di scriverne un romanzo. Le indagini lo portarono presto (forse, anche troppo…) all’individuazione del colpevole: dopo una frettolosa (e inspiegabile) archiviazione del caso, arrivò la condanna; ma non la pena: delitto senza castigo, con quel che ne consegue.

E’ un film sull’amore e sul dolore, sul tempo e sulla prigione: il tempo che il vedovo trascorre alla stazione, aspettando di imbattersi nell’assassino, e quello che il poliziotto cerca di “recuperare” alla fine della sua carriera; la prigione in cui la persona offesa viene reclusa per sempre, e quella in cui il colpevole soggiorna troppo poco, per colpa di uno Stato che non sa rendere giustizia: “lei aveva detto ergastolo…”. E, su tutto, l’idea che l’amore sia uno ed uno soltanto, come la vita, che – da sola – basta appena ad espiare il male commesso.

Bella la fotografia, buoni i dialoghi e la sceneggiatura (anche se, a volte, c’è qualcosa che stona: l’assassino beccato in uno stadio gremito e la rincorsa melodrammatica del treno…). Il finale è assolutamente perfetto, nella sua tragicità. Quali personaggi restano nella memoria, mentre scorrono i titoli di coda? A costo di andare controcorrente: Morales e Sandoval battono il poliziotto e la “giudicessa” 4 a zero! Da vedere.

 
 
 

"Shutter island"

Post n°170 pubblicato il 10 Maggio 2010 da Truman_2000
 

Regia di Martin Scorsese

Con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max von Sydow

thriller - USA (2010)

Lo avevamo lasciato bamboccione che giocava a fare l'adulto sulla “revolutionary road”, sposato ad una donna sull'orlo di una crisi di nervi, che - novella Medea - invece di uccidergli i figli, finiva per morire di aborto; lo ritroviamo, adesso, detective dell’FBI sulla “road to madness”, con un lutto familiare ancora da elaborare, alle prese con un’indagine che lo porterà sull’isola del titolo, in un manicomio criminale, dal quale sembra essersi inspiegabilmente volatilizzata una pericolosa paziente. E, come sempre succede in questo genere di pellicole, i fantasmi del presente fanno riemergere quelli del passato; stavolta, vengono scomodati nientemeno che l’olocausto e gli orrori nazisti, inutile appesantimento di una trama che si compiace della sua complessità: esagerazione nell’esagerazione, i dialoghi in tedesco del protagonista con una specie di dottor Mengele!

Leonardo Di Caprio è bravo (ci prova…), ma non sembra affatto credibile: nonostante lo abbiano imbruttito e fatto ingrassare, continua a dimostrare la metà dei suoi anni (sindrome di Dorian Gray?). La messinscena è ben allestita, ma sa tanto di déjà vu: sarebbe stato un bel film, se non avessimo già visto “A beautiful mind” (le allucinazioni ed i complotti provengono direttamente da lì: del resto, anche qui, il primo tempo è di una noia mortale); il colloquio con il criminale semi psicologo sembra ispirato al “silenzio degli innocenti” (ma Hannibal Lecter aveva tutto un altro fascino…) e c’è qualcosa anche di “Shining” e di “Memento”.

Finale a sorpresa (sorpresa? A mezz’ora dall’epilogo, ti chiedi solo per quale delle due possibili alternative abbia optato il regista e già il fatto che ti poni la domanda, significa che non c’è nulla di sorprendente), ma tutt’altro che “aperto”: il pazzo si finge scemo per porre fine alla storia. Sinceramente, gliene siamo grati!

 
 
 

"Giudice, finalmente!"

Post n°169 pubblicato il 24 Aprile 2010 da Truman_2000
 

(e speriamo che adesso non aboliscano la magistratura...)

Come disse qualcuno, "Dove eravamo rimasti?"

Sono rimasto lontano da questi lidi, ormai, da un tempo infinito e vi assicuro che mi siete mancati (se non altro, perchè gli ultimi mesi, e le ultime settimane in particolare, sono stati davvero terribili: qualche problemino di salute, lo stress per l'esame che si avvicinava - e che ho dovuto rinviare anche troppo - e, infine, un vero e proprio black-out mentale che mi ha mandato nel panico a pochissimi giorni dall'orale mi hanno fatto temere - per davvero - di non farcela ).

Cosa posso dire? E' finita, ed è finita bene. Per fortuna. Già, perchè ce n'è voluta parecchia ma, alla fine, ringraziando il cielo, non mi è mancata: qualche giorno fa, ho finalmente sostenuto gli orali del mio concorso e sono diventato un magistrato (anche se sono ancora in attesa di nomina e, ovviamente, del primo stipendio! ).

***

Sono passati sette anni da quando è iniziata questa mia "avventura" - era il 2003, quando decisi che ci avrei provato - e, nel corso di tutto questo tempo, ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie che mi hanno regalato emozioni e ricordi che, lo dico senza alcuna retorica, resteranno per sempre dentro di me.

Beh, con la fine di questa esperienza concorsuale, sento che si è chiusa una fase della mia vita: da ora, si volta pagina (ed era anche ora che ciò avvenisse, perchè occorreva andare avanti ed uscire dal limbo nel quale ero finito...): ormai, non ho più scuse, posso e devo dedicarmi anche al "resto" della mia vita.

Ringrazio con sincero affetto tutti quelli che, in questo periodo, mi sono stati vicini (anche da lontano, con i loro pensieri e le loro preghiere) e che hanno gioito per me e con me, come se si fosse trattato per davvero di un loro successo personale: a tutti va il mio più sincero ed affettuoso "grazie", di cuore!

Infine, un ringraziamento particolare va ad Annamaria ed Antonella, che hanno vissuto con me ogni singola fase di questo percorso, partecipando con pathos a tutto quello che è successo: la prima, in particolare, sopportandomi e supportandomi nei momenti più bui, ha fatto ciò che io - per errore, ma in buona fede - non ho saputo fare per lei (e ti chiedo ancora scusa, per questo!); la seconda - che, ormai, non si libererà più di me! - ha saputo infondermi coraggio e riempirmi di consigli preziosi, avvolgendomi con il suo affetto discreto e materno.

***

Un'ultima considerazione. A me è andata bene: sono riuscito a realizzare questo sogno, che è il sogno di molti "compagni di viaggio" (dalle mie parti si dice "aggio pigliat' o' post!" ), ma non per questo mi sento migliore o peggiore di altri. Senza falsa modestia, sono ben consapevole che, a parità di impegno e di preparazione, le cose potevano andare diversamente.
Anche adesso che è tutto finito e che è finito bene, quindi, non riesco a non rivolgere un pensiero affettuoso a quanti - sebbene più preparati e motivati di me - non ce l'hanno fatta (o, quanto meno, non ce l'hanno ancora fatta).
Ai primi, vorrei ricordare che la toga da magistrato è soltanto uno dei tanti modi per realizzare i propri sogni; a quanti sono ancora "in cammino", invece, non avendo particolari consigli da dare, mi sento di dire soltanto una cosa: provateci, non mollate, se è questo che volete; ma tenete ben presente che la fortuna - in questo concorso, come in ogni cosa della vita, del resto - gioca, purtroppo, un ruolo importante.
Ecco, quindi (e concludo): auguro a voi di avere la stessa fortuna che ho avuto io, se non di più!

 

TRUMAN,

che non vede l'ora di tornare a fare ciò per cui ha davvero creato questo blog: scrivere la sua prossima recensione cinematografica!

 
 
 

"Il riccio"

Post n°168 pubblicato il 24 Gennaio 2010 da Truman_2000
 

Regia di Moma Achache
Con: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Wladimir Yordanoff
Commedia - Francia (2009)

Supponente il libro, supponente il film (visto ieri). Di entrambi, parafrasando quello che Pirandello scriveva ne la tragedia di un personaggio, mi sentirei di dire: "Peccato! C'era tanta materia in essi, da trarne fuori un capolavoro! Se le autrici non li avessero così indegnamente misconosciuti e trascurati...".
In entrambi, i tre protagonisti - specie la bambina: intelligentissima, occhialuta, spocchiosa - sono tagliati con l'accetta (alla maniera di Virzì). Nel film, aggravante non da poco, scompaiono tutti i personaggi "minori" che popolavano l'elegante e signorile condominio parigino del libro, contribuendo a rendere quest'ultimo un po' meno piatto e noioso.
Il finale è un'affrettata eutanasia (colpa del libro). Trama inconsistente: non va da nessuna parte. Sconsiglio entrambi.

 
 
 

"Aridatece er lodo Alfano!"

Post n°167 pubblicato il 14 Novembre 2009 da Truman_2000
 

Ho fatto un sogno: Berlusconi andava da Fini e, insieme, trovavano un accordo: "il processo breve", vale a dire l'estinzione ope legis di tutti i processi - anche di quelli in corso - che non si concludevano entro un certo termine. Le reazioni delle opposizioni, giustamente, non si facevano attendere: "è una porcheria!" - gridava Casini che, casualmente, si era incontrato con Berlusconi proprio qualche giorno prima. Dopo aver sparato a zero sulla proposta, però, il leader dell'UDC aggiungeva le paroline magiche: "A questo punto, era meglio il lodo Alfano, approvato con legge costituzionale!"
Di rimando, i falchi del pdl si facevano concilianti: "Sì, ma occorre una larga maggioranza". Ovviamente, perchè, senza i 2/3 dei voti, il lodo Alfano-Casini avrebbe dovuto essere sottoposto a referendum confermativo, prima di poter entrare in vigore: in pratica, non prima di 2 anni.
Invece, con una convergenza dell'UDC, del partito di Rutelli e di taluni settori del PD (anche Franco Marini, mi sembra, si diceva favorevole ad un lodo Alfano approvato con legge costituzionale), le due letture alla Camera ed al Senato potevano avvenire a distanza di 3-4 mesi le une dalle altre e la sospensione dei processi del premier poteva ottenersi prima della prossima primavera, con il plauso del Quirinale e la soddisfazione delle opposizioni che potevano dire di aver sgomberato il campo dal rischio di falcidiare - con il processo breve - migliaia e migliaia di processi.
Del resto, scriveva Liana Milella sul Corriere, era già successo che per bloccare i suoi, Berlusconi minacciasse di sospendere obbligatoriamente - in ossequio all'art. 3 Cost. - i processi di tutti. "Coazione a ripetere", osservava Franco Cordero.

Poi mi sono svegliato: meno male, era solo un brutto sogno!

 
 
 

Addio ad Alda Merini

Post n°166 pubblicato il 01 Novembre 2009 da Truman_2000
 
Tag: poesie

La Terra Santa

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.

Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso le messe,
le messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.

Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E, dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perchè, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.

Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.

Alda Merini,
da " La Terra Santa" 1983

 

 
 
 

"Caduto dalle scale"

Post n°165 pubblicato il 31 Ottobre 2009 da Truman_2000
 

Il calvario di Stefano
di ADRIANO SOFRI

Prima di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell'ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.

Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C'è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l'inosabile. Possono, l'hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi "è caduto dalle scale".

Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: "Sei caduto dalle scale". Hanno un gran senso dell'humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l'abbia messo a verbale presso il medico del carcere: "Sono caduto dalle scale". È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da "Ristretti orizzonti" certifica che le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".

Tuttavia bisogna guardarsi dall'assegnare senz'altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell'ambulatorio del tribunale "lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente", e che lamenta "lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori" (i medici del carcere le preciseranno come "ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione", e quelli dell'ospedale come "frattura del corpo vertebrale L3 dell'emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea") fra quelle due condizioni c'è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri.

Il ministro della Difesa - un avvocato penalista - pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: "Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione". Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: "Ci risiamo". Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano "è arrivato in carcere così" hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.

Questa era la prima ragione. La seconda è che nell'agonia di Stefano - di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni - sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall'arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell'accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l'udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato.

Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell'(orrendo) reparto carcerario dell'ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un'autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l'autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse.

Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, "in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia"! Frase che insegue l'altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia.

Non hanno visto "il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l'occhio destro rientrato a fondo nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata"... Non era un lenzuolo: era l'anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto "di presunta morte naturale".

Infine, c'è l'autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell'ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti...

Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l'aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l'automobile.

La Repubblica, 31 ottobre 2009

***

Come ho letto su Il Foglio dell'altro giorno: "Se un ragazzo entra in carcere con le sue gambe e ne esce morto dopo sei giorni, lo Stato deve spiegare". E la spiegazione deve essere convincente.

Potrei aggiungere che ogni imputato, anche quello accusato dei peggiori delitti, è innocente fino a sentenza definitiva. Potrei dire che l'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine o, comunque, nelle strutture carcerarie, anche quando è rivolta contro un condannato in via definitiva, delegittima il sistema giudiziario.

L'unica cosa che mi sento di dire è che a me è stato insegnato che il corpo del detenuto è "sacro" e sono fiero dell'insegnamento che ho ricevuto.

Per il resto, sottoscrivo parola per parola l'articolo di Adriano Sofri (anche con riferimento alla inopportunità delle parole del ministro La Russa che - e mi dispiace - da avvocato penalista qual è, non avrebbe dovuto fare il difensore di ufficio di nessuno...) ed auspico che, alla fine di questa orribile storia, "cadano" parecchie teste: quello che è avvenuto, e che avviene troppo spesso, non è degno di un paese che voglia dirsi civile!

 
 
 

Primarie, sì... primarie, no... se famo du' spaghi?

Post n°164 pubblicato il 25 Ottobre 2009 da Truman_2000
 

Versione per gli amanti della sintesi: voterò Marino, senza entusiasmo.

Versione per tutti gli altri. Per ragioni diverse, non credo che Franceschini o Bersani possano dare a questo partito la sterzata di cui ha bisogno. Franceschini è una scelta di continuità con questi due anni, nel bene e nel male. Due anni in cui il progetto del Pd a vocazione maggioritaria – che poi vuol dire preferire la creazione di nuovo consenso all’aggregazione di quello già esistente ma sparpagliato – è stato conservato, ma messo in pratica nel più scellerato, superficiale e improvvisato dei modi. Un po’ di qua e un po’ di là, un po’ responsabili uomini di stato e un po’ a gridare alla deriva putiniana, un po’ garantisti e un po’ giustizialisti, un po’ liberali e un po’ statalisti, un po’ con Ichino e un po’ con l’Onda, eccetera eccetera. Se oggi così tanta gente è allergica al progetto del Pd, alle primarie e alla vocazione maggioritaria, molto dipende dalla strategia approssimativa e dilettantesca con la quale questa è stata percorsa in questi due anni. Dovesse vincere Franceschini, poi, ripartirebbe la stessa campagna di logoramento che ha fatto fuori Veltroni: risalterebbero fuori Red (che fine ha fatto, nel frattempo?), le fondazioni, i distinguo sui giornali, eccetera. Non sarebbe colpa di Franceschini, ma non credo che lui, così come il suo predecessore, sia in grado di normalizzare questo dissenso interno impedendo le conseguenze devastanti che ha avuto durante la segreteria Veltroni.

Bersani, dall’altra parte, sarebbe un ottimo segretario di un altro partito. Lui è uno che sa cos’è la politica ed è di certo il più affidabile dei tre. Non è un caso, infatti, che sia stato l’unico candidato dal quale non abbiamo mai sentito pericolose e interessate lisciate di pelo a quella frangia populista – Di Pietro, la-questione-morale, la-casta – che rappresenta allo stesso tempo la causa e la conseguenza di molti problemi del Partito Democratico. Non mi convincono granché l’idea di partito e l’idea di paese che ha in mente. Lui dice, in soldoni, che sono le uniche con cui abbiamo vinto – unire l’opposizione, alleanze larghissime, eccetera – ma io penso che nel 2006 abbiamo vinto nonostante quelle e non grazie a quelle: abbiamo vinto nonostante un candidato premier bollito, una coalizione ecumenica fatta prima del programma e un partito “perno centrale” della coalizione che ha preso botte dalla sua destra e dalla sua sinistra, in un eterno dibattito sul suo essere schiavo di Dini o della sinistra radicale.

Sia Bersani che Franceschini rappresentano, in modi diversi e in qualche modo anche per ragioni diverse, una classe dirigente che porta sulle proprie spalle – tra tanti indiscutibili meriti, primo fra tutti l’aver fatto il Pd – le responsabilità del posto in cui ci troviamo. Entrambi, in modo diverso, sono destinati a mettere in scena una semplice riedizione del passato. Sia l’uno che l’altro hanno le carte in regola per fare cose migliori di quelle che abbiamo visto in questi tragici due anni, ma non ci basta un segretario che vada un po’ meglio del precedente. Non ci basta per vincere le regionali, per convincere i quattro milioni di elettori che hanno lasciato il Pd dal 2008 a oggi e un paio di quelli che votano centrodestra a fidarsi di noi. Non ci basta a rilanciare e decontaminare l’immagine di un partito malsopportato dai suoi stessi elettori. Ci vuole una sterzata.

E veniamo a Marino. Credo che la sua mozione sia di gran lunga la più moderna e adeguata, relativamente a questi tempi e a un partito che va rifondato. Migliore l’idea di partito, migliore l’idea di paese. Migliore sul piano della concretezza e migliore su quello dell’idealismo, migliore sul piano delle proposte e migliore su quello dei comportamenti. Migliore la squadra, soprattutto: in tutta Italia nelle file della mozione Marino hanno lavorato e si sono fatti le ossa decine e decine di ragazzi in gamba, persone che fino a ieri vivevano ai margini di questo partito – se non addirittura fuori – e hanno trovato spazio per lavorare, imparare e prepararsi. Credo che la candidatura Marino sia decisamente migliore di quella di Bersani e di quella di Franceschini.

Migliore naturalmente non vuol dire perfetta. E considerata la qualità e i limiti delle proposte di Bersani e Franceschini, penso che una candidatura terza avrebbe potuto fare un po’ di più, raccogliere più consenso e giocarsela meglio. La candidatura di Marino ha avuto alcuni limiti, frutto per lo più della scarsa dimestichezza di Marino con questo genere di impegni e della grande difficoltà di trasformare un personaggio-bandiera in un un credibile leader di partito. Col passare dei giorni Marino è cresciuto molto come politico, imparando i fondamentali e acquisendo un po’ di mestiere. Credo però che non sia riuscito a convincere fino in fondo gli elettori di essere qualcosa di più che un semplice personaggio-bandiera. Di essere Barack Obama e non Jesse Jackson. Non è manco detto che questo limite fosse superabile, ma a volte ho avuto la sensazione che lui non ci abbia provato, che fosse troppo forte il riflesso e la tentazione del rifugiarsi nel recinto dentro il quale si muove con maggiore dimestichezza. Ma non è questa la ragione fondamentale per la quale domani lo voterò senza entusiasmo.

Non mi è piaciuto l’accento demagogico col quale ha condotto le ultime settimane della sua campagna, tutte imperniate sul dimostrare quanto fossero indecenti Bersani e Franceschini e non quanto fosse migliore lui: non si possono infilare le parole «capibastone» e «inciucio» in ogni frase. Non mi piaciuto il corteggiamento a Di Pietro e al giustizialismo, così come non mi è piaciuta la retorica della questione morale (tanto meno nella sua disastrosa prima uscita, sullo stupratore romano).

Non mi è piaciuto il fatto che abbia deciso di puntare più sulla rete polverosa e tutt’altro che innovativa di Bettini e Meta piuttosto che su quella fresca, futuribile e in gamba che si era riunita al Lingotto. Mi è dispiaciuto perché ha tarpato le ali alla candidatura, preferendo un gruppo politico alla ricerca di posizionamento a uno in cerca di svolte e vittorie. E mi è dispiaciuto anche perché non è servito: a Roma, il “regno” di Bettini e Meta, la mozione Marino è andata peggio che a Milano, “regno” di Scalfarotto e Civati.

La battaglia politica per il cambiamento che un gruppo sempre più largo di persone ha condotto in questi mesi non è cominciata con la mozione Marino e non si concluderà con la mozione Marino. Ma nella mozione Marino ha trovato spazi, ha detto le proprie cose, ha organizzato le proprie iniziative, ha raccolto consensi, si è allargata ed è cresciuta. Per questo voterò Marino: perché ogni voto in più per la sua candidatura è un voto in più per costruire – non ora, ma presto – un partito degno dell’obiettivo di cambiare questo paese. Un voto per un futuro che con Marino ha fatto molti passi, e molti altri ne farà da domani in poi.

P.S.: Non spenderò una parola per convincere a venire a votare chi crede che si debba votare alle primarie per fare un dispetto a Berlusconi. Anzi, vorrei fare loro un appello accorato: restate a casa. La logica con cui verreste a votare ha fatto solo danni su danni, ha giustificato ogni mediocrità sull’altare del «non è il momento» ed è uno dei tanti fattori per cui ci troviamo dove ci troviamo. Non è il tempo delle prove di forza o delle spallate, questo. È tempo di scegliere un segretario. Le due cose non vanno bene insi
eme.

Francesco Costa, 24 ottobre 2009 

***

Sono d'accordo con Francesco Costa, ecco perchè - vincendo la mia indomita pigrizia - oggi pomeriggio, sono andato al seggio più vicino e ho votato per Ignazio Marino!

L'ho deciso un attimo prima di uscire di casa; se qualcuno me lo avesse chiesto stamattina, gli avrei risposto come il mitico Paolone del film 7 chili in 7 giorni: "Io non mi presto a questo genere di stronzate". Poi, però, ho cambiato idea. Non sono un elettore del PD, ma penso che un PD guidato da Marino - con tutti i limiti di cui sopra - possa essere una valida alternativa, alle prossime elezioni politiche.

Forse non servirà a niente, e ho buttato mezz'ora (e due eurozzi ); probabilmente, vincerà Bersani (che ha più esperienza politica di Marino, ma è anche più "invischiato" in certi giochi di potere...); sono certo che stasera, il premier - come ha scritto qualcuno - "si presenterà tutto bello spalmato di cerone, farà un sorriso, e dirà che ci sono stati brogli. che la mamma di bersani è stata vista votare 10 volte, che i suoi sondaggi dicono che lui è il più figo presidente della galassia e tutti lo amano". Dico di più: forse, non sarebbe cambiato nulla, anche se avesse vinto Marino.

Ma il punto è un altro. E il punto è che io, forse, non "ci tengo" al PD (tant'è che non mi hanno dato nemmeno la molletta verde  che, da qualche parte, avevo letto che distribuivano a tutti coloro che si recavano al seggio per votare), ma "ci credo"!

Non a questo PD, ma nella democrazia. E ho voluto dare il mio contributo, fare qualcosa per dire in quale direzione bisognerebbe andare, secondo me, per cambiare davvero questo paese!

 
 
 

"Basta che funzioni"

Post n°163 pubblicato il 11 Ottobre 2009 da Truman_2000
 

Regia di Woody Allen
Con: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson

Commedia - Usa (2009)

"La miracolosa aria di Manhattan resuscita Woody Allen, cinemato- graficamente deceduto (a sua insaputa) da circa 10 anni. Dopo un tour europeo che ha prodotto film mediocri e bolse citazioni culturali, azzecca di nuovo la commedia esistenziale (finta) cinica che diverte. Parlando di se stesso, ovviamente, ma senza comparire in prima persona. Il suo alter ego è il bravo Larry David, attempato ex prof di fisica, sedicente quasi premio Nobel, che arringa gli amici e direttamente il pubblico sfoggiando pessimismo cosmico, benedetto ateismo, misantropia asessuata, impanicata ipocondria ("Non ho detto che non ho l’ulcera, ho detto che non me l’hanno trovata"). Odia frutta, verdura, la colonscopia e i ragazzini a cui (ehm) insegna a giocare a scacchi. Zoppica dopo un tentativo di suicidio dalla finestra e porta inguardabili shorts sopra il ginocchio. Gli capita in casa la 'sempliciotta' Evan Rachel Wood e lui la sposa e la plasma, pur con didattico disprezzo. Poi sua madre. Poi suo padre. Eccellenti personaggi bigotti presto alla spassosa deriva liberal (...)" - Alessio Guzzano

Inizia in sordina, ma poi - con l'ingresso in scena di Melody, prima, e della madre, poi - diventa davvero travolgente: il meglio di "Forrest Gump", "Jules & Jim" e "Brokeback mountain", tutto insieme!

Bentornato, Woody!

 
 
 

Stupro d'autore!

Post n°162 pubblicato il 04 Ottobre 2009 da Truman_2000
 

No, il Lodo Polanski no. Per favore. D'accordo, come regista è un genio. Ma è un adulto responsabile delle sue azioni; non può evitare una condanna per aver commesso un reato contro la persona perché a suo tempo ha diretto «Chinatown». O «Il pianista», o «Rosemary's Baby», o «Luna di fiele» (va bene, quando il film uscì c'era chi lo voleva in galera per Luna di fiele, ma è un'altra storia). La mobilitazione dei suoi amici, del mondo del cinema, del ministro degli Esteri francese, dell'Ump, il partito altrimenti moderato di Nicolas Sarkozy, pare degna di miglior causa. Giusto in Francia, i moderati lettori (spesso elettori di Sarko) del Figaro ieri votavano online; e a stragrande maggioranza erano favorevoli a far giudicare il loro concittadino negli Stati Uniti. Intanto, sempre online, i lettori liberal del New York Times scrivevano cose durissime. Meravigliandosi per il «lassismo delle élites europee», che in America è un tormentone conservatore, in genere.

Ma tant'è: e in tanti non capiscono perché ci dovrebbe essere una certezza del diritto per i normali e poi una certezza del diritto-Vip, meno certa. Specie se il Vip — 32 anni fa ma non è in prescrizione, con qualche probabile irregolarità processuale ma lui nel frattempo era scappato — ha drogato, fatto ubriacare e sodomizzato una tredicenne. Prenderne atto non è da forcaioli, forse. Lo ha spiegato il ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: «Non avevamo altra scelta. La biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge». Certo, Polanski aveva da anni una casa in Svizzera e nessuno lo aveva disturbato. Certo, il suo arresto è un'eccellente diversione mediatica per il pubblico americano in un momento di crisi economica affrontata con fatica e di riforma sanitaria che non decolla; e c'è chi si chiede «ma il governo federale non aveva niente di meglio da fare che incastrare un settantaseienne?». È possibile. Ma Polanski non è stato rintracciato per aver scordato di pagare un po' di multe, tenuto droghe per uso personale o costruito un gazebo abusivo nella sua villa di Los Angeles. Aveva stordito una quasi bambina e le aveva fatto di tutto.

È, e resta, un reato grave. E non, come si leggeva ieri su Libération, «une affaire de moeurs vieille de 30 ans». I moeurs, i costumi, sono liberi nell'occidente civile da decenni e si spera lo restino. Tra adulti consenzienti, magari. Il portavoce dell'Ump obietta — e il principio non è insensato — che «l'assenza di prescrizione nel diritto americano rende gli Stati Uniti una democrazia particolare». Però è una democrazia dove Polanski aveva scelto di vivere. E i tempi di prescrizione dovrebbero dipendere dal delitto commesso. E forse lo stupro di una tredicenne non dovrebbe andare mai in prescrizione. È un danno gravissimo al diritto di essere tredicenni, soprattutto. Insomma, non «tout le monde est derrière Polanski», non tutti sono con lui. Ma non spieghiamolo ai registi, agli attori e ai ministri francesi; spieghiamolo alle ragazzine (per favore).

Maria Laura Rodotà
Corriere della Sera, 29 settembre 2009

***

Sono perfettamente d'accordo con Maria Laura Rodotà: sentivo l'altra sera, al TG2, Lina Wertmuller e un'altra donna dello spettacolo (o, per lo meno, presumo che lo fosse, perchè, in realtà, non l'ho riconosciuta e non ne hanno indicato il nome), dire che Polanski è un genio del cinema e perciò non può essere arrestato.

Ma stiamo scherzando? E' proprio questo il genere di cose che mi irrita di più: leggere che "il mondo del cinema fa quadrato" intorno ad uno di loro. Ma, dico, chi sostiene una cosa del genere, non si rende conto di quanto sia diseducativa?

Col rischio di apparire Travaglio, se le ragioni della difesa sono queste, io dico: "In galera!"
Certo, se il reato fosse stato commesso in Italia, la pena ormai potrebbe essersi prescritta e quindi non essere più applicabile per decorso del tempo, ex art. 172 c.p. (uso il condizionale perchè, a dire il vero, non ho ben capito quando è passata in giudicato la condanna), ma ciò non toglie che in USA per questo genere di reati non esiste prescrizione e che, quando vai in un paese, accetti le leggi di quel luogo.

Quello che sorprende di più di tutta questa faccenda, ad ogni modo, è che in trent'anni il governo degli USA - a quanto pare - non si sia attivato in alcun modo per ottenere l'estradizione di Polanski; e stiamo parlando di un latitante che si è dato alla fuga, ma non certo alla macchia, e che anzi, invece di restarsene in Francia (come Battisti: il terrorista che poi se n'è scappato in Brasile, non certo la buon'anima di Lucio) se n'è andato tranquillamente in giro per il mondo per tutto questo tempo.

Infine, se mi è consentito, infierisco con il proverbiale "calcio del ciuccio" : ma quale genio del cinema!?! Non ho visto tutti i suoi film, ma andiamo: nulla di che! Personalmente, non avevo la minima idea che fosse stato condannato per una cosa del genere; adesso capisco la trama de "Il pianista": un artista che, grazie alla sua arte, si salva dalla prigionia nazista.

Se non è delirio di onnipotenza questo!

 
 
 
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