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Inviato da: silver joi
il 01/02/2017 alle 22:26
 
Ho letto molto volentieri questo articolo. mi piace il tuo...
Inviato da: diletta.castelli
il 22/10/2016 alle 15:30
 
:-)!
Inviato da: LaDonnaCamel
il 31/01/2015 alle 15:47
 
;-*
Inviato da: syd_curtis
il 17/01/2015 alle 22:04
 
Caspita, è vero! Deve'essere così ;-)
Inviato da: LaDonnaCamel
il 17/01/2015 alle 15:09
 
 

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Courtney Barnett - Pedestrian at Best

Post n°445 pubblicato il 16 Giugno 2015 da syd_curtis
 

 

 

 

Ne ha scritto benissimo Carlo Bordone, qui.

 
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Sleater-Kinney - No cities to love

Post n°444 pubblicato il 22 Febbraio 2015 da syd_curtis
 

 


Sogni realizzati: Va detto che le Sleater-Kinney non hanno mai prodotto un album meno che stellare, e in un certo senso non c'era alcun reale bisogno di un loro ritorno; non avevano nulla da dimostrare che già non avessero dimostrato prima. Tuttavia, album dopo album, continuano a crescere, sempre alzando di un po' l'asticella, nonostante il decennio trascorso tra un'uscita e l'altra. NCTL supera tutte le aspettative che si potessero avere su un album post-reunion che non suona per niente come un album post-reunion. Non c'è aria viziata tra NCTL e The Woods (il disco precedente), solo un perfetto e logico movimento in avanti. In breve, è il sogno realizzato di ogni fan delle Sleater-Kinney. (PopMatters)

Etichettatura seriale: “No Cities To Love”, [è] per il resto una divertita ma non particolarmente divertente sgroppata in cui il trio vuole suonare d’un fiato, senza compromessi – con una sensazione di martellamento monotono soverchiante nell’ascolto del disco. I riff della Brownstein perdono il loro elegante graffio Television per entrare in una più comune etichettatura seriale di stampo Black Keys, o Arctic Monkeys era-Josh Homme (“Bury Our Friends”, “Fangless”); la voce della Tucker sembra incatenata a una tonalità di mezzo appena scalfita da una versione doma del suo urlo. (Ondarock)

Opinioni di cui si può far senza: intendiamoci, No Cities To Love è un gran bel disco, punk-rock tirato, piacevole, divertente, che rimetti su volentieri, più e più volte, non c'è dubbio alcuno. La reunion delle Sleater-Kinney ci ha portato in dono una manciata di hit spaccaculo -su tutte, per il sottoscritto, la Price Tag che apre le danze- e in tante occasioni tutto ciò sarebbe bastato, pure con qualcosa d'avanzo. Tuttavia, tuttavia: la strada che conduce da un sincero apprezzamento alla trasformazione in oggetto di culto è lunga, e con pari sincerità ammetto di non aver capito cosa abbia spinto così tanta gente (cfr. le medie di AOTY e Metacritic -90 su 100- per credere) a intraprenderla. Insomma, capitemi: che per trovare una recensione un poco controcorrente si debba ricorrere ai soliti snobboni di Ondarock (come al solito esagerati nel senso contrario: scommetto che questo disco finirà nella classifica di fine anno dei loro lettori), mi pare francamente eccessivo.
Come scrivono giustamente su Slant Magazine (una delle poche recensioni critiche), NCTL è un disco che ha una reputazione altissima da onorare: la storia delle Sleater-Kinney, va da sé, non è la storia di una band qualunque. Eppure, mi pare, nel mio minuscolo, che i tempi, quei tempi, siano definitivamente dietro le nostre e le loro spalle e per quanto buono sia, questo disco non incida, non possa incidere quanto hanno fatto i predecessori sullo storione immarcescibile del roc. Resta un punto segnato sul personale taccuino, ma non così significativo: con queste modalità espressive, in questa forma, il meglio mi sembra sia già stato dato.

 

 
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Verdena - EndKadenz Vol. 1

Post n°443 pubblicato il 14 Febbraio 2015 da syd_curtis
 

 

 

Ombre conradiane: I suoni di “Endkadenz Vol. 1” sono densi e stratificati. Il fuzz attraversa ogni canzone e funziona come un laccio che tiene insieme una tessitura sonora complessa, dominata dalla batteria di Luca Ferrari, che costruisce un’ossatura solidissima su cui poggiare chitarra e basso spessi e rumorosi (“Un Po’ Esageri”, “Rilievo”, “Derek”). I tre del pollaio non hanno paura di ritmi franti e sincopati: “Sci desertico” spinge avanti il discorso iniziato in “Wow” con “Rossella Roll Over” e con “Mi coltivo”; “Rilievo” accelera e rallenta e accelera e gioca a spogliarsi fino a restare solo voce e percussioni per alcuni secondi di purezza primordiale, dopo i quali si riveste di elettricità abrasiva e distorta, disturbante e maestosa nel suo incedere, fino a una coda su cui un ritmo tribale getta la sua ombra conradiana. [Indie for Bunnies]

Nebbia fitta: “Enkadenz vol.1" sarà anche un disco intelligente, aperto e sperimentale, ma mostra anche il lato del “non so che strada prendere”, una prova medio indecisa dove il tutto e di più fa massa ma poca sostanza – intesa come proposta -, un disco che ha un atteggiamento eroico e coraggioso, anarchico, ma fermamente in cerca di una vera “identità” che ora come ora si è data alla macchia. Una consapevolezza di gruppo annebbiata? [ShiverWebzine]

Opinioni non richieste: EndKadenz (Volume Uno) è un disco enorme, scrive Valentina Ziliani, e verrebbe voglia di darle ragione e chiuderla qui: è necessario aggiungere altro? Giusto un paio di considerazioni, vah.
Ce lo hanno fatto aspettare per quattro anni, 'sto benedetto disco. Anni in cui, come si è appreso da milioni di interviste, non hanno fatto altro che suonare e poi ancora suonare, chiusi nel loro pollaio di Albino, arrivando a produrre, si dice, circa dodici cd per un totale di più di trecento -alcuni dicono quattrocento- canzoni, che presumibilmente riempiranno (ma anche no) qualche prossimo album di rarities.
Sono un fan inguaribile, meglio ammetterlo a chiare lettere. Non sono capace di mezze misure: a me dei Verdeni piace tutto, anche i dischi (i primi) di cui Alberto Ferrari ora si vergogna, e soprattutto piace la loro attitudine, quel dare l'idea di interessarsi esclusivamente della propria arte, come è giusto che sia, immersi nel  brodo di coltura oltre il quale non è lecito guardare. Aspettare quattro anni per sfornare un altro piccolo capolavoro, facendoci percepire quanta fatica gli costi, quanto sudore e attenzione mettano nei loro suoni e quanto poco gli importi di altro, spieghe nelle interviste e senso dei testi inclusi: evviva le parole in libertà, che -evento inaudito nel nostro paese di significanze cantautorali- si genuflettono dinanzi alla musica, al ritmo, alla cadenza, agli accenti, che è poi ciò che conta.
Un album distorto, lo hanno scritto tutti. Una specie di fico d'india sonoro a cui devi togliere con attenzione le spine: necessari ascolti multipli prima di poterti gustare la polpa dolce. Un istrice, con poche eccezioni (Nevischio, ma nemmeno tutta e forse il power pop di Un po' esageri, ma nemmeno tutto). Un frullatore di generi, una cosa che fa bene al cuore e resterà per mesi nelle nostre orecchie e nei nostri player.
Viene sempre voglia di abbracciarli, i Verdeni, e di esserne orgogliosi. Orgogliosi, sì, che nascano a due passi da casa (letteralmente) suoni che nulla hanno da invidiare a schiere di bands anglofone, su cui si versano in rete tonnellate di miele.


E, porca puttana, non sono riuscito a trovare il biglietto per l'Alcatraz!

 

 
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Best of 2014 PODIO: St. Vincent - St. Vincent

Post n°442 pubblicato il 01 Febbraio 2015 da syd_curtis
 



Giustamente assisa sul trono, Annie Clark, che anche quest'anno, come già nel 2012, si assicura il primo posto nella listina degli album del quore. E non è che le cose siano granché cambiate, da allora: le sue chitarre schizoidi unite a trame elettroniche sono tra le cose più belle che è dato ascoltare in ambito popular, oggigiorno.

Questa è la fine, finalmente. E ora sotto col 2015.

 
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Best of 2014 PODIO: Flying Lotus - You're dead

Post n°441 pubblicato il 01 Febbraio 2015 da syd_curtis
 

 


Steven Ellison produce l'ennesimo capolavoro, un pout pourri intossicante di jazz, hip-hop, soul, elettronica e chi più ne ha eccetera. Ben diciannova tracce, ma soli trentotto minuti, un album che è difficile inquadrare, che resta inafferrabile anche dopo ripetuti ascolti, come nei casi migliori. Enjoy it.

 
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