Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Lettere di Andrea Santoro

Post n°2493 pubblicato il 17 Gennaio 2018 da namy0000
 

le Lettere dalla Turchia di don Andrea Santoro, ricevute quando era ancora in vita, o e lette dopo la sua morte, hanno sentito riecheggiare le parole profetiche di quelle pagine...  Il 28 ottobre 2005 scrive da Trabzon: «Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei 'portato in grembo', come si dice di Rebecca, due 'figli' che 'cozzano tra di loro' (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo? Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro. Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso 'calice' e radunati ai piedi della stessa croce». E proprio perché pastore (padre) don Andrea parlava con amorevolezza e chiarezza agli uni e agli altri... così continua nella sua lettera: «Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell’altro... Europa e Medio Oriente (Turchia compresa, anche se è un caso a sé), Cristianesimo e Islam devono parlare di sé stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana. Devono confrontarsi su cosa intendono per 'vita', 'famiglia', 'futuro', 'progresso', 'benessere', 'pace', sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l’umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune. Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza timore di rivedere il proprio passato. Devono aiutarsi anzi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria. Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca 'assoluzione'». ...e pensava a quanto potessimo fare noi... «Io credo che ognuno di noi dentro di sé possa diminuire la lontananza tra questi mondi. È a partire dallo sguardo di Cristo e dall’amore del Padre che lo ha inviato a tutti i suoi figli, che possiamo riscoprire vicini quanti sentiamo lontani. Come Gesù ci portava tutti dentro di sé, sui peccati di tutti versava il suo sangue e tutti ci sentiva pecore dell’unico suo gregge così noi possiamo dilatare il nostro cuore. Questo non ci impedirà di annunciare chiaramente e per intero il vangelo e di agire in totale conformità ad esso. Al contrario, ce lo farà sentire un debito e un dovere. Ma ce lo farà fare col cuore di Gesù sulla croce, spalancato dall’amore e aperto dalla lancia, non con i sentimenti duri di chi ha sempre un 'avversario' davanti. Gesù ha avuto forse avversari? O li ha Dio? E anche chi lo pensa non può essere sentito da noi come un 'avversario'». Nel novembre del 2003 aveva scritto da Trabzon/Urfa-Harran: «Seguo le vicende più note del Medio Oriente ma anche quelle meno note di paesi dove cristiani e musulmani vivono gomito a gomito. Due cose trovo entrambe riprovevoli: imporre il proprio potere economico, militare e politico e imporre il proprio predominio religioso calpestando libertà di coscienza e di espressione. Sono due pretese che si scontrano. A volte si sommano negli stessi individui. Il risultato è pauroso perché tende a sottomettere o a cancellare l’altro, con ogni mezzo. Dio, anche se invocato, in realtà è vilipeso perché chi schiaccia, soffoca o uccide non può agire in nome di quel Dio che è Dio di tutti gli uomini e che chiama ognuno all’adesione libera del cuore e dell’intelligenza. La Turchia è un po’ un caso a sé, possibile trainer positivo per altri paesi. Ma altri passi l’aspettano ancora da compiere. Spesso pesano paure, sospetti, esitazioni, ambiguità. Che Dio la illumini perché prosegua in avanti. Ci sono mutamenti profondi che Dio chiama tutti noi a compiere e c’è un aiuto grande che ci chiama a dare per aiutare l’uomo e le comunità umane in questo cambiamento. Se l’occidente impone spesso i propri interessi di parte, i paesi musulmani negano spesso, nei fatti, il pieno diritto di essere cristiano o di diventarlo, di cercare liberamente la verità e di manifestarla. Non può chiedere per sé in occidente quello che nega per gli altri in oriente. Imporre o soffocare non è degno né di Dio né dell’uomo. Spesso l’occidente ignora questo diritto in cambio di interessi economici o vantaggi politici. Si tratta di una problematica scottante. Ma la realtà è che spesso il potere, sotto qualunque forma si presenti, politica o religiosa, serve solo se stesso o il bene di alcuni a danno di altri. È la paura di dare all’altro ciò che si reclama per sé. Una strana paura che arma le mani e il cuore. Diceva S. Paolo: 'La carità non cerca il suo interesse'. Gesù parlava di una felicità nel dare più che nel ricevere, nel servire più che nell’essere serviti. È la felicità di amare, che è la felicità di Dio stesso perché, come dice S. Giovanni, 'Dio è Amore'. Questa felicità va praticata, anche se solo a gocce. E va insegnata». Il 22 gennaio 2006, pochi giorni prima di essere ucciso nella chiesa di Santa Maria a Trabzon (5 febbraio 2006), scrive: «... credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli Stati... In questo cuore nello stesso tempo 'luminoso', 'unico' e 'malato' del Medio Oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere 'signori' della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un 'vantaggio' che può sembrare 'svantaggioso' e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo».

 
 
 

L'indomita

Post n°2492 pubblicato il 16 Gennaio 2018 da namy0000
 

Nadija Savčenko, l’indomita. Nasce a Kiev, in Ucraina nel 1981. Figlia di una sarta e di un meccanico di Kiev. Nel 1997 entra nell’esercito. 6 mesi in Iraq nel 2003, dove aveva prestato servizio con l’esercito ucraino. 2 anni in una prigione russa, condannata per omicidio dopo essere stata arrestata, nell’est dell’Ucraina, dai separatisti in guerra contro Kiev, nel giugno 2014. Quando è stata catturata, Savčenko aveva preso un’aspettativa dall’esercito per andare nel Donbass con il battaglione paramilitare Aidar. Ha sempre rimpianto di non aver avuto con sé una granata per farsi esplodere. Nei due anni passati in Russia, ha resistito alle pressioni degli inquirenti che volevano farle ammettere la sua responsabilità nella morte di 2 giornalisti russi, uccisi da un colpo di mortaio nel Donbass. Ha reagito con scioperi della fame a ripetizione, che l’hanno fatta scendere sotto i 50 chili di peso. Dal banco degli imputati è riuscita a rovesciare i ruoli, trasformandosi in accusatrice dei crimini di Mosca. Davanti ai suoi gesti di sfida, i giudici hanno abbassato lo sguardo. In Savčenko si mescolano una sincera umiltà e una sicurezza fuori dal comune. Fin da piccola si dedica al teatro. Savčenko aveva già la reputazione di essere molto testarda, da quando era diventata la prima donna pilota dell’aviazione ucraina. Già a scuola era soprannominata “Xena la principessa guerriera”. Ha sempre respinto seccamente le domande sulla sua vita privata. Solo una volta ha detto di non aver ancora incontrato nessuno capace d’addolcirla. Secondo i sondaggi, è di gran lunga il personaggio più popolare del Paese. ‹‹Ora tutti sono felici di vedermi e mi lanciano dei fiori, ma non durerà. Sicuramente dirò e farò cose che non piaceranno a tutti. Potrei commettere degli errori. Solo quelli che non fanno niente sono amati per sempre››, sorride. Il 25 maggio 2016 viene graziata dal presidente russo Vladimir Putin e torna in Ucraina, e comincia a viaggiare e a scoprire il “mondo civile”. Il 20 giugno è stata a Strasburgo, ospite dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Il giorno del suo rientro, ha rifiutato il mazzo di fiori che le tendeva Timošenko – incarnazione del vecchio e screditato sistema – con un secco ‹‹io e lei non ci conosciamo ancora abbastanza››. Savčenko vuole fare politica. ‹‹Dopo la rivoluzione del 2014 e la guerra che ne è seguita››, spiega ‹‹il popolo ucraino si è rafforzato moralmente e spiritualmente. Ha fatto enormi sacrifici. E la classe politica attuale, per quanto migliore della precedente, non è ancora degna di questo popolo. Voglio mettere la mia popolarità al servizio degli ucraini, per evitare che il Paese ricada nei vecchi errori››. Subito dopo il suo ritorno, si è detta pronta a diventare presidente, ‹‹se il popolo ucraino lo vorrà, e se smetterà di vendere il suo voto››. (...) Molti dubitano che Savčenko abbia l’esperienza, il cinismo e i contatti necessari per imporsi nello spietato mondo della politica ucraina. (...) Nazionalista fino l midollo, indurita dalla guerra e dalla prigione, aveva tutte le caratteristiche per mettersi a capo di un movimento populista radicale. Di certo al Cremlino non è dispiaciuto rispedire a casa l’incontrollabile Savčenko come un dono avvelenato. ‹‹Se fossi tornata urlando slogan semplicistici, sarebbe stata una cosa pericolosa per l’Ucraina. La politica è l’arte del compromesso. Non basta alzare la voce, bisogna ottenere dei risultati››, afferma. Dice di voler collaborare in parlamento con i giovani progressisti filoeuropei, aiutandoli nella lotta alla corruzione. Savčenko vuole diventare tutto fuorché una “politicante”: ‹‹Se capirò di essere inutile o che vogliono fare di me un trofeo da esibire, tornerò al fronte e morirò per l’Ucraina››. Secondo il deputato Sergei Lešenko, ‹‹ Savčenko ha la forza e la legittimità per scardinare il sistema oligarchico. Ma deve innanzitutto proteggersi da chi vuole strumentalizzarla. Altrimenti rischia di aggiungersi alla lunga lista degli ex combattenti che sono entrati in politica e poi sono scomparsi››. ‹‹Sono pronta a parlare con il diavolo in persona pur di riportare a casa tutti i nostri››, ha detto il 27 maggio scorso Savčenko, affermando che Kiev dovrebbe trattare direttamente con i leader separatisti del Donbass e irritando così le frange più nazionaliste e guerrafondaie sia le autorità. (...) Se potesse prendersi una pausa, le piacerebbe tornare a volare, la sua vera passione. ‹‹Ho sempre amato l’odore del cherosene più di quello dello smalto per le unghie››, spiega”. (Benoît Vitkine, Le Monde, Francia, Internazionale n. 1161 dell’8 luglio 2016). 

 
 
 

Non si può comprendere

Post n°2491 pubblicato il 15 Gennaio 2018 da namy0000
 

“Non si può comprendere il tempo che viviamo senza il passato, inteso non come un insieme di fatti lontani, ma come la linfa vitale che irrora il presente. Senza tale consapevolezza la realtà perde la sua unità, la storia il suo filo logico e l’umanità smarrisce il senso delle proprie azioni e la direzione del proprio avvenire” (papa Francesco, 24 marzo 2017).

…“Attraverso la tecnologia il passato diventa reale davanti ai nostri occhi come non lo era mai stato. Posso rivedere me stesso cinque secondi fa, la mia prima fidanzata cinque ore fa, il mio primo figlio cinque mesi fa, il mio primo cane cinque anni fa, il mio primo sorriso tra le braccia di mia madre cinquant’anni fa, e posso sfogliare all’infinito questi archivi del passato, mescolarli con le scelte di oggi, i like e i filtri, e creare nuovi ibridi passato-presente saltando tra le epoche, a volte da solo, a volte insieme ad altri, commentando, osservando, giocando e restando ipnotizzato, mentre il mondo fuori dallo schermo passa inosservato per intervalli temporali sempre più lunghi. (…) Perché siamo così attratti dalla nostalgia? In parte, credo, perché il passo dei cambiamenti sta accelerando… (Mohsin Hamid, scrittore pachistano, da Per un futuro senza nostalgia, Internazionale n. 1197 del 24 marzo 2017). 

 
 
 

E' tipico del pensiero ideologico

Post n°2490 pubblicato il 14 Gennaio 2018 da namy0000
 

“È tipico del pensiero ideologico – di ogni ideologia ma soprattutto di quelle di natura religiosa – dar vita a una rappresentazione del mondo di tipo dicotomico o gnostico. Si esaltano la felicità, la bellezza, la verità, la luce speciale di chi è dentro quell’esperienza, e si svalutano le felicità e le bellezze ordinarie di quelli che sono fuori. L’amicizia, il lavoro, il gioco, l’arte, la vita di tutti non bastano più. C’è bisogno di caricare queste realtà di significati aggiuntivi straordinari e diversi. E presto si finisce per non riuscire più a gioire di rivedere un "amico e basta", del "lavorare e basta", di "pregare e basta", di "dipingere e basta". Si comincia a credere che la semplice vita non basti per vivere. E mentre ci si convince di vivere più degli altri, si rischia di smettere di vivere veramente.Questo processo di riduzione del valore delle cose ordinarie della vita è particolarmente importante e rilevante quando si ha a che fare con persone portatrici di talenti di creatività: artisti, intellettuali, poeti, filosofi, teologi… Questi sono gli innovatori, capaci di creatività primaria e originale, che consente al carisma di restare generativo. Sono il carisma del carisma. Le comunità ideali e "carismatiche", soprattutto nella fase fondativa, attraggono persone con talenti speciali e artistici. C’è una profonda affinità tra carismi spirituali e carismi artistici, perché entrambi sono voce che chiama, parla e guida dentro. Al tempo stesso, è altrettanto comune che dopo le stagioni della fondazione, molte delle persone con i maggiori talenti se ne vanno o si spengono – e a volte con la perdita della vocazione ideale si smarrisce o si spegne anche quella artistica, perché le due voci nel tempo erano diventate (quasi) una sola.

Questi tristi esiti dipendono profondamente dalla capacità che ha la comunità (e i suoi fondatori/responsabili) di accudire e rispettare i talenti originali della sua gente, di non immolarli sull’altare delle esigenze della crescita dell’istituzione. Dal riuscire a vincere la naturale avarizia di usare quei talenti e quelle persone affascinanti principalmente per i fini ideali della comunità. Chi ha ricevuto un dono di creatività e insieme una vocazione spirituale, nelle comunità ha il compito, preziosissimo, di impedire la trasformazione dell’ideale in ideologia. Perché il contatto primario e diretto con la vita, tipico (anche se non esclusivo) degli artisti e degli intellettuali, consente quella pluralità e quella biodiversità che è la salvezza delle comunità dalla deriva ideologica. Sono persone che riescono a dire cose diverse in modi diversi, e questa diversità originale e originaria consente agli ideali di restare genuini e vivi. La vocazione artistica, come quella spirituale-carismatica, è infatti una vocazione originaria, primitiva, non derivata. Ma non è semplice, sebbene sia decisivo, comprendere che le persone possono avere più vocazioni originarie e primarie, senza che l’una debba necessariamente morire per far vivere l’altra. L’identità cresce bene se una dimensione della vita non diventa monopolista. Ma tutto ciò è molto rischioso, e così si finisce per preferire persone "ridotte" ma certe a persone "intere" ma incerte.

Le comunità, in particolare quelle spirituali e carismatiche, di solito non vogliono "artisti e basta", vogliono e formano artisti e intellettuali tutti spesi a servizio del messaggio. Non credono che è dall’"arte e basta" che potrà, forse, fiorire quell’arte speciale carismatica di cui sentono il bisogno. E così pensano di ottenere un’arte diversa orientando la prima vocazione naturale alla seconda ideale. Lo fanno in vari modi. A volte semplicemente impedendo loro di coltivare il violino, la letteratura, la danza, gli studi, per poter dedicare tutte le loro energie vitali e spirituali alla nuova "vocazione". Altre volte, e sono i casi più interessanti da analizzare, chiedono loro di subordinare talenti e creatività agli scopi della comunità e al suo messaggio. Prima scolpivano fiori e bassi rilievi; ora solo crocifissi e angeli.

Li tolgono quindi dagli ambienti normali e di tutti, meticci e promiscui, dove cresce la vita vera, li mettono su un piedistallo sottovuoto per dar gloria con le opere alla comunità e al suo carisma, magari a Dio. L’arte e la cultura diventano così produzione ideologica, dove il messaggio si "mangia" l’arte e il pensiero (e Dio), per assenza di gratuità e di libertà – la storia ce ne dà abbondante evidenza. La vocazione artistico-intellettuale da primaria diventa secondaria e ancillare.

Gli artisti servono le loro comunità se riescono a restare connessi direttamente a falde della terra profonde e diverse da quelle alle quale attinge il carisma della comunità. È questo tipo diverso di acqua che arricchisce l’acqua di tutti (e la sua). Se invece un giorno la comunità decide di occludere l’accesso diretto alla vena sotterranea diversa, e con un tubo di raccordo connette l’artista all’unica sorgente di tutti, l’intero campo comune perde nutrimento e fecondità. Le vocazioni artistiche e originariamente creative sono un bene comune se riescono a portare acque diverse da quella che sgorga abbondante dalla fonte dei fondatori. E invece quando il virus ideologico prende piede tutte le fontane della comunità vengono collegate all’unico acquedotto principale.

 

- l.bruni@lumsa.it – Avvenire, 13 genn. 2018. 

 
 
 

Cappellino sportivo

Post n°2489 pubblicato il 13 Gennaio 2018 da namy0000
 

“Luciano, classe 1961, cappellino sportivo, giubbotto di pelle e aspetto da duro. Per tutti quanti a Scarp de’ tenis “il poeta”; viene in redazione da poco più di un anno e da più di otto alloggia al centro di prima accoglienza del comune di Napoli. Nato nella zona marittima di Napoli, a 18 anni va via di casa, fuggendo a Londra nel suo primo, grande tentativo di emancipazione: ‹‹Sono sempre stato un tipo solitario, vivevo nella mia stanza, dormivo da solo. A scuola non sopportavo l’odore delle quattro mura, mi sentivo prigioniero, anche a casa era lo stesso, non riuscivo a respirare››. Dopo il primo viaggio, Luciano ha continuato ad allontanarsi sempre più spesso dalla casa dei suoi genitori, dove si sentiva sempre meno libero. Nel suo girovagare, tra lavori saltuari e servizi di volontariato, la sua vita procede tra alti e bassi: i lavori sono precari, i posti dove dormire cominciano a scarseggiare, così, dopo sistemazioni provvisorie a casa di amici, cominciano le notti in garage e nei treni, al freddo del binario 5 della stazione di Napoli, per poi arrivare alla casafamiglia “Casa Gaia” e al centro di prima accoglienza comunale. La poesia è un suo tratto distintivo ben marcato, come il suo viso segnato dagli anni e dalla vita: ‹‹Ho iniziato presto a scrivere poesie, era il mio personale modo per sentirmi libero, ma anche meno solo. La poesia era la mia compagna, attraverso di lei ho trovato un rimedio alla malinconia, alle delusioni, ai momenti di tristezza››. Attitudine che è saltata all’occhio del regista teatrale Davide Jodice che, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, ha messo in scena lo spettacolo “Mettersi nei panni degli altri. Vestire gli ignudi”, in cui Luciano milita tra gli attori protagonisti, insieme alle sue poesie, una sua canzone e le sue caramelle, quelle che porta sempre con sé solo per il gusto di offrirle in giro. ‹‹Da quando sono a Scarp ho imparato il valore della condivisione e dello stare a contatto con le persone. Questo mi ha cambiato molto››”. 

 
 
 
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