Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Missionaria comboniana

Post n°2048 pubblicato il 22 Febbraio 2017 da namy0000
 

“Campi di tortura, traffico di organi, donne stuprate, bambini uccisi.

Un giro criminale di affari che è giunto a rapire, dai campi, i profughi, per portarli nel Sinai e mandarli in Israele, dietro pagamento del riscatto.

La prima a parlarne è stata suor Azezet Kidané Habtezghi, missionaria comboniana di origine eritrea. Lavora a Jaffa-Tel Aviv, dove si occupa della “tratta degli esseri umani” nel Sinai. Un dramma che la religiosa ha scoperto, accogliendo i rifugiati eritrei che sono usciti vivi dal deserto. Migliaia di altri sono sepolti sotto la sabbia, uccisi dai trafficanti. Ha detto: “Ora che so, non posso più tacere. Non possiamo più tacere!”.

Azezet lavora con “Medici per i diritti umani” e hanno denunciato questo dramma. La maggior parte dei migranti non voleva parlare. Per timore delle bande di trafficanti che controllano il flusso continuo di persone che arrivano dall’Eritrea e anche dall’Africa subsahariana. Ma le ferite sui loro corpi, lo smarrimento, il terrore rimasto negli occhi, le donne che chiedevano di abortire, rivelavano i loro calvari” (2012).

 
 
 

Chiede Annah

Post n°2047 pubblicato il 21 Febbraio 2017 da namy0000
 

“‹‹Perché non ci bombardano più?››, chiede Annah che ha 12 anni. Non riesce a credere che i bombardamenti si siano fermati quattro mesi fa. Annah fa parte del popolo Nuba. Un’area grande quanto l’Austria, dove vive oltre un milione di persone. Questo popolo abita in Sudan da sempre, resistendo alla forzata centralizzazione e islamizzazione politica, culturale e religiosa dei vari Governi che si sono succeduti a Khartoum. I Nuba si sono uniti alla rivolta che ha portato nel 2011 alla scissione in 2 Paesi: Sud e Sud Sudan, ma le alchimie della politica internazionale hanno fatto sì che restassero inglobati nel Sudan. Un mese prima che il Sud Sudan celebrasse l’indipendenza, il 9 luglio 2011, la repressione di Khartoum aveva ripreso ad abbattersi feroce sul Nuba. Da allora, sono cadute su di loro migliaia di bombe. Lo scopo di questi bombardamenti sulla popolazione civile, sulle case e sui campi coltivati, sulle scuole e sui due ospedali esistenti, è di fiaccare la resistenza. Appena al di là del confine ci sono i campi petroliferi più ricchi del Sud Sudan. Ma i Nuda resistono coltivando le loro terre anche a rischio delle bombe. Annah vuole studiare. Lo scorso anno, andando a scuola, Annah vide una donna del suo villaggio morire dissanguata, colpita da una scheggia di bomba. Mi mostra una bomba inesplosa, conficcata nel terreno a una ventina di metri da un piccolo dispensario medico. Una bambina non può capire le ragioni delle interminabili guerre civili che scuotono il Sudan da anni. Il Sudan sta cercando di guadagnarsi il supporto diplomatico ed economico dell’Arabia Saudita. Ci vorrà un grande lavoro di riconciliazione per ricostruire insieme un Sud Sudan in pace” (FC n. 2 del 10 genn. 2016).

 
 
 

C'è un pianoforte

Post n°2046 pubblicato il 21 Febbraio 2017 da namy0000
 

2015, dicembre, Milano, stazione della metropolitana di Stazione centrale, c’è un pianoforte. È lì, perché in alcuni periodi dell’anno, sotto gli androni della metropolitana si esibiscono degli artisti autorizzati dal Comune. Passa Emanuele, un giovane ragazzo che è preso dalla smania di suonare. Si accosta al pianoforte e comincia ad esibirsi nei suoi virtuosismi. La gente che passa nei corridoi della metropolitana, sente questa musica e ne è attratta. Si ferma, ascolta, si sorprende, filma e posta il video su Youtube. Viene visto all’estero, ed Emanuele viene invitato in un teatro di Londra. 

 
 
 

Euro e i Paesi dell'Ue

Post n°2045 pubblicato il 20 Febbraio 2017 da namy0000
 

2017, Intervista di Francesco Anfossi ad Andrea Boitani, economista, FC n. 8 del 19 febbr. Euro. “L’euro non ha causato l’attuale crisi economica europea. Anzi, prima della crisi ha prodotto una serie di frutti positivi. Ma certo dopo lo scoppio della recessione, nel 2008, la moneta unica e l’Unione monetaria hanno ridotto la flessibilità dei Paesi membri. Certamente, con l’euro i Paesi dell’Ue non sono più sovrani della propria moneta. E dunque non possono svalutare per favorire le esportazioni e ridurre il debito con i Paesi esteri… Ma il problema vero è che questi meccanismi portano benefici solo nel breve periodo. Nel lungo periodo, i problemi economici strutturali peggiorano. Di svalutazione in svalutazione si arriva al “default” del debito pubblico, come nell’Argentina del Duemila. Un altro esempio è costituito dai debiti esteri: non è che i debitori esteri si adeguano alla svalutazione senza reagire… Mario Draghi dice che l’euro è irreversibile. Lui però è il governatore della Banca centrale europea e ha qualche interesse a sostenerlo. E io la penso come lui (per Draghi ho grande stima e fiducia e non solo perché condividiamo il comune maestro, il grande economista Federico Caffè. L’uscita dall’euro, a parte i costi enormi, è del tutto illusoria. Forse funzionerebbe a breve, come ho detto, ma alla lunga sarebbe un disastro totale: la crisi e gli squilibri di finanza pubblica si aggraverebbero. Ma allora, se non riusciamo ancora a riprenderci, dopo 9 anni, di chi è la colpa? Gli squilibri che viviamo in Europa dipendono da molte cose. In Italia, ad esempio, la produttività è troppo bassa; mentre in Germania i salari sono cresciuti troppo poco. La soluzione non è uscire dall’euro, ma avere più Europa: istituire un bilancio federale per tutta l‘Unione, coordinare le politiche monetarie a livello europeo. La risposta è un maggiore coordinamento, non una contrapposizione tra Stati. Se l’economia diventa cooperazione, anziché competizione, va meglio. Merkel ha parlato recentemente di un’Europa a due velocità, ma è rimasta nel vago. Significa introdurre due monete, una forte e una debole, per avvantaggiare le esportazioni? In quel caso sarebbe più un euro a due velocità. La formula potrebbe riguardare un’Unione a “geometria variabile”: gli Stati membri si riuniscono in gruppi di diverso grado su temi quali l’economia, immigrazione, difesa. Ma ci sono altre interpretazioni. E quali? Creare un nucleo centrale dell’Europa, che è sostanzialmente l’area dell’euro, applicare tutte le regole dell’Unione. Istituendo una fascia di satelliti più esterni, fuori dalle regole di Maastricht e dagli altri trattati, dove vengono applicati accordi di libero scambio più o meno cogenti. Siamo sicuri che questa soluzione porterebbe benefici all’Europa? Ci sarebbe maggiore coincidenza in molte decisioni, dalla politica economica all’immigrazione. Naturalmente questo significa prendere atto del fatto che l’Europa a 28 non funziona. Certo, i problemi non mancherebbero, perché anche dentro Eurolandia ci sono state spinte sì centrifughe. Ma l’Europa a 19 ha dimostrato di essere più coesa: farebbe da volano al processo di rinascita di questa tormentata Unione”.

 
 
 

Cirque Bidon

Post n°2044 pubblicato il 19 Febbraio 2017 da namy0000
 

“Cirque Bidon (Bidone) è il circo alternativo più vecchio che ci sia, esiste da 40 anni e sta tornando in Italia dopo 15 anni di assenza, viaggiando come ha sempre fatto, trainato da cavalli. Un convoglio di carrozzoni trainati da cavalli procede in fila indiana sulla strada. Vanno a cinque all’ora e stranamente nessuna delle auto in coda protesta. Tutt’altro. C’è qualcosa di curioso in questa sfilata di rimorchi di legno: panzuti purosangue dalla criniera giallastra pesta gli zoccoli sull’asfalto, in testa uno strano vecchio col barbone bianco e un berretto afflosciato su una crespa zazzera, le ruote gommate delle roulotte trotterellano sulle buche come se non ci fosse alcuna fretta, e sulla fiancata c’è scritto chiaramente di cosa si tratta. È il Cirque Bidon, in trasferta direttamente dalla Francia all’Italia, meta: Rezzato, in provincia di Brescia, dove per tre sere di fila si farà lo spettacolo. Bidon vuol proprio dire letteralmente “bidone”, ma in francese è usato per indicare una farsa, una sola, una fregatura. È stato un successo: 450 persone la prima sera, tutto esaurito anche quelle dopo. Il capomastro del baraccone sembra Babbo natale, e in effetti ha vissuto in diversi boschi, e ha alle spalle una storia di vagabondaggio che starebbe bene in un libro. Si chiama François, ha 70 anni, e questo circo d’altri tempi se l’è inventato lui quando aveva trent’anni. ‹‹Erano gli anni 1970 e lavoravo a Parigi come scultore e cesellatore del bronzo, ma mi annoiavo. Fare sempre le stesse cose, nello stesso posto, volevo andar via. C’era appena stato il maggio francese, speravo che nel mondo cambiassero un po’ le cose. Sognavo che le persone imparassero ad avere rapporti più umani tra loro, che non esistesse più lo sfruttamento, che la società funzionasse in modo più libero. E invece dopo poco tempo tutto tornò esattamente come prima. Restai molto deluso. Dissi a me stesso: eh bien, non è facile cambiare la società ma posso almeno cambiare la mia vita››, racconta. François vende tutto quello che ha e comincia a viaggiare e si immagina una vita diversa. Si ritrova in un bosco a nord della Francia dove incontra una giovane donna che vive nella natura, nuda, con due bambine. ‹‹La sua casa sembrava un pollaio, mangiava minestra di ortiche e patate dell’orto, non avevano acqua, era una trapezzista che aveva lavorato nei grandi circhi francesi, ma aveva mollato tutto perché voleva fare qualcosa di diverso, un circo più poetico, familiare, con carrozzoni trainati da cavalli. Ah oui, ci siamo innamorati››. Insieme cominciano ad allenarsi: lei minuta, 42 chili, lui gigante (antenati vichinghi). Piroettano tra gli alberi del bosco ma dopo due anni l’amore finisce. François torna alla civiltà ma quell’idea del circo coi cavalli l’ha contagiato e in breve diventa il suo sogno. ‹‹Qualche tempo dopo mi ritrovo in Normandia ad aiutare un amico che faceva il fabbro – racconta – quando a un certo punto vedo arrivare una carovana di zingari. Non li avevo mai visti prima: è il destino, pensai. Uno di loro mi dice che aveva appena preso la patente e voleva vendere tutto. Ci mettiamo d’accordo. Dovevamo incontrarci dopo 15 giorni, ma lo zingaro non si presenta. Mi arrabbio e mi dico: vorrà dire che questi carrozzoni me li costruisco io››. Il primo lo completa nel 1973. È una baracca con le ruote, due volte bidon. Ma l’avventura comincia. François trova un cavallo ‹‹e meno male che era bravo – dice – perché ha avuto pazienza. Non avevo mai posseduto un cavallo, non sapevo neanche cosa doveva mangiare… Poi finalmente riuscii a mettere insieme 8 amici, il cirque Bidon nacque così. Fu tremendo. Fu davvero duro. Non eravamo abituati a quella difficile vita. Dopo 2 settimane eravamo rimasti in 3. Io facevo il mangiafuoco, ma mi faceva schifo, mi ripromisi di imparare almeno a fare il giocoliere. Noi eravamo incapaci, e per questo ci chiamammo Bidon, un modo per dirlo prima alla gente, così non si potevano lamentare, però facevamo ridere, raccontavamo storie, facevamo sognare. Dicevo a me stesso: tieni duro. Così attraversammo la Francia e voilà… eccoci qui››(Scarp de’ tenis, agosto-settembre 2016).

 
 
 
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