Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Ad ogni nuovo respiro...
Si fa la storia.

Immaginandomi al "capolinea", vorrei potermi voltare e abbandonarmi ad un'ultima illusione:  Aver fatto della buona storia.

Quella che state per leggere,  in particolare,  è una riflessione alla quale sono intimamente legato.
La scrissi qualche anno fa, a matita...  E la scrissi per me.
Davanti, avevo il camino.
Alle spalle,  i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.
Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi.
Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che, "al di qua" dei miei occhi, s'andava saggiando...

Ho provato ad immaginare "il Vecchio" che potrei diventare...

IL VECCHIO


Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle.
A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,
poi quella dopo, e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più di oggi,
  altrettante le avrò dimenticate
e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio...
Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA, È LA MIA

 

Questa è la mia.

 

 Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,
plasmare il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la (D)onna sua regale.


Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.


Funesta la sete
mai paga la fonte
.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE È GIÀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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Un pomeriggio, all'improvviso.

Post n°175 pubblicato il 21 Ottobre 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

Un pomeriggio, così, all'improvviso

 

   Chantal irruppe nella mia vita in un giorno qualunque, durante un appostamento qualunque, in un luogo affatto qualunque.
  Sorvegliavo quell’androne e quelle imposte da tre giorni e quattro notti. Complici l’astinenza dalla nicotina, il rapporto ormai a distanza che avevo instaurato con il letto, la fame o il vento che soffiava la pioggia contro il parabrezza al ritmo di una Breda 37, che commisi l’errore che un buon poliziotto non dovrebbe mai commettere.
Lasciai che il più bel pezzo di femmina che avessi mai veduto uscire da un'auto, incrociasse e sostenesse per più di quattro secondi il mio sguardo.
   Quattro luridi secondi in senso assoluto possono significare un bel niente. Si tratta tutto sommato di un lasso temporale trascurabile, di un non nulla. Ma nella sottile dinamica dell’attrazione trai i sessi, il pacchetto dei quattro secondi segna il limite oltre il quale viaggia la sola perdizione. Dove tutto è possibile. Ma anche dove il paracadute non si apre mai. E allora, fuggi!
Scappa, prima che l’uomo tutto d’un pezzo vacilli e la diavolessa con la frusta risalga gli inferi a morderti le chiappe. Perché se non abbassi lo sguardo prima del quarto secondo o non te la dai a gambe levate, amico mio sei bello che fottuto.
  Avevo appena abbassato il finestrino del lato passeggero per squadrare meglio un tizio che la vidi scendere dal coupé Mercedes, sola. La gonna stretta che le sale sulle cosce e il tacco che la slancia diritta verso il paradiso, ma a metà strada, prende a fissare me che già fissavo lei. E riparte il cronometro. Uno, due, tre, quattro… E cazzo!
Ormai era andata, alle orecchie già gracchiava la voce del nano di Funeral Party che agitando i pollici verso l'alto mi ripeteva saltellando da una gambetta all'altra: << Cazzo, amico... Sei fottuto! >>
Davanti agli occhi della mente ho veduto il parabrezza spaccarsi in due proiezioni indipendenti come al cinematografo. Da un lato c'era il fungo dell'atomica che m'accecava e dell'altro vedevo il tradimento di Dalila, il trancio delle sette trecce, Sansone e tutti i filistei tra le macerie.
   Io non potevo permettermi di andare via. Allora pregai andasse via lei. E se ne andò. Sgattaiolò di corsa con la giacca sopra la testa lungo un viottolo alberato non lontano dal palazzo che stavo osservando.
   Anche se tutte le prove sono contro di me, vi assicuro che il mio cervello è, ed è sempre stato,  localizzato nel cranio. Ma già le mie fantasie avevano preso il la.
Non ebbi neanche il tempo di patirne la mancanza che me la ritrovai a pochi passi, sul marciapiede, e con un pastore tedesco al guinzaglio. Era lui che trascinava lei. Mi passò di fianco, avanti e indietro, almeno cinque volte. Si era cambiata, adesso indossava una camicetta bianca sotto un blazer di tweed. Sapevo di non doverlo fare, ma era più forte di me. Abbassai il finestrino e lo tenni giù, il gomito appena appoggiato sulla guaina della portiera e la radice di liquirizia infilata tra le labbra, salda tra i miei denti.
  Ci guardammo ancora, più volte in pochi istanti.
Il cane, bellissimo, di razza pura e con le orecchie perfettamente diritte s’avvicina alla mia gomma anteriore sinistra annusando a terra. Ma è solo una finta e schizza via rapido fuori dal marciapiede, lei lo trattiene a fatica mentre l’animale la strattona.
  <<
Rasti! Buono! >>, la sento gridare. Una smorfia con la bocca, un gesto di stizza e passa il guinzaglio nell’altra mano.
  Adesso, mi dà le spalle.
Mi ritrovo con un biglietto in prima fila per uno spettacolo al quale avrei voluto assistere a tutte le repliche vita natural durante. Una proiezione di fatto anche spassosa, per la verità.
  Rasti allenta la presa e torna scodinzolando dalla dea padrona. Lei si volta, e mi sorride. Si avvicina di un passo, la dea mi sorride ancora, non piove più, ma scorgo un fulmine:
  <<
Mi scusi, saprebbe dirmi che ore sono ? >>.
Con le labbra, le sorrido anch’io.
Con la testa, penso: la scusa più stronza!

   Le sorrido ancora, e penso alla diavolessa che prima o poi verrà a mordermi le chiappe.

     commissario Massimo Del Monaco

 

 

 


   Gli piombò alle spalle mentre il commissario armato d'amore e pazienza sfilettava il coregone che avrebbero desinato per cena, alla fiamma. Premura e dedizione, erano gli ingredienti per l’occasione così attesa, bramata da settimane.
La pasta fatta in casa già nell’acqua bollente e il pane a tostarsi nel forno, il  Bellavista Saten al ghiaccio, il Vinnae di Silvio Jermann nella cantina climatizzata e il Barbaresco nel decanter, ma solo come rincalzo, perché con le donne non si sai mai.
Ah, be’... Questo il commissario lo aveva imparato. Le donne vanno, vengono, dicono che ti adorano e per suggellarlo spariscono, talvolta poi tornano con una storia neanche ben imbastita e, come da copione, pretendono tu ci creda. Perché le donne non hanno mai nulla da dimostrare. Le donne sono assiomatiche, le ami o cambi strada. Ah, le donne...
Ebbene si, il commissario lo sapeva bene, con le donne, non si sa mai.

Se solo avesse immaginato che tutta quella dedizione di lì a poco avrebbe assunto, dello strinato, forma ed effluvi…

   Col braccio teso arrangiò l’indice della mano destra a mo’ d’una lancia affilata e glielo appuntò impettito al centro della schiena. Il commissario si voltò di scatto e se la trovò di fronte che lo fissava con lo sguardo a metà tra l’indispettito e il languido, e le mani a cingersi la vita. La crine bionda e lunga le scendeva da un lato fino alle reni, e dall’altro s’adagiava soffice sopra il vestito, davanti, lambendole il seno sinistro.
La squadrò da capo a piedi, poi gli sfuggì un sorriso. Il commissario si mostrava divertito da quella presa di posizione, fortuita, stuzzicante.
La fanciulla si mordicchiò le labbra, le dischiuse e inquieta come un picchio, esordì secca:
   << Hey, tu! … Hai una grossa responsabilità, lo sai ? >>
Gli occhi, cerulei e sgranati,  come fari abbaglianti e predatori le si illuminarono d’incanto come a voler dire “adesso si fa sul serio”.
Proseguì rapida, senza indugi, quasi sfrontata:
<< Quello che indosso è il vestito più brutto che ho e l’ho comprato per Te! ... Vediamo quanto ci metti a togliermelo dalla vista ! >>

   Il commissario tentennò. Non l’aveva ma veduta così meravigliosamente determinata. Ma il suo indugiare non era mancanza di intraprendenza. Affatto. Non stava perdendo tempo arrancando in quel silenzio, era il suo modo di contemplare il di lei splendore, in segretezza. Come se tutto d’un tratto, quello, fosse per assodato il segreto che mancava. Il collante che fissasse il prima al dopo. La sorgente dove abbeverasi, la carne dove nutrirsi. Avrebbe voluto annegare nell’estasi divampata dalla magia di quegli istanti per un poco ancora, ma la fanciulla inesorabile gli andò sotto coi denti stretti e sollevata lentamente una gamba gliela fece scorrere lungo il lino antracite del pantalone. Ginocchio contro ginocchio, ginocchio contro coscia, e a salire, tra le gambe. L’intento della fanciulla era cristallino. Non desiderava altro che egli s’accendesse, ma non d’un fuoco qualunque. Che lui la guardasse come se altra donna fosse mai esistita. Che lui la guardasse come lei lo guardava.
   Lo strattonò, si scostò di colpo e imperativa, con quanto fiato in gola, perentoria, gli disse:
<< Ho detto scopami! >>

   Il commissario con una mano spazzò via quanto ancora indugiasse sulla spianatoia in legno pregna di farina e residui di pasta.
La trasse a sé, le fece scorrere le mani lungo le gambe, e il vestito, succinto, s’alzò di quel tanto che fosse bastato agli intenti della sua fantasia. La sollevò veemente e la liberò senza troppa cura sul pianale lasciandola seduta. Un brivido le percorse la spina dorsale allorquando le natiche impattarono sul faggio gelido e una nube commista di semola rimacinata e vaporosa doppio zero le si elevò tra le cosce, spargendosi ovunque.
   << Ho già veduto in sogno questa scena. Tu nella mia cucina, io che ti infarino, i miei denti forti a strapparti di traverso le mutandine e noi a fissarne la traiettoria mentre volano impazzite verso chissà dove… >>
   Chantal strabuzzò gli occhi mordicchiandosi il pollice, si schiarì la voce e circondandogli il collo con le braccia gli fece scivolare in un orecchio: 
<< Oh, Oh… Brutte notizie in arrivo… Carina davvero sta fantasia, ma… Credo proprio che sarà per la prossima volta... Peccato! >>
Sorridendo maliziosa gli si strusciò col naso sulle labbra morbide lievemente dischiuse, prese a mordicchiarle, baciarle. Un bacio, sapiente, a lenire, irriverente, ogni morso.
    Adesso languida gli percorre le labbra turgide con la lingua, umettandole.
   Mentre, smemorata, era intenta a seguirne per la terza volta i contorni, la preda divenuto predatore le inchioda la punta girovaga brandendola risoluta, con la bocca.
La mantiene in scacco per quattro cinque secondi prima di rilasciarla alla legittima proprietaria ed esordisce:
   << La prossima volta ? Ma tu sei pazza… Per la prossima volta ho già in mente... >>, il commissario preferì non completare la frase e accostò il volto a quello di Chantal e le sigillò le labbra con uno di quei baci che narrano preludio, passione detonante e assodata complicità. Trattenne il suo corpo contro il proprio mentre al bacio s’arroventava, affannoso, il desiderio più tumido. Chantal gli slacciò i pantaloni che ormai avevano preso la più florida piega.
   Le fece scivolare una mano tra le gambe mentre con la bocca le lustrava il collo.
   << Ma… >>, accennò il commissario corrugando la fronte e ritraendo la mano.
Chantal appariva divertita e s’abbandonò ad una risata senza freni, spontanea. Era realmente giubilante, serena.
   << Te l’avevo detto che sta fantasia te la dovevi scordare… Oggi ho dovuto fare un sacco di cose, il parrucchiere, le unghie… Mica potevo ricordarmi pure di indossare le mutandine! >>, scoppiarono a ridere.
   Dissipata l’ilarità, Chantal precisò: << Che poi, “mutandine”... A dir la verità di solito porto il c-string>>
   << Porti il “c”  che ? >>, rispose interrogativo il commissario.
Ancor più divertita di prima, gli andò sotto un orecchio sussurrando:
   << Allora, la penna ce l’hai già, rimedia il quadernino e dalla prossima cominciamo le lezioni d’aggioramento... >>. 
  Tra una battuta e l’altra la prese in braccio e raggiunsero la camera da letto senza nulla indosso.
   La adagiò sul giaciglio e si inginocchiò sopra di lei, contemplandone la bellezza.
   Le baciò il ventre sentendolo tremare sotto i colpi della sua lingua impertinente e prese a tracciare con la lingua cerchi di diametro via via maggiore intorno all'ombelico. Le posò i pollici sui fianchi e cominciò a scendere con le labbra senza mai abbandonare la sua pelle. Gemette. Gridò. Gemette ancora e lo inchiodò al suo sesso intrecciandogli le gambe intorno al collo.
L'avrebbe tenuto così per tutta la vita, ma scelse di liberarlo e guizzante gli salì sopra a cavalcioni guidando con una mano la carne del commissario dentro di sé...

   Rimasero a contemplare soffitto e lampadario in silenzio, giusto il tempo di riprendere il fiato. Naturalmente, lei fece per prima.


   Chantal gli dice che lo ama.
Il commissario le risponde: << Anch’io. >>
   Il puzzo di bruciato, dalla cucina, comincia a diffondersi per tutta la casa.

   Chantal pensa che stasera ceneranno fuori.
   Il commissario pensa che è sposato.

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

La mia piccola Luce: L'ultimo viaggio.

Post n°174 pubblicato il 22 Settembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

La mia piccola Luce, 25 Agosto 2014

 



Ciao piccola Luce,


ti scrivo queste poche righe perché… Ne ho bisogno.
Perché piangere davanti a questo schermo fa meno male che fissando il soffitto. Perché se sto qui mi tengo lontano dai balconi e dalle finestre che danno sul grande campo incolto sottocasa.
   E ti vedo scodinzolare lì in mezzo, felice, perché sapevi che non appena a casa ti avrebbe aspettato lo stecchino al salmone che adoravi. Come ogni mattima, come ogni sera. Come ieri mattina. Come mai più.
E certe volte poi, era così bello vederti con le zampette diritte puntate a terra, la coda fluttuante e il musetto teso che mi faceva:
   << mhhh mhhh mhhh >>, e allora mi veniva da ridere e alla fine di stecchini te ne davo due, e tutta contenta te ne tornavi sul cuscino in salotto sotto il tavolino della tv, quello rosso, grande; il tuo.
   Quante volte sei venuta con me in ufficio…
Qualche scherzo te l’ho fatto anch’io, sai ?
La mattina, dopo aver fatto i tuoi bisognini venivi davanti il portone del mio ufficio che era il nostro e te ne stavi immobile sui gradini, buona buona, in attesa che io ti aprissi. Tu non lo sapevi, ma io ti guardavo attraverso la telecamera che dava sull’uscio ed eri bellissima quando ti scocciavi e schizzavi alta sulle zampette di dietro, tentando, con le altre, di arrivare a grattare il battente…
Parevi proprio un cavallino rampante.
   In ufficio dormivi sempre. Tuttavia, bastava il minimo rumore perché tu abbaiassi a chiunque e non solo agli sconosciuti, come a voler per dire:
    << Anche questa è casa mia! >>, poi tornavi a ronfare sul tuo cuscinone, e sembravi una regina. Anzi: Eri la regina. E lo sarai sempre perché il vuoto che oggi m’appartiene non l’avevo messo in conto. 
  
Pensavo che dopo aver provato la più terribile delle perdite, il dolore per aver perduto un animale fosse qualcosa di gran lunga meno intenso, di blando addirittura.
E invece…
   Sono i ricordi a rendere lancinante un fendente o a far sì che certi lucciconi narrino gioia anziché dolore.
   Sei stata la prova che l’(A)more incondizionato, esiste. E che prima di averti io ero uno stolto e non capivo l’amore degli altri per gli animali e non capivo neanche perché talvolta piangessero, si disperassero, vedendoli star male. Tante cose non capivo.
Io ero cieco. Ma oggi vedo.

   Ieri notte, insieme alle persone alle quali voglio davvero bene e che ti hanno vista nascere ed amato anche da prima di me, ti abbiamo accompagnato verso l’ultimo tuo viaggio...

 

 

 


So che ti ritroverò un giorno.

 

 

Massimiliano

[Post Scriptum]

La mia piccola Luce benché non più una "ragazzina" stava bene. Correva. Mi faceva impazzire e mi ha insegnato davvero tanto in termini di certi sentimenti che anni or sono, ignoravo. In cambio, le ho solo dato un tetto e tante cose buone da mangiare. Mi piaceva viziarla. Mi piaceva perché da piccina aveva sofferto tanto e per più di un motivo. L'ho voluta io perché mi rendesse un uomo migliore. Oggi mi accorgo anche più fragile, per certi versi; solo per certi versi.
   E' accaduto tutto troppo in fretta. Fino a Domenica schizzava come un razzo, poi una tosse strana, il veterinario: Malata di cuore. Una busta di medicine... L'altro ieri sera una crisi respiratoria e dopo pochi minuti era volata via...
Mi manca.
Il tempo, come sempre, farà il suo dovere. Ma non oggi.
Mi prendo qualche giorno per tentare di pensare il meno possibile.


 

 
 
 

Il Mistero di Jim Gray (Parti I e II)

Post n°173 pubblicato il 11 Settembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

JIM GRAY

Oggi, ho voglia di raccontarvi una storia.
Ma non una storia come tante.  Una di quelle storie quasi sconosciute alle nostre latitudini.  Un storia vera.  La storia di un mistero.
Il mistero della scomparsa di Jim Gray.

   La mattina del 28 Gennaio del 2007, il sessantatreenne Jim, scienziato e ricercatore in forza alla Microsoft, lasciò la baia di San Francisco a bordo del Tenacious alla volta delle isole Farallon. Un rifugio della natura selvaggia ad una quarantina di chilometri dalla costa Californiana.
   Jim aveva perduto l'anziana madre da soli tre mesi. L'aveva fatta cremare. Tuttavia, sentiva di non poterla tenere ancora a lungo in quell'urna, fredda, una spanna sopra il camino. E allora, lui che mai s'avviava senza l'adorata moglie, pianificò quel viaggio, introspettivo. E solitario.  Disperdere alle vicine Farallon ciò che della madre ne rimaneva. E provare ad andare avanti.
   Il Tenacious era una barca da dodici metri. Veloce, strumentazione a prova di capitano Kirk,  sedici anni di fedele complicità e scafo del colore della passione.
   Erano settimane che sulla baia non s'affacciava un sole così. Ancor più rosee delle previsioni, fu il mare.  Piatto con una tavola, e vento insolitamente a favore già prima del Golden gate.
Tutto  era  perfetto.

   Jim Gray e il Tenacious non fecero mai più ritorno a casa.

   All'ufficio anagrafe lo conoscevano col nome di James Nicholas Gray. Per tutti gli altri era semplicemente Jim Gray. 
Lo scienziato,  lo sviluppatore,  l'astronomo.
   Conobbi quest'uomo straordinario indirettamente ovvero attraverso le sue intuizioni, e i suoi geniali algoritmi pubblicati sulle testate dell'ACM (Association for Computing Machinery) e dell'IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) - Corporazione che, tra gli altri, annovera anche il sottoscritto, difetti compresi.
   Senza entrare nel dettaglio che certamente in questo contesto annoierebbe, basti pensare che i suoi studi più importanti, Teoria ed implementazione della gestione delle transazioni nei sistemi database, gli permisero di ottenere nel Maggio del 1998 il premio Alan Turing (di prestigio pari al Nobel, e per il solo settore della Computer Science)
L'implementazione delle teorie di cui sopra hanno spalancato la porta alle transazioni bancarie sicure,  al commercio elettronico,  alla costruzione del bancomat (ATM),  ai servizi per la prenotazione dei biglietti di viaggio. E qui ho voluto citare le sole applicazioni eclatanti ovvero le tecnologie che giocano un ruolo fondamentale nella nobilitazione della qualità della vita, e delle quali,  spesso, se ne ignorano i natali.

   Gray era rispettato e corteggiato dalle multinazionali dell'Information Technology  di mezzo mondo. A tal proposito ricordo un aneddoto.
   Nel 1995, Jim, dopo un serrato corteggiamento,  accettò di lavorare come ricercatore in Microsoft. Un vanto per chiunque, ma per Jim rappresentava un problema. La sede era a Redmond. E lui non aveva alcuna intenzione né di indurre la moglie a traslocare né di abbandonare la vita nella baia.  Convinse così il colosso di Bill Gates a costruire un centro ricerche a San Francisco. A cinque minuti da casa sua.
   <<Deve valere proprio tanto questo Mr Gray...>>, domandò un giornalista durante la conferenza stampa messa su per l'occasione.
   <<Se Jim avesse voluto un laboratorio a Monte Carlo, noi avremmo costruito un laboratorio a Monte Carlo.>>, rispose perentorio, Rick Rashid,  il capo della divisione ricerca di Microsoft. 
  
Jim, però, era anche un uomo umile e quando alle conferenze lo introducevano con l'appellativo del "dio o Guro dei database",  con un filo di voce, ed un flebile risolino,  rispondeva:
  
<<Sono solo uno sviluppatore...>>.

 

[27 GEN 2007 - La notte prima della tragedia...]
   Jim trascorse la serata di Sabato nella baia.
Il cielo era sereno. Il pensiero della moglie in vacanza sulla neve lo avrebbe ben presto cullato tra le braccia di morfeo. E benché solo, l'idea di dormire sul Tenacious, non lo disturbava affatto...

 

 

 

 

 

  

IL MISTERO DI JIM GRAY  - Parte II

   Erano le cinque del pomeriggio quando Monsignor Talesfores guidò la signora Black verso l'uscita riservata ai fedeli della cattedrale di Santa Maria dell'Assunzione.
Marion Black aveva da poco compiuto sessant'anni. Smunta, capelli sempre arruffati, e grandi occhi neri. Era una delle tante pecorelle che gravitavano intorno alla piccola comunità di credenti che animava  il sobborgo di Telegraph Hill.
   << Sento una gran pace dentro. Provo questa sensazione di purezza ad ogni incontro. Tornerò a trovarla presto,  Padre.>>, pronunciò la donna chinando lievemente il capo, visibilmente serena.
   << La parola del Signore è sempre la risposta giusta >>, proferì il pastore.
   Posando poi gli occhi verso l’arcata superiore della chiesa, e confortando lo sguardo con un cenno dell'indice destro, continuò: << Come i nostri occhi sono attirati verso l'alto dalla bellezza delle minuzie della cupola, così i nostri cuori sono elevati verso Dio. Tuttavia, mirando più in basso, troveremo ancora delizia dalla suggestione della luce e dei suoi giochi, e dalla cattura dei dettagli. Le finestre aperte sulla città che come mantello ci avviluppa, ci rammentano il bisogno di lavorare per il regno di Dio sulla terra.  E’ questa la similitudine con le direzioni, tra loro perpendicolari,  della croce. >>
   Le prese la mano destra. Era gelida, ma ferma. La strinse tra le sue, poi la congedò:
  
<< E' la benvenuta nella casa del Signore, torni quando desidera. E si ricordi che il solo  Sabato è dedicato al sacrameno della confessione pomeridiana; dalle 16.00 alle 17.00 >>
   La campana della cattedrale rintoccò una prima volta. Da lì a poco sarebbe iniziata la funzione delle 17.30.

   Jim viveva in un rustico in stile vittoriano con la facciata d'ingresso che dava su Telegraph Hill.
Le finestre erano bianche, intarsiate a scacchiera, e lucide.  John Gandolfini, l’anziano ebanista che da tre generazioni possedeva la bottega de “L’ultimo ebanista” a nord di Pioneer Park, su Lombard Street, le aveva restaurate con SA1000 e gommalacca  quella settimana stessa. Le persiane e l’uscio facevano pendant con la vegetazione circostante. All’udito il solo cinguettio dei pettirossi, che come i cugini londinesi, avevano imparato a dar sfoggio delle qualità canore per lo più in notturna.  E di tanto in tanto l’affanno di un cane che scodinzolante rincorreva la palla...
  
Sul letto non sfatto, Jim giaceva disteso, come immerso in una guisa di dormiveglia gestita.  E rifletteva, assorto.
Gli capitava di rado di rimanere solo in casa, e men che meno nei week-end liberi dalle conferenze, organizzate ora qua, ora là, in giro per il mondo.
   Lui e Donna condividevano tutto da ventitré anni. Entrambi erano già stati sposati. L’uno conobbe l’altra nel 1984 ed il loro incontro fu subito etichettato: "un colpo di fulmine”. Si ripetevano, negli anni a venire.
   Jim rimase estasiato dalla nordica bellezza di lei, ammaliato dalla luminosità dei cerulei suoi occhi, e disarmato da quel sorriso che non poteva che celare la leggiadria di un cuore che altro non attendeva, se non d’essere amato.
Sembravano fatti davvero l'una per l'altro, come se non avessero mai conosciuto l'amore prima di allora. Spartivano il desiderio, mai pago, per la conoscenza, l'amore per la montagna e le sue insidie, la passione per l'oceano ed il fascino per l'inesorabile natura di esso.
   Al terzo incontro, Donna accettò di sposarlo.
Per siffatti spiriti liberi, una casa, statica già dal nome, non poteva certo bastare. Occorreva un tetto che li seguisse, proteggesse e perché no, coccolasse.  Non tardi, arrivò il Tenacious.

   Un nuovo rintocco della campana, riportò Jim alla realtà. D'incanto, percepì una fioca brezza sul viso.
Fece per sbadigliare, e allo stesso tempo, a memoria, allungò un braccio e afferrò la giacca a vento piegata su un bracciolo della  poltroncina ad un passo dalla finestra, di fianco al letto. L'unica sua di colore arancio. La sola mai usata prima. Forse anche questo era un segno ermetico di quel destino che, inodore, cominciava ad invadergli le froge...
   Già vestito balzò giù dal giaciglio, chiuse la finestra in mogano e all’istante le narici furono investite da una folata di gommalacca, intensa, e tutto sommato, gradevole.
   << Grande giove! La sedia della cucina! E chi la sente, Donna, adesso...>>, borbottò tra sé e sé.  Rammentando d'aver dimenticato di portare la sedia da Gandolfini per il rifacimento dell'impiallacciatura.  Lo farò Lunedì.   Pensò poi.
   Già, Lunedì... 

   Come ogni anno, in Gennaio, Donna trascorreva qualche giorno di vacanza nel Wisconsin con gli amici di sempre. La giornata tipo prevedeva sci e slittino al mattino, shopping nel pomeriggio, e momenti distesi e di convivio alla sera, scortati dal tepore del mai scialbo focolare.
Le telefonate con Jim rappresentavano il condimento più succulento, terapeutico e frequente delle rigide giornate di Donna. Lontana da Mr.Database - così ella lo chiamava di tanto in tanto - era difficile prendere sonno.

   Jim disinserì la spina del caricabatterie dalla presa accanto alla porta, ripose lo smartphone ormai carico nel marsupio, e acciuffò dall’attaccapanni in radica il devoto copricapo invernale. Non sarebbe andato da nessuna parte senza il suo berretto blu. Dopo tutto, era un lupo di mare!
   Diede due mandate alla serratura, e tempo cinque minuti, era già in strada. A due passi da Kearny Street. Era alto e in forma, Jim. Gli piaceva camminare. Falcata dopo falcata,  in una manciata di minuti, avrebbe raggiunto l’incrocio con Bay Street e preso la navetta che l’avrebbe lasciato, dopo aver costeggiato Russian Hill Park prima e il Galileo Academy Field poi, a 500 metri dalla baia di Gashouse, porto d’attracco del Tenacious.
Presto, l’avrebbe raggiunto per l’ultimo viaggio...

 


...to be continued    ( ? )

 


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 

 
 
 

IL VENTO NUOVO

Post n°172 pubblicato il 03 Settembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

La primavera dei miei sensi

   Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia.
E scevro delle forze, subitaneo ti sorridi.
   Perché il cremisi che ancor t'alberga sulle labbra, spavaldo, narra le gesta del più intimo fendente.
   Tuttavia, ogni battaglia ha un fine. E una fine. E in qualche modo,  il giorno del ristoro, arriva sempre... 
   Il cielo è terso, il cuore è pieno, e gioiosa la bellezza impazza...
Eppure, quel cremisi che un tempo fu spavaldo... Atterrito, al dì, figura stinto.
   T'accorgi così che "il tutto"  e  "il tanto" sotto lo stesso tetto, mal s'accoppiano.
E che la Primavera, forse, non è solo una stagione. E stretta porta con sé la "fioritura" d'un vento che soffia dove l'altro non sapeva più soffiare. Ermetico, talvolta. Ma frizzante e impavido ad invaderti le froge, e i sensi che scellerati t'avevano illuso d'essere assopiti.
E questo, mi piace.
Mi piace perché al mio più bel cremisi io non rinuncio
allorquando vivido,  oggi mi riconosco.
   E come a un tempo ispirato, con leggiadria e in versi, a Voi mi raffiguro...

 

 

Allorquando tumido
e voluttuoso figurava saldo,
quel che nulla poté l’inverno,
il terzo che dei dodici fu il pazzo,
l’indissolubile, sfaldò…

Là, m’abbeverai…
M’abbeverò.
Perché del dono,
ne spartiva il conto.
E del di lei Canto prezioso poi,
le scarlatte mie, umettate e fiere,
arroganti ne soffocavano gli intenti.

E del tempo in cui credevo…
Sano, ne crebbe il sentimento.
Ma del desio, il solo vento.

E se io fossi lo stesso
dei lucciconi ne farei stagno.
Bensì il petto più mi batto
allorché del sogno ne feci incetta,
e fiammante, al nuovo
pronto io m’affioro...

Perché fiero, dal novello ispirato
ravveduto riconosco,
quel che mai fu davvero il mio.

E sereno per davvero oggi io sorrido
a quanto il cuor mai spense,
ed esterrefatto
miro all’ardore già disperso,
che lascivo,
in concordia, trasferì....

 

M.
(L’uomo dei difetti…)

 
 
 

Questa, è la mia.

Post n°171 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

Questa è la mia.

 

 

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,
plasmare il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la (D)onna sua regale.


Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.


Funesta la sete
mai paga la fonte
.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]

Tempo di ricordi...
Mi fa piacere riproporre una riflessione in versi che scrissi parecchi anni or sono dedicandola ad una importante (D)onna della mia vita.
Mi accorsi solo poi che in realtà, ella, non li comprese mai fino in fondo.
Ma che importa -
mi dissi. Era così appagante vederla lusingata, felice, e con quel sorrisetto a metà strada tra l'ingenuo e il malizioso...
In fin dei conti, anche io, tante sue manie non le avevo capite.
E vedendo poi come è andata, probabilmente, non le capirò mai...

 
 
 
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DALL'ALTO VEDI IL MONDO, DAL BASSO VEDI IL TUO.

Dal basso vedi il tuo, di mondo.

Ho sempre sceso le scale di corsa.
Le ho sempre viste come l'ostacolo ultimo tra me, i miei affetti, e la strada.
Un ostacolo blando. Un  connettivo pervio, da lasciarsi alla spalle il prima possibile.   E con la frenesia di chi,  alla stazione,  è sempre in ritardo.

Ma... Stamane no.
Ho percorso i gradini con la velocità dell'uomo, che dalla strada, non s'aspetta nulla di buono. 
E per questo la rimanda.
E per la prima volta ho ricavato del tempo da dedicare alla riflessione anche nell'unico luogo che da sempre avevo destinato al transito, alla zona franca, al canticchiar senza pretese.
Dall'alto vedi tante cose, ed io non lo nego.
Tuttavia, ciò che realmente vedi, è il mucchio.
Non riesci ad apprezzarne le differenze, a coglierne i dettagli.
E' dal basso che vedi ciò che accade intorno e ti rendi davvero conto della piccola grande verità.
Quando tu stai fermo, qualsiasi sia il tuo stato d'animo, il mondo intorno a te, si muove.
C'è chi non ti pensa proprio... E va veloce.
C'è chi apparentemente ti vuole bene... Eppur si muove.
In fin dei conti, quello che ha scelto di star fermo, sei tu.
Quando ti senti solo, sei solo.
Quando hai il minimo dubbio,  allora, non ci sono più dubbi.


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

ULTIMI COMMENTI

LA MIA PICCOLA LUCE: L'ULTIMO VIAGGIO.

 La mia piccola Luce, 25 Agosto 2014


 Ciao piccola Luce,


ti scrivo queste poche righe perché… Ne ho bisogno.
Perché piangere davanti a questo schermo fa meno male che fissando il soffitto. Perché se sto qui mi tengo lontano dai balconi e dalle finestre che danno sul grande campo incolto sottocasa.
   E ti vedo scodinzolare lì in mezzo, felice, perché sapevi che non appena a casa ti avrebbe aspettato lo stecchino al salmone che adoravi. Come ogni mattima, come ogni sera. Come ieri mattina. Come mai più.
   In ufficio dormivi sempre. Tuttavia, bastava il minimo rumore perché tu abbaiassi a chiunque e non solo agli sconosciuti, come a voler per dire:
    << Anche questa è casa mia! >>, poi tornavi a ronfare sul tuo cuscinone, e sembravi una regina. Anzi: Eri la regina. E lo sarai sempre perché il vuoto che oggi m’appartiene non l’avevo messo in conto. 
  
Pensavo che dopo aver provato la più terribile delle perdite, il dolore per aver perduto un animale fosse qualcosa di gran lunga meno intenso, di blando addirittura.
E invece…
   Sono i ricordi a rendere lancinante un fendente o a far sì che certi lucciconi narrino gioia anziché dolore.
   Sei stata la prova che l’(A)more incondizionato, esiste. E che prima di averti io ero uno stolto e non capivo l’amore degli altri per gli animali e non capivo neanche perché talvolta piangessero, si disperassero, vedendoli star male. Tante cose non capivo.
Io ero cieco. Ma oggi vedo.

 

 
So che ti ritroverò un giorno.

Massimiliano