Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle. A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,  se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,  poi quella dopo,  e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,  saprò tante cose più di oggi,  altrettante le avrò dimenticate e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio. Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE Č GIĀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA, Č LA MIA

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,  plasmare
il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la sua Donna regale.
Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.
Funesta la sete
mai paga la fonte.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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Il Mistero di Jim Gray (Parti I e II)

Post n°173 pubblicato il 11 Settembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

JIM GRAY

Oggi, ho voglia di raccontarvi una storia.
Ma non una storia come tante.  Una di quelle storie quasi sconosciute alle nostre latitudini.  Un storia vera.  La storia di un mistero.
Il mistero della scomparsa di Jim Gray.

   La mattina del 28 Gennaio del 2007, il sessantatreenne Jim, scienziato e ricercatore in forza alla Microsoft, lasciò la baia di San Francisco a bordo del Tenacious alla volta delle isole Farallon. Un rifugio della natura selvaggia ad una quarantina di chilometri dalla costa Californiana.
   Jim aveva perduto l'anziana madre da soli tre mesi. L'aveva fatta cremare. Tuttavia, sentiva di non poterla tenere ancora a lungo in quell'urna, fredda, una spanna sopra il camino. E allora, lui che mai s'avviava senza l'adorata moglie, pianificò quel viaggio, introspettivo. E solitario.  Disperdere alle vicine Farallon ciò che della madre ne rimaneva. E provare ad andare avanti.
   Il Tenacious era una barca da dodici metri. Veloce, strumentazione a prova di capitano Kirk,  sedici anni di fedele complicità e scafo del colore della passione.
   Erano settimane che sulla baia non s'affacciava un sole così. Ancor più rosee delle previsioni, fu il mare.  Piatto con una tavola, e vento insolitamente a favore già prima del Golden gate.
Tutto  era  perfetto.

   Jim Gray e il Tenacious non fecero mai più ritorno a casa.

   All'ufficio anagrafe lo conoscevano col nome di James Nicholas Gray. Per tutti gli altri era semplicemente Jim Gray. 
Lo scienziato,  lo sviluppatore,  l'astronomo.
   Conobbi quest'uomo straordinario indirettamente ovvero attraverso le sue intuizioni, e i suoi geniali algoritmi pubblicati sulle testate dell'ACM (Association for Computing Machinery) e dell'IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) - Corporazione che, tra gli altri, annovera anche il sottoscritto, difetti compresi.
   Senza entrare nel dettaglio che certamente in questo contesto annoierebbe, basti pensare che i suoi studi più importanti, Teoria ed implementazione della gestione delle transazioni nei sistemi database, gli permisero di ottenere nel Maggio del 1998 il premio Alan Turing (di prestigio pari al Nobel, e per il solo settore della Computer Science)
L'implementazione delle teorie di cui sopra hanno spalancato la porta alle transazioni bancarie sicure,  al commercio elettronico,  alla costruzione del bancomat (ATM),  ai servizi per la prenotazione dei biglietti di viaggio. E qui ho voluto citare le sole applicazioni eclatanti ovvero le tecnologie che giocano un ruolo fondamentale nella nobilitazione della qualità della vita, e delle quali,  spesso, se ne ignorano i natali.

   Gray era rispettato e corteggiato dalle multinazionali dell'Information Technology  di mezzo mondo. A tal proposito ricordo un aneddoto.
   Nel 1995, Jim, dopo un serrato corteggiamento,  accettò di lavorare come ricercatore in Microsoft. Un vanto per chiunque, ma per Jim rappresentava un problema. La sede era a Redmond. E lui non aveva alcuna intenzione né di indurre la moglie a traslocare né di abbandonare la vita nella baia.  Convinse così il colosso di Bill Gates a costruire un centro ricerche a San Francisco. A cinque minuti da casa sua.
   <<Deve valere proprio tanto questo Mr Gray...>>, domandò un giornalista durante la conferenza stampa messa su per l'occasione.
   <<Se Jim avesse voluto un laboratorio a Monte Carlo, noi avremmo costruito un laboratorio a Monte Carlo.>>, rispose perentorio, Rick Rashid,  il capo della divisione ricerca di Microsoft. 
  
Jim, però, era anche un uomo umile e quando alle conferenze lo introducevano con l'appellativo del "dio o Guro dei database",  con un filo di voce, ed un flebile risolino,  rispondeva:
  
<<Sono solo uno sviluppatore...>>.

 

[27 GEN 2007 - La notte prima della tragedia...]
   Jim trascorse la serata di Sabato nella baia.
Il cielo era sereno. Il pensiero della moglie in vacanza sulla neve lo avrebbe ben presto cullato tra le braccia di morfeo. E benché solo, l'idea di dormire sul Tenacious, non lo disturbava affatto...

 

 

 

 

 

  

IL MISTERO DI JIM GRAY  - Parte II

   Erano le cinque del pomeriggio quando Monsignor Talesfores guidò la signora Black verso l'uscita riservata ai fedeli della cattedrale di Santa Maria dell'Assunzione.
Marion Black aveva da poco compiuto sessant'anni. Smunta, capelli sempre arruffati, e grandi occhi neri. Era una delle tante pecorelle che gravitavano intorno alla piccola comunità di credenti che animava  il sobborgo di Telegraph Hill.
   << Sento una gran pace dentro. Provo questa sensazione di purezza ad ogni incontro. Tornerò a trovarla presto,  Padre.>>, pronunciò la donna chinando lievemente il capo, visibilmente serena.
   << La parola del Signore è sempre la risposta giusta >>, proferì il pastore.
   Posando poi gli occhi verso l’arcata superiore della chiesa, e confortando lo sguardo con un cenno dell'indice destro, continuò: << Come i nostri occhi sono attirati verso l'alto dalla bellezza delle minuzie della cupola, così i nostri cuori sono elevati verso Dio. Tuttavia, mirando più in basso, troveremo ancora delizia dalla suggestione della luce e dei suoi giochi, e dalla cattura dei dettagli. Le finestre aperte sulla città che come mantello ci avviluppa, ci rammentano il bisogno di lavorare per il regno di Dio sulla terra.  E’ questa la similitudine con le direzioni, tra loro perpendicolari,  della croce. >>
   Le prese la mano destra. Era gelida, ma ferma. La strinse tra le sue, poi la congedò:
  
<< E' la benvenuta nella casa del Signore, torni quando desidera. E si ricordi che il solo  Sabato è dedicato al sacrameno della confessione pomeridiana; dalle 16.00 alle 17.00 >>
   La campana della cattedrale rintoccò una prima volta. Da lì a poco sarebbe iniziata la funzione delle 17.30.

   Jim viveva in un rustico in stile vittoriano con la facciata d'ingresso che dava su Telegraph Hill.
Le finestre erano bianche, intarsiate a scacchiera, e lucide.  John Gandolfini, l’anziano ebanista che da tre generazioni possedeva la bottega de “L’ultimo ebanista” a nord di Pioneer Park, su Lombard Street, le aveva restaurate con SA1000 e gommalacca  quella settimana stessa. Le persiane e l’uscio facevano pendant con la vegetazione circostante. All’udito il solo cinguettio dei pettirossi, che come i cugini londinesi, avevano imparato a dar sfoggio delle qualità canore per lo più in notturna.  E di tanto in tanto l’affanno di un cane che scodinzolante rincorreva la palla...
  
Sul letto non sfatto, Jim giaceva disteso, come immerso in una guisa di dormiveglia gestita.  E rifletteva, assorto.
Gli capitava di rado di rimanere solo in casa, e men che meno nei week-end liberi dalle conferenze, organizzate ora qua, ora là, in giro per il mondo.
   Lui e Donna condividevano tutto da ventitré anni. Entrambi erano già stati sposati. L’uno conobbe l’altra nel 1984 ed il loro incontro fu subito etichettato: "un colpo di fulmine”. Si ripetevano, negli anni a venire.
   Jim rimase estasiato dalla nordica bellezza di lei, ammaliato dalla luminosità dei cerulei suoi occhi, e disarmato da quel sorriso che non poteva che celare la leggiadria di un cuore che altro non attendeva, se non d’essere amato.
Sembravano fatti davvero l'una per l'altro, come se non avessero mai conosciuto l'amore prima di allora. Spartivano il desiderio, mai pago, per la conoscenza, l'amore per la montagna e le sue insidie, la passione per l'oceano ed il fascino per l'inesorabile natura di esso.
   Al terzo incontro, Donna accettò di sposarlo.
Per siffatti spiriti liberi, una casa, statica già dal nome, non poteva certo bastare. Occorreva un tetto che li seguisse, proteggesse e perché no, coccolasse.  Non tardi, arrivò il Tenacious.

   Un nuovo rintocco della campana, riportò Jim alla realtà. D'incanto, percepì una fioca brezza sul viso.
Fece per sbadigliare, e allo stesso tempo, a memoria, allungò un braccio e afferrò la giacca a vento piegata su un bracciolo della  poltroncina ad un passo dalla finestra, di fianco al letto. L'unica sua di colore arancio. La sola mai usata prima. Forse anche questo era un segno ermetico di quel destino che, inodore, cominciava ad invadergli le froge...
   Già vestito balzò giù dal giaciglio, chiuse la finestra in mogano e all’istante le narici furono investite da una folata di gommalacca, intensa, e tutto sommato, gradevole.
   << Grande giove! La sedia della cucina! E chi la sente, Donna, adesso...>>, borbottò tra sé e sé.  Rammentando d'aver dimenticato di portare la sedia da Gandolfini per il rifacimento dell'impiallacciatura.  Lo farò Lunedì.   Pensò poi.
   Già, Lunedì... 

   Come ogni anno, in Gennaio, Donna trascorreva qualche giorno di vacanza nel Wisconsin con gli amici di sempre. La giornata tipo prevedeva sci e slittino al mattino, shopping nel pomeriggio, e momenti distesi e di convivio alla sera, scortati dal tepore del mai scialbo focolare.
Le telefonate con Jim rappresentavano il condimento più succulento, terapeutico e frequente delle rigide giornate di Donna. Lontana da Mr.Database - così ella lo chiamava di tanto in tanto - era difficile prendere sonno.

   Jim disinserì la spina del caricabatterie dalla presa accanto alla porta, ripose lo smartphone ormai carico nel marsupio, e acciuffò dall’attaccapanni in radica il devoto copricapo invernale. Non sarebbe andato da nessuna parte senza il suo berretto blu. Dopo tutto, era un lupo di mare!
   Diede due mandate alla serratura, e tempo cinque minuti, era già in strada. A due passi da Kearny Street. Era alto e in forma, Jim. Gli piaceva camminare. Falcata dopo falcata,  in una manciata di minuti, avrebbe raggiunto l’incrocio con Bay Street e preso la navetta che l’avrebbe lasciato, dopo aver costeggiato Russian Hill Park prima e il Galileo Academy Field poi, a 500 metri dalla baia di Gashouse, porto d’attracco del Tenacious.
Presto, l’avrebbe raggiunto per l’ultimo viaggio...

 


...to be continued    ( ? )

 


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 

 
 
 

IL VENTO NUOVO

Post n°172 pubblicato il 03 Settembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

La primavera dei miei sensi

   Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia.
E scevro delle forze, subitaneo ti sorridi.
   Perché il cremisi che ancor t'alberga sulle labbra, spavaldo, narra le gesta del più intimo fendente.
   Tuttavia, ogni battaglia ha un fine. E una fine. E in qualche modo,  il giorno del ristoro, arriva sempre... 
   Il cielo è terso, il cuore è pieno, e gioiosa la bellezza impazza...
Eppure, quel cremisi che un tempo fu spavaldo... Atterrito, al dì, figura stinto.
   T'accorgi così che "il tutto"  e  "il tanto" sotto lo stesso tetto, mal s'accoppiano.
E che la Primavera, forse, non è solo una stagione. E stretta porta con sé la "fioritura" d'un vento che soffia dove l'altro non sapeva più soffiare. Ermetico, talvolta. Ma frizzante e impavido ad invaderti le froge, e i sensi che scellerati t'avevano illuso d'essere assopiti.
E questo, mi piace.
Mi piace perché al mio più bel cremisi io non rinuncio
allorquando vivido,  oggi mi riconosco.
   E come a un tempo ispirato, con leggiadria e in versi, a Voi mi raffiguro...

 

 

Allorquando tumido
e voluttuoso figurava saldo,
quel che nulla poté l’inverno,
il terzo che dei dodici fu il pazzo,
l’indissolubile, sfaldò…

Là, m’abbeverai…
M’abbeverò.
Perché del dono,
ne spartiva il conto.
E del di lei Canto prezioso poi,
le scarlatte mie, umettate e fiere,
arroganti ne soffocavano gli intenti.

E del tempo in cui credevo…
Sano, ne crebbe il sentimento.
Ma del desio, il solo vento.

E se io fossi lo stesso
dei lucciconi ne farei stagno.
Bensì il petto più mi batto
allorché del sogno ne feci incetta,
e fiammante, al nuovo
pronto io m’affioro...

Perché fiero, dal novello ispirato
ravveduto riconosco,
quel che mai fu davvero il mio.

E sereno per davvero oggi io sorrido
a quanto il cuor mai spense,
ed esterrefatto
miro all’ardore già disperso,
che lascivo,
in concordia, trasferì....

 

M.
(L’uomo dei difetti…)

 
 
 

Questa, č la mia.

Post n°171 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

Questa è la mia.

 

 

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,
plasmare il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la (D)onna sua regale.


Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.


Funesta la sete
mai paga la fonte
.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]

Tempo di ricordi...
Mi fa piacere riproporre una riflessione in versi che scrissi parecchi anni or sono dedicandola ad una importante (D)onna della mia vita.
Mi accorsi solo poi che in realtà, ella, non li comprese mai fino in fondo.
Ma che importa -
mi dissi. Era così appagante vederla lusingata, felice, e con quel sorrisetto a metà strada tra l'ingenuo e il malizioso...
In fin dei conti, anche io, tante sue manie non le avevo capite.
E vedendo poi come è andata, probabilmente, non le capirò mai...

 
 
 

L'uomo alto vestito di nero (nuova scena) - PARTE I

Post n°170 pubblicato il 23 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

Ho piacere di pubblicare un altro stralcio del mio noir in fase embrionale. Si tratta della scena immediatamente successiva a quella che vede l'uomo alto vestito di nero aleggiare alla stazione Centrale di Milano.
Per non perdere il filo mi auguro vogliate ri-leggere la "vecchia" scena e poi proseguire con questa nuova (spezzata in due POST successivi, a causa delle limitazioni imposte da Libero sulla lunghezza dei singoli contenuti). Mi auguro altresì il mio stile narrativo sia di vostro gradimento e le mie idee poste in essere, in qualche modo, vi intrighino.
 

 


 CLICCA QUI PER LEGGERE LO STRALCIO PROPEDEUTICO
"L'arrivo a Milano de L'uomo alto vestito di nero"

 

 

L'uomo alto vestito di nero (SCENA TAXI)

 

 

Una Fiat Multipla bianca adibita a taxi accosta dove non potrebbe in piazza Duca d’Aosta. Il cliente che attendeva sale a bordo insieme al suo bagaglio; una ventiquattrore e un borsone sportivo, neri entrambi.
   La vettura prese a riaccomodarsi nel flusso indolente di studenti, pendolari e impiegati del lunedì in perenne ritardo e i clacson nervosi dei veicoli al seguito tornavano ad acquietarsi.
   << Buongiorno! Immagino sia appena arrivato col treno, dove si va ? >>, domandò il tassista buttando un’occhiata allo specchietto, fulminea, come fosse un gesto che ormai gli apparteneva spontaneo come un riflesso; come un tic, come un guardare, ma senza vedere.
   << Se lei dovesse ammazzare qualcuno, dove lo porterebbe ? >> 
L’uomo alla guida, stizzito, piantò senza cura il piede sul pedale centrale, e così fecero quelli che s’avvicendavano dietro i suoi fari. Poi, all’udito come un botto. Una baraonda proveniva da dietro le loro spalle e il muso di una vecchia Y10 rossa, come una supposta, si scorgeva introdotto nel posteriore di un altrettanto arrugginito Ducato bianco.
Le mani del tassista adesso afferravano il volante alle nove e un quarto, le braccia erano tese come corde in tiro e la schiena diritta, schiacciata contro il sedile. Gli occhi fissi allo specchietto. Il volto riflesso non lasciava trapelare emozioni. Lo sguardo era reso impenetrabile da lenti nere alloggiate su montatura in acetato; il resto dell’immagine immobile sullo specchio era occupata dalla chioma, bionda, fin troppo abbondante, e dal colletto della camicia nera, aperta. Così rimasero per lunghi, interminabili trenta secondi.
   Il passeggero fece scorrere i Calvin Klein sul naso quel tanto che bastasse per fissare la fronte madida del tassista ed esplose in una risata che all’uomo davanti parve non artefatta.
   << Come si chiama ? >>, domandò l’uomo biondo vestito di nero.
L’autista tentennò, poi disse: << Silvano. >>
   << Bene, signor Silvano. Mi chiamo Ermino Longino. Sono uno sceneggiatore di Cinecittà. Sa, da noi… A Roma… Abbiamo la necessità di ambientare lontano dalla capitale una scena ad alta tensione drammatica per una fiction che gireremo in primavera e abbiamo scelto Milano. >>
Con l’ingordigia d’ossigeno di chi ha vissuto gli ultimi istanti in apnea, il tassista riprese a respirare.
Visibilmente sollevato, innestò la marcia e alacre liberò l’ingorgo da egli stesso cagionato.
   << Mi stava per venire un colpo! >>, esordì l’uomo con un occhio alla strada e uno allo specchietto retrovisore.

 

 

...CONTINUA NEL "post" sottostante... (PARTE II)

 
 
 

L'uomo alto vestito di nero (nuova scena) - PARTE II

Post n°169 pubblicato il 23 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

   Il cliente riprese il filo iniziale: << Dicevo… Ho scelto di ambientare la scena di un delitto nella periferia di una grande metropoli del nord, ma vorrei qualcosa di diverso, di tranquillo… Isolato… Un posto lontano dal casino… Non so se ho reso l’idea… >>
Il tassista come folgorato da una visione staccò entrambe le mani dal volante, e dimenandole a mezz’aria, esclamò: << Il Parco Agricolo Sud di Milano! >>
E senza dar modo all’altro di aprire bocca, scevro da esitazioni e con un nuovo colorito in volto, tutt’altro che pallido, proseguì: << E’ il nostro gigantesco polmone verde. Io non ci penserei due volte! >>
   Il signor Silvano pareva adesso quasi eccitato da quella situazione così inconsueta, dall’essere chiamato in causa in qualità di “esperto conoscitore” del territorio, dal poter dire la sua e scoprire che a qualcuno potesse addirittura interessare.
   << Ed è grande questo parco ? >>
A questo punto il tassista parve abbandonarsi ad un sorriso composito, materializzatosi come un ghigno e sfociato poi in una più lunga e aperta risata da ebete.
   << Eh, eh, scommetto che è la prima volta che viene a Milano… >>, incominciò dicendo dopo aver dissipato l’ultima parvenza di ilarità. Il semaforo davanti si fece giallo e ne approfittò per arrestare con calma il mezzo e buttare l’occhio allo specchietto dentro l’abitacolo tanto per vedere che aria tirava , e continuò:
   << Mi scusi è… non volevo mancarle di rispetto. E’ che mi capita spesso con i clienti che non sono di qui… tutti pensano che il parco agricolo sia solo un grosso podere di qualche centinaio di ettari, lontano dalla vita, mezzo abbandonato e con alberi qua e là… >>
   << E invece ? >>, domandò secco l’altro, sempre più curioso, attento.
   << E invece è un vero e proprio parco regionale che abbraccia ben sessantuno comuni fino al confine sud della provincia. Stiamo parlando di quarantasettemila ettari! >>, esclamò il tassista in un crescendo di voce fomentato da un moto di genuino orgoglio e fierezza.
   << E Parco Agricolo sia! >>, iniziò esclamando il biondo Longino, poi disse: << Se non ha altri impegni mi piacerebbe fosse lei a guidarmi attraverso i luoghi suggestivi del vostro polmone verde, soprattutto lungo gli anfratti più reconditi. >>
   << Allora, faccio io! >>, rispose il tassista, col volto disteso e voce schiettamente concitata, impaziente di lasciarsi alle spalle, fosse anche per una mattinata sola, la vista d’agglomerati di cemento e vetro e gremite piste d’asfalto che sembrano dormire mai, a favore di abazie, fontanili e castelli, pioppi bianchi e neri e gelsi e sanguinelli e biancospini, e poi i Navigli.
   L’uomo a tergo frugò in una tasca interna della giacca e ne tirò fuori del contante. Un mazzetto panciuto con pezzi di taglio non trascurabile e tenuto assieme da un fermaglio di buona fattura, in argento; un Beretta. Estrasse una banconota da cinquecento euro, la piegò a metà e poi ancora a metà. Si protrasse in avanti senza troppo sforzo e gliela infilò nella tasca sul petto della camicia.
   L’uomo alla guida si portò istintivamente una mano al petto come per dire “no, si fermi, non deve…” , ma il tocco con le nocche gelide delle lunghe dita dell’altro lo fecero trasalire, lasciò che la mano gli scivolasse lungo il tronco e riagguantato il volante, neanche troppo convinto, disse:
   << La prego. La ringrazio davvero tanto, ma non posso accettare, io… ecco, avrei il tassametro per questo. >>
   Non c’erano dubbi. Il viso d’improvviso paonazzo e le movenze del pomo d’adamo, palesavano il suo imbarazzo per quella inconsuetudine e per quell’atmosfera surreale che s’era instaurata fin dalla prima battuta che aveva scambiato con quel cliente così diversamente ordinario. Si sentiva, in un certo senso, come un pesce a disagio nella stessa propria acqua.
   << Il tassametro è per la corsa. Questi diciamo pure che sono per il mio piacere. Il piacere di potermi fregiare della sua compagnia e consulenza in questa mia avventura fuori porta. >>
   << Grazie davvero, ma non saprei… >>, aveva incominciato il tassista quando l’uomo vestito di nero tornò a protrarsi in avanti e stringendogli la spalla sinistra con una mano, gli fece scivolare in un orecchio:
<< Insisto. >>
Un insisto che la morsa nella quale era incappata quella spalla, decretò essere inappellabile.
Silenzio.
   Il tassista farfugliò un grazie e il clima parve tornare disteso.
   L’auto cominciò a dirigersi verso il sud di Milano imboccando via Vincenzo Foppa. L’uomo vestito di nero rammentò al tassista di evitare qualvivoglia scorciatoia, poi s’accese una sigaretta.
Col volto incollato al finestrino, boccata dopo boccata, se la gustò in silenzio.

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 
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