Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUESTA, È LA MIA

 

Questa è la mia.

 

 Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,
plasmare il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la (D)onna sua regale.


Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.


Funesta la sete
mai paga la fonte
.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Ad ogni nuovo respiro...
Si fa la storia.

Immaginandomi al "capolinea", vorrei potermi voltare e abbandonarmi ad un'ultima illusione:  Aver fatto della buona storia.

Quella che state per leggere,  in particolare,  è una riflessione alla quale sono intimamente legato.
La scrissi qualche anno fa, a matita...  E la scrissi per me.
Davanti, avevo il camino.
Alle spalle,  i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.
Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi.
Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che, "al di qua" dei miei occhi, s'andava saggiando...

Ho provato ad immaginare "il Vecchio" che potrei diventare...

IL VECCHIO


Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle.
A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,
poi quella dopo, e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più di oggi,
  altrettante le avrò dimenticate
e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio...
Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE È GIÀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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Il rinvenimento

Post n°196 pubblicato il 17 Giugno 2017 da Massimiliano_UdD
 

ore 07.00
 
<<Aiuto!>>, urlò l’uomo robusto col k-way agitando le braccia a tutto tondo. <<Uomo in acqua! Aiuto!>>, gridava come un ossesso mentre tagliava la strada di corsa. L’ombrello che brandiva gli sfuggì di mano e l’impeto del vento lo fece piroettare, una, due, tre volte. Ripiombò sulla carreggiata accasciandosi nel mezzo di una pozzanghera, a un palmo da un automobilista che inchiodò con un vigoroso stridore di freni.
   L’uomo che era alla guida si precipitò fuori dall’abitacolo incurante della coda che, pigramente, s’andava accumulando dietro i fari del suo vecchio maggiolone color panna.
   Lo raggiunse che ancora si dimenava e chiedeva aiuto sporgendosi con la testa oltre la struttura di protezione del ponte. Sotto i loro piedi, gonfio,  scorreva il Canale delle Acque Medie. <<Che cosa è successo?>>, gli domandò l’automobilista con la voce smorzata dall’affanno.
   Lo sguardo dell’uomo batteva il corso d’acqua tallonando i sussulti del suo capo inquieto, da argine a argine, e oltre. <<Un tizio è scivolato nel canale! Credo stesse cercando di acciuffare un cane o così mi è sembrato… Ora sono spariti tutti e due!>>
   <<Laggiù!>>, fece l’automobilista indicando la vegetazione a ridosso dell’argine limaccioso, <<Ma… Da dove sono sbucati quei due?>>
   <<Per forza da sotto il ponte...>>, disse l’uomo robusto col k-way, <<E stanno scappando!>>, esclamò mentre osservava due uomini a maniche corte arrancare tra i cespugli, e dileguarsi.
   L’automobilista si tastò di istinto le tasche del montgomery. Poi una smorfia del volto, e una mezza imprecazione gli sfuggì stretta tra le labbra. <<Ho lasciato il cellulare in macchina>>, poi si menò una mano alla fronte. <<I pompieri!>>, indicò l’incrocio con via Milazzo in fondo alla strada, <<Faccio al volo il 115, ci metteranno un attimo>>, disse mentre già s’era avviato alla vettura.
 
 
ore 11.00
 
   La pioggia veniva giù a secchiate. Senza tregua.
La bmw del commissario svoltò a destra in via Pionieri della Bonifica. Si lasciò alle spalle gli alloggi popolari dei palazzoni gemelli, gli eucalipti frangivento che anticipavano la vegetazione a ridosso del Canale e imboccò il tratto piano del ponte, a passo d’uomo.
   All’esterno della carreggiata, oltre i marciapiedi correvano le strutture metalliche di protezione, realizzate da massicci quadranti grigliati arrangiati in complessi adiacenti, rettangolari.
   Sulla sinistra, tra il marciapiede pressappoco a filo stradale e la struttura di protezione, stava una piazzola non asfaltata che il commissario usò per posteggiare, inforcandola a quarantacinque gradi.
   Tra addetti ai lavori e semplici curiosi s’era ormai fatta una folla. L’ispettore  Andrea Mariani si scostò dal mucchio per raggiungerlo con la borsa a tracolla, e  il parapioggia spiegato.
   Il commissario Massimo Del Monaco indossava un impermeabile color cachi con allacciatura doppiopetto. La carnagione era chiara, e la statura alta. Portava un paio di baffi che scendevano sottili ai lati del mento. Perfettamente paralleli, curati. I capelli davano sul castano, pettinati all’indietro e arruffati sulla nuca. Collezionava cravatte, amava i cappelli e indossarne. Il panama per i mesi più caldi, il lino dei berretti patchwork irlandesi per il primo accenno d’autunno, e il borsalino da sfoggiare in inverno. Ma quel giorno non era il turno né della cravatta né del cappello.
   L’ispettore Mariani, con l’intento di coprire anche il commissario, tese il braccio e sollevò l’ombrello più che poté assumendo una sorta di posa innaturale che richiamava la commistione degli stili statua della libertà e danza sulle punte.   
   <<Non preoccuparti, Andrea…>>, gli disse il commissario mentre raggiungeva lesto il retro della vettura, <<Ho il mio. Qui, nel portabagagli.>>
   Infilò una mano e tirò fuori dal baule un ombrello a scatto, automatico e con l’impugnatura in legno. Una mossa del pollice e il parapioggia, d’un azzurro fiordaliso, si compose all’istante.
   L’ispettore gli si era già fatto sotto. <<Dottore, come le accennavo al telefono, abbiamo ripescato un uomo. Cadavere purtroppo, e senza documenti indosso. Era stato visto stamane scendere di corsa il ponte da questa parte…>, e gli indicò con la mano la discesa ricoperta di brecciolino rosso, <<Per recuperare un cane, probabilmente il suo, che a quanto pare non riusciva più a risalire l’argine. Abbiamo rinvenuto questo nelle immediatezze del tratto sterrato...>>, ficcò una mano nella borsa, vi armeggiò ed estrasse una busta per reperti che porse al commissario.
   La busta era trasparente. Del Monaco pensò di poterne saggiare il contenuto senza la necessità di estrarlo, ma un dettaglio destò il suo interesse. Andava approfondito.
   Chiese all’ispettore un paio di guanti in lattice. Mariani tornò a frugare nella borsa e in trenta secondi il commissario era operativo.
   L’oggetto repertato era un guinzaglio per cani di buona fattura col manico rosso, corda avvolgibile e orfano del moschettone che andava assicurato al collare. Ed era proprio quest’ultimo il dettaglio che l’aveva colpito. Se le analisi sul reperto avessero confermato l’appartenenza del guinzaglio all’uomo deceduto, si sarebbe potuto ipotizzare una dinamica tutto sommato plausibile: L’uomo porta a passeggio il cane che tira, tira e a forza di tirare spezza la corda. A quel punto scappa lungo la discesa e finisce sull’argine reso fangoso dal maltempo. Rimane intrappolato o trascinato dalla corrente, il padrone gli corre in soccorso… E il resto è storia.
   Era solo un’ipotesi, certo. Ma il commissario era fatto così, quando un nuovo elemento s’affacciava sulla scena, la sua mente, allenata e fervida, lo metteva in relazione col resto e creava connessioni col tutto, ordendo le prime congetture, e perplessità. E la prima, di perplessità, c’era eccome. L’estremità della corda cui mancava il moschettone non appariva strappata come se avesse ceduto, pareva recisa di netto. Come se qualcuno l’avesse tagliata servendosi di una forbice.
   <<Vediamo se la scientifica ne tira fuori qualcosa>>, disse il commissario mentre restituiva la busta all’ispettore e intascava i guanti.
   La discesa era ripida, larga sì e no due metri e faceva da connettivo tra la piazzola attigua al manto stradale e la zona sottostante il ponte, dando dunque  l’accesso all’argine sinistro del Canale, e alla manciata di case che s’affacciavano sulla sponda.
   Il Canale delle Acque Medie, che ha origine dalle sorgenti del Ninfa, è uno dei collettori fondamentali costruiti in epoca fascista per la bonifica delle paludi pontine. Prende vita perpendicolarmente ai monti Lepini e corre per trentadue chilometri, piegando verso Latina attraversandola a est per poi finire a mare con un porto canale che fiancheggia il lago di Fogliano.
   La breccia scricchiolava sotto le suole rendendo incerto l’incedere. Raggiunsero l’argine a piccoli passi.
   Il commissario conosceva bene quel tratto del Canale, così come conosceva quel rione: Il Gionchetto. Quello era il nome appuntato sulle mappe. Era il   Giunco, invece, per chi c’era nato e cresciuto quando ancora gli alberi e gli sterrati si contavano più delle case e del bitume. E Giunco, era anche per il commissario. Ma erano lontani i tempi di quando tutti conoscevano tutti. Qualcuno se n’era andato e tanti erano arrivati. Per uno che se ne andava, in dieci facevano ingresso e ognuno con la propria razione di cemento, e mattoni. E così, insieme al volto, era cambiata pure l’aria che si respirava.
   Avevano raggiunto il perimetro delimitato dal nastro bianco e rosso con la scritta, Alt Polizia. All’interno era stata allestita in fretta e furia una zona al riparo dalle intemperie ove venne adagiato il cadavere estratto dalle acque. Il medico legale, la dottoressa Terzi, era ancora china sul corpo.
   Il commissario piegò lo sguardo. Il fango, dalle suole, era progredito alle tomaie, fin sotto il fiocco dei lacci. Sollevò il nastro, fece passare l’ispettore, e si proiettò nella zona off limits: <<Dottoressa…>>, fece a mo’ di saluto.
   Ella si voltò mentre sfilava i guanti. Sorrise con gli occhi al commissario e strinse la mano all’ispettore. Aveva una figura sottile, la carnagione lattea e gli occhi celesti. Le labbra erano scarlatte e ben delineate e la chioma lunga, rossa e vaporosa. Le gote lievemente punteggiate da efelidi le conferivano un fascino particolare, non artefatto. Benché non avesse neanche quarant’anni, a causa del suo operare meticoloso, si era già conquistata la stima del commissario con il quale interagiva in perfetta sintonia sin dalle prime occhiate che s’erano scambiati in occasione dell’operazione Giacca e Cravatta della scorsa estate.
   <<Cosa può dirmi, dottoressa?>>, tagliò corto Del Monaco.
   <<Mi piace quando mi dà del lei, commissario>>, rispose indirizzandogli un sorrisetto complice. Poi si fece seria: <<Allora, si tratta di una probabile morte da annegamento che potrò comunque confermarle solo dopo l’esame autoptico che, salvo diverso incarico, eseguirò domani pomeriggio. Come sa la morte per annegamento è una delle più complesse da stabilire anche quando di primo acchito tutto parrebbe confortarla, e va quindi ricercata per esclusione. Inoltre il cadavere presenta una ferita lacero-contusa nella regione occipitale della testa che va approfondita.>>
   Si intromise l’ispettore Mariani che era il più anziano del terzetto: <<Dottoressa… Almeno un testimone ha visto l’uomo dirigersi di corsa verso l’argine e pochi minuti più tardi annaspare nell’acqua. Come può vedere lei stessa qui intorno è pieno di pietre e anche di dimensioni ragguardevoli. Dunque, è possibile che la vittima si sia procurato la ferita nel momento della caduta?>>
   <<Sì, ispettore, è plausibile come dinamica… E le dico francamente che l’avevo già ipotizzata,>>, gli rispose confortandolo, <<ma è ancora presto per trarre qualsiasi conclusione.>>
L’ispettore annuì.
   <<Riguardo l’ora del decesso?>>, domandò Del Monaco.
   <<Guardi, commissario… Il cadavere ha soggiornato in acqua, e questo ha influito sul tempo di raffreddamento del corpo. Tuttavia, tenendo conto dell’assenza di fenomeni trasformativi, delle ipostasi scomparenti alla digitopressione e alla rigidità cadaverica in fase iniziale… Credo che la morte possa essere avvenuta tra le tre e le cinque ore prima delle mie misurazioni.>>
   L’ispettore mise mano al suo blocchetto sgualcito: <<Tre ore, dottoressa… Minuto più minuto meno.>>
   <<Perché ne è così certo?>>, domandò la dottoressa Terzi, sgranando gli occhi.
   <<C’è almeno un testimone che ha assistito alla scena… O meglio, che ha visto l’uomo dimenarsi nell’acqua prima di essere trascinato dalla corrente. Gli annegamenti non sono il mio forte, ma non penso ci voglia poi molto per affogare...>>, concluse con sorriso amaro, scrollando le spalle.
   La dottoressa sospirò, e gli si rivolse ancora: <<A che ora è stata osservata la vittima cadere nel Canale?>>
   <<Grossomodo alle sette di stamane, o giù di lì>>, rispose l’ispettore.
   Il medico legale diede un’occhiata agli appunti presi facendo scorrere l’indice sulla pagina, scuotendo la testa in segno di assenso e intentando tra sé e sé un motivetto indecifrabile. All’improvviso il dito si arrestò, al motivetto mancò il fiato e prese a mordicchiarsi il labbro superiore. <<Bene…>>, disse la dottoressa rivolgendosi stavolta al commissario, <<Il mio lavoro qui è finito. Le farò avere una prima relazione subito dopo l’esame autoptico.>>
   Un uomo azzimato sulla sessantina, magro e canuto, si avvicinò a passo svelto. <<Si ricordi di farla avere anche a me, dottoressa!>>, esclamò con tono seccato, <<Sappiamo tutti della sua a-mi-ci-zia col commissario… Ma non dimentichi i ruoli... Sono io che l’ho fatta venire qui stamane e sono sempre io che coordino le operazioni!>>,  concluse il sostituto procuratore Fanti, arrivato poc’anzi insieme alla scientifica.
   <<Naturalmente>>, rispose la dottoressa con tono stizzito.
   Era palese quanto quell’uscita del magistrato avesse infastidito la dottoressa. Glielo si leggeva in volto, e nelle gesta. Le ciglia aggrottate, e le mani nervose.
   La cosa aveva in qualche modo infastidito anche il commissario benché non lo desse a vedere. Un po’ perché conosceva bene “la bestia”, noto provocatore, eccentrico e misogino. E un po’ perché dopo la riforma del codice di procedura penale del 1988, la polizia aveva perduto parte della sua autonomia, assumendo di fatto un ruolo sempre più subalterno in relazione all’ufficio del pubblico ministero. Dunque, per uno come Del Monaco, poco incline alla vita da gregario e amante delle indagini vecchio stile dove l’intuito la faceva da padrone, era meglio far buon viso a cattivo gioco e tenersi buono il pm. In cambio, ci avrebbe guadagnato un certo margine di libertà d’azione.
   Il commissario indossò uno dei suoi sorrisi più convincenti e lo mostrò al magistrato. <<Dottore… Se permette vorrei andare a fare qualche domanda ai due testimoni.>>
   Il dottor Fanti si strinse nelle spalle e deformò le labbra in segno di disinteresse. <<Faccia come crede, commissario…>>, poi s’interruppe, si cacciò le mani nelle tasche e lo fissò interrogativo, <<Ma non erano già stati ascoltati dai suoi colleghi?>>
   <<Certamente dottore, ma ci voglio fare lo stesso quattro chiacchiere, e chi lo sa, se siamo fortunati ne ricaviamo pure qualcosa>>, rispose mentre faceva scivolare le dita di una mano lungo la schiena della dottoressa, dalle reni fin sopra le spalle, carezzandole con garbo. <<Andiamo, dottoressa… L’accompagno alla macchina.>>
   <<D’accordo, commissario… Qui non c’è più nulla che mi trattenga. Ho già autorizzato il trasferimento della salma all’obitorio non appena la scientifica avrà completato i rilievi. Faccio ritorno in Procura, ma lei mi tenga aggiornato! >>
   I tre si salutarono vicendevolmente con un cenno del capo. 

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Lo stralcio narrativo che avete appena letto, rappresenta il "Capitolo 1" di un progetto più ampio, e del quale il racconto di cui al post precedente, "Il vecchio, e il ragazzino", ne fungerà da prologo.
Mi auguro davvero Vi sia gradito.

 
 
 

Il vecchio, e il ragazzino

Post n°195 pubblicato il 03 Marzo 2017 da Massimiliano_UdD
 

Al vecchio brillarono gli occhi.
   Si fecero zuppi e il verde dell’iride parve striarsi d’azzurro, come il colore che alle volte prende il mare. Era sempre così quando qualcuno o qualcosa gli riavvolgeva il nastro dei ricordi.
   Se ne stava appollaiato a un margine del marciapiede quando il ragazzino gli porse il piccolo fagotto avana. Un mezzo toscano gli tremava tra le labbra tagliuzzate. Secche. La schiena, ch’era arcuata, dondolava contro un lampione verdebosco scorticato da graffiti e sulla cui sommità l’illuminazione vestiva le pieghe d’una coppia di caschi arrangiati schiena contro schiena, a mo’ di campanelle, raggianti. Ed erano le stesse che, a un tempo, illuminavano le vetrine della Standa.
   Eh, già… Perché una volta là c’era la Standa che occupava i primi due piani del palazzo, mentre all’ultimo, ci abitava lui. Ma solo come pied-à-terre, perché lui, il vecchio, di appartamenti non ce ne aveva mica uno solo. Così come di Maserati.
Attraversata la strada, a pochi passi sulla sinistra c’era Piazza del Popolo, con la torre dell’orologio, la palla e la fontana, e i piccioni. Una pioggia di piccioni. Le mamme e i nonni ci portavano i bambini che affascinati rincorrevano i colombi, tiravano loro molliche e ruzzolavano mentre invano tentavano d’acciuffarli e piangevano e ridevano. E poi c’era sempre qualche nostalgico che tirava fuori la Polaroid...
   Oggi, la Standa non c’è più. Anche i piccioni non ci sono quasi più. Dotti e pezzi da novanta gli hanno dichiarato guerra: <<Imbrattano… E portano un sacco di malattie!>>, così hanno detto. E forse per solidarietà, se ne sono andati via anche i bambini, le mamme, e i nonni. In compenso, Piazza del Popolo sta sempre là. E sta là pure l’appartamento all’ultimo piano, che però, adesso, non è più del vecchio. Così come le Maserati, e tutto il resto.
   Il vecchio sbrogliò il fagotto.
Ficcò la mela in una tasca dell’impermeabile, e addentò la rosetta con la mortadella brandendola con entrambe le mani.
   <<Ringrazia la mamma, figliolo>>, disse il vecchio con la bocca piena e lo stomaco vuoto.
   <<No, signore… Il panino e la mela li manda il mio papà>>, precisò il ragazzino.
Il vecchio drizzò il collo. <<E chi è il tuo papà?>>
   <<Sono il figlio di Marco Zampa, mio papà lavora qui vicino, al comune.>>
   <<Zam-pa… Zam-pa…>>, ripeté il vecchio calcando sulle sillabe, <<Non credo di conoscerlo il tuo papà. O forse, sono troppo vecchio per ricordarlo.>>
   <<Papà però la conosce… Tante volte passiamo di qua con la macchina quando mi viene a prendere a scuola… E ogni volta mi fa: “Marcellino, lo vedi quello? Eh… Lo conoscevo quando non era un barbone, era intelligente e ricco, uno dei più famosi architetti di Latina, ma…”>>, il ragazzino si interruppe facendosi rosso in viso.
   <<Ma… ?>>, lo incalzò il vecchio.
Il ragazzino rispose prendendosela comoda, come per edulcorare le parole pronunciate dal padre: <<Ma… Aveva il vizio del gioco e ha perduto tutto… Pure la famiglia. Però mio papà dice che lei era un uomo buono e generoso e che è stato pure in guerra e conosce un sacco di storie...>>
Il vecchio ravvolse nel foglio per alimenti avana quel che restava del panino, e lo intascò.
   <<Allora, figliolo… Che ti hanno insegnato a scuola, oggi?>>, domandò spostando il discorso nel primo luogo lontano dal dolore che gli venne in mente.
   <<Il maestro ci ha detto che il mese prossimo sarà il compleanno di Latina e che compirà 82 anni… E che prima era tutto sommerso dall’acqua e nessuno ci poteva abitare… Poi...>>, e poi gli scappò una risata che subito provò a nascondere con la manina a conchetta tappata sulla bocca.
   <<Perché ti viene da ridere, figliolo?>>
   <<No perché il maestro ha detto che si farà una grossa festa perché è il compleanno di una città giovanissima… Ed è strano perché la mamma a mio nonno lo chiama certe volte “il vecchio” e certe volte “il vecchiaccio” ed è più piccolo di Latina… Ha solo 79 anni… E la festa a casa non gliela facciamo mai perché la mamma dice che per lui è festa tutti i giorni che apre gli occhi la mattina… E quando chiedo a mamma che cosa significa, mi dice: “che ne vuoi sapere tu che sei piccolo, vai a fare i compiti!”. E allora è strano…>>, rispose il piccolo, che ancora sfoggiava un risolino ingenuo.
   Il cielo, da plumbeo, sembrava essersi fatto nero di colpo. Il vento aveva preso a frusciare sollevando le fastidiose polveri che insistevano sulla carreggiata.
   Il vecchio faticò a terra con le palme delle mani. Abbracciò il lampione, spinse sui talloni e si sollevò in piedi. Calzava un paio di scarpe logore entrambe scollate sulla punta. Timberland forse, cui aveva sfilato i lacci.
   Indicò al ragazzino i portici dall’altro lato della strada.
   Era ancora lì che attraversava le strisce che il bambino s’era già accomodato sopra una panchina con le gambe sospese dal pavimento, irrequiete e ciondolanti.
Piegò le ginocchia con una smorfia di dolore e gli si sedette accanto. Il mezzo sigaro spuntava adesso senza brace a un angolo della bocca; marmoreo, come se fosse stato conficcato a fondo col martello.
   <<Dunque, ti chiami Marcellino?>>
   <<Marcello Antonio>>, completò il ragazzino. <<Ma solo il maestro mi chiama così, e solo quando fa l’appello. Tutti mi chiamano solo Marcellino.>>
   <<Marcellino pane e vino!>>, esclamò il vecchio ridacchiando.
   Il ragazzino arrossì sorridendo a sua volta. Si strinse nelle spalle, e dileguò lo sguardo chinando il capo.
   <<Quanti anni hai figliolo?>>
   <<Nove. Faccio la quarta.>>
   Il vecchio si aiutò facendo leva con le braccia e fece aderire le reni alla spalliera della panchina. Una seconda smorfia di dolore, e allungò le gambe.
   <<E tu… Vuoi bene a tuo nonno?>>
   <<Sì che gliene voglio!>>, esclamò il ragazzino, <<È tanto buono il nonno… Mi ha insegnato anche a pescare… E di nascosto mi ha fatto pure girare il manubrio della macchina intorno a casa sua in campagna… Il nonno schiacciava i pedali e io guidavo!>>
   Il ragazzino sprizzava eccitazione. Era radioso mentre parlava del nonno.
   <<E quando vai a trovarlo gli porti mai qualcosa, chessò un frutto, un tuo disegno, un piccolo regalino?>>
   <<Veramente… Non mi ci portano quasi mai, a mamma non va e mio papà tante volte ci passa da solo dopo il lavoro...>>, rispose incupendosi, inclinando un poco la testa da un lato e tormentandosi le labbra coi denti.
   Discorrere col sigaro che gli ostruiva un settore della bocca non gli creava alcun disagio, anzi, dava la sensazione che fosse un esercizio che perpetrava con disinvoltura da decenni. <<Vedi figliolo… Io sono più vecchio di tuo nonno e di Latina… E io e te non siamo niente. Non siamo parenti. Eppure, a me hai portato da mangiare. Ho pianto mentre t’avvicinavi con quelle manine timorose stringendo il fagottino… Perché anche io ho figli e nipoti e tutti sanno dove sto e nessuno mi è mai venuto a cercare, figuriamoci portarmi da mangiare o uno straccio da vestire...>>, disse il vecchio con la voce sempre più strozzata mano a mano che s’addensavano le parole, <<Ma io me lo merito. Ho fatto del male a tanta gente. Ho deluso e tradito il mio stesso sangue. Sono stato cattivo e forse ancora lo sono… Ma non ho più nulla da perdere, ed è questa, forse, la mia salvezza. Ma tuo nonno… Tuo nonno è buono. Chiamalo, figliolo! Cercalo! Fattici portare da tuo papà! Abbraccialo! Porta anche a lui una mela, un panino, qualsiasi cosa! Goditelo, figliolo! Perché lo sa solo Iddio per quanto ancora ce l’avrai su questa terra… Fallo, e non pensarci! Perché il giorno che ci penserai, sarà già troppo tardi...>>, il vecchio era visibilmente scosso. Sollevò una mano e l’avvicinò tremolante alla testa del piccolo, come per posargliela sul capo e scompigliargli i capelli in un gesto affettuoso. Ma volgendo il polso scorse il palmo sudicio e le dita giallognole, e così, con malcelato imbarazzo la ritrasse, e finse allora di sfregarsi un ginocchio.
   Marcellino lo osservava in silenzio. Le gambe avevano smesso di dondolare.
   Tirò fuori un pacchetto di svedesi, ne estrasse uno e lo sfregò. Con la precisione di un chirurgo agitò le dita, lo stelo prese a prillare e la capocchia finì sotto il palmo della mano. La fiamma si inclinò, prese corpo. Si protese in avanti col sigaro inforcato tra le labbra secche, e vi si accostò. Fece due brevi boccate seguite da una terza che pareva interminabile. La brace gli brillava nella bocca che pronta all’incendio si spalancò per un terzo, e la faccia del vecchio svanì dietro una nuvola di fumo.
   <<La vuoi sentire una storia?>>, propose poi al ragazzino.
   <<Che storia?>>
   <<La storia di Littoria… Con le sabbie mobili, gli insetti assassini, i bufali, e i cattivi… Quelli veri.>>
   <<Chi è Littoria?>>, domandò curioso il piccolo.
   Il vecchio torse il collo e posò lo sguardo dapprima sul piccolo, dunque sulla parete alle loro spalle. Tese il braccio per adagiarlo lungo la spalliera della panchetta e fece guizzare il polso all’indietro. Le nocche della mano bussarono contro la parete originando rumori sordi: <<Littoria è questo muro.>> Poi l’indice della stessa mano puntò una colonna rivestita di travertino dal lato opposto della strada: <<Littoria è là!>>, <<Ma anche laggiù!>>, disse infine sollevando lo sguardo e disperdendolo fiero da parte a parte.
   <<Figliolo… Littoria è la città che abiti. Latina è solo il nome che gli hanno appioppato dopo…>>
   <<Bello!>>, esclamò sbalordito il ragazzino, <<Che poi la settimana prossima ha detto il maestro che ci farà fare pure un tema… Ma perché gli hanno cambiato nome?>>
   <<Ecco… A spiegarti questo faccio fatica anch’io. Ma tu non preoccuparti, ascolta la storia e se non capisci qualcosa, appuntalo nella mente… Me lo domanderai poi. Per adesso, ricordati solo che il suo nome era Littoria.>>
   Il ragazzino annuì col capo. Ma la curiosità la faceva da padrona e lo interruppe ancora: <<Ma davvero c’erano le sabbie mobili qui?>>
   <<Certo che c’erano, che credi!>>
   <<E dove stavano?>>, domandò già fin troppo attirato da quei presupposti.
   Gli puntò un dito sulle gambette. <<Una stava precisamente qui sotto… Proprio dove sei seduto tu!>>, esclamò di getto, facendo la voce grossa e sgranando gli occhi.
   Il ragazzino balzò in piedi così in fretta che mise un piede in fallo e capitombolò a terra.
   Il vecchio si lanciò in una fragorosa risata, che dell’interno della bocca nulla lasciò all’immaginazione. Né l’oro delle otturazioni, né tantomeno il diastema tra gli incisivi.
   <<Torna qui, figliolo… Ti sei fatto male?>>
   <<Sembra di no...>>, gli rispose mentre era ancora inginocchiato ad allacciarsi una scarpa.
   <<Perdonami, figliolo… Sì, adesso ti ho preso in giro, ma c’erano davvero le sabbie mobili, e si moriva…>>, la mano, distesa, atterrò sulle stecche della seduta lasciata vacante, <<Vieni… Che adesso si fa sul serio.>>
   Il ragazzino scattò in piedi e tornò a sederglisi accanto.
   Il vecchio gli fece l’occhiolino, e sorrise. Fece un’altra lunga boccata, e il racconto ebbe inizio. <<Littoria…>>, iniziò, e subito ammutolì. Gli occhi erano tornati umidi.
   La manina del bambino s’era posata sul trench del vecchio e ne tratteneva un lembo: <<Signore…>>, pronunciò con un filo di voce.
   Il vecchio era da qualche parte, ma non là. Una lacrima si slacciò rigandogli uno zigomo per poi acquietarsi a ridosso d’una piega profonda.
   Un fulmine squarciò il cielo. Il bagliore fu accecante. Il viso del ragazzino scattò di traverso.
Il fragore del tuono fece trasalire il vecchio, che d’istinto si deterse gli occhi con il dorso di una mano.
   Ormai pioveva a dirotto.
   <<Dove eravamo, figliolo?>>, disse portandosi una mano alla fronte, <<Ah, ecco…>>, rinsavì poi.
   Si cacciò dalla bocca quel che rimaneva del tabacco. Sospirò. Si schiarì la voce, e fiatò con tono solenne: <<Littoria, quando ancora non era Littoria e men che meno Latina, era una palude circondata da paludi e da foreste di lecci, querce da sughero, e pini. Dove non stavano i pantani, stavano le foreste, che inestricabili, eran dette selve...>>
   Il ragazzino lo ascoltava con la bocca semiaperta. Il vecchio sospirò ancora, e riprese con un registro meno formale: <<Ah, figliolo! Se avessi visto quello che c’era prima… L’hanno chiamata, “la grande bonifica delle paludi pontine”… Così l’hanno chiamata. Guerra, la chiamo io! Un’opera colossale! Si era combattuto una vera e propria guerra contro una natura ostile, malsana e allo stesso tempo affascinante, unica. E si aveva avuto la meglio là dove tutti, dai volsci ai romani ai papi, nel corso dei secoli, avevano fallito.>>
   <<Ma come hanno fatto a togliere tutta l’acqua?>>, chiese il ragazzino.
   <<Non fu affatto uno scherzo, ragazzo! Si scavarono chilometri e chilometri di canali per drenare a mare parte delle acque e furono piantati migliaia e migliaia di alberi assetati. Certi bacini, però, erano più difficili da far scorrere perché stavano sotto il livello del mare e allora servirono delle gigantesche pompe per sollevare le acque. Pompe idrauliche tra le più potenti al mondo!>>, riprese fiato, <<Ma il vero problema era la malaria… E i morti, come in tutte le guerre. E qui arriviamo agli insetti assassini…>>
   <<Gli insetti assassini…>>, ripeté a bassa voce il piccolo.
   <<È così, figliolo… Forse a scuola non te ne hanno ancora parlato, ma c’è un tipo di zanzara che non perdona. Ti punge, ti ammali e rischi la pelle. E qui, quando c’era la palude, era pieno zeppo di queste zanzare maledette. Migliaia di uomini sono morti per essere stati punti… Proprio mentre lavoravano alla bonifica, mentre lavoravano per noi…>>
   Il ragazzino lo ascoltava rapito. <<Ma come hanno fatto a cacciarle?>>
   <<Cacciarle?>>, fece ironicamente il vecchio, <<Sterminarle! Ed è stato davvero duro… Occorse un insetticida potentissimo e una speciale famiglia di pesci che mangiavano le uova delle zanzare che stavano a pelo d’acqua… Che poi c’era la guerra e quando la malaria sembrava ormai vinta, i tedeschi per contrastare l’avanzata degli americani ci sabotarono i canali che non finivano più a mare, e ricominciò ad allagarsi tutto. E allora di nuovo le zanzare, la malaria, e altri morti. E poi…>>
   Il suono insistente di un clacson si distinse tra il rumore intenso della pioggia scrosciante.
   <<Che storia!>>, esclamò il ragazzino, <<Ma ci vuole ancora tanto prima di arrivare alle sabbie mobili?>>
   <<Un’altra volta…>, rispose il vecchio.
   <<Perché?>>, domandò ancora, <<Proprio adesso che stavamo sul più bello...>>
Il vecchio indicò con un cenno del capo l’uomo sulla quarantacinquina che, dal fondo dei portici, li fissava tenendo in mano un ombrello. <<Perché penso che quello lì sia tuo papà… E che tu debba andare.>>
   Il ragazzino si voltò. <<Ecco, papà… Vengo subito!>>, gridò, agitando una mano oltre la sua testa.
   <<Mi tocca andare… Ma domani torno, faccio i compiti e torno!>>, gli disse spostando il    peso del corpo mingherlino da un piede all’altro.
   <<Ciao, figliolo>>, lo salutò sorridendogli con gli occhi.
   Il ragazzino aveva percorso già oltre la metà dei pochi metri che lo dividevano dal padre quando d’improvviso si arrestò. Si voltò e tornò di corsa dal vecchio.
   <<Che ti sei perso, ragazzo?>>, gli disse mentre il piccolo mordicchiandosi un labbro lo fissava di sottecchi.
   <<Non ci credo che sei cattivo.>>
   Il vecchio, ch’era curvo in avanti, abbassò lo sguardo. Non disse nulla.
   <<E non è vero che non siamo niente>>, fiatò ancora il piccolo.
   La testa del vecchio ebbe un fremito. Da qualche parte scovò la forza, e la sollevò. <<E cosa siamo?>>
   Il ragazzino gli andò sotto e gli cercò una mano con la sua. <<Amici>>, disse.

   Quello fu l’ultimo giorno che il ragazzino vide il vecchio, e il penultimo, che il vecchio vide la vita.
 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

Nudo.

Post n°193 pubblicato il 21 Febbraio 2017 da Massimiliano_UdD
 

 

Nudo.


C
i fu un tempo in cui m'ero quasi convinto d'essere un uomo intelligente.
Poi, conobbi l'amore.

Allora mi convinsi d'essere un uomo felice.
Poi, conobbi la vita.

Allora mi trovai un tetto.
Oggi, sono un Viandante...



M.
(L'uomo dei difetti...)

 

[Post Scriptum]

Ci sono momenti in cui, nonostante la malinconia di giornate sempre cinerine, ti trovi costretto a darti delle risposte. 
Nonostante le domande. 

 
 
 

Tutto inizia. Il meglio finisce. Perché mai diventi il peggio.

Post n°192 pubblicato il 21 Novembre 2016 da Massimiliano_UdD
 




Tutto inizia. Il meglio finisce. Perché mai diventi il peggio.




M.
(L'uomo dei difetti...)

 

[Post Scriptum]

La riflessione di cui sopra prende spunto da certi rapporti sentimentali. Rapporti dove la passione e globalmente l'amore sembrano destinati all'immortalità. 
Tuttavia, talvolta, anche quei rapporti che parevano indissolubili, speciali... Sono destinati a finire.
Il tempo logora. Il tempo sa come rendere l'impossibile, plausibile. E quando la passione è stata travolgente, parimenti, anche la fine può confluire in azioni contrastanti, esasperate... Ci si "vomita" addosso di tutto, specie quando una delle parti è ancora fortemente innamorata e destabilizzata si vede cadere il mondo addosso...
Ecco, quando un rapporto è stato davvero importante, credo la giusta intenzione sia quella di proteggerlo, e in qualche modo, trovare la forza di fermarsi un attimo prima: "Perché mai (ciò che a un tempo fu il meglio) diventi il peggio".

 
 
 

Cosa conta davvero ?

Post n°191 pubblicato il 01 Marzo 2016 da Massimiliano_UdD
 

 

   Ci sono giorni in cui, l'umore, prende i colori del cielo.
Oggi, è uno di quei giorni. Solitari. Malinconici. E malinconico, mi raffiguro.
E allora, guardi fuori...
   La pioggia impatta contro le vetrate come raffiche di chiodi già spuntati, usati. Certo, sai che pungono, ma che meno capaci, penetrano... 
La vedi sbattere violenta, e poi arrendevole, scivolare via...
<< E' una buona cosa! >>, direbbe qualcuno.
Non poi tanto, per me. Io ho bisogno di botte forti, di lacerazioni che mi facciano vibrare perché uniche, non sono per le raffiche blande... Sarà perché dopo aver provato l'accelerazione di gravità della Luna, quella della Terra, "t'appesantisce"... Mentre vorresti solo fluttuare...
Perché certi voli non saprebbero proprio come poter essere per tutti, e non si possono smettere come se mai avessero decollato.
E rivedi le tue giornate monche...
   Avresti voluto abbandonare tutto, uscire al gelo col vento di traverso a tagliarti il volto, le labbra, e occhi al cielo... Dissetarti da quella fonte che spontaneamente, a un tempo, t'accoglieva come il dono più prezioso. E fiera, t'annegava d'amore, e incertezza... Ma era bella anche quella, perché era per te.
   Il tempo dà, il tempo toglie. 
E t'accorgi che il tempo del chiarimento, della serenità, non arriva mai. Perché certe cose, bisogna volerle in due.
   Sarà che il rancore non è mai stato di casa al mio umile desco, oggi, posso affermare con fermezza, che io, tante dinamiche, non le capisco. E probabilmente, non le capirò mai.
   Per indole, preferisco fare l'(A)more che la "guerra". Preferisco che mi si tolga il fiato con labbra sapienti, accordate, e sovrapposte alle mie già fin troppo tumide, piuttosto che con un gesto delle mani. Preferisco le carezze, al cuore in perenne stato aerobico.
Non è mai stata una novità.
   Provi a formulare un pensiero, e t'affanni alla ricerca di quel piccione che, stavolta, non passa... C'è sempre stato ad imbrattarti il davanzale, eppure, oggi che doveva raccontar di te, non c'è. O forse non c'è mai stato perché, tanto, avrebbe trovato chiuso...
   Allora ti convinci che certi pensieri, desideri, non sia solo tu a saggiarli... Pensi che allorquando accordati brillino, e trovino da soli quel filo smarrito. E invece...
   Ti guardi intorno e t'accorgi di non esser più neanche così bravo a leggere, emozionare, ad esser (S)peciale...
E di rimando, subodori, d'esser fluito anche tu nell'ermetismo della sola ragione. Dove se privi della chiave del cuore, nulla è più decifrabile.

   Vedi riflesso nello specchio il volto e ti domandi:  Cosa conta davvero ?
E nel petto,  t'illudi, di non esser l'unico a meditar su siffatta questione...
   E benché rovente e passionale per natura, rilevando solo brina tutt'intorno, tenti di cambiare atteggiamento, e taci. Ma anche quello non va bene. Nulla, pare vada mai bene. Voglie e desideri in salamoia. E ti pare di non aver mai capito nulla... D'esser l'unico ballerino d'un passo a due mal assortito... O forse, (S)ognato...
   Ma anche i sogni sanno come far male. E il dolore, di qualsiasi natura esso sia, va rispettato. Trovo giusto ognuno parli del proprio, e che non ci si addentri in giudizi su quello degli altri. Perché difficile da presagire, e comprendere.
 Come si sa, i rapporti tra le persone constano di ciò che dice l'uno, ciò che dice l'altro. E la verità. La Fallaci, la sapeva lunga a riguardo...

   Quando si ha a che fare con qualcosa di grande, sia essa (A)micizia ovvero amore, non esiste orgoglio, rancore, esiste il solo volersi. E imparare dagli errori che, inevitabilmente, tutti sanno come fare, nessuno escluso. E quando non si dispone di quell'altissima sensibilità atta a far questo ovvero i sentimenti non sono poi così turgidi, è giusto sorridere alla vita, e guardare oltre...
  
Nella vita si può aver bisogno di tutto. E non ci si deve vergognare per questo.
Ma i sentimenti,  no. Questi, non vanno elemosinati. Mai.

Mi congedo dedicando ad (A)mici e viandanti un mio vecchio aforisma, e che sia di buon auspicio, fosse anche una carezza durante una giornata di pioggia.

"Trova qualcuno che (A)mi i tuoi difetti quando il sole brilla alto,
   affinché dei pregi,
   ne possa egli godere la notte..."

 


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]

   Spesso mi è stato domandato del perché io utilizzassi in talune occasioni le parentesi tonde. L'arcano è presto svelato. Si tratta di una notazione che chiamo: Notazione parenteticaUn vezzo per taluni. Di grande enfasi, per me. Le parentesi tonde vanno considerate alla stregua di due BRACCIA FORTI e allo stesso tempo DELICATE che PROTEGGONO l'oggetto del loro abbraccio.    Scelsi questa notazione molto tempo fa per argomentare la differenza, a mio avviso, in essere, tra (A)micizia e (a)micizia; ne venne altresì fuori una "interessante" riflessione. Fondamentalmente serve per dar enfasi ad una parola o concetto. Per inciso: "(S)plendido" è un po' come dire "splendido", ma con l'aggiunta di un sentimento ovvero di vera partecipazione. E così l'abbraccio è dissimile dall'(A)bbraccio. Perché dentro un (A)bbraccio, ci può essere un mondo che neanche il classico amore saprebbe come raccontare.

 
 
 
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LA MIA PICCOLA LUCE: L'ULTIMO VIAGGIO.

 La mia piccola Luce, 25 Agosto 2014


 Ciao piccola Luce,


ti scrivo queste poche righe perché… Ne ho bisogno.
Perché piangere davanti a questo schermo fa meno male che fissando il soffitto. Perché se sto qui mi tengo lontano dai balconi e dalle finestre che danno sul grande campo incolto sottocasa.
   E ti vedo scodinzolare lì in mezzo, felice, perché sapevi che non appena a casa ti avrebbe aspettato lo stecchino al salmone che adoravi. Come ogni mattima, come ogni sera. Come ieri mattina. Come mai più.
   In ufficio dormivi sempre. Tuttavia, bastava il minimo rumore perché tu abbaiassi a chiunque e non solo agli sconosciuti, come a voler per dire:
    << Anche questa è casa mia! >>, poi tornavi a ronfare sul tuo cuscinone, e sembravi una regina. Anzi: Eri la regina. E lo sarai sempre perché il vuoto che oggi m’appartiene non l’avevo messo in conto. 
  
Pensavo che dopo aver provato la più terribile delle perdite, il dolore per aver perduto un animale fosse qualcosa di gran lunga meno intenso, di blando addirittura.
E invece…
   Sono i ricordi a rendere lancinante un fendente o a far sì che certi lucciconi narrino gioia anziché dolore.
   Sei stata la prova che l’(A)more incondizionato, esiste. E che prima di averti io ero uno stolto e non capivo l’amore degli altri per gli animali e non capivo neanche perché talvolta piangessero, si disperassero, vedendoli star male. Tante cose non capivo.
Io ero cieco. Ma oggi vedo.

 

 
So che ti ritroverò un giorno.

Massimiliano 

 

AL VENTUR LERCIUME...


T
alvolta
 getti l'ancora e ti soffermi a riflettere sulle vicissitudini della vita, anche le meno tangibili...
Talvolta ti fai un'idea di una persona già il primo giorno, e dentro di te vorresti fosse sbagliata...
Tenterà di convincerti di essere diversa da come tu la vedi... E provi a crederle...
E' anche giusto farlo.

Tuttavia, a ogni piè, capita, fosse anche dall'imposta più tetra,  che la nuda verità s'affacci spavalda ad illuminar ragione... 

E ti rendi effettivamente conto di chi hai avuto davanti.
Però, stavolta, ironia della sorte, la delusione sarà tutt'altro che longeva, non ne rimarrai stupito...
In fin dei conti, lo sapevi già.
 

M.
(L'uomo dei difetti...)
 

[Post Scriptum]
Per i graditi ospiti al mio umile desco, ho sintetizzato, in un aforisma a mo' di promemoria, crudo e non meno illuminante, la digressione di cui sopra.
"Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno,  che poi,  fu il (P)rimo."

 

DALL'ALTO VEDI IL MONDO, DAL BASSO VEDI IL TUO.

Dal basso vedi il tuo, di mondo.

Ho sempre sceso le scale di corsa.
Le ho sempre viste come l'ostacolo ultimo tra me, i miei affetti, e la strada.
Un ostacolo blando. Un  connettivo pervio, da lasciarsi alla spalle il prima possibile.   E con la frenesia di chi,  alla stazione,  è sempre in ritardo.

Ma... Stamane no.
Ho percorso i gradini con la velocità dell'uomo, che dalla strada, non s'aspetta nulla di buono. 
E per questo la rimanda.
E per la prima volta ho ricavato del tempo da dedicare alla riflessione anche nell'unico luogo che da sempre avevo destinato al transito, alla zona franca, al canticchiar senza pretese.
Dall'alto vedi tante cose, ed io non lo nego.
Tuttavia, ciò che realmente vedi, è il mucchio.
Non riesci ad apprezzarne le differenze, a coglierne i dettagli.
E' dal basso che vedi ciò che accade intorno e ti rendi davvero conto della piccola grande verità.
Quando tu stai fermo, qualsiasi sia il tuo stato d'animo, il mondo intorno a te, si muove.
C'è chi non ti pensa proprio... E va veloce.
C'è chi apparentemente ti vuole bene... Eppur si muove.
In fin dei conti, quello che ha scelto di star fermo, sei tu.
Quando ti senti solo, sei solo.
Quando hai il minimo dubbio,  allora, non ci sono più dubbi.


M.
(L'uomo dei difetti...)