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Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle. A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,  se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,  poi quella dopo,  e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,  saprò tante cose più di oggi,  altrettante le avrò dimenticate e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio. Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE ╚ GI└ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA, ╚ LA MIA

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,  plasmare
il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la sua Donna regale.
Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.
Funesta la sete
mai paga la fonte.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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IL PRESCELTO

Post n°164 pubblicato il 23 Luglio 2014 da Massimiliano_UdD
 

Keanu Reeves (attore)

 

Volevo solo che lei mi notasse... 
   E mi guardò.
Fece per sorridere. Pareva impacciata. Ringraziai Dio per il dono di quell'istante. Non l'avevo mai veduta così. Non l'avrei mai più veduta così. La notte non mi riusciva di sognarla, e allora passavo il tempo migliore ad immaginarla. E sorridevo. Perché lei, sorrideva.
Una donna capace ancora di arrossire e poi ingenua, disperdere lo sguardo stringendosi nelle spalle, emozionata... 
   Giocavo con gli occhiali, e non lo facevo mai. Mi riconoscevo a stento. Magari quello non ero neanche io. Eppure quelle sensazioni erano le mie, eccome. Certe vibrazioni non si raccontano. Non le puoi raccontare. Non le devi raccontare. Rischieresti di rendere felice la persona sbagliata, e allora, le avresti sciupate.
E se anche quell'emorragia di turbamenti giacché trepidanti fosse appartenuta ad altro uomo,  allora io vi giuro: Invidio quell'uomo.
Io in-vi-dio, quell'uomo!
E mai taluno, invidiar talaltro, mi sorprese.
Né uomo.
Né donna.
Né terra.
   M'avevano scassinato il cuore.
Il mio poi, figuriamoci!  
Pensai.
Blindato a tripla mandata dalle mie stesse voglie, dal mio stesso, solito, magistrale, conflitto di sempre: "L'uomo ardente, malizioso Vs L'uomo perbene, solido".
Troppo malizioso. Troppo perbene.
Uno scontro al vertice.
La felicità, il premio.
Una miscela che non conosce sfumature. Null'altro che il (V)ero, tra le pieghe del verosimile.
Mai alzato la coppa, io.
  Scesi i Rayban che tenevo inforcati sulla testa. Dietro le lenti scure gli occhi seguivano ogni suo palpito. Mi sentivo assurdamente legato al più inconsapevole dei suoi fremiti, come se a sua insaputa, essi già m'appartenessero. Come se al di là della sua muta impenetrabile ella non desiderasse altro che essere protetta. Aver fatto a pugni mille volte con la vita solo per arrivare a sedere in quel bar, a quel tavolino, in quel giorno. Allora tutto avrebbe avuto un senso. Finalmente libera di abbandonarsi al piacere di abbassare la guardia. Di non pensare più al devo, ma al dobbiamo.
   Libera di scivolare tra le braccia di colui che un giorno, e sia maledetto quel giorno, avrebbe scelto lei, alla vita.
Ed io ero il prescelto.
   Diede d
ue colpetti con la mano al pantalone del tailleur come per liberarsi dalle briciole di quel pasto frugale indugiatele addosso. Tutto quel bianco cominciava a darmi alla testa. Me la toccai. Seppi così che ancora ne avevo una. Sulle spalle poggiava, perlomeno.
   D'un tratto, repentina, s'alzò.
Trasse a sé la borsa che sormontava lo sgabello al suo fianco. Un grande borsone di uno strano grigio, slavato, non uniforme, in pelle. Spaventosamente, grande!  Ne percepivo quasi la pesantezza mentre mi stuzzicavo con l'idea di quante e quali fossero le cose che ella potesse tenerci dentro. 
Cosa avrei dato per poter sbirciare lì dentro, nel suo mondo più intimo che già bramavo...
   Tirò su la cerniera, e serafica, come se null'altro che lei avesse mai aleggiato in quella sala, dandomi le spalle,  s'avviò alla cassa.
Il corpo era vestito come un guanto.
Figurava come stretto in una morsa, soffice e sinuosa. Una stretta che gaia ne arginava gli umori. E che avida, l’odor tratteneva.


   << Mi perdoni, questo posto è occupato ? >>, mi domandò, sorridendo, la moretta che al mio arrivo sedeva al bancone. Avrà avuto non più di venticinque anni.
Com'era ?
Non saprei proprio dirlo.
La sua figura intercettò il mio sguardo un paio di volte. Non una, la osservai.
  << Libero, liberissimo. Stavo giusto andando via... >>, sorridendole di rimando, le risposi.
   Balzai in piedi.
Feci un lungo respiro e mi diressi anch'io verso la cassa.
Presto avrei scoperto se la determinazione nel libero arbitrio avesse ragion d'essere. Se fosse stato davvero possibile scrivere il proprio destino. 
Ed io il mio...

 

M.
(L'uomo dei difetti)

[Post Scriptum]
Tratto da "Tutto in ventiquattro ore" de L'uomo dei difetti [MolesKine N.14, grafite, HB]

 
 
 

Il Viandante e il (S)ognatore.

Post n°163 pubblicato il 14 Luglio 2014 da Massimiliano_UdD
 

Il Viandante e il (S)ognatore

 

Mi piace la (D)olcezza, e mi piace non doverlo nascondere...
Mi piacciono le persone affabili, e pulite...
Mi piacciono le persone che non si nascondono dietro un dito che poi diventa una mano che poi diventa l'imponderabile formato tangibile...
Mi piacciono le persone trasparenti, e non mi riferisco alla figura.
Mi piacciono le persone lontane dai riflettori, e dagli intrallazzi...
Mi piacciono le persone che quando ti pensano guardino fuori dalla finestra alla ricerca di un piccione, e poi lo seguano, innamorate, con gli occhi...
Mi piacciono le persone per le quali le parole non sono frutto del solo calcolo combinatorio applicato all'insieme delle lettere dell'alfabeto...
Mi piacciono le persone che a labbra serrate sanno come farti sentire (U)nico, tra i tanti d'un mazzo...
Mi piacciono le persone che sanno come lasciare il mondo fuori, e con un gesto, puro, e non rubato, sanno come trasformare le lacrime in stille di (V)ita...
Mi piacciono le persone per le quali venga prima io, e solo poi, il fugace...
Mi piacciono le persone che quando hanno voglia di baciarti non si vergognino, e non attendano la notte, quando tutti dormono...
Mi piacciono le persone che sanno discernere il (V)ero dal verosimile...



Sono un (S)ognatore perché nei miei sogni, la terra dove le lacrime hanno il solo sapore della gioia, dove chi ti dice di volerti (B)ene te ne vuole davvero... Dove non sei solo un numero in una lista ordinata...  Ecco, nei miei sogni, quella terra, esiste.
Per questo sono un (S)ognatore.
E in un mondo dove tanti sanno come rubarti tutto, consumistico finanche nei sentimenti, dove l'effimero e la superficialità leggiadri allorché spavaldi imperano...
Ho bisogno di coccolare un (S)ogno.  Questo.  Il mio.
Perché fin quando saprò come sognare, io saprò d'essere ancora in vita...
Per questo sono un Viandante...



M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Per coloro che non mi avessero mai letto, illustro di seguito il senso delle parentesi tonde alle quali faccio spesso ricorso.


L'arcano è presto svelato.
Si tratta di una notazione che chiamo: Notazione parentetica. Un vezzo per taluni. Di grande enfasi, per me.
Le parentesi tonde vanno considerate alla stregua di due BRACCIA FORTI e allo stesso tempo DELICATE che PROTEGGONO l'oggetto del loro abbraccio. Scelsi questa notazione molto tempo fa per argomentare la differenza, a mio avviso, in essere, tra (A)micizia e (a)micizia; ne venne altresì fuori una "interessante" riflessione.
Fondamentalmente serve per dar enfasi ad una parola o concetto.
Per inciso: "(S)plendido" è un po' come dire "splendido", ma con l'aggiunta di un sentimento ovvero di vera partecipazione.
E così l'abbraccio è dissimile dall'(A)bbraccio. Perché dentro un (A)bbraccio, ci può essere un mondo che neanche il classico amore saprebbe come raccontare.


 

 
 
 

Il Carbone, e la befana.

Post n°162 pubblicato il 10 Luglio 2014 da Massimiliano_UdD
 

La streghetta befana

Ero solo un ragazzino...
   Mi piaceva da morire il carbone. A tocchi, dolce. Quello che trovi nelle calze preconfezionate. O meglio, quello che trovavano i più fortunati. A me, non capitava mai. E questo mi dispiaceva, e non poco. Per i miei cuginetti, invece, era un appuntamento fisso. E quando non mi riusciva di rubarglielo,  lo assaggiavo da loro.
   In famiglia facevo il discolo di proposito perché così m'avevano raccontare di fare. Eppure, niente. Non m'arrivava mai. 
   La mia sorellina, diceva:
  
<< Il carbone sta dentro le calze piccole che si comperano alle bancarelle. A te, invece, la befana, porta la calza gigante, piena zeppa di cose buone, di che ti lamenti! >>.
   "Sarà...", mi dicevo.
In effetti, ad esser grande era grande, ma... Il carbone, neanche a pagarlo.

A distanza di anni, da buon viandante, ci ho voluto riprovare.
   La scorsa notte ho conosciuto una persona mentre rincasavo a piedi.  A due passi dal tratto discendente del ponte delle acque medie. Mi bastò di scrutarla per pochi lunghi istanti, e fui certo d'incanto di avere a che fare con la befana. Non ebbi alcun dubbio.
Anche perché ad un certo punto m'accennò qualcosa riguardo alla scopa.  Ed io, quando sento "scopa" da una persona mai veduta prima, non mi formalizzo più di tanto, e penso subito alla befana.
  Sarà stata una decina di centimetri più bassa di me. Mi dà un'occhiata sommaria, e mentre finge di sistemarsi quella che a me, in parvenza,  pare una cinta allungata, ma che quelli che parlano bene avrebbero di certo chiamato "gonna", mi disse:
   << Ti va ? >>
   << Mi perdoni, signora.  Sono fuori per il carbone, stanotte... >>, le risposi di getto.
   Prese a sollevarsi con entrambe le mani quel che rimaneva della stoffa sotto la vita. A quel punto, io che non dormo da piedi, immaginai lo stesse facendo per il timore che l'oscurità rotta dal quell'unico fioco lampione, non m'avesse fatto ancora intendere che la befana tutto indossasse fuorché le mutande. E non fu neanche l'unica, di scoperta, che per la verità, feci...
   << Ragazzo, ho tutto quello che vuoi. Ed è tutto, qui. Vieni... Ne ho tanto di carbone.  E fuoco...>>
Le mie certezze, d'un tratto, vacillarono. E allora scaltro, m'attanagliò il dubbio. Non ero affatto certo ci stessimo riferendo allo stesso articolo...
   Le posai il mio sguardo addosso, lo feci scorrere da capo a piedi, e arrangiando poi le labbra in un ghigno, pensai:
   "E' proprio una condanna...
Io e il carbone, uno da una parte, e uno dall'altra...
"

   Mi sistemai la tesa del queensland che portavo sul capo, e le dissi:
    << Si copra, signora. Fa freddo, stanotte. >>
   M'ero già avviato per una ventina di metri quando udii ancora il timbro della sua voce provenire dalle mie spalle:
    << Ragazzo! Ragazzo, dico a te! ... Ma non avevi voglia di carbone ? T'assicuro che così rovente... >>
   Se sette anni prima non avessi smesso di fumare, adesso, avrei frugato le tasche, e acceso una delle mie Chesterfield Blu.
Tutto m'era eccentricamente chiaro. Tanto ieri, da piccino, quanto oggi, da uomo.
   Torsi il collo, la guardai di traverso, e sorridendo spavaldo, conclusi:
   << Dice bene, signora! Certo che lo volevo... Il carbone.  L'ho sempre voluto. Ma... che le devo dire, evidentemente, non l'ho mai meritato... >>


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   "Il Carbone e la befana" è, per ovvi motivi, un racconto invernale.
Tuttavia, la metafora annegata tra le righe ben si accomoda alla più calda stagione.
Mi auguro Vi abbia fatto piacere (ri)leggerla...

 
 
 

L'arrivo a Milano dell'uomo alto vestito di nero. (tratto da "Delitto in giacca e cravatta" de L'uomo dei difetti)

Post n°161 pubblicato il 30 Giugno 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

Uomo alto vestito di nero

 

Milano, Stazione Centrale.

   Nei pressi del binario 18, una donna sulla quarantina era intenta a rovistare nella borsa che teneva sottobraccio. Nervosamente, si sarebbe detto.
Un bambino le si aggrappa alla gonna. Uno dei tre bottoni dorati, il più vicino al ginocchio, salta. La calza che le cela la carne rivela lo stesso colore della pelle che indossa.
   Un anziano che procedeva a passo lento era ora immobile a poche mosse dalla donna. I polsini della camicia s’alternavano sulla fronte madida con la frequenza di due tergicristalli in pieno acquazzone. E l’affanno che della fantasia n'era il testimone, narrava ben oltre quanto veduto da quegli occhi zuppi e malandati.
   Il bambino piange. Ha fame, forse. O forse, no. Magari è solo stanco, vuole solo andar via. Magari.
   Un ragazzo in jeans e giubbotto di pelle trascinava un trolley verde avanti e indietro tra il binario 18 e il negozio di souvenir alle sue spalle.
Aprì il mezzo litro d’acqua che portava a passeggio nella mano libera e ne bevve un sorso. Come morso da una tarantola, scosse la testa, incrociò lo sguardo della signora col bambino aggrappato alla gonna, sputò a terra, imprecò:
   << Che schifo!  Pare piscio, cazzo! >> e strofinandosi la bocca alla bandana che gli velava il collo, concluse alto il suo pensiero:
   << Fanculo… >>
   La donna visibilmente contrariata smise di armeggiare nella borsa, e sollevato tra le braccia il piccolo s’allontanò facendo dono al ragazzo di un’ultima occhiata, non meno schifata di quelle che l’avevano preceduta.
   Una modesta delegazione di suore ospedaliere assistette anch’essa alla scena.
La sorella più giovane si sciolse dalla compagine e improvvisò una conversazione inesistente al telefonino. La più anziana fissò il ragazzo con sguardo compassionevole e unendo le mani in preghiera gli indirizzò una frase che all’insaputa di entrambi, presto, avrebbe avuto un senso:
   “Questo è il frutto della pianta che cresce senza Dio...”.
   Un uomo robusto vestito di nero, di poco sotto i due metri, usciva dalla cappella ubicata oltre il binario 21. I Calvin Klein inforcati sulla testa ne domavano i capelli, lunghi e biondi. Le labbra sottili sembravano mimare qualcosa. Una mano prese a fluttuare nell'aria come quella di un karateca, poi venne il turno del segno della croce.
Un pugno al petto e lo sguardo a scendere. Ora sulle volte di ferro e vetro che imperavano maestose sopra binari, treni e teste, ora sulle facce stanche dei tre filippini accovacciati al suolo dietro l’edicola, e gli zaini pesanti ancora a tracolla.
   Adesso il suo sguardo è piazzato sul ragazzo col trolley verde.
Inesorabile, come la canna del cacciatore che nel mucchio ha scelto la preda.
   Un movimento da prestigiatore, e gli occhiali calarono sul viso. Una Marlboro già fumante spuntava tra le labbra. Tirò una lunga boccata e con la bionda appesa a un angolo della bocca s’avviò lento verso l’uscita della stazione sfilando alle spalle del giovane col trolley.
   Il ragazzo non lo notò. Inquieto e stanco, osservava nervosamente l’orologio. E imprecò.
Il suo cellulare incominciò a riprodurre il rumore di uno sciacquone e vibrava, allo stesso tempo. Frettoloso accettò la chiamata, ma non era la telefonata che s’aspettava. Era solo qualcuno che gli ricordava del torneo al quale avrebbe dovuto partecipare la prossima domenica, e della quota di partecipazione che ancora non aveva saldato.
   Il turpiloquio del ragazzo terminò con la rassicurazione all’interlocutore. Avrebbe pagato quanto dovuto entro l’alba di domenica. Prima dell’inizio dei giochi.
   Pigiò con tutta la forza sprigionata dal nervosismo del momento sul tasto con la cornetta rossa, e ancora, imprecò.
   La stessa suora di prima, stavolta più ferma,  tornò a fiatare:
   << Oggi pregherò per te, ragazzo. Perché conoscendo Dio tu possa diventare uomo. >>
Lo sguardo interrogativo del giovane palesava smarrimento. Apparve chiaro quanto egli non avesse afferrato né il senso della frase, né il motivo scatenante che avesse portato la religiosa ad interessarsi a lui.
   Si dimostrò capace solo di scuotere la testa, la bocca s’arrangiò in una specie di ghigno e rispose:
<< Va bene, suora. Grazie. >>
Ebbene, si. Quel ragazzo senza Dio sapeva anche ringraziare. Ma gli sarebbe bastato ?   
  
   L’uomo alto vestito di nero sapeva che quel ragazzo, presto, sarebbe diventato uomo. 
Avrebbe conosciuto Dio.
E sarebbe stato Domenica.

   L’uomo alto vestito di nero distese completamente la mano in un gesto rapido. La sigaretta planò a terra come in una scena al rallenty, poi gridò nell’aria un nome.
   Il ragazzo si voltò di scatto e il trolley finì a terra. Un rumore sordo. Gli occhi arrancavano tra la gente, irrequieti. Il vociare pareva d’improvviso essersi raddoppiato di volume.
I bambini in fila indiana dietro la maestra, la rossa con gli stivaletti e la minigonna, il prete coi libri in mano, e trenta anonimi tutti diversi, tutti uguali. 
   Chinatosi riacciuffò il trolley, e col respiro appena ansante riprese il suo girovagare esagitato.
   Un'ombra caliginosa penetrava lesta la Galleria delle Carrozze.
L’uomo alto vestito di nero, era già fuori.

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

Pensare troppo fa male. Non c'Ŕ dubbio.

Post n°160 pubblicato il 24 Giugno 2014 da Massimiliano_UdD
 

Pensare troppo fa male.
Non c'è dubbio.
Se poi sei uno come me, scatta pure l'aggravante. Perché io non solo penso troppo, ma lo faccio pure in diversa guisa. Il sospetto c'è sempre stato, lo ammetto. Ma oggi è oltremodo tangibile. Leggere è formativo. Girare da queste parti può essere addirittura illuminante, come mi faceva notare poche ore fa la mia attentissima amica psicologa. Perché certe volte ti rendi conto di quanto, in certi ambiti, impegno e dedizione, siano considerati alla stregua del tempo perso. Forse perché è arrivata l'Estate.
  
Forse perché certa pizza e certi fichi siano più facili da leggere sotto l'ombrellone rispetto all'indigesto uomo dei difetti.
Ma questo, interessa me.
   Giunge così, trepidante come una intramuscolo, quel momento tanto decantato dal sig. Marzullo. Ti fai una domanda e ti dai una risposta.
E ti auguri, stavolta, sia quella sbagliata.
   Convivo con il mal di testa da anni. Lo fronteggio a suon di barattoli da 300 compresse di aspirine americane. E con un pacco ci vado avanti un anno, grossomodo. Funzionano.
Domani, non è adesso. Ma ma ciò che penso adesso, è che, per alleggerire testa e agenda, un po' di sano egoismo, talvolta, aiuti.
   Ti ringrazio amica cara per il sincero consiglio, ma sono costretto a risponderti che non saprei proprio come fare per non pensare e ripensare fino allo sfinimento, tuttavia, ti prometto una cosa:
   Da oggi e per tutta l'Estate mi dedicherò a teglie di pizza,
secchi di fichi,
meno aspirine e tanti sorrisi.
Perché del doman non v'è certezza...




Ai Viandanti, invece, che la vedono spesso in maniera diversa da tutti, talvolta incompresi o messi da parte... Dedico questa mia riflessione: 
L'uomo che non c'era.

 

Un uomo che pensa è spesso solo.

 

Trova tre persone che la vedano come te.
   Se ti sarà riuscito di farlo in fretta, allora, esse, a loro volta, ne troveranno altre tre ciascuna che saranno d'accordo con te.
Prima del tramonto sarete già in tredici.
   E così, un ramo avanti l'altro, allorché del pollastro ne udirai il salmodiare.
Prima che l'alba t'intimorisca gli occhi, una folla, tutt'intorno, 
t'avrà già accerchiato.
E tutti la vedranno come te. 

Allorquando il granello divenne mucchio,
il mucchio, di te fece granello,
e delle tue idee un fascio.

Non più l'uno sarà difforme dall'altro.
Quel giorno, tu sarai un uomo comune. 

   Ma se ti sarà riuscito difficile trovar anche un sol uno d'accordo con te... 
Della tua veste scevro, discosto da quel mucchio, più nudo dell'amplesso che t'offusca, all'attività che è fendente, avrai dato vita.

Quel giorno, tu avrai cominciato a (P)ensare...
Quel giorno, avrai scelto il mito.

 

M.
(L'uomo dei difetti...)



[Post Scriptum]

Il Blog che state leggendo ovvero il Blog de L'uomo dei difetti ha da poco compiuto i suoi primi due anni di vita. Lo scorso 30 Marzo, per dover di precisione. E allora, trovo giusto condividere brevemente con chi mi legge davvero le mie impressioni su questa che comunque trattasi di pur sempre un'esperienza di vita in quanto interagiamo con persone vere, con cuori che pulsano e intelligenze con le quali ci rapportiamo a fini costruttivi.
Nei rapporti umani che intratteniamo abbiamo a che fare con persone diverse, anche qui, troviamo i caratteri più disparati.
   C'è chi ti domanda l'amicizia solo perché ne ha già 200 e attirato dall'adagio "Lungo fa bello... ", pensa che accaparrando il 201esimo sia "più bello più bello".
   C'è stato anche chi si è avvicinato a me sotto mentite spoglie,  ma per questi ultimi non vale la pena spedere più di una mia riga. Anche perché, grazie a Dio, non sono amici miei.
   Ma soprattutto... Ho conosciuto persone bellissime.
E taluni sono diventati veri (A)mici.
Pochissime anime che hanno scelto di volermi leggere attentamente e interagire con me perché hanno saputo cogliere ciò che spesso lascio celato o annegato tra le maglie del mio stile arcaico. Persone affidabili. Perché volerti leggere attentamente è indice di vero interesse. E' una sorta di "garanzia". Desiderio di andare oltre la superficie. Di scalfire per far proprio. Perché forse, ne può anche valere la pena.
   Persone che quando hanno tempo provano gioia nel donartelo e quando, invece, non lo hanno. Non lo hanno per nessuno. Perché la teoria "dei figli e dei figliastri" è davvero lontana dal mio desco...
   Persone che, se ti reputano "importante", lo sei. E si vede.

 
 
 
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