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Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle. A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,  se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,  poi quella dopo,  e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,  saprò tante cose più di oggi,  altrettante le avrò dimenticate e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio. Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE È GIÀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA, È LA MIA

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,  plasmare
il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la sua Donna regale.
Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.
Funesta la sete
mai paga la fonte.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
Citazioni nei Blog Amici: 112
 

 

Nudo.

Post n°168 pubblicato il 18 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

Nudo.

 

Ci fu un tempo in cui m'ero quasi convinto d'essere un uomo intelligente.
Poi, conobbi l'amore.

Allora mi convinsi d'essere un uomo felice.
Poi, conobbi la vita.

Allora mi trovai un tetto.
Oggi, sono un Viandante...

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

La (T)rasparenza

Post n°167 pubblicato il 11 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

 

Tra tutte le gesta, la (T)rasparenza gridò virtù


Soffiarono i venti...
Le spazzarono via una avanti l'altra...
Allorquando impavida una s'alzò,
e gridò Virtù.

Di battute spedite feci capanna,
da maliziosi sorrisi trassi delizia
e allorché io stesso d'esserlo mai negai
la vita mia  - viverla -  predilessi.

Di modi gentili feci virtù,
d'affabili dame respirai l'essenza
di labbra bagnate adorai la fragranza.

E ancor prima...

La (T)rasparenza delle gesta
non senza affanno,  nudo,  cercai.

Risposte.
Tra la foschia,  le mie domande  scorsero.
Cristalline.
Esse mai furono...


 
M.
(L'uomo dei difetti...)


[Post Scriptum]

Cos'è la trasparenza nei rapporti umani importanti ?
   Il peso che diamo a questo concetto è funzione della nostra indole e del nostro vissuto. Per quanto mi riguarda, considero la trasparenza alla stregua di una virtù.
   E così va letta e interpretata nella riflessione in versi di cui sopra.
   Vorrei altresì far notare il mio riferirmi ai soli rapporti importanti e di qualsiasi natura essi siano; (A)micizia o amore. Se un rapporto non è fortemente importante o sussistano impedimenti che ne minino di fatto la longevità, be', allora in quel caso, io stesso prediligo la riservatezza alla trasparenza a tutti i costi. In fin dei conti, non possiamo andar d'accordo con tutti, non è necessario andar d'accordo con tutti e soltanto con una manciata di anime si verificano i presupposti affinché si instauri quella sintonia particolare, e talvolta, unica. Quando due persone percepiscono davvero d'essere avviluppate dallo stesso collante, trovo triste e poco rispettoso nei confronti dei reciproci sentimenti in essere, scegliere di mettersi da parte, allontanarsi... Solo perché si è deciso (in via unilaterale) di non poterne illustrare i motivi, o di non volerlo fare... Solo perché si è scelto di non voler essere (T)rasparenti...

 
 
 

E se quaranta dev'essere: Quaranta sia !

Post n°166 pubblicato il 05 Agosto 2014 da Massimiliano_UdD
 

Si, lo so. Avete ragione.
   Il 6 Agosto è una data importante. Lo sgancio della bomba atomica "Little boy" su Hiroshima. La fine di un conflitto e nella maniera più drammatica, devastante.
   Ma oggi non mi trovo qui per rammentarvi questo. Ho voglia di ricordare una sfaccettatura gioviale e festosa di quel mese e di quel giorno, di molti anni più tardi.

   Il 6 Agosto del 1974... Nascevo io! ;-)
Eh, già... L'uomo dei difetti sale a quota QUARANTA!
Mi fa piacere condividere con voi questo mio "traguardo", con una manciata di ricordi. Forse perché ho bisogno di ricordare. Chi di voi mi conosce meglio e più intimamente, lo sa.
    Quando ero in procinto di compiere il mio diciottesimo anno, mia sorella mi disse:
   << Massimì ! Ti facciamo una festa grandissima. Una adesso e l'altra quando farai quarant'anni. >>, così ella mi disse, così si usava.
Figuriamoci, a me già sembrava "vecchia" lei che ne aveva trentatré. Non ci pensavo proprio alla festa del mio quarantesimo e con ventidue anni di anticipo per di più!
Allora, pensai bene di accettare di farmi organizzare la festa del diciottesimo, ma solo per i miei amici. Lei sarebbe voluta venire, ma io... Dissi di no. Volevo solo gli amici, non la famiglia. Portai solo mio nipote anche se era un ragazzino. Ma era maschio, andava bene. E poi era già entrato nell'ottica. Muto, qualsiasi cosa avesse visto. Che poi, alla fine, cosa avrebbe dovuto vedere ? Mah... Certe volte è così facile essere stolti.
   Mia sorella ci rimase male perché era una donna dinamica, allegra, estroversa e fin troppo sensibile. Quante volte l'ho veduta piangere per colpa mia. Cose stupide, si. Ma piangeva... Non c'è cosa peggiore del non fare in tempo a domandare perdono per qualcosa; per qualsiasi cosa. Ti dici: "Va be', domani facciamo pace...", e se non ci un fosse un domani ?
   Oggi, la mia biondissima unica sorellina è in cielo. A me rimane il non poter festeggiare insieme questo mio compleanno che lei stessa mi raccontò essere importante. A me rimane il non averla fatta venire al mio diciottesimo fuori. A me rimangono un sacco di cose, anche di bellissime, ma... Il potere dei rimorsi è dotto e sa come offuscare il resto. Tutto, il resto.
La vita ti cambia. Io sono cambiato.
   Vorrei un'altra vita per vivera questa che, solo oggi, ho imparato a vivere.


   Mi fa piacere offrirvi un ideale calice di Bellavista, una fetta della mia torta e lasciarvi con qualche mio ricordo, intenso e denso perché pregno... Di me, in stille.
   So per certo che Lei mi è accanto, legge il mio cuore e mi vede.
Alla memoria di mia sorella Stefania, vorrei questi ricordi fossero dedicati.

Buone vacanze, di cuore...

 

IL MIO COMPLEANNO

 

   Ci fu un tempo che mi vide piccino…
Non saprei come parafrasarlo. Tuttavia, allorquando nostalgico, talora malinconico, mi ritrovo ad abbandonare il corso d’opera a favore della mia infanzia, alla mente, un solo mese, un solo luogo, e al corpo una sola percezione, affiorano.
Dicembre, e il freddo, fuori.
I miei affetti di fronte al camino, al caldo, dentro.
Mia mamma che stende castagne, patate americane, e mentre racconta aneddoti su antenati e Janare che giura essere veri, mi rimprovera di star troppo sotto, troppo vicino al fuoco, e al suo scoppiettio.
Mi sembra di sentirla: << Allontanati dal fuoco! … E tu, Stefà!... Stai attento a Massimino! >>, ah be’, le mamme. Che bella invenzione, le mamme. Su questo, poco è davvero cambiato, per lei sono Massimino anche oggi che ho quasi quarant'anni e supero il metro e ottanta.
Ed io, puntualmente, come se mai glielo avessi domandato prima: <<Mamma… Cosa sono quei fischi che fa il fuoco ?>>.
   << Quelle sono le malelingue, Massimino. >>
   << Le malelingue ?... Parlano male di te ? >>
   << No. Solo di te. Adesso scaldati, e stai zitto perché devo studiare. >>, intromettendosi tra me e la mamma, mi rispondeva mia sorella che poi intenerita dal mio esserci rimasto male, sorridendo, mi passava la mano tra i capelli, scompigliandoli. E facendomi sentire ancor più piccolo di quanto in realtà io fossi. E mi piaceva. Perché ero un bambino. Perché il mondo e il suo lerciume non m’aveva ancora invaso le froge. Perché l’odore di certi istanti, te lo ritrovi impregnato nei ricordi fino alla fine. Quasi a volerti dire: Questo è ciò che è stato. Questo è ciò che mai tornerai ad avere. Fattelo bastare.
E invece, non basta mai. Le cose belle non bastano mai perché durano poco. Troppo poco. A cinque anni, come a quaranta. Sempre.
Ho sempre avuto le mani gelate. Sempre. Mani e piedi ghiacciati. La mia sorellina che era più grande di me, ci scherzava:
   << Hai le mani ghiacciate perché il sangue ti è finito tutto sulle labbra! >>, e tutti ridevano, e ridevo anch’io. Ma non sapevo il perché. Era bello e basta. Tuttavia, la spensieratezza, le risate, tutto faceva parte del conto. Perché le cose che contano non sono mai in saldo. E la vita, segna tutto. Il pareggio non esiste. Ma esistono le lacrime che copiose, mai paghe, m’avrebbero scortato, inesorabili, lungo gli anni avvenire.
Ma questa, è la mia storia. 
    E allora, di storia, ve ne racconto un’altra. E nonostante le premesse, vi assicuro, non meno fondata della prima.

 

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

 

 

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

   Ricordo che un giorno un Vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava ad un palmo da una sponda delle sue.
   In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...
Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva, al giorno, e scriveva, alla notte. Poesie. Storie. Ricordi del suo essere donna. Desideri...
E quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta, era dedita a preparare leccornie, angeliche, e fragranti.
Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
Si racconta che in un pomeriggio invernale, assorbita e fragile, avesse appena ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. Ne fece del pane. Tanto, pane. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il solo profumo aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La Fanciulla aveva pretendenti e pretendenti vestiti da cultori...
Di tanto in tanto, leggiadra, aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, rispettosi, mantenendosi a distanza le facevano visita per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità per essere ricordati, forse...

   E poi c'era un Cavaliere, solitario, misterioso...
Viveva in una terra lontana... Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti, e dai cultori e pretendenti...
Non era più ricco, più alto, più bello, più intelligente degli altri, e non vestiva neanche d’azzurro…
Ma egli aveva un (S)ogno, e un cuore che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, potuto leggere...
E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello.

   I suoi non erano piani, ma disegni.
La sua anima, pura, era la tela. Il suo cuore, il carboncino.
Avrebbe voluto adorare quella figura leggiadra che una sola volta gli era stato fatto dono scorgere mentre lasciava abbeverare il cavallo a pochi metri da quel rifugio in legno, fluttuante. E dagli sguardi circospetti, bassi e irretiti degli uomini in bivacco.

Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che di terreno aveva ben poco.

   "Insolente...", pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra.
Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   << Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu... >>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche, lo seguivano sellare il destriero, e risalendo la sponda, allontanarsi. E poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Si, forse è andata proprio così.
   Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato, profumava...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 
 
 

ZAGARA. (versione INTEGRALE)

Post n°165 pubblicato il 29 Luglio 2014 da Massimiliano_UdD
 

Zagara. sulle labbra, e sul cuore.

Oggi, ho piacere di farvi leggere la versione "rivisitata" del mio racconto "Zagara". Avrei voluto pubblicarla per intero in un unico "post", ma il sistema di editing di Libero ha richiesto, per motivi di lunghezza, di svolgere l'operazione in due tempi. Quindi, potete leggere la prima parte facendo click sul LINK di cui sotto e poi tornare qui per la parte più passionale, magicamente conclusiva.


PRIMA PARTE DI ZAGARA. SULLE LABBRA. NEL PETTO.

 

   Non mi riusciva più di vederla.
Il mio muscolo cardiaco impazzava. Feci un balzo, poi m'inerpicai, passai in rassegna tutti i quadranti di quelle imposte, mi ci spiaccicai contro, ma niente. Volatilizzata.
Come quando cala il sipario.
Lo spettacolo è finito, e tanti saluti.
   Le mie orecchie si drizzarono per un fragore in due tempi. Lo percepii venire di lato, dalla mia sinistra, un rumore secco prima, un cigolare poi.
Era la porta. Socchiusa, adesso.
La mia fanciulla è di nuovo nella mia prospettiva. E' stata lei. Deve essersi accorta di me.
Me ne convinsi.
Il tempo di inspirare, e fui dentro. Lei era ancora di spalle quando, accompagnandola per non far rumore, richiusi la porta alle mie.
Dischiusi le labbra, e ancor prima che io potessi proferir parola, mi arrivò davanti. Scalza, anche lei.
Tese un braccio verso il mio viso e con foga poggiò le sue dita, affilate come lance, attaccaticce, contro le mie labbra.
Del vento neanche il sibilo. Ma egualmente, nella testa, una voce di donna mi richiamava al silenzio. Perentorio.
Tentai di puntellarmi le labbra con la lingua. Impattai a più riprese contro quei polpastrelli che umettati me le serravano, e grondanti spargevano nettare tra i miei baffi che scendevano diritti, come solidi binari, ai lati del mento.
Cominciavo anch'io a sapere di miele, e profumavo anche...
Sapevo di dovermi sedere. La fanciulla taceva. Ma solo con la bocca.
   Ora è su di me, a cavalcioni. La mano ancora a giocare alla museruola. I suoi polpastrelli me la martellavano al ritmo di un motivetto che mentre lo intentava le illuminava gli occhi a festa, e lo sguardo sognante, come quello di una bambina affaccendata a scartare il suo regalo. L'altra mano brandiva quell'unica, gonfia, fetta di pane tostato e burro e miele. Candida, e dorata. Come la nudità di quella sua pelle che il solo bramar di sfiorare mi permettevo. Per non sciuparla. Per quanto già io l'adorassi, non permettevo neanche ai miei pensieri il lusso di scorgerla in profondità.
Con moto ondoso, sinuosa, mi s'avvicinò al petto. Il bacino dondolava lento su quanto di mio di certo non mentiva. Quando la mia emozione, pulsando, si fece imbarazzante, insistente, percepii il suo respiro di concerto col mio, trafelato. Adesso i suoi occhi erano serrati. Ma la danza non ebbe fine.
I nostri visi erano ormai ad un solo palmo dei miei. Vidi la sua bocca sfiorare la sua stessa mano che ancora tappava la mia, e languida, affannosamente languida, mi fece scivolare in un orecchio:
   << Zitto... Stai zitto. Respira, solo di questo abbiamo bisogno, adesso. >>
La faccenda non m'era affatto chiara. Sapevo solo che se anche fosse stato tutto un losco tranello del destino, se anche mi stessi giocando la vita, il solo ritrovarmela avvinghiata col suo fiato misto al mio ad invadermi le froge, avrebbe giustificato il mio risponderle valoroso: << Obbedisco. >>
   << Ce l'hai fatta ad arrivare... Temevo non arrivassi più. >>, tenera, e sempre più languida, concluse.
   Avrei voluto parlare anch'io. Raccontarle di quella notte pazza e magica, di quelle scarpe che più non possedevo, di quella terra dei due colori criptica fin dal nome, ma che presagivo mia. E poi di quel vento, e di quel profumo di miele che da lei m'aveva condotto. Le avrei parlato di me per tutta la notte. Ma non feci in tempo a dirle nulla. Ancor prima di realizzare di aver riavuto indietro le mie labbra non più occluse, la sua mano aveva già passato il testimone alla sua bocca.
Sentivo la sua lingua percorrerne i contorni, e poi deglutire più volte. Quei baci sapevano di buono. Di nuovo. Di una bellezza che le labbra mie, scarlatte e gonfie, non avevano conosciuto. Prima di quell'incantesimo.
Mi dimostrai indisponente. E per farle capire di non aver ancora imparato la lezione, tornai a fiatare:
   << Che fai, mangi ? >>, e lei, smorfiosa:
   << Si. Ti mangio. E adesso ti bevo, pure... >>, stavo per sorridere quando con la reattività di una mangusta s'avventò sul mio labbro inferiore, a succhiarlo, prima, e lacerarlo con gli incisivi, poi. Un taglio secco, e rivoli di sangue a scendere copiosi.
Portò l'altra mano all'altezza del suo viso e diede un morso a quella fetta di pane e burro e miele, che arrogante non accennava ad abbandonare alcuna delle mie fantasie.
Non avevo mai veduto dei denti così brillanti. Diciamo pure che nulla di quanto mi stesse accadendo quella notte io avessi mai veduto; provato.
Aggraziata, sorridente, con ancora stille del mio sangue sulle labbra, carnalmente imburrate, mi disse:
   << Lo so. Questo, non te l'hanno mai fatto. Ma non avrei potuto leccare le tue ferite se prima non ti avessi lacerato. Quello che ti offro io è quello che non c'era. Quello che non credevi fosse possibile avere. Io ti offro il sogno. >>
   Mi vide comprensibilmente frastornato. Ma quel bruciore sanguinante non mi creava disagio. Mi convinsi fosse un qualcosa simile ad un processo di purificazione. Necessario. E desiderato. L'avrei fatta continuare se solo l'avesse voluto. Purché a lacerarmi, ovunque, fosse sempre e solo lei.
Il mio sguardo si posò sulla sua mano imbrattata di miele, e sul burro, di me imporporato.
<< Perché guardi il pane ? Per quello abbiamo tutta la vita. Stringimi, adesso. Forte. Fortissimo. >>
I suoi piedi, irrequieti, giocavano con i miei, fermi. L'argilla che prima era solo mia. Adesso, era la nostra.
   Le infilai le mani sotto la veste. Le feci scorrere dalle reni fin sopra le spalle A saggiarla, avide. Era bollente. Il tepore della sua schiena me le scaldava. La trassi a me. Poggiai il viso tra i suoi seni turgidi, alti. Mi ci saldai. A quel punto potevo anche morire.
Ma non morii.
Le domandai solo, ansimante, tanto da sembrare più una confessione che una domanda:
   << Quanto forte vuoi che io ti stringa ancora... >>
Ferma nella mia morsa, serafica, ella mi rispose:
   << Stringimi... Da lasciarmi solo in vita. >>

 

   Fu allora che riconobbi in lei la voce del vento che in quella terra m'aveva scortato. D'incanto, tutto m'era cristallino. Era lei che mentre m'attirava col suo profumo di miele di Zagara, scoraggiava gli altri viandanti, indirizzandoli altrove con i più disparati odori. E la mente mi corse rapida a quei due uomini incontrati solo poche ore prima...
   Quel profumo senza storia l'aveva confezionato per me, e con esso, ella m'aveva scelto...

 

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 
 
 

IL PRESCELTO

Post n°164 pubblicato il 23 Luglio 2014 da Massimiliano_UdD
 

Keanu Reeves (attore)

 

Volevo solo che lei mi notasse... 
   E mi guardò.
Fece per sorridere. Pareva impacciata. Ringraziai Dio per il dono di quell'istante. Non l'avevo mai veduta così. Non l'avrei mai più veduta così. La notte non mi riusciva di sognarla, e allora passavo il tempo migliore ad immaginarla. E sorridevo. Perché lei, sorrideva.
Una donna capace ancora di arrossire e poi ingenua, disperdere lo sguardo stringendosi nelle spalle, emozionata... 
   Giocavo con gli occhiali, e non lo facevo mai. Mi riconoscevo a stento. Magari quello non ero neanche io. Eppure quelle sensazioni erano le mie, eccome. Certe vibrazioni non si raccontano. Non le puoi raccontare. Non le devi raccontare. Rischieresti di rendere felice la persona sbagliata, e allora, le avresti sciupate.
E se anche quell'emorragia di turbamenti giacché trepidanti fosse appartenuta ad altro uomo,  allora io vi giuro: Invidio quell'uomo.
Io in-vi-dio, quell'uomo!
E mai taluno, invidiar talaltro, mi sorprese.
Né uomo.
Né donna.
Né terra.
   M'avevano scassinato il cuore.
Il mio poi, figuriamoci!  
Pensai.
Blindato a tripla mandata dalle mie stesse voglie, dal mio stesso, solito, magistrale, conflitto di sempre: "L'uomo ardente, malizioso Vs L'uomo perbene, solido".
Troppo malizioso. Troppo perbene.
Uno scontro al vertice.
La felicità, il premio.
Una miscela che non conosce sfumature. Null'altro che il (V)ero, tra le pieghe del verosimile.
Mai alzato la coppa, io.
  Scesi i Rayban che tenevo inforcati sulla testa. Dietro le lenti scure gli occhi seguivano ogni suo palpito. Mi sentivo assurdamente legato al più inconsapevole dei suoi fremiti, come se a sua insaputa, essi già m'appartenessero. Come se al di là della sua muta impenetrabile ella non desiderasse altro che essere protetta. Aver fatto a pugni mille volte con la vita solo per arrivare a sedere in quel bar, a quel tavolino, in quel giorno. Allora tutto avrebbe avuto un senso. Finalmente libera di abbandonarsi al piacere di abbassare la guardia. Di non pensare più al devo, ma al dobbiamo.
   Libera di scivolare tra le braccia di colui che un giorno, e sia maledetto quel giorno, avrebbe scelto lei, alla vita.
Ed io ero il prescelto.
   Diede d
ue colpetti con la mano al pantalone del tailleur come per liberarsi dalle briciole di quel pasto frugale indugiatele addosso. Tutto quel bianco cominciava a darmi alla testa. Me la toccai. Seppi così che ancora ne avevo una. Sulle spalle poggiava, perlomeno.
   D'un tratto, repentina, s'alzò.
Trasse a sé la borsa che sormontava lo sgabello al suo fianco. Un grande borsone di uno strano grigio, slavato, non uniforme, in pelle. Spaventosamente, grande!  Ne percepivo quasi la pesantezza mentre mi stuzzicavo con l'idea di quante e quali fossero le cose che ella potesse tenerci dentro. 
Cosa avrei dato per poter sbirciare lì dentro, nel suo mondo più intimo che già bramavo...
   Tirò su la cerniera, e serafica, come se null'altro che lei avesse mai aleggiato in quella sala, dandomi le spalle,  s'avviò alla cassa.
Il corpo era vestito come un guanto.
Figurava come stretto in una morsa, soffice e sinuosa. Una stretta che gaia ne arginava gli umori. E che avida, l’odor tratteneva.


   << Mi perdoni, questo posto è occupato ? >>, mi domandò, sorridendo, la moretta che al mio arrivo sedeva al bancone. Avrà avuto non più di venticinque anni.
Com'era ?
Non saprei proprio dirlo.
La sua figura intercettò il mio sguardo un paio di volte. Non una, la osservai.
  << Libero, liberissimo. Stavo giusto andando via... >>, sorridendole di rimando, le risposi.
   Balzai in piedi.
Feci un lungo respiro e mi diressi anch'io verso la cassa.
Presto avrei scoperto se la determinazione nel libero arbitrio avesse ragion d'essere. Se fosse stato davvero possibile scrivere il proprio destino. 
Ed io il mio...

 

M.
(L'uomo dei difetti)

[Post Scriptum]
Tratto da "Tutto in ventiquattro ore" de L'uomo dei difetti [MolesKine N.14, grafite, HB]

 
 
 
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