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Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore.
Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto. L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle. A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,  se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,  poi quella dopo,  e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,  saprò tante cose più di oggi,  altrettante le avrò dimenticate e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio. Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA, È LA MIA

Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,  plasmare
il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la sua Donna regale.
Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.
Funesta la sete
mai paga la fonte.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE È GIÀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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Zagara. Sulle LABBRA. Nel PETTO. (PARTE CONCLUSIVA)

Post n°151 pubblicato il 16 Aprile 2014 da Massimiliano_UdD
 

 LEGGETE LA PRIMA PARTE E POI QUESTA SECONDA "magicamente" CONCLUSIVA

 

  Non mi riusciva più di vederla.
Il mio muscolo cardiaco impazzava. Feci un balzo, poi m'inerpicai, passai in rassegna tutti i quadranti di quelle imposte, mi ci spiaccicai contro, ma niente. Volatilizzata.
   Come quando cala il sipario.
Lo spettacolo è finito, e tanti saluti.
   Le mie orecchie si drizzarono per un fragore in due tempi. Lo percepii venire di lato, dalla mia sinistra, un rumore secco prima, un cigolare poi.
   Era la porta. Socchiusa, adesso.
   La mia fanciulla è di nuovo nella mia prospettiva. E' stata lei. Deve essersi accorta di me.
Me ne convinsi.
   Il tempo di inspirare, e fui dentro. Lei era ancora di spalle quando, accompagnandola per non far rumore, richiusi la porta alle mie.
   Dischiusi le labbra, e ancor prima che io potessi proferir parola, mi arrivò davanti. Scalza, anche lei. Tese un braccio verso il mio viso e con foga poggiò le sue dita, affilate come lance, attaccaticce, contro le mie labbra.
   Del vento neanche il sibilo. Ma egualmente, nella testa, una voce di donna mi richiamava al silenzio. Perentorio.
   Tentai di puntellarmi le labbra con la lingua. Impattai a più riprese contro quei polpastrelli che umettati me le serravano,  e grondanti spargevano nettare tra i miei baffi che scendevano diritti, come solidi binari, ai lati del mento.
   Cominciavo anch'io a sapere di miele, e profumavo anche...
   Sapevo di dovermi sedere. La fanciulla taceva. Ma solo con la bocca.
   Ora è su di me, a cavalcioni. La mano ancora a giocare alla museruola. I suoi polpastrelli me la martellavano al ritmo di un motivetto che mentre lo intentava le illuminava gli occhi a festa, e lo sguardo sognante, come quello di una bambina affaccendata a scartare il suo regalo. L'altra mano brandiva quell'unica, gonfia, fetta di pane tostato e burro e miele. Candida, e dorata. Come la nudità di quella sua pelle che il solo bramar di sfiorare mi permettevo. Per non sciuparla. Per quanto già io l'adorassi, non permettevo neanche ai miei pensieri il lusso di scorgerla in profondità.
   Con moto ondoso, sinuosa, mi s'avvicinò al petto. Il bacino dondolava lento su quanto di mio di certo non mentiva. Quando la mia emozione, pulsando, si fece imbarazzante, insistente, percepii il suo respiro di concerto col mio, trafelato. Adesso i suoi occhi erano serrati. Ma la danza non ebbe fine.
   I nostri visi erano ormai ad un solo palmo dei miei. Vidi la sua bocca sfiorare la sua stessa mano che ancora tappava la mia, e languida, affannosamente languida, mi fece scivolare in un orecchio:   
   <<Zitto... Stai zitto. Respira, solo di questo abbiamo bisogno, adesso.>>
   La faccenda non m'era affatto chiara. Sapevo solo che se anche fosse stato tutto un losco tranello del destino, se anche mi stessi giocando la vita, il solo ritrovarmela avvinghiata col suo fiato misto al mio ad invadermi le froge, avrebbe giustificato il mio risponderle valoroso: <<Obbedisco.>>
   <<Ce l'hai fatta ad arrivare... Temevo non arrivassi più.>>, tenera, e sempre più languida, concluse.
   Avrei voluto parlare anch'io. Raccontarle di quella notte pazza e magica, di quelle scarpe che più non possedevo, di quella terra dei due colori criptica fin dal nome, ma che presagivo mia. E poi di quel vento, e di quel profumo di miele che da lei m'aveva condotto. Le avrei parlato di me per tutta la notte. Ma non feci in tempo a dirle nulla. Ancor prima di realizzare di aver riavuto indietro le mie labbra non più occluse, la sua mano aveva già passato il testimone alla sua bocca.
   Sentivo la sua lingua percorrerne i contorni, e poi deglutire più volte.  Quei baci sapevano di buono. Di nuovo. Di una bellezza che le labbra mie, scarlatte e gonfie, non avevano conosciuto. Prima di quell'incantesimo.
   Mi dimostrai indisponente. E per farle capire di non aver ancora imparato la lezione, tornai a fiatare:
   <<Che fai, mangi ?>>, e lei, smorfiosa:
   <<Si. Ti mangio. E adesso ti bevo, pure...>>, stavo per sorridere quando con la reattività di una mangusta s'avventò sul mio labbro inferiore, a succhiarlo, prima, e lacerarlo con gli incisivi, poi. Un taglio secco, e rivoli di sangue a scendere copiosi.
Portò l'altra mano all'altezza del suo viso e diede un morso  a quella fetta di pane e burro e miele, che arrogante non accennava ad abbandonare alcuna delle mie fantasie.
   Non avevo mai veduto dei denti così brillanti. Diciamo pure che nulla di quanto mi stesse accadendo quella notte io avessi mai veduto; provato.
   Aggraziata, sorridente, con ancora stille del mio sangue sulle labbra, carnalmente imburrate, mi disse:
   <<Lo so. Questo, non te l'hanno mai fatto. Ma non avrei potuto leccare le tue ferite se prima non ti avessi lacerato. Quello che ti offro io è quello che non c'era. Quello che non credevi fosse possibile avere. Io ti offro il sogno.>>
   Mi vide comprensibilmente frastornato. Ma quel bruciore sanguinante non mi creava disagio. Mi convinsi fosse un qualcosa simile ad un processo di purificazione. Necessario. E desiderato. L'avrei fatta continuare se solo l'avesse voluto. Purché a lacerarmi, ovunque, fosse sempre e solo lei.
   Il mio sguardo si posò sulla sua mano imbrattata di miele, e sul burro, di me imporporato.
   <<Perché guardi il pane ? Per quello abbiamo tutta la vita. Stringimi, adesso. Forte. Fortissimo.>>
   I suoi piedi, irrequieti,  giocavano con i miei, fermi. L'argilla che prima era solo mia. Adesso, era la nostra.
   Le infilai le mani sotto la veste. Le feci scorrere dalle reni fin sopra le spalle A saggiarla, avide. Era bollente. Il tepore della sua schiena me le scaldava. La trassi a me. Poggiai il viso tra i suoi seni turgidi, alti. Mi ci saldai. A quel punto potevo anche morire.
Ma non morii.
Le domandai solo, ansimante, tanto da sembrare più una confessione che una domanda:  
   <<Quanto forte vuoi che io ti stringa ancora...>>
   Ferma nella mia morsa, serafica, ella mi rispose:
   <<Stringimi... Da lasciarmi solo in vita.>>.

   Fu allora che riconobbi in lei la voce del vento che in quella terra m'aveva scortato. D'incanto, tutto m'era cristallino. Era lei che mentre m'attirava col suo profumo di miele di Zagara, scoraggiava gli altri viandanti, indirizzandoli altrove con i più disparati odori. E la mente mi corse rapida a quei due uomini incontrati solo poche ore prima...
   Quel profumo senza storia l'aveva confezionato per me, e con esso, ella m'aveva scelto...

  

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

ZAGARA. Sulle LABBRA. Nel PETTO. PARTE I

Post n°150 pubblicato il 15 Aprile 2014 da Massimiliano_UdD
 

Zagara. sulle labbra, e sul cuore.

 

    Aveva smesso di piovere già da un pezzo.
Sulle mani, intirizzite, il gelo apriva scaglie vive, e poi vermiglie, me le seccava. Alla schiena era andata pure peggio. Il mantello, greve, nero, e fradicio mi lambiva la spina dorsale con la passione d'una carezza di ghiaccio che graffiante mi rizzava dritto ad ogni impronta dell'incerto mio incedere.

    Alle narici, del solo miele, l'effluvio. No, non profumava neanche alla lontana di miele d'acacia. Quello lo conoscevo bene. Di agrumi. Folgorante, mi sovvenne.
    <<Di Zagara.>>, il vento allorché dotto, da dietro le spalle, mi soffiò puntuale.
    I Viandanti si sa, fanno razza a sé. Spesso eccentrici. Saggi, talvolta. Conoscono i venti, e i venti sanno come riconoscere loro. Si racconta che abbiano due soli compagni.
Il bastone, per saggiare. Il vento, per sapere dove andare.

E anch'io avevo i miei. E l'altro, presto mi resi conto, non era il bastone.
    Due uomini che provenivano da direzioni opposte mi urtarono le spalle. Uno vestiva il solo bianco. L'altro, il solo nero. Eleganti, entrambi. Mai veduti prima.
Con un cenno del capo abbozzarono un saluto. Io feci lo stesso.

    <<Che buon profumo di arabica!>>, disse l'uomo vestito di bianco.
    <<Arabica ? … A me pare pollo fritto!>>, ribatté l'uomo vestito di nero.
    L'uomo vestito di bianco invertì la sua direzione. Li osservai discutere sulla qualità dei rispettivi olfatti fino a quando, voltato l'angolo, le tenebre inghiottirono figure e suoni.
Pensai fossero due pazzi. Pollo fritto ? Arabica ?
Era miele! Palesemente, miele! E intenso, da morire!

    Intorno a me solo terra. Tanta, terra. Bagnata.
Mi venne da pensare alle mie scarpe. Chinai il capo. Poi mi voltai, esterrefatto. Tornai diritto. Non avevo scarpe. Non avevo più le mie scarpe. I piedi erano nudi, e terra aggrappata fin quasi alle caviglie. Tentai di scrollarla, una, due volte. Poi una terza. Niente, non andava via.
    <<Mai, andrà più via. Così è scritto.>>, lo stesso vento di prima, sempre da dietro, mi mormorava, secco.
Impregnato, inspiegabilmente fiero, dal solo olfatto scortato, calpestai il confine di quella terra che caliginosa, sentivo non essermi sconosciuta.
Una frase che non sapevo come giustificare, frastornante, mi scorreva indolente nella testa, da tempia a tempia, come in una proiezione al cinematografo. E nel fragore, mi scuoteva le membra.


Nella terra dei due colori, le arroccate pietre, mai orbe, riconoscevano dotte, nell'una, i confini dell'altra...

 


    Non ebbi neanche il tempo d'abbozzar congettura che l'oscurità venne lacerata da un chiarore confinato, tremolante. A terra, lungo quel confine che non vedevo, ma percepivo più reale dell'argilla che le mosse mi zavorrava, una vecchia lampada che dall'odore che spandeva avrei giurato fosse alimentata a petrolio, illuminava il pertugio di quella che subito m'apparve una baita, in legno. Piccina. Un nido.
   Sulla porticina, stagliava il battente, d'ottone, anulare, e rilucente. A neanche un metro, sulla stessa ala, campeggiava bassa, l'unica finestra. Alle imposte era applicata una grata di ferro grezzo che ripartiva il vetro in quattro celle. Tutte uguali. Tutte appannate.
Una luce, gialla, dall'interno ne delineava gli orli, e fioca, trapelava dalle fenditure, arrendevole.
Avevo voglia di sbirciare, sapevo di doverlo fare.
Ma questo non me l'aveva imboccato il vento. Lo sapevo da me.
Voglie e desideri, non li delego. Mai.
   
Adesso, mani sapienti afferravano del pane già tostato. Spalmavano burro... Tanto burro... Non avevo mai veduto così tanto burro su di una fetta sola.
   Radente, la mia mano scivolò lungo il mantello a cercarne l'orlo. Ne afferrai un lembo, e lo usai per ripulire il primo quadrante di quella finestra. Tentai.
   La cultura è davvero importante, mi dissi. Se in terza elementare il mio maestro non m'avesse parlato della cavità toracica, quella notte, avrei scommesso il cuore fosse localizzato in gola. Tanto me la sentivo pulsare, calda, come niente di tutto il resto. Forse. Il respiro, già ansante.
   Ecco che uno spargimiele, spavaldo, penetra la mia inquadratura. In legno d'ulivo, agli occhi. Lussureggiante, ai pensieri.
   Con la bocca semiaperta, immobile come uno stoccafisso, godevo di quella scena rubata. Lo vedevo ricolmo e rilucente gremire burro, pane e quelle dita che, scaltre, quando non t'appagano, raccontano.
Quanta storia m'avrebbero potuto raccontare quelle dita che come archetti, dirigevano, e affusolate, ammaliavano.
    Ma poi, parliamoci chiaro, l'avrei davvero voluta conoscere tutta quella storia ?
Allora lasciai decidere al cuore che già m'appariva stregato. M'aggiustai la tesa del queensland che portavo sul capo, feci un lungo respiro, e mi dissi di no.
Quando una donna ti toglie il sonno alla notte e il respiro al giorno, il solo pensiero delle sue carezze su una geografia diversa dalla tua ti manda ai matti.
Figuriamoci poi il saperla godere sotto un uomo, che di tuo, non porta neanche il nome.
E' un po' come nel poker alla texana. Quando ne rimangono solo due. Quando sei in heads up. Se il tuo avversario va in all-in, non sei mica obbligato ad andarlo a vedere...
Talvolta, è meglio non sapere.
Per entrambi.
Talvolta.

    Tornai ad accostarmi a quella finestra un'ultima volta. Un ultimo sguardo a quella lunga veste nera che solo di spalle m'era fatto dono scorgere.
E a quelle dita...

Quanta storia ne avrei voluta io, con esse, tutte e sole, scriverne...



M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

Il gelo divise ciò che il cuore, mai spazzò... + "L'arcano Cavaliere e la Fanciulla"

Post n°149 pubblicato il 07 Aprile 2014 da Massimiliano_UdD
 


E così come dalla corrente che fu d’Agulhas
guizzò fiero il solitone,
così il vento che dell’altro ne fu il trespolo,
subitaneo, soffiò stanotte…

Perché se è vero che l’uno rifugge l’altro per l’onor d’un rigore,
e d’una carta che canta…
Allora,
sulla frequenza io già accordato,
attendo e mi domando cosa mai intonerà
allorquando quel cremisi che pulsando impazza,
annegherà in lucciconi,
terre, lembi, e quel fido rigore…
E al cuor non basta l’ammucchiar figure che a un tempo narravano la gioia del leccarsi al tramonto.
Ferite vere, e ricercati giacché scarlatti voluttuosi rivoli…

E benché a tono di chiusura quanto la ragion sussurra…
Ciò che col gelo il pavido divise,
l’arroventato cuore,
risorgendo, mai spazzò…
E di questo, oggi ne son certo,
quella carta, salmodiando, narrò…


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
Questa mia riflessione in versi è frutto di un commento che scrissi per una mia cara amica.
 Ispirato dal suo "I wish my name was Clementine" - Blog: Aessenza Ondivaga.
Essendo mie non trascurabili produzioni, mi fa piacere presentarle anche al mio umile desco.Immagino siano gradite anche a taluni di voi, magari ai più sensibili...

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

 

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

   Ricordo che un giorno un Vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava ad un palmo da una sponda delle sue.
   In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...
   Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva, al giorno, e scriveva, alla notte. Poesie. Storie. Ricordi del suo essere donna. Desideri...
E quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta, era dedita a preparare leccornie, angeliche, e fragranti.
Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
   Si racconta che in un pomeriggio invernale, assorbita e fragile, avesse appena ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. Ne fece del pane. Tanto, pane. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il solo profumo aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La Fanciulla aveva pretendenti e pretendenti vestiti da cultori...
Di tanto in tanto, leggiadra,  aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, rispettosi, mantenendosi a distanza le facevano visita per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità per essere ricordati, forse...

   E poi c'era un Cavaliere, solitario, misterioso...
Viveva in una terra lontana... Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti, e dai cultori e pretendenti... 
Non era più ricco, più alto, più bello, più intelligente degli altri, e non vestiva neanche d’azzurro…
Ma egli aveva un (S)ogno, e un cuore che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, potuto leggere...
E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello. 

   Egli non aveva piani. Ma solo disegni.
La sua anima, pura, era la tela.  Il suo cuore, il carboncino. 
   Avrebbe voluto adorare quella figura leggiadra che una sola volta gli era stato fatto dono scorgere mentre lasciava abbeverare il cavallo a pochi metri da quel rifugio in legno, fluttuante. E dagli sguardi circospetti, bassi e irretiti degli uomini in bivacco. 
     
   Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che di terreno aveva ben poco.

   "Insolente...", pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra. 
   Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   <<Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu...>>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche,  lo seguivano sellare il destriero, e risalendo la sponda, allontanarsi. E poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Si, forse è andata proprio così.
   
Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato,  profumava...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 
 
 

L'uomo dei difetti... In pausa breve.

Post n°148 pubblicato il 03 Aprile 2014 da Massimiliano_UdD

   Oggi, avrei voluto raccontarvi una storia.

Uno stralcio simpatico del mio vissuto da ragazzo. Un passo certamente leggero, ma non per questo meno significativo benché io avessi preventivato - in tempi non sospetti - di pubblicare tutt’altro.

  Stamane, mentre attendevo che mia madre uscisse dalla sala operatoria per un intervento delicato, ma tutto sommato di routine, mi sono addormentato per qualche istante mentre sedevo con le spalle appoggiate ad una parete del lungo e stretto corridoio. Ho avuto un crollo probabilmente dovuto al collidere di  componenti eterogenee.
Forse il sonno arretrato… Forse il mio esser fuori dall’alba…

Forse.

  Mio papà m’avrebbe di certo lasciato riposare qualche minuto, ma vedendo sopraggiungere una donna in camice bianco, ha optato per un repentino farmi tornare in sentimenti. Preferisce parli io con loro. Lui, un’artista eccentrico. Io, l’uomo dei difetti. Si, forse è meglio parli io.

  Anche su questi non complessi frangenti, talvolta, ci vuole fortuna. E’ come con le persone che incontri. Certe volte è un caso e certe altre è il puro allorquando caso che si diverte a rimestarti l’incedere… A caso. E per l’appunto.

  Ci sono state delle complicazioni con l’anestesia, dolori intensi che non dovevano sopraggiungere, necessità dell’ossigeno, e siamo rimasti lì fuori per ore. Fatto sta che domani si ritorna perché la faccenda non è affatto chiara (si sarebbe comunque dovuti ritornare), e con la speranza che stavolta, il caso, giochi dalla mia, dalla nostra…

.

  Tornando a noi, in quel breve frangente di dormiveglia, come un lampo, mi è affiorata alla mente una particolare porzione del Canto V dell’Inferno dantesco… Ed una divertente storiella di quando ero alle superiori…
   Avrei voluto raccontarvela oggi, ma sono stanchissimo e per cause di forza maggiore non potrò essere qui per almeno tre giorni.

Mi auguro di potervela raccontare al mio ritorno. Nel frattempo ringrazio gli amici stretti che oggi mi hanno lasciato il loro supporto sincero, il loro (A)bbraccio...

   Risponderò in messaggeria non appena possibile.  Buona notte…

 

 

 
 
 

Il vento nuovo.

Post n°147 pubblicato il 22 Marzo 2014 da Massimiliano_UdD
 

La primavera dei miei sensi

   Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia.
E scevro delle forze, subitaneo ti sorridi.
   Perché il cremisi che ancor t'alberga sulle labbra, spavaldo, narra le gesta del più intimo fendente.
   Tuttavia, ogni battaglia ha un fine. E una fine. E in qualche modo,  il giorno del ristoro, arriva sempre... 
   Il cielo è terso, il cuore è pieno, e gioiosa la bellezza impazza...
Eppure, quel cremisi che un tempo fu spavaldo... Atterrito, al dì, figura stinto.
   T'accorgi così che "il tutto"  e  "il tanto" sotto lo stesso tetto, mal s'accoppiano.
E che la Primavera, forse, non è solo una stagione. E stretta porta con sé la "fioritura" d'un vento che soffia dove l'altro non sapeva più soffiare. Ermetico, talvolta. Ma frizzante e impavido ad invaderti le froge, e i sensi che scellerati t'avevano illuso d'essere assopiti.
E questo, mi piace.
Mi piace perché al mio più bel cremisi io non rinuncio
allorquando vivido,  oggi mi riconosco.
   E come a un tempo ispirato, con leggiadria e in versi, a Voi mi raffiguro...

 

 

Allorquando tumido
e voluttuoso figurava saldo,
quel che nulla poté l’inverno,
il terzo che dei dodici fu il pazzo,
l’indissolubile, sfaldò…

Là, m’abbeverai…
M’abbeverò.
Perché del dono,
ne spartiva il conto.
E del di lei Canto prezioso poi,
le scarlatte mie, umettate e fiere,
arroganti ne soffocavano gli intenti.

E del tempo in cui credevo…
Sano, ne crebbe il sentimento.
Ma del desio, il solo vento.

E se io fossi lo stesso
dei lucciconi ne farei stagno.
Bensì il petto più mi batto
allorché del sogno ne feci incetta,
e fiammante, al nuovo
pronto io m’affioro...

Perché fiero, dal novello ispirato
ravveduto riconosco,
quel che mai fu davvero il mio.

E sereno per davvero oggi io sorrido
a quanto il cuor mai spense,
ed esterrefatto
miro all’ardore già disperso,
che lascivo,
in concordia, trasferì....

 

M.
(L’uomo dei difetti…)

 
 
 
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L'UOMO DEI DIFETTI

In un non precisato tempo,
nel luogo dove i pregi non hanno più un Valore,
i difetti, talvolta, ne vantano uno...

M.
(L'uomo dei difetti...)