Creato da Massimiliano_UdD il 30/03/2012

L'uomo dei difetti

Le riflessioni di un Viandante fuori dai giochi...

ORMAI SIETE QUI E SIETE VENUTI SPONTANEAMENTE!

Credo ci sia un'effettiva possibilità voi siate approdati al mio umile desco per errore. Magari proprio mentre facevate click sul blog della procace biondona di turno. Un'emozione di troppo, la mano che trema, e il click che va a finire sul collegamento di fianco. Questo. Il mio ovvero de "L'uomo dei difetti". 
Il convivio ha già avuto inizio, quindi, vi avverto.
L'ospite è sacro, ma il padrone di casa va onorato. Allacciate le cinture, mettetevi comodi.
Il viaggio ha inizio...

 

QUESTA, Č LA MIA

 

Questa è la mia.

 

 Difficoltà mi colse
quando spaiato volli,
col verbo,
plasmare il siffatto legame,
tra l'uomo normale
e la (D)onna sua regale.


Inebriante è il profumo,
ansante è il respiro,
di tanti momenti
è il mio taccuino.


Funesta la sete
mai paga la fonte
.
Tra i fuscelli,
rovente,  la via mi confonde.
Allorché  dotto in pazzia,
borioso sentenzio:
Questa,  è la mia.


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUANTA STORIA DIETRO UN VECCHIO...

Ad ogni nuovo respiro...
Si fa la storia.

Immaginandomi al "capolinea", vorrei potermi voltare e abbandonarmi ad un'ultima illusione:  Aver fatto della buona storia.

Quella che state per leggere,  in particolare,  è una riflessione alla quale sono intimamente legato.
La scrissi qualche anno fa, a matita...  E la scrissi per me.
Davanti, avevo il camino.
Alle spalle,  i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.
Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi.
Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che, "al di qua" dei miei occhi, s'andava saggiando...

Ho provato ad immaginare "il Vecchio" che potrei diventare...

IL VECCHIO


Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle.
A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.
Attraverserò la Primavera,
poi quella dopo, e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più di oggi,
  altrettante le avrò dimenticate
e allora mi chiameranno "vecchio".
Non il saggio...
Il vecchio.
Quanta storia dietro un Vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

QUESTA NOTTE Č GIĀ DOMANI

Chi davvero ti vuole Bene sceglie le parole quando ti parla...
Chi ti ritiene importante non ti offende...
Chi preferisce perdere il suo tempo piuttosto che trascorrerlo con te, potrà anche essere una brava persona, ma, certamente, non è quella giusta per te...
Se in cuor tuo credi di meritare qualcosa in più della pura elemosina, abbandona il carro vizioso e affinchè in te rimanga ancora traccia di uomo, dileguati nella notte, quando tutti dormono, senza far rumore... e l'unica ombra che ti porterai dietro sarà alla stregua di un brutto sogno.
Questa notte è già domani...

M.
(L'uomo dei difetti...)

 

AREA PERSONALE

 
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IL PRESCELTO (scena 1 e nuova scena 2)

Post n°181 pubblicato il 12 Febbraio 2015 da Massimiliano_UdD
 

Keanu Reeves (attore)

 

Volevo solo che lei mi notasse... 
   E mi guardò.
Fece per sorridere. Pareva impacciata. Ringraziai Dio per il dono di quell'istante. Non l'avevo mai veduta così. Forse non l'avrei neanche più veduta così. La notte non mi riusciva di sognarla, e allora passavo il tempo migliore ad immaginarla. E sorridevo. Perché lei, sorrideva.
Una donna capace ancora di arrossire e poi ingenua, disperdere lo sguardo stringendosi nelle spalle, emozionata. 
   Giocavo con gli occhiali, e non lo facevo mai. Mi riconoscevo a stento. Magari quello non ero neanche io. Eppure quelle sensazioni erano le mie, eccome. Certe vibrazioni non si raccontano. Non le puoi raccontare. Non le devi raccontare. Rischieresti di rendere felice la persona sbagliata, e allora, le avresti sciupate.
E se anche quell'emorragia di turbamenti giacché trepidanti fosse appartenuta ad altro uomo,  allora io vi giuro: Invidio quell'uomo.
Io in-vi-dio, quell'uomo!
E mai taluno, invidiar talaltro, mi sorprese.
Né uomo.
Né donna.
Né terra.
   M'avevano scassinato il cuore.
Il mio poi, figuriamoci!  
Pensai.
Blindato a tripla mandata dalle mie stesse voglie, dal mio stesso, solito, magistrale, conflitto di sempre: "L'uomo ardente, malizioso Vs L'uomo perbene, solido".
Troppo malizioso. Troppo perbene.
Uno scontro al vertice.
La felicità, il premio.
Una miscela che non conosce sfumature. Null'altro che il (V)ero, tra le pieghe del verosimile.
Mai alzato la coppa, io.
  Scesi i Rayban che tenevo inforcati sulla testa. Dietro le lenti scure gli occhi seguivano ogni suo palpito. Mi sentivo assurdamente legato al più inconsapevole dei suoi fremiti, come se a sua insaputa, essi già m'appartenessero. Come se al di là della sua muta impenetrabile ella non desiderasse altro che essere protetta. Aver fatto a pugni mille volte con la vita solo per arrivare a sedere in quel bar, a quel tavolino, in quel giorno. Allora tutto avrebbe avuto un senso. Finalmente libera di abbandonarsi al piacere di abbassare la guardia. Di non pensare più al devo, ma al dobbiamo.
Ed io ero il prescelto.
   Diede d
ue colpetti con la mano al pantalone del tailleur come per liberarsi dalle briciole di quel pasto frugale indugiatele addosso. Tutto quel bianco cominciava a darmi alla testa. Me la toccai. Seppi così che ancora ne avevo una. Sulle spalle poggiava, perlomeno.
   D'un tratto, repentina, s'alzò.
Trasse a sé la borsa che sormontava lo sgabello al suo fianco. Un grande borsone di uno strano grigio, slavato, non uniforme, in pelle. Spaventosamente, grande!  Ne percepivo quasi la pesantezza mentre mi stuzzicavo con l'idea di quante e quali fossero le cose che ella potesse tenerci dentro. 
Cosa avrei dato per poter sbirciare lì dentro, nel suo mondo più intimo che già bramavo...
   Tirò su la cerniera, e serafica, come se null'altro che lei avesse mai aleggiato in quella sala, dandomi le spalle,  s'avviò alla cassa.
Il corpo era vestito come un guanto.
Figurava come stretto in una morsa, soffice e sinuosa. Una stretta che gaia ne arginava gli umori. E che avida, l’odor tratteneva.


   << Scusi, questo posto è occupato ? >>, mi domandò, sorridendo, la moretta che al mio arrivo sedeva al bancone. Avrà avuto non più di venticinque anni.
Com'era ?
Non saprei proprio dirlo.
La sua figura intercettò il mio sguardo un paio di volte. Non una, la osservai.
  << Libero, liberissimo. Stavo giusto andando via... >>, sorridendole di rimando, le risposi.
   Balzai in piedi.
Feci un lungo respiro e mi diressi anch'io verso la cassa.
Presto avrei scoperto se la determinazione nel libero arbitrio avesse ragion d'essere. Se fosse stato davvero possibile scrivere il proprio destino. 
Ed io il mio...

 

 

IL PRESCELTO


 

   Era quasi un anno che bazzicavo il bar “da Franco”.
A quel tempo facevo il consulente per una società di telecomunicazioni che aveva gli uffici operativi a pochi passi dal bar, sulla stessa via, ma dall’altro lato della strada; un autorevole palazzone di cemento e vetro di ventidue piani.
Mi ci affacciavo un paio di volte al giorno, un salto di primo mattino per il marocchino di rito e durante la pausa pranzo, con più calma.

   Quella mattina, alla cassa c’era il roscio. Il figlio minore di Franco, il titolare.
Frequentando l’esercizio per cinque giorni la settimana avevo imparato a conoscere anche gli altri due figli di Franco, anzi, con il maggiore, Lorenzo, era nata anche una sorta di amicizia suggellata dalla passione che condividevamo per la musica, e per i Genesis, in particolare.

   Fui io ad attaccare bottone quando un Lunedì qualunque di una settimana qualunque, scocciato lui e assonnato io, lo vidi estrarre dal Technics di fianco all’angolo tabacchi, il cd di Baglioni appartenente al roscio fratellino per perorare la causa dei ben più di nicchia Genesis. Sgranati gli occhi al primo attacco di Peter Gabriel, mi schizzò fuori un << Grandissimi! >>, e schizzò fuori a briglie sciolte, così sciolte che tutti si voltarono. Si voltarono anche i vecchi che giocavano alla passatella già alle due del pomeriggio.
   Di lì a poco il mio telefonino prese a vibrare e lo fece ripetutamente, erano i miei colleghi che dandomi per disperso mi richiamavano al dovere dalla pausa pranzo. Ed effettivamente in ufficio ci tornai, ma non prima d'aver fatto ritorno al tavolino e alla mia sedia, aver disteso le gambe incrociandole e goduto con occhi chiusi e sognanti, tutti i 22 minuti e 58 secondi di Supper’s ready.

   La mia dea in tailleur seguiva pedissequamente il flusso di gente coi portafogli in mano che lento s’andava dipanando alla cassa. Un ingorgo che solo le notorie capacità del piccolo roscio sapevano come forgiare. Era un mago in questo. In qualsiasi altro frangente, il rimanere vittima della sua flemma patologica mi avrebbe dato ai nervi, ma in quel giorno, forse, giocava addirittura a mio favore.
   Tirai fuori dalla tasca della giacca il mio cellulare e avviai una chiamata che dopo due squilli, come da copione, mi venne negata.

E fu allora che ruppi gli indugi.
   Partii sparato verso la faccia del roscio che spuntava al di là del bancone e scorrendo con lo sguardo la fila che avevo appena abbandonato alla mia sinistra, con la desolazione in volto, esordii con fermezza:
   << Domando perdono. E’ di qualcuno la Classe A bianca con il pupazzetto rosa appeso allo specchietto che è parcheggiata qui davanti ? >>
   Qualche timido “no” prese a liberarsi nell’aria, ma prontamente ricacciati al mittente da una voce aggraziata che fino a quell’istante avevo udito solo nella mia mente, nei miei sogni, e che emozionato attendevo si materializzasse alle mie orecchie, a conferma che, finalmente, i nostri due mondi l’uno all’altra oscuri, s’erano toccati. Ormai non potevo più tirarmi indietro. Sapevo di dover essere incisivo, preciso, fermo, di dover mettere da parte la mia emotività o essa m’avrebbe affondato. Ormai non era più solo una percezione. Persuaso che come al giorno sarebbe seguita la notte e alla notte il giorno, avevo cognizione che quella sarebbe stata la mia vera, ultima occasione.
   << E’ la mia. Mi scusi, la sposto subito. Il tempo di pagare ed esco. >>
   Non le lasciai il tempo di infilare la mano nel borsone grigio che, con espressione davvero dispiaciuta, la incalzai mentre mi avvicinavo tanto da poterle scorgere il taglio degli occhi dietro i suoi coconuda da diva:
   << No, no, non è questo. L’ho urtata per sbaglio. >>, le parlavo osservando ogni movimento della faccia che nel frattempo non s’era affatto indurita, << Stavo facendo marcia indietro e per sbaglio ho impattato contro il paraurti posteriore. Niente di grave stia tranquilla, solo qualche graffio. Se viene, le faccio vedere... >>
Titubò un momento, poi acconsentì.
   << Okay, un attimo che pago. >>
   << Mi permetta di offrirle il pranzo o quel che sia,  mi sento in colpa. >>, ribattei, alzando il palmo di una mano a mezz’aria come a dire “no, si fermi”.
<< La ringrazio, ma non se ne parla nemmeno. >>
<< Insisto. >>, iniziai con voce autorevole, << La prego... Mi assecondi, sono già fin troppo mortificato per l’accaduto. >>, poi presi a mordicchiarmi il labbro inferiore, me ne accorsi solo quando si sfilò gli occhiali e agitando i capelli come una leonessa mi indirizzò un sorriso spaesato.
Fino a quel momento il piano sembrava filare liscio.
Pagai il roscio, e uscimmo.

   Archiviati i piovaschi del mattino, adesso, il sole splendeva alto.
Nel percorrere i pochi metri che ci dividevano dalla sua auto nessuno dei due fiatò, io avanti e lei alle mie spalle; fin quando non mi lasciai  superare e mi accesi una chesterfield. La guardavo, e mentre lo facevo, mi lisciavo con una mano la bocca e il mento, in attesa che fiatasse.
   Si piegò per osservare meglio il suo paraurti posteriore, ci fece scorrere le dita sopra, si prese un paio di minuti buoni prima di riferirmi sbalordita ciò che già sapevo:
   << Ma, io non vedo alcun graffio e poi la sua auto sarà a due metri! >>.
   << Oh, che sbadato! Allora, forse, è il paraurti davanti quello graffiato… >>, le dissi, tentando di rimanere nella parte, e sobrio.
   Si catapultò davanti. Qualcosa di nuovo effettivamente c’era, ma anche stavolta, non di graffi né di abrasioni si trattava.
   La vedo fissare il cofano come imbambolata in una posa plastica.
   Indietreggia e torna sul marciapiede. Un tremolio delle labbra, e la testa, sguardo a terra, prende a ruotare verso di me, lentamente, quasi a scatti di ripensamento intermittente, come di chi sa di dover arrivare in qualche posto, ma che questo avvenga il più tardi possibile.
   Adesso, i suoi occhi incontrano i miei. Si prendono, si lasciano, errano, tornano, errano ancora e rincasano, perché è il turno della bocca.
   << Cos’è… Uno scherzo ? >>, mi disse con un tono della voce che non lasciava adito a male interpretazioni. M’appariva seria, forse addirittura scocciata.
   Non ero uno sprovveduto. Non lo sono mai stato. Avevo programmato quel momento. Dalle dinamiche d’improvvisazione alla cassa, al più morigerato bacio di gratitudine. Non avevo trascurato neanche i piani di riserva, ben due. Certo, nel conto c’era finito pure il rifiuto più sonoro, ma quel senso di irritazione nella voce e nelle movenze, no, quelle non me le aspettavo proprio. E allora, mi piegai alla piega che quella contingenza, a metà tra il brucior di pelle e il surreale, aveva preso.
   << No, non è uno scherzo. Sono rose e sono sette. Sette, come i giorni che ti vedono nella mia vita. E sono per te. >>,dritto come un treno, le dissi.
   << Ma se non mi conosci nemmeno! >>, esclamò con un tono ancora diverso e tutt’altro che distaccato, tanto da apparirmi combattuta.
   << Appunto, i fiori erano per conoscerti. E’ una settimana che ti vedo al bar ed è una settimana che non so come smettere di pensare a te. E’ assurdo, lo so, ma è la prima volta che sento quello che sento. Ti vorrei nella mia vita perché tu sia la mia vita. >>, mi resi conto d’esser partito per la tangente, ma era quello che sentivo. Anzi, non era neanche un decimo di quello che sentivo.
   Sembrava quasi impaurita. Un fascio di luce le colpiva il viso da un sol lato illuminandole il profilo fin sotto il seno, intiepidendolo. I capelli splendevano. Non so cosa avrei dato per affondare il viso in quei riccioli e respirarne il profumo. Di tanto in tanto un bagliore le colpiva gli occhi e la costringeva ad assumere svariate pose innaturali e tutto sommato divertenti. Era decisamente un bel vedere.
E’ proprio vero, “il sole bacia i belli”, pensai. E subito mi venne da sorridere.
   << Ma che te ridi !? >>, mi disse lei in romano.
   Per chiunque, forse, non avrebbe significato nulla. Ma in quel “ma che te ridi ?”, io ci leggevo feeling, ci leggevo la rottura di quel ghiaccio che avevo veduto temprarsi sotto i miei occhi. Si, sarò anche un visionario, ma ad un certo punto mi convinsi m’avesse addirittura ammiccato.
   Tanto io quanto lei non potevamo rimanere lì in eterno, da qualche parte c’era un lavoro che ci aspettava entrambi. Presi forza e mi approssimai a lei.
   Avvicinai le mie mani alle sue e provai a prenderle mentre le osservavo tremolanti al mio sfiorarle. Si fecero toccare senza resistermi. Erano candide e gelide. Alzai la testa posando il mio sguardo sul suo viso. Gli occhi cerulei e truccati già mi studiavano, le labbra avevano un colore naturale, del belletto non v’era traccia, eppure rilucevano e così gli zigomi. Se fossi rimasto ancora pochi istanti così l’avrei baciata o perlomeno avrei accostato la mia guancia di traverso alla sua e chiudendo gli occhi, l’avrei respirata.
   << Fammi entrare nella tua vita. >>, le sussurro, massaggiandole i polpastrelli delle mani, << Se solo hai il dubbio che io non ti sia indifferente, dammi la possibilità di conoscerti davvero. Senza fretta. Devi solo volerlo e per il resto, abbiamo tutta la vita. Se invece non vuoi, col deserto nel cuore, sparisco. Non mi vedrai più qui, cambierò bar così non ti sentirai a disagio incrociando il mio sguardo, sarà come se io non fossi esistito. Non devi dirmi nulla adesso. Promettimi solo che ci penserai. Io so che tu vieni a pranzo fino al Venerdì, il Sabato non lavori e quindi non vieni al bar. Ecco, io da domani fino a Venerdì non verrò di proposito. Verrò invece Sabato perché so che il Sabato tu non ci sei. Ma se invece, stavolta, tu dovessi venire… Per me sarebbe il tuo si ed io l’uomo più felice del mondo. Se al contrario Sabato non ti  vedessi entrare, sarà anche quella una risposta e allora non temere, non mi vedrai mai più. >>, conclusi, e le liberai le mani dalla stretta cagionata dalle mie.
   Silenzio. Un silenzio assordante che venne rotto solo dall’inaspettato. Le sue lacrime. Gli occhioni presero a riempirsi, mi si avvicinò al petto accostandovi il volto, percepii le sue stille bagnare la mia pelle attraverso la camicia e mi venne spontaneo di abbracciarla. Non lo so, forse fu colpa mia, forse la strinsi con troppa verve che con un gesto di stizza mi scostò di colpo: << Scusami, non posso, io non posso… >>, mi gridò contro, mentre correva alla macchina. Rimasi così, senza fiato e senza piani, così, ad osservarla entrare nella Mercedes con le lacrime che copiose scendevano sul mascara e partire a razzo verso chissà dove, verso chissà chi, e con le mie sette rose rosse sul cofano.


 

M.
(L'uomo dei difetti)

 
 
 

Il Carbone, e la Befana.

Post n°180 pubblicato il 05 Gennaio 2015 da Massimiliano_UdD
 

La streghetta befana

Ero solo un ragazzino...
   Mi piaceva da morire il carbone. A tocchi, dolce. Quello che trovi nelle calze preconfezionate. O meglio, quello che trovavano i più fortunati. A me, non capitava mai. E questo mi dispiaceva, e non poco. Per i miei cuginetti, invece, era un appuntamento fisso. E quando non mi riusciva di rubarglielo,  lo assaggiavo da loro.
   In famiglia facevo il discolo di proposito perché così m'avevano raccontare di fare. Eppure, niente. Non m'arrivava mai. 
   La mia sorellina, diceva:
  
<< Il carbone sta dentro le calze piccole che si comperano alle bancarelle. A te, invece, la befana, porta la calza gigante, piena zeppa di cose buone, di che ti lamenti! >>.
   "Sarà...", mi dicevo.
In effetti, ad esser grande era grande, ma... Il carbone, neanche a pagarlo.

A distanza di anni, da buon viandante, ci ho voluto riprovare.
   La scorsa notte ho conosciuto una persona mentre rincasavo a piedi.  A due passi dal tratto discendente del ponte delle acque medie. Mi bastò di scrutarla per pochi lunghi istanti, e fui certo d'incanto di avere a che fare con la befana. Non ebbi alcun dubbio.
Anche perché ad un certo punto m'accennò qualcosa riguardo alla scopa.  Ed io, quando sento "scopa" da una donna mai veduta prima, non mi formalizzo più di tanto, e penso subito alla befana.
  Era abbondantemente più bassa di me, di quasi una testa. Mi dà un'occhiata sommaria, e mentre finge di sistemarsi quella che a me, in parvenza,  pare una cinta allungata, ma che quelli che parlano bene avrebbero di certo chiamato "gonna", mi disse:
   << Ti va ? >>
Mi ritagliai il tempo per un lungo respiro, mentre ancora le osservavo la bocca dischiusa e malamente imbellettata.
   << Mi perdoni, signora.  Sono fuori per il carbone, stanotte. >>, dissi io.
   Prese a sollevarsi con entrambe le mani quel che rimaneva della stoffa sotto la vita. A quel punto, io che non dormo da piedi, immaginai lo stesse facendo per il timore che l'oscurità rotta dal quell'unico fioco lampione, non m'avesse fatto ancora intendere che la befana tutto indossasse fuorché le mutande.
E quella non fu neanche l'unica, di scoperta, che per la verità feci...
   << Ragazzo, ho tutto quello che vuoi. Ed è tutto, qui. Vieni... Ne ho tanto di carbone.  E fuoco...>>
Le mie certezze, d'un tratto, vacillarono. E allora scaltro, m'attanagliò il dubbio. Non ero più affatto certo ci stessimo riferendo allo stesso articolo...
   Le posai il mio sguardo addosso, lo feci scorrere da capo a piedi, e arrangiando poi le labbra in un ghigno, pensai:
   "E' proprio una condanna...
Io e il carbone, uno da una parte, e uno dall'altra...
"

   Mi sistemai la tesa del queensland che portavo sul capo, e le dissi:
    << Si copra, signora. Fa freddo, stanotte. >>
   M'ero già avviato per una ventina di metri quando udii ancora il timbro della sua voce provenire dalle mie spalle:
    << Ragazzo! Ragazzo, dico a te! ... Ma non avevi voglia di carbone ? T'assicuro che così rovente... >>
   Se sette anni prima non avessi smesso di fumare, adesso, avrei frugato le tasche, e acceso una delle mie Chesterfield Blu.
Tutto m'era eccentricamente chiaro. Tanto ieri, da piccino, quanto oggi, da uomo.
   Torsi il collo, la guardai di traverso, e sorridendo spavaldo, alzai testa, cappello e voce: 
   << Dice bene, signora! ... Dice bene! ... Certo che lo volevo... L'ho sempre voluto. Ma... che le devo dire, evidentemente, non l'ho mai meritato... >>


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Felice di averlo ripubblicato oggi, perché stanotte, tutto può ancora succedere.
Se chiudo gli occhi, la sento fluttuare. Chiudeteli anche voi. Provate.
Il vecchio mi disse: << Bisogna solo saper attendere, ragazzo. La luce lascerà il posto alle tenebre. Le tenebre lasceranno il posto alla luce e tra le mani ch'erano nude, poi, del prodigio il solo effluvio. E allora, ragazzo, tu saprai che quello che non c'era, esiste!  Dillo, ragazzo! Dillo! Bisogna solo saper attendere... >>
   Questo mio, oggi, per attender(e/la) insieme...

 
 
 

Il puro, e l'altero.

Post n°179 pubblicato il 30 Dicembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

Il puro, e l'altero.


Allorquando il passo fu fermo,
allorché nudo,
del mio uscio il Viandante picchiò il battente...
E sedette al mio umile desco rinfrancato dall'amore dell'uomo.
Dalla dedizione del buon padre,
preservato.

A colui che annunciato da migliore arroganza
sostasse stizzito dinanzi la soglia...
Io dico che tronfio non s'angusti.
Dacché troverà anch'egli,
certamente,  degno ristoro.

Al civico appresso.

 

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 

I miei ricordi di Natale

Post n°178 pubblicato il 23 Dicembre 2014 da Massimiliano_UdD

   Anche quest'anno, il Santo Natale è arrivato. E anche quest'anno, vi lascio in compagnia dei  miei ricordi da bambino. Sempre gli stessi, perché io mai fui più lo stesso. Ricordi di quando tutto era bello. Di quanto io e mia sorella Stefania scherzavamo, litigavamo e sorridevamo, entrambi, sulla stessa terra. Un nuovo anno non è solo un anno in più sul groppone, ma è anche un anno in meno che mi separa dal riabbracciarla. E allora, io lo rispetto, perché esso non m'è ostile.
 Mi fa piacere offrirvi un'ideale calice di Bellavista e lasciarvi con qualche mio ricordo, intenso e denso perché pregno... Di me, in stille.


Buon Natale, di cuore...

 

 

   Ci fu un tempo che mi vide piccino…
Non saprei come parafrasarlo. Tuttavia, allorquando nostalgico, talora malinconico, mi ritrovo ad abbandonare il corso d’opera a favore della mia infanzia, alla mente, un solo mese, un solo luogo, e al corpo una sola percezione, affiorano.
Dicembre, e il freddo, fuori.
I miei affetti di fronte al camino, al caldo, dentro.
Mia mamma che stende castagne, patate americane, e mentre racconta aneddoti su antenati e Janare che giura essere veri, mi rimprovera di star troppo sotto, troppo vicino al fuoco, e al suo scoppiettio.
Mi sembra di sentirla: << Allontanati dal fuoco! … E tu, Stefà!... Stai attento a Massimino! >>, ah be’, le mamme. Che bella invenzione, le mamme. Su questo, poco è davvero cambiato, per lei sono Massimino anche oggi che ho quarant'anni e supero il metro e ottanta.
Ed io, puntualmente, come se mai glielo avessi domandato prima: <<Mamma… Cosa sono quei fischi che fa il fuoco ?>>.
   << Quelle sono le malelingue, Massimino. >>
   << Le malelingue ?... Parlano male di te ? >>
   << No. Solo di te. Adesso scaldati, e stai zitto perché devo studiare. >>, intromettendosi tra me e la mamma, mi rispondeva mia sorella che poi intenerita dal mio esserci rimasto male, sorridendo, mi passava la mano tra i capelli, scompigliandoli. E facendomi sentire ancor più piccolo di quanto in realtà io fossi. E mi piaceva. Perché ero un bambino. Perché il mondo e il suo lerciume non m’aveva ancora invaso le froge. Perché l’odore di certi istanti, te lo ritrovi impregnato nei ricordi fino alla fine. Quasi a volerti dire: Questo è ciò che è stato. Questo è ciò che mai tornerai ad avere. Fattelo bastare.
E invece, non basta mai. Le cose belle non bastano mai perché durano poco. Troppo poco. A cinque anni, come a quaranta. Sempre.
Ho sempre avuto le mani gelate. Sempre. Mani e piedi ghiacciati. La mia sorellina che era più grande di me, ci scherzava:
   << Hai le mani ghiacciate perché il sangue ti è finito tutto sulle labbra! >>, e tutti ridevano, e ridevo anch’io. Ma non sapevo il perché. Era bello e basta. Tuttavia, la spensieratezza, le risate, tutto faceva parte del conto. Perché le cose che contano non sono mai in saldo. E la vita, segna tutto. Il pareggio non esiste. Ma esistono le lacrime che copiose, mai paghe, m’avrebbero scortato, inesorabili, lungo gli anni avvenire.
Ma questa, è la mia storia. 
    E allora, di storia, ve ne racconto un’altra. E nonostante le premesse, vi assicuro, non meno fondata della prima.

 

 

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

 

 

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla

   Ricordo che un giorno un Vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava ad un palmo da una sponda delle sue.
   In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...
Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva, al giorno, e scriveva, alla notte. Poesie. Storie. Ricordi del suo essere donna. Desideri...
E quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta, era dedita a preparare leccornie, angeliche, e fragranti.
Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
Si racconta che in un pomeriggio invernale, assorbita e fragile, avesse appena ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. Ne fece del pane. Tanto, pane. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il solo profumo aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La Fanciulla aveva pretendenti e pretendenti vestiti da cultori...
Di tanto in tanto, leggiadra, aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, rispettosi, mantenendosi a distanza le facevano visita per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità per essere ricordati, forse...

   E poi c'era un Cavaliere, solitario, misterioso...
Viveva in una terra lontana... Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti, e dai cultori e pretendenti...
Non era più ricco, più alto, più bello, più intelligente degli altri, e non vestiva neanche d’azzurro…
Ma egli aveva un (S)ogno, e un cuore che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, potuto leggere...
E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello.

   I suoi non erano piani, ma disegni.
La sua anima, pura, era la tela. Il suo cuore, il carboncino.
Avrebbe voluto adorare quella figura leggiadra che una sola volta gli era stato fatto dono scorgere mentre lasciava abbeverare il cavallo a pochi metri da quel rifugio in legno, fluttuante. E dagli sguardi circospetti, bassi e irretiti degli uomini in bivacco.

Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che di terreno aveva ben poco.

   "Insolente...", pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra.
Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   << Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu... >>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche, lo seguivano sellare il destriero, e risalendo la sponda, allontanarsi. E poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Si, forse è andata proprio così.
   Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato, profumava...


M.
(L'uomo dei difetti...)

 

 

 
 
 

Vi presento la piccola LiLLi !

Post n°177 pubblicato il 16 Dicembre 2014 da Massimiliano_UdD
 

Lo scorso 19 Settembre ho perduto la mia piccola cagnolina Luce. Aveva sedici anni. Qualcuno equipaggiato con mezza porzione di cuore, mi disse:
   << Di che ti lamenti !? E' campata pure troppo, il mio pastore tedesco è morto a dieci. >>
   Chi conosce il dolore, non avrebbe parlato così. Chi ama, non parla così.
Avevo promesso a me stesso che non avrei mai più preso con un me alcun esserino carico d'amore. Ho sofferto tanto, troppo. Ho sofferto come non immaginavo di poter soffrire per la perdita di un animale.
   Tuttavia... Quando Giovedì scorso mi è stato detto che un cucciolo dagli occhi verdi era stato abbandonato dentro un cassonetto, coperto di buste e rischiando di morire, soffocato e al gelo... Non ho saputo dire di no.
   Si è già ambientata benissimo e si sente la padrona della mia casa. Tra qualche mese comincerò a portarla anche in ufficio.

Certo, non è Luce... Non sarà mai la mia piccola LuceTTa.
Ma sento comunque già di adorarla, perché lei mi adora.


Oggi, ho voglia di farvela conoscere.
Benvenuta piccola amorevole Lilli !

 

 

La mia Piccola LiLLi - Vestitino

 

La mia Piccola LiLLi - Assalto al divano

 

La mia Piccola LiLLi - Riposino

 

 

M.
(L'uomo dei difetti...)

 
 
 
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LA MIA PICCOLA LUCE: L'ULTIMO VIAGGIO.

 La mia piccola Luce, 25 Agosto 2014


 Ciao piccola Luce,


ti scrivo queste poche righe perché… Ne ho bisogno.
Perché piangere davanti a questo schermo fa meno male che fissando il soffitto. Perché se sto qui mi tengo lontano dai balconi e dalle finestre che danno sul grande campo incolto sottocasa.
   E ti vedo scodinzolare lì in mezzo, felice, perché sapevi che non appena a casa ti avrebbe aspettato lo stecchino al salmone che adoravi. Come ogni mattima, come ogni sera. Come ieri mattina. Come mai più.
   In ufficio dormivi sempre. Tuttavia, bastava il minimo rumore perché tu abbaiassi a chiunque e non solo agli sconosciuti, come a voler per dire:
    << Anche questa è casa mia! >>, poi tornavi a ronfare sul tuo cuscinone, e sembravi una regina. Anzi: Eri la regina. E lo sarai sempre perché il vuoto che oggi m’appartiene non l’avevo messo in conto. 
  
Pensavo che dopo aver provato la più terribile delle perdite, il dolore per aver perduto un animale fosse qualcosa di gran lunga meno intenso, di blando addirittura.
E invece…
   Sono i ricordi a rendere lancinante un fendente o a far sì che certi lucciconi narrino gioia anziché dolore.
   Sei stata la prova che l’(A)more incondizionato, esiste. E che prima di averti io ero uno stolto e non capivo l’amore degli altri per gli animali e non capivo neanche perché talvolta piangessero, si disperassero, vedendoli star male. Tante cose non capivo.
Io ero cieco. Ma oggi vedo.

 

 
So che ti ritroverò un giorno.

Massimiliano 

 

AL VENTUR LERCIUME...


T
alvolta
 getti l'ancora e ti soffermi a riflettere sulle vicissitudini della vita, anche le meno tangibili...
Talvolta ti fai un'idea di una persona già il primo giorno, e dentro di te vorresti fosse sbagliata...
Tenterà di convincerti di essere diversa da come tu la vedi... E provi a crederle...
E' anche giusto farlo.

Tuttavia, a ogni piè, capita, fosse anche dall'imposta più tetra,  che la nuda verità s'affacci spavalda ad illuminar ragione... 

E ti rendi effettivamente conto di chi hai avuto davanti.
Però, stavolta, ironia della sorte, la delusione sarà tutt'altro che longeva, non ne rimarrai stupito...
In fin dei conti, lo sapevi già.
 

M.
(L'uomo dei difetti...)
 

[Post Scriptum]
Per i graditi ospiti al mio umile desco, ho sintetizzato, in un aforisma a mo' di promemoria, crudo e non meno illuminante, la digressione di cui sopra.
"Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno,  che poi,  fu il (P)rimo."

 

DALL'ALTO VEDI IL MONDO, DAL BASSO VEDI IL TUO.

Dal basso vedi il tuo, di mondo.

Ho sempre sceso le scale di corsa.
Le ho sempre viste come l'ostacolo ultimo tra me, i miei affetti, e la strada.
Un ostacolo blando. Un  connettivo pervio, da lasciarsi alla spalle il prima possibile.   E con la frenesia di chi,  alla stazione,  è sempre in ritardo.

Ma... Stamane no.
Ho percorso i gradini con la velocità dell'uomo, che dalla strada, non s'aspetta nulla di buono. 
E per questo la rimanda.
E per la prima volta ho ricavato del tempo da dedicare alla riflessione anche nell'unico luogo che da sempre avevo destinato al transito, alla zona franca, al canticchiar senza pretese.
Dall'alto vedi tante cose, ed io non lo nego.
Tuttavia, ciò che realmente vedi, è il mucchio.
Non riesci ad apprezzarne le differenze, a coglierne i dettagli.
E' dal basso che vedi ciò che accade intorno e ti rendi davvero conto della piccola grande verità.
Quando tu stai fermo, qualsiasi sia il tuo stato d'animo, il mondo intorno a te, si muove.
C'è chi non ti pensa proprio... E va veloce.
C'è chi apparentemente ti vuole bene... Eppur si muove.
In fin dei conti, quello che ha scelto di star fermo, sei tu.
Quando ti senti solo, sei solo.
Quando hai il minimo dubbio,  allora, non ci sono più dubbi.


M.
(L'uomo dei difetti...)