Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza di essere ancora felice.
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Post n°137 pubblicato il 11 Aprile 2013 da The_Painted_Veil
- Mario Tobino -
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Post n°136 pubblicato il 08 Aprile 2013 da The_Painted_Veil
- Honore de Balzac -
Acclamato da molti lettori e accolto come un piccolo capolavoro della Commedia Umana, Eugénie Grandet in realtà è un romanzo di una linearità insolita e stancante, permeato di avarizia e cinismo, con un finale amaro che sembra essere uscito dagli anfratti di una fiaba svedese. Un libro che contrappone l'amore dell'oro all'amore del cuore, la smania di possedere alla volontà di dare. Una trama lenta che si svolge soltanto nel malinconico ambiente di una casa abitata da pochi personaggi come se Balzac facesse volutamente spazio per esaltare le figure degli unici protagonisti che ritiene esemplari. Papà Grandet, il vecchio avaro che ricorda la figura moderna dell'Harpagon di Molière, è un uomo detestabile che con la sua spietata ossessione per il denaro e la ricchezza, riesce a soggiogare l'intera famiglia con l'influsso di una costante umiliazione. Eugenie, benché dia il titolo al libro in qualità di personaggio cardine, non riesce invece a irrompere prepotentemente sulla scena, annientata da suo padre e al tempo stesso coinvolta in un delicato sentimento verso quell'arrampicatore sociale di suo cugino. La caratteristica apprezzata maggiormente, che ricorre nella narrativa di Balzac e soprattutto in questa storia, è il fenomeno del realismo atmosferico dove i luoghi non passano mai in secondo piano per mancato interesse ma assumono un ruolo importante perché hanno fisionomie in comune con le persone. Le descrizioni degli ambienti in cui vivono i personaggi rispecchiano infatti la propria personalità. Un uomo povero d'animo non può che vivere in una grande casa spoglia, fredda, dove i gradini della scala di legno scricchiolano sotto i passi e le stanze non sono illuminate abbastanza. Per papà Grandet la vita è solo un affare, si crede ricco ma in realtà è il più misero di tutti, vive da povero per paura della povertà. È il capostipite di una serie di figure sinistre che man mano prenderanno posto negli altri racconti di Balzac. |
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Post n°135 pubblicato il 04 Aprile 2013 da The_Painted_Veil
- Charlotte Bronte -
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Post n°134 pubblicato il 15 Febbraio 2013 da The_Painted_Veil
- Joris Karl Huysmans -
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Post n°133 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da The_Painted_Veil
- Gustave Flaubert -
Sfogliando le pagine di Madame Bovary mi è sembrato d'incrociare lo sguardo di Emma attraverso le opere di pittori francesi. Descrizioni che portano in sé qualcosa di così meraviglioso e reale, proposte da una scrittura limpida come velata trasparenza di un acquerello, ne hanno creato tratti e movenze perfette. Alla sua prima apparizione sulla scena, Emma è una ragazza vestita di abiti provenzali come una semplice fanciulla uscita da un quadro di Vernon. Ma gli eventi che seguono, gli incontri e le scelte sbagliate, piombano su lei facendo emergere pentimenti e rimpianti . La tristezza di un'esistenza che non evolve, il tedio dilagante delle giornate e i sogni che brillano ai suoi occhi in un'atmosfera vermiglia la trascinano nel capriccio dell'adulterio. La sua vita diventa un ammasso di menzogne utili a coprire passioni segrete. Si fa forte nel suo peccato, gli amori e i piaceri a cui si concede sono effimeri e velenosi come morsi dati a un pane maledetto. Non è altro che un'amante qualunque dai discorsi esagerati che nascondono affetti mediocri, un'amante il cui fascino della novità cade poco a poco come una veste lasciando nuda la monotonia di una passione che ha sempre le stesse forme e le stesse parole. Cambia il suo stile per la sua vanità, acquista abiti a credito , si fa più bella somigliando a "La modiste sur les Champs Elyséè" dipinta da Jean Béraud . Conosce le nuove mode, i migliori sarti, gli appuntamenti al teatro dell'Opera e legge Balzac per trovare appagamenti immaginari. Nel suo desiderio confonde la sensualità del lusso con le gioie del cuore, l'eleganza delle abitudini con la delicatezza dei sentimenti e i suoi pensieri sono sempre nei tanto ambiti palazzi di Parigi dai salotti con le tende di seta, realtà lontana da quella che è costretta a vivere. I sospiri e i lunghi abbracci, le lacrime e la tenerezza non si separano per lei dal balcone di un castello o dalle serate mondane, dai vestiti con lo strascico e le angosce nascoste sotto il sorriso. Emma Bovary non è soltanto il racconto fatto di versi assaporati e versi scritti, è un percorso artistico tracciato da una grande scrittura figurativa e quasi floreale, grazie alla quale Flaubert compone e sparge, come olio su tela, l'immagine di lei. Emma è quella donna che ci lega a sé nonostante il proprio fare appaia meschino e poco apprezzabile, una donna che solo un uomo ha saputo inventare. |
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Post n°132 pubblicato il 06 Febbraio 2013 da The_Painted_Veil
- Federico Tozzi -
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Post n°131 pubblicato il 31 Gennaio 2013 da The_Painted_Veil
- Francis Scott Fitzgerald -
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Post n°130 pubblicato il 23 Gennaio 2013 da The_Painted_Veil
- Vasco Pratolini -
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Post n°129 pubblicato il 04 Dicembre 2012 da The_Painted_Veil
- Henry James -
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Post n°128 pubblicato il 19 Novembre 2012 da The_Painted_Veil
- Daphne Du Maurier -
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Il Dottor Anselmo ti prende per mano, ti accompagna in un viaggio insolito. Attraversi un luogo tra le cui pareti echeggia la poesia della solitudine. Percorri reparti infiniti, ti affacci su stanze popolate da volti che osservano il vuoto. Ascolti il silenzio rotto ogni tanto da passi di un camice bianco e qualche grido che arriva da lontano. Incroci uomini e donne nei cui sguardi distratti c'è l'espressione disarmante di occhi che cercano amore. Scendi per le antiche scale di un manicomio, il carcere degli innocenti sui quali si è posato il vento sublime della follia. Ognuno vorrebbe spiegarsi, dire forse com'è successo, ma nessuno gli suggerisce le parole, nessuno conosce il loro passato. C'è Cherubino che si socchiude al dolore. È innamorato dell'infermiera che per anni lo ha accudito e adesso l'aspetta dietro a una siepe fino al crepuscolo, ma lei non tornerà. C'è una malinconica delirante che accusa i bambini di aver deviato il mondo con la loro inconsapevole perversione. Poi il paziente Solera nel reparto vigilato. Ha indossato la sottana rossa della direttrice che adorava come una dea. Si è presentato nudo davanti a lei, bruciante di rabbia. Ora raggomitolato in un angolo e distrutto dai singhiozzi, pensa che tutti lo prenderanno in giro perché si è vestito da donna. Storie umane cosparse di ferite che pulsano di sangue, raccontano di 
Jane Eyre è un libro romantico, pieno di passioni gridate. La storia di una figura femminile animata da una volontà incrollabile capace di travolgere ogni ostacolo. Una donna dal coraggio insolito che le permette di respingere anche ciò che ama pur di non intaccare la propria dignità. Quel coraggio, come forza esemplare, con la quale sceglie di percorrere la strada verso un futuro incerto piuttosto che aprire la porta di un paradiso a lei non molto lontano. Non dà ascolto alla voce della passione che le suggerisce di rinunciare alla lotta, non si lascia cadere in una rete di seta per poi addormentarsi sui fiori che la nascondono. La decisione che prende è dettata dal principio che le consente di obbedire a una sua legge morale per essere libera senza mai subire il plagio degli altri. Non scivola nel rimpianto, non si gira al passato perché è una pagina triste la cui lettura, anche di una sola riga, potrebbe allentare la presa delle sue forze.Quando le circostanze sembrano mettere in discussione le scelte che è chiamata a compiere, fa un passo indietro, si ferma prima del limite a costo di cambiare il corso della propria vita. Jane Eyre è anche un libro di nostalgia e abbandono. Un rito che si consuma di continuo e l'accompagna in tutte le tappe del suo aspro cammino: l' abbandono della casa di Gateshead, quei cancelli (gates) che l'avevano rinchiusa sotto le angherie dei suoi parenti; l'addio a Lowood, l'orfanotrofio dove aveva studiato e conosciuto gli stenti e la bassezza (low); la fuga da Thornfield con una dolorosa spina (thorn) nel cuore, quel posto in cui si era innamorata di Rochester, il padrone che le aveva nascosto il suo terribile segreto; e alla fine il saluto a Marsh End , dove aveva ritrovato tepore e conforto. Per lenire le pene e alleviare gli affanni, Jane si rifugia nel grembo di una natura selvaggia. I luoghi che fanno da scena alle sue giornate, rappresentano un affresco perfetto di semplicità. Si concede momenti di riflessione che trascorre per il bosco e la brughiera tra alternanze di suoni e silenzi. L'attenzione rivolta sempre ad un cielo che cambia, alla tranquillità della terra indurita dal gelo e al fascino di luoghi che hanno il carattere sacro della solitudine, sono per lei istanti perfetti di una pace senza tempeste. Un personaggio impareggiabile e potente, Jane, che esalta e commuove senza mai finire nella doloristica immagine di vittima. L'esistenza struggente e poetica di un mito che resiste all'usura del tempo.

Lo splendido scenario aspro e poetico delle colline toscane è il luogo d'incontro dei personaggi che animano questa vicenda. Le campagne intorno a Siena, punteggiate dai colori del grano e degli ulivi, sembrano l'opera d'arte di un giovane pittore irrequieto. Ed è proprio un quadro di macchiaioli fiorentini che pare di vedere tra le pagine della storia. Un chiaroscuro di eventi accentuato di screziature, di sagome senza contorni precisi che ne delineino il disegno perfetto, ma solo cose e persone scarne, essenziali, di una semplicità che li riduce all'osso. È la storia di un tormentato amore, un oscuro groviglio di timidezze e violenze tra Pietro, figlio di un oste, autoritario padre-padrone , e Ghìsola, giovane contadina sfuggevole, dai sentimenti ermetici. È la storia soprattutto di una porta che si apre al tempo degli inganni e al fardello d'un amore sbagliato. Una storia dove tutto il flusso di passione si arresta di colpo come lava vulcanica che si raggela e pietrifica, un sentimento profondo e denso che poi divienta pallido fino alla trasparenza. Ruvida ed essenziale è anche la scrittura, caratterizzata da parole e frasi in dialetto toscano, frantumata da una punteggiatura insolita . Un libro dal sapore amaro e al tatto pungente come passi di piedi nudi sulle ortiche. 

Qualche pomeriggio di lettura trascorso sullo sfondo di un paesaggio novembrino, mi aggrega a una combriccola riunita attorno ad un fuoco. Al rumore della pioggia e la bruma che lambisce la finestra, i fraseggi di un racconto orale introducono una storia in un'atmosfera da seduta spiritica. Si narra l'esperienza vissuta da Miss Giddens nell'ambiente idilliaco di una casa in campagna. La giovane istitutrice, giunta a Bly per occuparsi di Flora e Miles, ben presto si accorge che i due bambini non sono gli unici personaggi a cui deve badare, a loro si aggiungono "gli altri ". Presenze sconosciute, figure spettrali arrivate dal passato pronte a infondere terrore. Gli spiriti di Quint e Jessel si aggirano sulle sponde del lago, tra i merli della torre e per i corridoi della grande abitazione. Persone morte in circostanze misteriose che un tempo condividevano le giornate con i piccoli protagonisti, poi ritornati come se avessero dimenticato qualcosa che una volta era appartenuta a loro. I chiaroscuri con i quali James dipinge le scene della tradizione gotica ci sono tutti e sono dosati in maniera perfetta: luci del crepuscolo precoce, cielo grigio, fragori di tempeste, soffi di vento che spengono candele di notte. Si respira un clima magnetico, fatto di presagi e minacce in cui si fa avanti lo spettro più temuto di sempre: il dubbio. Le cose dette e non dette, le zone oscure di spazi vuoti che tramutano in abissi, il gioco di sguardi di chi vede e chi non vede le presenze, il tranello dell'allucinazione oppure la realtà. Con una scena per me tra le più suggestive, l'autore mette in atto un geniale capovolgimento di ruoli che mi ricorda la dinamica del celebre film The Others con Nicole Kidman, quando James posiziona il personaggio reale al posto del fantasma. Miss Giddens, terrorizzata dall'apparizione oltre la veranda che dà sul giardino, esce all'esterno per inseguire il mostro immateriale. Restando dietro al vetro, nella stessa posizione che prima occupava Quint e ancora bianca dallo spavento, sembra diventare fantasma pure lei. Un'apparizione improvvisa che induce al panico anche Mrs Grose, sopraggiunta nel salotto. Che siano suggestioni della mente o silenziose crepe aperte nel muro della realtà, "Giro di vite" sembra invitarci a vincere la paura dello sconosciuto e a varcare il confine con l'altro mondo.
In un'atmosfera onirica, la dimora di Manderley è invasa dall'erica e le ortiche ne hanno sbarrato la strada. Una voce narrante senza nome attraversa il cancello che dà sui viali. C'è lo scorcio di un paradiso silente e segreto che porta con sé una storia di ombre, la rivalità tra il presente ed un passato che tarda a scivolare nell'oblio. La nuova signora De Winter, oltre a non sembrare un'autorevole padrona di casa, perché vinta dalla paura e sopraffatta da un senso di inferiorità, è costretta a convivere con una presenza impalpabile che perseguita le sue giornate. La stessa che ritrova nelle parole dei camerieri e i nuovi parenti pronti a confrontarla con chi l'ha preceduta, e nello sguardo accigliato di una governante vestita di nero, Danny Danvers , la donna che la odia per aver preso il posto della signora di un tempo. Per un effetto di suggestioni lo spirito di Rebecca, la prima moglie del conte Maxim, sembra aleggiare per le stanze, affacciarsi alla scala, nascondersi dietro sbuffi di tende mosse dal vento come se fosse ritornata oppure mai andata via. Anche le sue cose, lasciate con l'ordine intatto di una volta, fanno quasi credere al lettore che Rebecca abbia messo in scena una farsa per nascondersi in qualche angolo remoto. Si respira la tensione di una lotta impari: c'è l'assenza di un affronto contro carne e sangue perché ad imperare è solo un'astrazione inafferrabile percepita da una mente in cui si fa spazio il disagio e il dramma psicologico.