Verso la Mancha
Pensieri di uno che va verso la ManchaVentidue e diciannove. Casuale ma pragmatico. E nuovamente si cammina. E non è un tornare indietro, per il semplice fatto che addosso rimangono le tracce di tutti gli ultimi mesi di marcia. E’ un’intersezione. Un incrocio. Propositivo. C’è molto da capire e molto da leggere, perché tutto soccombe alle fatiche ed alle sofferenze. Ammirazione verso ogni ferita, o meglio, rispetto. E non possono esistere cose sufficienti, cose casuali, non su queste linee. Non riesco a correre anche se vorrei, cerco di continuare a camminare per vedere dove porta il sentiero. Forze in esaurimento. Consumate in mesi in cui la prerogativa è stata non rimanere fermi a guardare il paesaggio.
La settimana scorsa ha dato diverse scosse, diverse uscite, diversi problemi e diverse soluzioni. In esibizioni. Su una batteria, dietro un basso, dietro una chitarra, dietro un microfono. Mentre si sviene cercando di superare gli strascichi di qualcosa che non si deve superare. Dietro un volante, mentre si viene quasi centrati da qualcuno che fugge. Dietro i propri pugni chiusi quando si raggiunge quel qualcuno che fugge. Dietro l’essere comprensivi e cinici nel pretendere ragioni. E poi di nuovo domenica su un’auto la cui radio non parla. Ma da cosa fuggo oggi? Oggi non si fugge. Oggi si rimane seduti al centro di una simbolica piazza d’armi. Seduti e quasi nudi. Perché il caldo della dannazione è rimasto a dipingere le pareti della camera incazzata dove ho vissuto. Disarmato. Inoffensivo? No. Ma oggi mi posso guardare attorno ed essere obiettivo. Tutto si autogiustifica. Ed essere obiettivo significa all’improvviso cadere nella banalità. Oggi posso accettare di essere banale. Mi guardo le braccia, le mani, e ricordo. E di nuovo non esiste banalità. Perché tutto ha ed ha avuto un prezzo. Non dimentico nessun taglio.
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La sofferenza qui è la salvezza, ricorda. E i gradi o le vittorie non contano senza fatiche. Le cicatrici della lotta servono a dare un senso allo scopo della stessa. Questione di diritto. Io sono al mio angolo. E sono forte incazzato duro e cattivo. L’altro angolo per ora è deserto. Nessun compromesso. Nessuno sconto. Perché l’unico tramite è questo. Il confronto. Il dolore. La verità. Siamo disposti a farci pugnalare da coltelli che si infilano dove fa più male mentre il mondo purifica la sua coscienza? Superare la violenza del combattimento per capire quello che c’è da capire. Per leggere nelle macchie di sangue che rimangono a terra il disegno da seguire. Alcuni mollano prima di salire sul ring, alcuni mollano quando prendono il primo pugno. Altri gettano la spugna quando si sentono stremati o quando pensano faccia troppo male. Ma il combattimento vero e puro è leggibile solo quando al termine dell’azione i lottatori si abbracciano sanguinanti, senza capire chi abbia vinto e chi perso. Quando entrambi hanno consegnato ciò che di più duro e sofferente avevano da scrollarsi di dosso. A quel punto le cicatrici saranno solo tali. La gente dovrebbe sapere quanto è disposta a sanguinare pur di raggiungere la verità. Niente calcio, niente calciatori lampadati e vestiti da modelli. Niente fighetti. Sopportazione e dolore. Verità.
Le fasce stringono le mani. Le luci sul tappeto sono ancora spente. Io respiro. Uno sfidante senza paure.
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Cazzo dovrei dire, cosa dovrei pensare. E cosa dovrei fare. Nei film direbbero fai quello che ti senti. Ma questa non è una pellicola ed io non sono un attore. Nei meandri della mia testa so quello che vorrei, ma non riesco a dipingerlo perché nella tensione del periodo il nero è talmente splendente da accecare. Non leggo. Non sento. Come cancellare sensazioni e convinzioni. Notti senza sonno. Mani sulla testa. Mi vedi, ma non mi stai guardando negli occhi. A stupire è stato un silenzio senza interruzioni. A stupire è stata una ripresa senza domande. A stupire è stato un affermare equilibri. Forse non ha nulla a che fare con lo stupore, forse è solo l’espressione migliore per nascondere la sofferenza. Non si spartisce il passato, non da queste parti. Chi ha le carte in mano ha diritto di giocare, chi non è seduto al tavolo è solo un miraggio. Intanto sono ancora nel mio deserto. E la mimetizzazione è fottuta. Faticoso, mesi faticosi. Non è finita. Vedere che le ferite reclamano attenzione fa pensare solo questo. Le mediazioni sono vendute dal vento, raccolte e respirate. Vento che sfiora la brace purpurea. E la sabbia, la cenere si alzano ancora. Credo in quello che sono. Chiudere gli occhi, per vedere meglio. Temere, mentre gli occhi nel buio realizzano il problema o ne ambiscono la soluzione. Appaio nel buio. Come nel buio delle notti in cui gli occhi si aprivano senza rumore.
Don't feel like home, he's a little out
And all these words elope, it's nothing like your poem
Putting in in-putting in, Don't feel like methadone
Scratching voice all alone, it's nothing like your baritone
It's nothing as it seems
The little that he needs it's home
The little that he sees,
Iit's nothing he concedes its home
Uninvited chromosome, a blanket like the ozone
It's nothing as it seems
All that he needs it's home
The little that he frees
It's nothing he believes
Saving up a sunny day something maybe two tone
Anything of his own Chip off the corner stone
Who's kidding rainy day oway ticket headstone
Occupations overthrown a whisper through a megaphone
It's nothing as it seems
The little that he needs it's home
The little that he sees
Is nothing he concedes it's home
And all that he frees
A little bittersweet it's home
It's Nothing as it seems
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And I die a little more..
Le giornate si rivoltano. E all’improvviso passa di nuovo l’appetito. Perché ormai è un’abitudine anche svegliarsi nel cuore della notte disturbati da pensieri che si materializzano nell’inconscio. E sul bordo del letto la testa precipita tra le mani, mentre con una cazzo di aria sfacciata si spera che sia l’ultima volta. Poi no, si decide di andare fino in fondo. Esistono istanti di sollievo imbarazzante. Dove le congetture esagerano senza limiti. Pagine da rileggere, nella speranza di scovare qualcosa di nascosto. Qualcosa di mal interpretato. Mi piacerebbe alzare la testa e svegliarmi solo per il gusto di farlo. Perfino l’orgoglio, fin’ora inutile, alza le spalle, riconoscendo di non aver fatto la differenza, non questa volta. Gli occhi si chiudono. Perché anch’io a volte guardo cose che davanti non ho più, perché spero che i fantasmi si materializzino e parlino.
Sarebbe bello anche poter materializzare i propri scleri, i propri problemi. Poi prenderli a pugni fino al collasso. Fino a vederli disintegrati. Sembra che tutto colleghi immagini che si vogliono incendiare, immagini che mi tagliano. Cartelle che non posso aprire, che evito di aprire. Facile eh.. materializzazione. Sono qui. Nocche che impattano con violenza. Pelle che incontra pelle. Rumore sordo. Pressione in rialzo. Inspirazione nervosa dal naso. Muscoli tesi che si rilassano. Sarebbe facile, soddisfacente, elidere le rotte di cazzo in questo modo. Vorrei prendermela solo con ciò che mi ha portato a questo punto. O meglio, dovrei. Non ero mai stato così contento nel rendermi conto di aver perso l’appetito. I pensieri, veloci e quasi felici, hanno aperto le gabbie della ferocia. Costretto a fare conti che non avrei fatto se non fossi stato qui. E all’improvviso attorno a me vedo una mandria scomposta di gazzelle. Scrollo la testa e la criniera è lucida. Predatore o cacciatore? Sadismo o bisogno? And I die a little more..
Been here before
Been here before couldn't say I liked it
Then do I start writing all this down
Just let me plug you into my world
Can't you help me be uncrazy
Name this for me, heat the cold air
Take the chill off of my life
And if I could I'd turn my eyes
To look inside to see what's coming
It comes alive
And I die a little more
It comes alive
Each moment here I die a little more
Ooh, i die i die i die a little more..
then the unnamed feeling
It comes alive
then the unnamed feeling
Takes me away
I'm frantic in your soothing arms
I cannot sleep in this down filled world
Found safety in this loneliness
But I cannot stand it anymore
Cross my heart hope not to die
Swallow evil, ride the sky
Lose myself in a crowded room
You fool, you fool, it'll be here soon
then the unnamed feeling
It comes alive
then the unnamed feeling
Treats me this way
And I wait for this train
Toes over the line
Then the unnamed feeling
It takes me away, it takes me..
Get the fuck out of here
I just wanna get the fuck away from me
I rage, I glaze, I hurt, I hate
I hate it all, why why why me?
I cannot sleep with a head like this
I wanna cry, I wanna scream
I rage, I glaze, I hurt, I hate
I wanna hate it all away
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Di nuovo seduto a chiudere la settimana. Tra poco si riparte, di nuovo. Come ad essere vittima di un copione che si ripete senza sosta. In fin dei conti è anche giusto così, va anche bene transitare, giusto per aver voglia di ritornare, così come ora per avere un’illeggibile voglia di ripartire. Ogni volta si spera di trovare qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che sbatta nell’espressione una secca voglia di non tornare. Ogni volta si sogna mentre la macchina taglia la strada verso un inconscio fin troppo calpestato. Niente saturazione. Nei muri fedeli invece si continua a guardare se si trova qualcosa che se ne è andato da tempo. Il sogno. E con esso gli stralci delle diversità che hanno tracciato volontà ma anche ferite. Le cicatrici ancora non si possono sfoggiare, perché la curiosità dello spettatore ne riaprirebbe l’essenza. Dentro le cose cadono, asfissiate da un nervosismo che obiettivamente non potrebbe avere senso. Si legge e si scrive. Perché tutto dovrà avere un senso. La settimana si è inchinata con sguardi soddisfatti, con respiri interessanti, con cerchi che da un pezzo non venivano chiusi. Eppure la domenica sbatte sempre in faccia i suoi pensieri, il suo colore grigio poco affascinante. Lasciamo che le spalle pesino fino a quando arriverò a destinazione, per lasciar cadere la mia valigia pesante e sorridere, perché domani sarà un lunedì in cui non si mollerà. Nessun motivo per essere nervosi, eppure la destra colpisce questi tasti con avara energia. Sono l’oroscopo fuori onda di me stesso. Io decido come deve andare. E questa è l’unica frase che leggo nei miei occhi di fronte allo specchio. Oggi come ieri come domani.
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Certe mattine il freddo punge, il naso cola. Tutto sembra illogico, eppure continui a farlo senza lamentarti, perché il dissidio che nel tuo cervello cova deve rimanere silenzioso. Non sempre però, non per tutti. E il cervello sobilla quando rientro negli uffici dei piani alti e trovo qualche collega che cade nella disperazione. E’ dura stare qui, solo regole, senza soddisfazioni, solo rischi. Per ora va così. Un dimenticatoio, un purgatorio. Con cadenza irregolare la gente crolla e gli occhi diventano lucidi, mentre a fatica trattengono gli spasmi e narrano i motivi che li abbattono, dicono perché se ne vogliono andare. Tutti i più intelligenti, o comunque quelli provvisti in qualche modo di intelletto passano per quella palude. I motivi sono quasi sempre gli stessi, l’insoddisfazione di un incarico che non si voleva, la mancanza assoluta di soddisfazioni, la lontananza da casa generante crisi con famiglia, crisi con la propria metà, mancanza di sostegni, solitudine. Non c’è nulla da fare, perché questa qui è realtà. Tutti ne soffrono. Quelli che stanno meglio sono quelli che hanno talmente tanta ignoranza da non valutare la cosa, quelli che vogliono arrivare a fine mese e percepire uno stipendio. E purtroppo sono tanti. Anch’io ho passato periodi di merda, pessimi. periodi in cui l’unico pensiero era mollare. Poi d’un tratto mi sono accorto di aver passato il limite, di aver perso ormai talmente tanto da non poter mollare senza spaccare il culo a questo mondo. Qui si paga gradualmente ma in anticipo, e la maggior parte dei nostri occhi raccontano le stesse storie. Ho pagato in anticipo, e nonostante io sia ancora incazzato per questo so che devo arrivare da qualche parte, che non posso permettermi di pensare di aver fatto fatica e sofferto per nulla. Una rampa di lancio, che spero mi porti a perpetuare un interesse. Se andasse diversamente mollerò, ma senza occhi lucidi, perché la mia dose di oppressione l’ho già scontata da un bel po’. Vedo questi ragazzi stamattina, che non riescono a stare fermi, che agitati cercano in tutti i modi di trovare qualcosa che li calmi, qualcosa che gli permetta di non crollare. Eppure nessuno può aiutarli, e lo sanno bene. Io sono dispiaciuto, perché è gente in gamba, perché è gente che conosco, ma raccolgo energia dai loro visi plumbei. Perché sono contento di aver sopportato quel periodo, perché sono contento di non stare male come ora stanno loro. A vedere la cosa da fuori sembra un’immensa cazzata, sembra tutto facile, anzi, quasi comodo. Nella realtà le cose sono diverse. L’oppressione portata da uno stile di vita pragmatico e regolato degenera quando un uomo intelligente o ambizioso non trova risposta, non trova scopo alle rinunce ed ai problemi che puntualmente deve deglutire e risolvere. Raccolgo calore ed è cinismo, perché sto bene vedendo gli altri che soffrono oggi. Sono cinico perché capisco che oggi sono più forte di loro e chiuderò questa giornata senza impazzire. Ma non ho problemi o rimorsi nell’esserlo, visto che di energia ne ho persa e regalata tanta quando ero io ad essere a terra. Oggi si va avanti ed il sole ha una luce fioca, sufficiente però per ricordarmi che a questo punto sono io a poter scegliere.
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In fin dei conti a che serve un diario, un blog? Non scriverei mai qui le realtà intrinseche della mia essenza. Forse mi ucciderebbero, o verrei arrestato, o arrossirei. No, non arrossirei. Non mi passerebbe nemmeno un cazzo dedicarmi a raccontare le mie giornate. C’è solo qualcosa, che ogni tanto mi va bene di dire, giusto perché mi va di condividere il ragionamento con un foglio, che nessuno legge ma che potenzialmente può leggere chiunque. E’ tutto ciò che mi scrollo di dosso. Come un cane bagnato. Oggi non ho niente per cui incazzarmi, niente per cui essere contento, niente per cui essere triste. Oggi è un grosso chissenefrega. Con un bel cazzo tra il chi ed il ssene.. Potrei scrivere righe inutili ma non ho alcuna ispirazione..Vado ad infognarmi in un locale dove servano rhum.. Stasera andrà così. In mezzo alle bionde ed ai biondi. Speriamo più bionde che biondi. Un goccio di rhum nella destra, una sigaretta accesa, rossa ovviamente. I jeans sono inequivocabilmente usurati, in alcuni punti stracciati e sicuramente puzzano di fumo da ieri sera.. La barba è incolta ed i capelli rasati sembrano crescere secondo dopo secondo. Le punte delle scarpe hanno perso il colore, imperatrici di un vintage autonomo. Potrei dedicarmi alla scrittura ora se volessi, troverei da imbrattare pagine e pagine. Ma guardatemi.. Sigaretta e Rhum. E’ un attimo essere felici.
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I took a drive today
Time to emancipate
I guess it was the beatings made me wise
But I’m not about to give thanks, or apologize
I couldn’t breathe, holdin’ me down
Hand on my face, pushed to the ground
Enmity gaged, united by fear
Forced to endure what I could not forgive...
I seem to look away
Wounds in the mirror waved
It wasn’t my surface most defiled
Head at your feet, fool to your crown
Fist on my plate, swallowed it down
Enmity gaged, united by fear
Tried to endure what I could not forgive
Saw things
Clearer
Once you, were in my...
Rearview mirror...
I gather speed from you fucking with me
Once and for all I’m far away
I hardly believe, finally the shades...are raised...hey...
Saw things so much clearer
Once you, once you...
rearview mirror
Saw things so much clearer
Once you...oh yeah...
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La settimana ormai è conclusa. Si potrebbe raccontare un bel pò. Poca voglia però. Dopo mesi e mesi finalmente un po’ di sole ha animato le apatie lavorative. Arrivare in cima, con uno stralcio di uomini che ti seguono e ti ascoltano. Preparazione alla preparazione. Tutto il resto scende in secondo piano, oscurato dal piacere scaturito dalle azioni. Il cervello si rilassa mentre il corpo dolente continua la salita. Pian piano la pubblicità finisce ed appaiono le presentazioni di un film che da tempo si aspettava di vedere. Anni. Spero di arrivare alla fine della pellicola incolume, spero di arrivarci per me stesso. In ogni caso ciò è ciò che dev’essere. La salita impone lo sguardo verso il basso, nessuno da uccidere o da odiare oggi. Gli spettri di ieri decadono sovrastati da una superiorità che lentamente si riinizia a respirare. La corazza è più forte.
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Poco da dire, anche se il mio poco supera le cinque righe abituali.. o normali. No panic in questi tre giorni, tutto calmo, tranquillo. Un po’ di Rammstein a dipingere il silenzio della taverna. Un po’ marinaio arrogante direi. I fluidi si vendono a modico prezzo, anche in una semi sterile domenica. Domani, anzi, stanotte si parte, salvo sorprese. Un po’ di tempo immerso nel freddo caldissimo. O nel caldo freddissimo. Il deserto attende. Gli schizzi sembrano andarsene da soli, e la possibilità davanti sembra essere unica, colorata da un leggero divertimento. In realtà sono tante le possibilità, ma per perpetuare lo spirito guerriero, intransigente ed incazzato del periodo va bene percorrere questo sentiero. E allora… Divertiamoci un po’…
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Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 09:26
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il 25/03/2009 alle 02:20