Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Canta in me

Post n°90 pubblicato il 28 Marzo 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

È potentissimo il colpo quando, girando l'angolo, lo vedo. Lo rivedo, meglio. Perché lui sta sempre lì, sono io che mi allontano così di frequente. La prima cosa che noto è quanto sia diverso, anche questa volta, ogni volta lo è, sebbene la familiarità tra di noi sia così profonda e intima. Oggi è più che arruffato, scapigliato direi. Pettinato dal vento, sembrano urlare insieme qualcosa che somiglia a "vieni, vieni!". Un urlo sommesso, un ossimoro. Perché sia il vento che lui, urlando, cantano sottovoce in me. I colori non sono mai uguali, nemmeno quelli. Oggi è biondo, pur essendo sempre del suo tono originale, e fili bianchi sempre più accentuati rigirano su quella gran testa mossa, mai completamente immobile, che amo così tanto. Avvicinandomi col cuore che inizia a martellare, mi assale il suo odore, che ricordo alla perfezione, come fosse un profumo che indosso. Aspro e secco all'inizio, pungente e rigenerante poi  - quasi ti lava dentro - e alla fine caldo, come la pelle lievemente sudata, e saporito di lacrime. Non si cancella, è fissato nel più recondito angolo di me. Mi avvicino, allungo la mano che trema prima ancora di sfiorare, e finalmente lo tocco e vibro come una vela nel vento teso. Vibro con lo stesso ritmo suo, con il suo respiro che attraversa il mio fiato, la mia bocca e tutto il corpo come un'esplosione. Mi sento tornare in vita, mangio con tutte le forze la sua presenza come fosse l'ultima volta, faccio l'amore con lui davanti a tutti, e nessuno se ne accorge, troppo nostra questa cosa.
(Mi rendo conto di avere i piedi bagnati e freddissimi, i capelli gonfi e increspati, la labbra viola, perché quando sono con te non so nemmeno che esista il mondo, a volte. E se mi immergo in te, mio adorato e carnale mare, il mio corpo esulta).

 
 
 

Arancia

Post n°89 pubblicato il 26 Marzo 2015 da Verainvisibile
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Mordo, e mentre lo faccio sento il succo che cola. Dolceaspro, una goccia arancio scuro cade dalle labbra sulla mano. Istintivamente la lecco, come da piccola. Spolpando una arancia, lo spicchio con la buccia, ti sorprende sentire come abbia la forma perfetta della tua bocca. La pelle del frutto è morbida e rugosa insieme, senti di sfilacciare qualcosa mordendo delicatamente, la pelle tenerissima e trasparente che avvolge la polpa, il reticolo fitto che contiene il cuore. Così simile a te quella polpa indifesa. Il profumo ti sale nella testa, fa lacrimare gli occhi di gioia perché ricorda il sole, il freddo anche, il Natale forse. Sembra un bacio quel gesto, un bacio di quelli che vorresti dare istintivamente prima, pazientemente poi, per raccogliere tutto il sapore e non lasciar nulla lontano. 

"Quanto lontana o quanto vicina sei? Dimmelo, così saprò se tu chiudi gli occhi, quando io adesso ti bacio". (Paul Celan)

 
 
 

Mosca cieca

Post n°88 pubblicato il 23 Marzo 2015 da Verainvisibile
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Lo ammetto, era un gioco cretino, però mi piaceva. Farsi bendare e girare a tentoni cercando di toccare degli stronzetti che cincischiavano intorno prendendoti in giro, diciamolo, non è intellgente né furbo, ha in sé un aspetto leggermente masochista. Io ci trovavo il gusto della sorpresa, quel batticuore infantile del non sapere, il desiderio di bambina di toccare proprio "quella" persona, bambino o bambina che fosse, quella che in quel momento stava in cima ai miei pensieri. Afferrarla, abbracciarla, stringerla a me senza il pudore dello sguardo che avrebbe tradito l'affezione. In realtà si trasformava spesso in una presa per il culo, gli altri ti spingevano addosso il ragazzino che sapevano piacerti solo per la soddisfazione maligna di vederti diventare rosso togliendo la benda. Bastardi. 

In qualche modo, ora, capisco che è paradigma. Mi muovo ancora a tentoni, pur avendo gli occhi spalancati (ok, non ci vedo benissimo, ma questo è un particolare...). Avvicino, tasto lievemente prima, più decisamente poi. A volte affondo le mani nelle persone, come se avessi gli occhi chiusi, leggendo solo con cuore e pancia. Abbraccio, aprendo tutta me stessa, accolgo senza alcuna paura, spalanco angoli in cui possano trovare una sorpresa, un dono. Poi lascio che la benda cada, e lascio che leggano loro i miei sguardi, le mie parole, come se questo potesse chiarire che la stretta muta che precedeva ha una strada in cui ci si possa avventurare, consegno le chiavi per così dire. Questo è il momento più difficile, quello in cui ti senti cieca e fragile come una mosca vera sotto un bicchiere. Inizi a sbattere contro le pareti, ogni botta ti stordisce un po' lasciandoti senza respiro, vuoi richiudere gli occhi perché la luce ti abbaglia, ti scava. E poi ti rendi conto che stai brancolando ancora, che la luce entra solo dai tuoi occhi al tuo cuore accecandoti, impedendoti di vedere che l'altro è come il bambino sbagliato, quello che non volevi toccare giocando. Allora ricominci, sgitandk forsennatamente le alucce, allunghi le mani avanti, di lato, in alto. A volte sei così, cieca come la bambina di un tempo. Senti il rumore di fondo, le voci intorno a te, le parole che ti accarezzano, il tuo cuore che batte, i desideri che ti abitano, e non vedi niente, ti limiti a sentire con ogni fibra. A volte giochi ancora a quello stupido gioco. 

"we will wait at your gate/hoping like the blind" (Nick Drake -  Way to blue - Andrea grazie per avermelo fatto ascoltare)

 
 
 

Non sono

Post n°87 pubblicato il 23 Marzo 2015 da Verainvisibile
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Girando per le strade del paese in festa ieri, sebbene stanca dal troppo lavoro e dai troppi impegni, sentivo gli occhi allegri. Il mio scrutare i volti era sereno, volevo scoprire in che angolo dell’espressione altrui si celasse la felicità. Il tema che mi attanaglia, quello per cui lotto persino con me stessa. Ho camminato a lungo, la schiena distesa e le spalle rilassate, la testa alta e il collo lungo. Reduce da una lite pesante a pranzo in cui ho scoperto che il comportamento prevaricatore, secondo i mei amici, è un “voler bene all'altro”. Io non sono così.

Stamattina arrivata in ufficio una collega mi manda un oroscopo, di cui lei è molto appassionata, e mi scrive “sei te!”. Io credo sia troppo, davvero. Ma mi somiglia molto, direi.

Non siete di quelle che si atteggiano a profonde, e si mostrano pessimiste e depressive, perché secondo loro aumenterebbe l’aura di autorevolezza. Quando c’è da ridere, voi ridete; quando c’è da parlar chiaro, non le mandate a dire; quando guardate dentro gli occhi, non li fate subito fuggire da un’altra parte. Tanto più adesso. Con zelo e con passione, con viso disteso e senza rughe di nevrosi sulla fronte. Voi non siete di quelle con il cervello attorcigliato, né con le labbra avare e rinsecchite.

 
 
 

Fiorire

Post n°86 pubblicato il 18 Marzo 2015 da Verainvisibile
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Fuori fioriscono i siliquastri,  i rami sangue cupo, le foglie rosso selvaggio, i fiori rosa carne. Ho davanti venticinque ragazzini "difficili", dalla prima alla terza media, cui devo spiegare una mostra su un pittore francese che si dedicava a ritrarre il lavoro umano alla metà dell'Ottocento. Li guardo uno ad uno, cercando di penetrare quegli occhi indecisi fra l'adulto e il bambino, quelle facce già distorte dalla mutazione della crescita, i loro vestiti inadatti. Le femmine borderline tra la lolita e Peppa Pig, tracce di matita scura sugli occhi, rossetti sbavati e cupi sulle labbra. I maschi dal corpo di quasi adulto, gli occhi ancora lenti come calciatori scarsi, le scarpe grandi e le voci fra il soprano e il baritono. Sono ragazzi in deficit scolastico, fanno un doposcuola parrocchiale dove vengono aiutati a studiare. Ridacchiano, urlano per lo più; allora, gentile ma decisa, mi presento alzando un po' la voce. Recito dentro di me un mantra di incoraggiamento, e li invito a sedersi a terra in cerchio mentre il più minuto, latinoamericano, mi chiede "ma qui ci son solo cose vecchie?" (Siamo nel chiostro vecchio di una basilica milletrecentesca). Mioddio. Ma lì, di colpo, mi prende il lampo, perché il destino fa sì che salti il faretto che illumina il primo dipinto. Sfodero il cellulare, accendo la sua luce/torcia, la punto su di lui e dico "solo cose antiche, e useremo cose moderne per spiegarle e leggerle". Si fa silenzio, ed inizio con il cuore gonfio, perché ora ci sono queste venticinque facce dalla fisionomia imprecisa che mi fissano. "Questo pittore, pur essendo un magnifico ritrattista se lo voleva, dipingeva i volti in modo impreciso. Perché ognuno potesse riconoscersi nel gesto da lui fermato. Questi uomini e donne al lavoro, rappresentano ogni uomo e donna al lavoro, quindi anche me e anche voi". E scorriamo avanti, fra contadini piegati sulle zolle dure, donne con fascine enormi di legna sulla schiena, lavandaie, seminatori dal passo fiero e forte, madri che accudiscono figli. E ogni inflessione della voce, ogni gesto che faccio è innamorato di quei visi, e ogni viso mi scruta la bocca e gli occhi. Finisco dicendo che il lavoro è fatica, perché quando uno ama ciò che fa lo fa bene, e fare bene fa fare fatica. Un ragazzino down alza il braccio e fa un sorriso lucido: "come quando la mamma fa una cosa buona da mangiare, fa fatica ma poi é felice perché vede che a noi piace". Assento, mentre un nodo mi schiaccia il petto. "Si, è così". 

Li accompagno verso l'uscita, c'è un campetto di calcio e avevo promesso che avrebbero potuto giocare. Mi accosta una ragazza cingalese, i capelli scurissimi e lucidi, il rossetto di un rosso accecante, e mi fa in un fiotto "se io studio bene, non importa il voto, allora. La fatica valeva perché io valgo quando sento di aver fatto bene per me. Io lo farò così, adesso". La abbraccio, ha un odore di shampoo e frittura, e mi vien fuori una lacrima pesante che va a finire proprio sulla molletta di strass. Vanno a giocare nel campetto di moquette chiuso fra palazzi milanesi, un quadrato di aria. Accendo una sigaretta fissando gli alberi di Giuda fuori dal portone. 
 
 
 
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