Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Riavvolgere

Post n°108 pubblicato il 24 Maggio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Ci sono momenti in cui la luce è più dolce, si abbarbica sui muri incendiandoli, si attaglia sui petali tingendoli di sangue o di cielo o di tenera carne, cola sui vetri che si fanno scaglie di pesci guizzanti, ridisegna i contorni di ogni cosa rendendola cosa buona. Questa sera è così, la bellezza si sta sciogliendo languidamente mentre i suoni iniziano a farsi più attutiti. Leggo parole che non ho mai letto, considero una grafia nervosa e rapida su una carta trovata per caso su una scrivania, perché certe cose bisogna scriverle quando arrivano, senza la penosa riserva del pensiero ponderato e senza il triste calcolo del conveniente. Mi si dilatano le pupille riga dopo riga, come stessi annusando un profumo che stordisce; deglutisco e allontano il demone del gelo del cuore, a volte diventa liquido tutto in me, dalle lacrime alla posa del corpo.

Mi sono presa questo momento di silenzio per ritornare indietro, per riavvolgere un nastro breve ma denso come miele, e scoprire stupita che certe cose hanno origini che non sono del conoscibile, e tempi che non sono nella nostra misura. E sento di dover conservare questo istante, questo "profumo" come qualcuno mi ha detto, nel suo tempo, che non ha affatto circoscrizione. Per poter riascoltare la fragranza in un mio sorriso, ancora domani e domani ancora. Ci sono. 
 
 
 

Tessera

Post n°107 pubblicato il 22 Maggio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Sto aspettando che mi consegnino la macchina revisionata. Seduta nell’ufficio di un'officina meccanica mi trovo accanto ad un vecchietto che è pure lui in attesa. Saluto, e lui abbozza “eh, mi fanno aspettare…alla bocciofila poi perdo il posto”. Ha un aspetto dolce e quieto: pochi capelli in corona attorno al capo, di un bianco ossidato dal tempo; un naso leggermente adunco ma non rapace, occhi grandi senza ciglia, la pelle fragile color lavandaelimone, qualche macchia scura qui e là, una particolarmente grande sull’orecchio destro. Le mani tremano leggermente con le chiavi della macchinina elettrica infilate nel pollice. Gli sorrido, mi fa tenerezza e mi suscita rispetto la vecchiezza. Chiedo dove vada a giocare a bocce, e lui attacca contento a spiegarmi dove si trovi la bocciofila che, per un assurdo scherzo del destino essendo frequentata da vecchi della sua classe di età (92 anni), si trova davanti al grande cimitero. Crudele, non è così? Potresti andarci in diretta da quel divertimento bambinesco delle bocce a quel putrido angolo della città… Mi dice “ci vado tutti i giorni, ho anche la tessera! – orgogliosamente – Perché sa, io sono solo, che farei tutto il giorno? Che faccio, guardo la tv così divento stupido? O mi metto sul balcone a fischiettare firulì firulà? O mi siedo a guardare il soffitto? Allora vado lì, ho la tessera sa…”. A quel punto gli chiedo come funzioni la tessera, e se costi qualcosa. E lui tutto fiero toglie dal portafoglio un rettangolo di cartoncino giallo pallido con dei quadretti disegnati con il righello e la matita, e mi mostra che sono quindici caselle, tre sono bucate a forma di stellina. Cinque euro, quindici buchi, ogni buco una partita. Ecco, mi sale il brivido lungo la schiena per la bellezza ingenua che colgo nel suo esibire il quotidiano. “Il problema resta – continua – che al bar non hanno alcool, nemmeno il vino. Certo, in estate fra ghiaccioli e spuma ci si rinfresca, ma in inverno giocare fuori è dura. Allora sa cosa faccio? Metto della sambuca nella borraccia. Poi ordiniamo il caffè, lo portiamo sulla pista e di nascosto correggo il caffè a tutti... ma lo dico sottovoce, perché se ci beccano!”. Gesticola lievemente parlando, e mi vien voglia di dare un bacio a quelle mani pezzate e quasi translucide per la consunzione. Le immagino stringere la boccia dopo averla soppesata, e fare l’ampio gesto che si fa per lanciarla, e vedo il momento della fine del tiro, quando la mano resta sospesa e aperta in aria, proiettata in avanti come a toccare un futuro, in alto, in alto… E’ come fosse in cielo, di già. Poi il tiro finisce, il braccio ricade e dondolando torna indietro. Non è ancora il momento, per ora ci si gode ancora una spuma o un caffè corretto all’anice. Cose di una bellezza inarrivabile, lo spiccio di ogni giorno in più. 

 
 
 

Dire

Post n°106 pubblicato il 19 Maggio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Ero al telefono, ascoltavo concentrata, le gambe distese sul pavimento e la schiena appoggiata al letto, un sentore di spossatezza nelle ossa. Non una mossa del corpo che tradisse la mente, nemmeno farfugliavo i capelli. Bevevo voce, storie, situazioni, in un silenzio sacro. E dal fondo si inerpicava lava, con un movimento costante, lentissimo, aggressivo, come una antica tortura. La glottide chiusa, un estremo sforzo di reazione corporale indotto dalla mia resistenza, dal pudore. Premeva come un dito sul retro del collo, nella fossa morbida della nuca, e come un vento voleva spingere la bocca ad aprirsi, le corde vocali a vibrare, il suono ad uscire. Ho strizzato gli occhi in un cenno di no a me stessa, ho riascoltato con pazienza, ho chiuso con un soffio la linea. E dopo quell'aver agganciato nel disperato tentativo di gelare il magma, ho sentito esplodere le parole, le ho mormorate dentro il cuscino ardendo. E in modo sconsideratamente avventato ho scritto, ho scritto di questo violento spasmo taciuto. In una frazione di spazio e tempo precisa, ad un'ora precisa, di un giorno preciso, ho detto quel che non so dire. Con la mia voce, con quel che ne resta, con tutte le recondite trame di me, ho detto la cosa che temo di più dire. E tutto ha ripreso forma. Ora. 

 
 
 

Composizione

Post n°105 pubblicato il 16 Maggio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Il cielo è avido di sole dopo la notte di pioggia. Sto cuocendo erbe amare e pulendo fragole. Il mercato da cui sono tornata era sgargiante, amo quel mischiarsi di gente, di corpi, di urla, fiori, frutta. Avvicinandomi a un banco di pesce mi sono sorpresa vedendo una gallinella e uno scorfano, pesci che la gente giudica brutti. Sono meravigliosi, hanno il colore del corallo, occhi grandi, ali violacee e ampie, sembrano fluttuare anche qui nel crudele mondo senza acqua. E sotto quella pelle grugnosa che ha la magnifica capacità di adattarsi ai colori che ha vicino sul fondo del mare, hanno una carne bianco neve tenera e dolce, un sapore di pulito e di bene. Mi domando perché questo mio guardare ogni giorno si affini, come se nello stesso tempo allargasse il campo e anche mettesse a fuoco il particolare. Una foto impossible, ma dentro di me piena di luce come un quadro di Turner. Assaporo la casa vuota e disordinata, sapendo che devo posare le mani su questa accozzaglia e trasformarla in poche ore in "calma". La musica ragiona dalla radio, carica le stanze di suoni e parole conosciute. Il gatto non vuole andar via dal letto, crogiolato nel tepore di coperte e sole e profumo di bucato. Sto pensando che c'è un nido dentro di me, non più mio adesso, non più aggrovigliato e solo come quelli sugli alberi scabri d'inverno. Le foglie intorno stanno uscendo, teneramente fragili ma determinate a farsi baciare dall'estate. Accosto le labbra al filo di acqua gelida che scende dal rubinetto sul terrazzo, bevo così, senza filtri, lasciando che coli sul mento e sul collo, sui capelli scesi davanti al viso. Lieta di niente.

 
 
 

Smarginata

Post n°104 pubblicato il 13 Maggio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

I pallini impalpabili dei pioppi rendono l'aria simile a un velo di sposa nel vento. Non neve fuori stagione, ma turbinare leggero e impazzito di trasparenze contro i contorni del paesaggio. Bianco su verde, bianco su azzurro, bianco su sfondi di muri grigi o pallidi di lavati intonaci. Alla gente danno stizza, a me mettono allegria. Sembra plancton nello spazio, come vedere un pezzo di vita sottomarina al contrario. Qui, lungo il fiume, i pioppi sono i padroni degli argini, stanno sull'attenti lungo rogge che tagliano i campi, lievemente inchinati secondo il capriccio di Eolo, così snelli e discreti. Molti anni fa avevo due amici con i quali facevo scorribande di ogni genere, ero la piccolina, la mascotte insomma, fra due spiriti affini e meravigliosi nel loro essere complemento. Ricordo un sabato di fine maggio, alle sei di mattina andammo al grande parco non lontano dal quartiere, macchine fotografiche al collo. I pioppini non volavano ancora, erano tutti deposti come una coperta di tulle sotto gli alberi, sui sentieri sterrati, sull'acqua scurissima delle pozze e a grandi chiazze sulla corrente del Lambro. Ricordo i loro sguardi e il silenzio che era sceso tra noi. Sentivamo come un un timore che la scena si scomponesse, camminavamo come felini per non fare rumore, come stessimo cercando di non far fuggire una preda. Io non feci nemmeno una foto, perché mi si imprimesse nella mente quel fulgore delicato. Loro ne fecero decine, mai sazi di trovare una luce che non avevano notato prima. Giorni dopo le stampammo insieme, in camera oscura, in bianco e nero. In una, che non sapevo avessero scattato, sto roteando su me stessa e i pallini sono un vortice intorno, che rende sfocati i contorni della mia figura. Come ora, come se da me stesse uscendo qualcosa di così grande e impalpabile. 

 
 
 
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