Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Skinny

Post n°38 pubblicato il 18 Settembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Su un punto labile

si sta slabbrando la pelle.

Una annosa cicatrice

mi fissa caparbia 

facendo uscire veleno

da un angolo in disuso.

Non è il dolore che disturba,

ma la rancida cognizione

di non aver divelto il morbo.

Aderente come un indumento

mi avvolge il furore inservibile,

e per panacea frugo molesta

fra memorie d'infanzia.

 
 
 

Libero

Post n°37 pubblicato il 08 Settembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

"Rimasi impigliato, mi ritrovai sulla grondaia di un tetto, accovacciato come un etereo doccione. Ero lì e in ogni dove. Vedevo tutto. Scendeva la sera. Gli uccelli cantavano. Gli uccelli, mi venne in mente di dire, celebravano con un indiavolata festa la fine della giornata. Si manifestavano come variopinte terminazioni nervose della terra, il sole al tramonto li spronava all'attività, riempiendoli individualmente di nettare vitale, nettare vitale che trasfondevano sul mondo, da ogni becco, sotto forma del canto caratteristici di quell'uccello, che, a sua volta, dipendeva dalla forma del becco, della gola, dalla cassa toracica, dalla chimica cerebrale: alcuni avevano la voce benedetta,  altri una voce disgraziata; alcuni erano striduli, altri estatici.

Da qualche parte un essere gentile mi chiese: vuoi tornare? Dipende solo da te. Il tuo corpo sembra salvabile.

No, pensai, no grazie, basta così.

Mi dispiaceva solo per mamma. Speravo che un giorno, in un posto migliore, avrei avuto la possibilità di spiegarglielo, e forse sarebbe stata fiera di me, un'ultima volta, dopo tanti anni.

Dal fondo della foresta, come di concerto, gli uccelli lasciarono i rami e sfrecciarono in alto. Mi unii a loro, volai tra loro, mi mescolai a loro, ed ero felice, così felice, perché per la prima volta da anni, e per sempre, non avevo e non avrei ucciso più nessuno".

(George Saunders, Dieci dicembre)

 

A volte cambiare ha un costo. Essere liberi ha un costo. E di solito non è un buon prezzo, per niente. Per pagare potrei metterci tutta la vita. Ma ne vale la pena, sono certa.

 
 
 

Colazione

Post n°36 pubblicato il 05 Settembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Quello che mi affascina è il colore: oro rosa, luce oro rosa, lastrico delle strade e muri delle case che appaiono languidi e pigri e tersi di questo colore indefinibile. Non mi sazia mai stare qui, gli occhi abbagliati dalla bellezza, il naso ad afferrare il ponentino, le orecchie intenzionalmente chiuse per non sentire altro che le mie sensazioni. 

È mattino presto quando mi siedo al tavolino di un caffè, all'aperto. Il sole inizia a colare dal tetto di fronte, piano come olio su una superficie scabrosa, rivelando muri, finestre, fiori, fino ad arrivare al marciapiede. Il cielo è una lama azzurra fra le case accoste, e l'aria profuma di dolce. Ho fame, e Roma mette fame di vivere. 

Il cameriere si avvicina, ordino un caffè doppio, acqua, e prima che finisca mi imbecca 'che je va pure un cornetto cardo?' (ecco, questo è quello che farei a meno di sentire..). Comunque si, mi va. E tutto appare sul mio tavolo. E me ne sto lì a fare colazione, con un libro di poesie sulle ginocchia. Per un po' non me ne rendo conto, ma poi inizia la sensazione di essere osservata. Non vorrei alzare gli occhi, ma non vinco la curiosità e così sollevo per un attimo il viso. E mi trovo piantati in faccia occhi chiarissimi sormontati da sopracciglia scure e fitte. Svicolo, sono io di solito la specialista dello sguardo fisso. Ma sento come avessi uno spillo piantato sulla fronte, all' attaccatura dei capelli. Il caffè è ancora li, così decido di prendere la tazza e risollevare gli occhi in tralice, tra l'orlo della tazzina e le sopracciglia. Non sono brava a fare l'indifferente, ma tento. Invece quegli occhi non mollano la presa. Sostengo il fendente, non mi va di farmi intimidire e in fin dei conti quel modo di essere diretti mi piace. Passano alcuni attimi, poi lui raccoglie le sue cose dal tavolino, si alza e viene verso il mio. Si abbassa fino ad arrivare accanto al mio orecchio, posso sentire il suo profumo e vedere le guance appena rasate, i capelli scuri morbidi e puliti, il collo della camicia slacciato, la mano posata sul bracciolo con le dita nervose e sottili, avverto persino il respiro. Come un soffio escono dalla sua bocca parole che pesano: 'sei bella mentre leggi, ma i tuoi occhi sono tristi'. Non riesco a collegare le parole con il cervello e lui si solleva, sfiora la mia mano con le dita, va via davanti a me. Non so chi sia, attacco gli occhi alla sua schiena mentre cammina, ho appena il tempo di constatare che anche lui, davvero, è bello. Non si volta neanche per un secondo, mentre mi domando perché abbia sentito l'impulso di dirmi quella cosa se non aveva in mente di agganciarmi... Scelgo di non rimuginare, in fondo non cambierebbe nulla. Mi tengo i fatti, le parole che mi definiscono dette da un'estraneo in un luogo casuale. Sono vere? Forse si. Perché spesso chi non ci conosce riesce a cogliere l'aspetto che teniamo nascosto gelosamente a tutti, per una sorta di contrappasso che ti lascia di stucco (e vorresti che quegli estranei entrassero nella tua vita).

Il sole ha snidato tutta la via, il mio tavolino é stato svuotato dal cameriere e io mi scuoto rendendomi conto che i negozi stanno aprendo e lo scalpiccio intorno diventa fitto. Raccolgo le mie cose, mi faccio un sorriso di incoraggiamento, adesso vado a lavorare. Per precauzione indosso occhiali da sole scuri, molto scuri.

 
 
 

Late fragment

Post n°35 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

"E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto?

Si.

E cos'é che volevi? 

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra". 

(Raymond Carver)

Ecco. Ciò che rende la vita desiderabile. Per me.

 
 
 

Penelope

Post n°34 pubblicato il 12 Agosto 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Forse Penelope godeva di una vista simile mentre tesseva la sua tela infinita. Forse aveva condiviso con Ulisse questo suono di cicale furiose, questo calore che accende, la tenue ombra della pineta, lo smeraldo accecante dell'acqua. 

Non so perché, ma quando studiavo l'Odissea tenevo le parti di tutte le altre donne di Ulisse. Quelle ossessive e possessive, quelle sole e fragili, quelle giovani e ingenue. Desideravo che ogni isola fosse quella dove si sarebbe fermato, trasformando ognuno di quegli amori in qualcosa di eterno. È quello che ha fatto Omero, alla fine.

Eppure oggi, sarà questo scirocco che mi sfianca, sarà la luce abbagliante che mi schiaccia al muro, vorrei essere Penelope. Davanti ad una tela bianca, secca e fresca sul telaio. Certa che alla fine Ulisse tornerà da me.

pensiero sciocco...ma questo posto è così struggente.

 
 
 
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