Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

A pelle

Post n°43 pubblicato il 15 Ottobre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

C'è sempre qualcuno che pensa di essere superiore agli altri. Così giudica, colmo di pre-giudizio.

Poi ci sono quegli amici che stimano così tanto la tua persona che, amandoti, accettano e accolgono e restano. Abbracciando la tua fragilità con uno sguardo, rimanendo con te senza giudicarti. Vicini come una maglietta a pelle, discreti come un agente segreto. A volte non li vedi, ma loro sono lì. 

Mi fanno felice. 

 
 
 

Mostrarsi

Post n°42 pubblicato il 11 Ottobre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Il negozio in cui mi trovo è piccolo e raccolto. Gli abiti sono esposti in modo ordinato e stuzzicante, l'atmosfera rilassata. La proprietaria è una donna solare e dinamica, bella come solo chi ha carattere sa essere. Mi muovo con calma osservando le cose, più o meno so cosa mi serve, quindi seleziono con gli occhi mentre la signora serve due donne che mi precedono. Una sui quaranta, molto bon-ton milanese, il tipo borsa Kelly/camicia azzurra/pantalone blu/ballerina bicolore. È secca ma bella e un taglio di capelli impeccabile. Quella che guardandola pensi "può mettere qualsiasi cosa", ma la sensazione che ti da è di vecchiaia dentro. Sta provando alcune cose, e afferro che vuole un abito per una serata speciale col suo uomo. Esce dal camerino due volte, con indosso due vestitini diversi solo nella forma. Tessuto croccante, fiori minuti violaverdebordeaux accostati stupendamente. Il primo è stretto sulla vita e poi si gonfia nella gonna al ginocchio, un palloncino delicato e addosso a lei la fa sembrare una farfalla. "È magnifica", penso. Lo pensa anche la signora della boutique, e glielo dice (conoscendola da anni so che non mente per vendere). Il secondo un tubino dritto modello sacco di juta, di particolare alcune pietre intorno allo scollo, e con quel vestito lei sembra una signora di mezza età abitualmente sciatta che si reca al matrimonio di un nipote. Inspiegabilmente sceglie il secondo, annuisce seria e senza sorrisi davanti allo specchio. Come se stesse scegliendo come investire il denaro in banca o il fornitore a cui affidarsi per un certo lavoro. Paga e va, e mi si stringe il cuore al pensiero di una serata senza emozioni per il suo compagno, ma poi mi dico che ognuno ha il proprio modo di concepire le cose...

A questo punto mi siedo sul divanetto e attendo che venga servita la seconda. Lei è piccola e davvero rotonda, ma nel modo di parlare e nello sguardo priva di quella tipica simpatia morbida delle persone burrose. Anzi è aggressiva, la scarpa altissima con punta stretta, jeans stracciati e chiodo nero, parecchi gioielli. Avrà forse meno di trent'anni, e ha già estratto diversi capi dagli stender. Entra ed esce dal camerino furiosamente, gli accostamenti sempre più decisi. Pantalone in pelle stretch e canotta in pizzo all black, sembra una liquirizia ripiena, e nello specchio sta sorridendo a sé stessa. Cappotto animalier ampio e morbido, dovrebbe indossarlo una pertica, e lo sguardo riflesso è soddisfatto. Abito a sottoveste rosa cipria incrostato da perle e strass, sembra Peppa Pig a Natale, e qui lo sguardo è trionfante e compiaciuto. Paga tutto col viso illuminato e va. Chiedo alla titolare "Ma perché non hai consigliato altro..."(lo fa con  amore e per amore delle donne che veste), e lei mi dice "una voleva nascondersi, una voleva mostrarsi". È saggia. Scambiamo due parole, provo i miei indumenti (miei, proprio quello che sento addosso e che non è mai uguale, che non è uno stile preconfezionato, non so spiegare meglio di così, ma scelgo senza pregiudizi) e mentre esco con gli acquisti mi abbraccia e dice "tu sei sempre tu". 

C'è una cosa che so fare benissimo: mostrarmi. Non ho tecniche particolari, non conosco trucchetti ingannatori, non uso make-up illuminanti, non acquisto vestiti tattici. È una dote. È una condanna. Essere leggibili, avere uno sguardo, un corpo e una voce che non sanno mentire, che non sanno atteggiare. A volte è come essere nudi in una piazza. Senza difese. 

 
 
 

Imparare

Post n°41 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Si era rintanata nell'angolo più scuro della piazza, nella rientranza fra due colonne. Sentiva l'odore del proprio corpo per la prima volta fortemente estraneo, sovrastato da un altro odore che non era suo. Dalle narici saliva al cervello, nonostante il freddo tagliente e il giaccone pesante aveva l'impressione di essere nuda sotto lo sguardo dei passanti. Per questo si era nascosta.

Intorno la città esibiva il Natale alle porte, Milano il 7 dicembre è una donna in abito da sera, adorna di luminosi gioielli opulenti, profumata come per un appuntamento.  E i milanesi la palpano, la guardano con occhi curiosi, percorrono le strade in preda a desideri rinati dopo un anno; ma stranamente conservano quella indifferenza propria del nordico, un vestito di pelle dura che nasconde cuori grandi ormai aggrovigliati dalla fretta e dal timore di esporsi, di commettersi con qualcosa. Lei non sapeva se avere paura o vergogna. Nella scansia in cui si trovava era quasi invisibile, sebbene qualche sguardo rapido la toccasse ogni tanto. 

Quell'odore la stava trascinando in un abisso. Non era la memoria dei gesti goffi, la lucida visione che aveva ancora in mente del suo braccio scomposto dietro la schiena, della mano davanti al volto per scostarsi dal male, dei vestiti spiegazzati che ancora aveva addosso, lo stupore per la familiarità che si era trasformata in aggressività a premere i suoi pensieri. La cosa che la terrorizzava era il sentore che avvertiva nel naso e che, pensava, non sarebbe mai più sparito. Aveva in tasca il biglietto della metro, capiva che andare a casa sarebbe stata la cosa migliore. Ma non riusciva a muoversi. Mentre il gigantesco albero di Natale della del duomo si illuminava prese coraggio e uscì dalla tana come una bestia timorosa di essere predata. A pochi passi da lei un barbone suonava un violino, la gente correva via nel gelo di dicembre, il profumo delle castagne arrosto scaldava per un attimo i nasi arrossati, i negozi erano pieni di musica. Lei aveva le movenze di una volpe nel bosco, il passo breve e leggero e silenzioso, la testa incassata fra le spalle e i sensi tesi come se, da un momento all'altro, temesse di essere toccata o guardata. Trovo una cabina telefonica, e si chiuse dentro. Stava per piangere, non lo aveva ancora fatto e non voleva farlo. Inserì un gettone, stava sudando e tremando insieme. Compose un numero che conosceva a memoria con dita nevrotiche, e si accorse che mentre attendeva la risposta stava dondolando avanti e indietro mentre ripeteva qualcosa. "Pronto?" sentì dire dall'altra parte. Voleva che la madre rispondesse, ma in quel momento le parole che avrebbe voluto dire le si incollarono ai denti. "Mamma non torno... esco con amici, ci vediamo dopo cena ok?". Sentì la sua voce dire così. Mamma rispose che andava bene, a dopo. Riagganciò. Uscì dalla cabina telefonica. Ficcò le mani nelle tasche del cappotto, alzò la testa e iniziò a camminare fissando in faccia tutti quelli che passavano con una tale violenza che gli sguardi crollavano sotto il suo. Camminò attraversando tutta la città senza fermarsi mai, senza abbassare gli occhi una sola volta, mentre sentiva sulla schiena mani estranee e quell'odore aderire alla memoria in modo permanente. Sapeva che, con il tempo, si sarebbe trasformato in paura, che da paura sarebbe diventato ossessione, e che da ossessione sarebbe diventato odio. Stava inziando a odiare. Stava imparando la vita.

Dopo ore arrivò nel suo quartiere, salì in casa implorando che tutti fossero a letto e così fu. Tolse i vestiti, entrò nel box doccia con una bottiglia di alcool, strofinò tutta se stessa fino a diventare violacea, aprì l'acqua bollente e si lavò decine di volte. Ripose i vestiti in un sacco e li fece precipitare dalla tromba della spazzatura. Andò a letto, suo fratello lì accanto aveva il respiro pesante ma percependo la sua presenza, come ogni notte, le disse "mi dai la mano". Lei si coricò nel letto accanto, allungò il braccio, trovò la mano del fratello e la strinse leggera. Chiuse gli occhi, cercò di percepire il profumo della casa, la traccia del detersivo sulle lenzuola, il legno dei mobili. Ma non sentiva se non l'odore del male. Aveva vent'anni e quel giorno aveva conosciuto il significato della parola "violazione". 

 
 
 

Ikea

Post n°40 pubblicato il 25 Settembre 2014 da Verainvisibile
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C'è sempre qualcuno che vuole fare di te la composizione che preferisce. A volte mi sembra di essere un PAX HASVIK o un BESTÄ VARA. Invece mi sento più un piumino IKEA 365 + MYSA. Solo da abbracciare.

 
 
 

Quant'io

Post n°39 pubblicato il 23 Settembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Li stavo osservando da un angolo del foyer. La stonatura non riuscivo ad afferrarla, ma la percepivo. Lui teneva la mano sul suo fianco verde scuro di seta, una posizione decisa e fragile al tempo. Lei per quanto più bassa sembrava sovrastarlo, mentre portava la mano ai capelli scurissimi n un gesto apparentemente senza cura. Dietro di loro uno specchio liberty mi riportava le immagini del resto della sala. 

Era la prima volta per me in un teatro così meraviglioso, e mi guardavo intorno come sopraffatta dalla densità di bellezza e opulenza, ma anche dalla vana esibizione del nulla umano. Il primo atto era stato così stupefacente, la musica era penetrata nelle mie ossa scuotendo profondità che credevo dimenticate. Eppure lo strusciante senso di stupidità che mi circondava in facce coperte di trucco e di potere portava via la mia attenzione. Stavano dando avviso di inizio del secondo atto, quando ho riportato lo sguardo sulla coppia vicino allo specchio. Venivano verso la porta alla mia sinistra, lei zoppicava lievemente e teneva una mano sulla gola, proprio appena al di sopra del collier da qualche carato. Potevo sentire il suo profumo, perché per un attimo hanno sostato a un metro da me per salutare qualcuno. Guardando lui avvertivo un odore di durezza, ma la sua voce era calma e carezzevole. In quel momento ho fissato il volto di lei, e improvvisamente mi è sembrato che i suoi capelli fossero bianchi; sotto il trucco aveva un alone viola all'occhio, le sue caviglie senza calze erano arrossate e i polsi erano così sottili e pallidi e sotto la copertura di chiffon traspariva un nero cordone livido. Cercavo i suoi occhi, e quando li ha girati verso i miei li ha chiusi e ha scosso impercettibilmente la testa. Poi li ha riaperti e ha guardato lui come se stesse dicendo 'morirei senza di te'. Lui ha preso il suo gomito magro con una mano, vedevo le nocche bianche stringere oltre il limite concesso alla premura dell'affetto, vedevo condurre una danza feroce mentre la spingeva, con apparente dolcezza, verso il loro palco.

È stato alla fine dell'opera, quando Violetta ha cantato per Alfredo "quant'io t'amo". Non ho pianto, come sempre accadeva quando la ascoltovo a casa. E non piangerò mai più ascoltandola. Ho capito che a quel "quant'io" non c'è limite, per alcuni versi. E dopo tutto non è così commovente. 

 
 
 
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