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Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Short

Post n°10 pubblicato il 17 Aprile 2014 da Verainvisibile
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Così si dipana la conversazione, come una matassa contorta di cui trovi improvvisamente il bandolo... Dopo venti minuti di teoria sulla differenza tra sesso e amore, giunti al punto in cui si definisce che comunque ci deve essere, sesso o no, un "rapporto" di attrazione mentale, mi viene mal di testa, e anche un po' di pancia... Sarà la paura. Quindi esce così, una frase definitiva: "comunque ci sono persone che a me piacciono molto, sono attratto, ma so che non funzionerà per niente, quindi tengo la distanza..". E lei, con la voce ferma e ironica (e gli occhi come un cane bastonato) dice "come me..". Risponde: "no, e infatti siamo ancora qui dopo più di un anno". Punto. Short, but clear.  (In un orrido bar davanti a due orridi caffè, tavolino accanto al mio, ottimo punto di osservazione).

 
 
 

Il mare d'inferno

Post n°9 pubblicato il 11 Aprile 2014 da Verainvisibile
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Il mare d'inferno è quello che ci travolge ogni mattina, emersi dal sonno agitato degli ingiusti. Piedi sul pavimento gelato, sguardo stropicciato allo specchio, le mani molli di riposo condotte ai gesti noti. Caffè, doccia, vestizione. Saluti, uscita, viaggio. Tutto normale, fino al momento in cui il cervello si connette in modo deciso. Notizie alla radio e sui giornali, pessime notizie, mischiate a buonismo da marketing psicologico, avete notato? Dopo una gragnuola fitta di orrori, violenza, crolli economici, polemiche da bar sport, dopo che questo fiume di dolore e paura ha inchiodato la mente in un angolo, allora parte la "carezza" a lungo studiata dal traditore consapevole. Cane che percorre centinaia di miglia per ritrovare il padrone (commovente), delfino che partorisce all'acquario nazionale (che dolce!), fratelli che si ritrovano dopo mezzo secolo di peripezie (lacrimuccia...?). E per finire...qualche sano colpo di gossip, che spazza definitivamente via dalla nostra scarsamente consapevole materia grigia ogni triste pensiero. Voilá, tutto ritorna nel nulla atomico degli uomini impagliati, per dirla con Eliot. Eccoci qua, perfetti attori nel cinema del mondo. 

Ma quella sensazione di gelo appoggiando il piede al pavimento per me è la chiamata della realtà. La sento, questa sensazione di disagio, e mi prova prima ancora che il raziocinio prenda il sopravvento che ci sono, sono qui adesso, piena di una vita che usa del disagio di un attimo per afferrarmi. Per cogliere un istante accecante di bellezza, di certezza. Per farmi tuffare in questo mare con vigorose bracciate e fiato potente, perché la corrente non mi trascini via nel gorgo della tristezza, della vanità, del niente. Fatico a spingere le bracciate, sbatto le gambe in modo confuso, aspiro con ansia tutta l'aria che posso; riesco, sbaglio, vinco, perdo, crollo e salto. Così, in una lotta avvincente come uno scontro fra epici eroi, guadagno me stessa al vivere. 

P.s. Un film in bianco e nero visto alla tv è davvero bello, sorry mr. Ruggeri. 

 
 
 

Accorgersi

Post n°8 pubblicato il 05 Aprile 2014 da Verainvisibile
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La gente passa il tempo con lo sguardo rivolto a terra. Io no. E, tendenzialmente, sorrido. Così, quando chi cammina nel senso opposto al mio, o siede davanti a me sulla metro, alza lo sguardo e trova i miei occhi ben piantati sulla sua faccia, scatta qualcosa. Reazioni dell'altro: abbassa lo sguardo, rivolge subito gli occhi su qualcosa di lato, sposta la borsa o la cravatta come a mettere a in ordine qualcosa. Tocca, in ordine sparso, telefonino - iPod - orologio - ombrello - collana - orecchini, si tocca il naso, un orecchio, cincischia coi bottoni o con i capelli. O si immerge nella lettura di un giornale gratuito. Sono maleducata? Forse. Mamma diceva sempre che non si fissa la gente. Perché non dovrei fissare la gente? Non vivo nel deserto, se vivessi li fisserei cammelli o capre, e incrocerei lo sguardo di un nomade che pianterebbe le sue pupille nelle mie senza paura o vergogna.Accorgitene. È il tatuaggio che un amico mi mostra sul suo braccio. Accorgitene, siamo qui per accorgerci l'uno dell'altro. Tutti.Una sera è seduta davanti a me una donna cingalese. Ha la faccia triste, tristissima, sembra stia per piangere. Muove in continuazione le gambe, è minuta e piccola e le dondola penzolanti dal sedile, sembra un balletto. Mette la mano sulla fronte ogni due secondi, apre e chiude la bocca come un pesce senz'aria. Io la guardo, vedendola. Vedendo lei. Aspetto che smetta di resistere ai miei occhi a lungo, mentre le fermate si susseguono. Poi si accorge, si accorge che ho sorpreso il suo volto. Le sorrido e lei ferma le gambe. Tira un respiro profondo, si sistema i capelli mentre ci fissiamo e apre, per un istante, una porta nella sua testa. Ti sei accorta di me, sembra pensare. Poi distoglie lo sguardo. Io scendo, ma non smetto più di sapere che lei esiste, lei e i suoi pensieri disperati.

 
 
 

Cicatrici

Post n°7 pubblicato il 03 Aprile 2014 da Verainvisibile
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Citazione di uno scrittore che amo con tutta me stessa. "Il tuo corpo è lo spazio che hai attraversato, ma anche il tempo che ti ha reso ciò che sei. Il tempo te lo porti scritto addosso: le cicatrici sono parole (...), e le parole sono cicatrici" (Paul Auster, Diario d'inverno). Io ho una collezione di cicatrici che sono parole (racconti d'infanzia, cadute apocalittiche da biciclette o altalene o muretti fra i campi), e una collezione meno evidente ma più profondamente incisa da parole che hanno lasciato segni così profondi che, come quelli sulla pelle, non andranno via mai. Alcune da colpi diretti e taglienti, come rasoiate. Altre scavate come da uno scalpellino che incide argenti, lentamente e precisamente cesellato in tanto tempo e con una tenacia quasi ignorante. Le più belle, quelle diritte e larghe come un tuffo al cuore, lasciate dal dolore della morte di chi ami. Le più orrende, quelle ancora aperte, che non riescono a chiudersi e lasciano in superficie, negli occhi e nella voce, ombra e incertezza... Come quando un taglio si infetta, e ci vuole tanto tempo per curarlo. Ma, come dice sempre il sensibile scrittore, " hai una sola certezza: tu sei lì. Lo sei perché c'è il tuo corpo e tu sei ( aggiungo io "anche") il tuo corpo". Anche. Indispensabile precisazione. Tutto quello che ho detto sopra fa tutta me. Corpo e anima. Le parole che sono cicatrici, infatti, sono lì sotto, lì dentro quel cuore inquieto. Che, ferito o no, desidera ancora. 

 
 
 

Gestione collettiva

Post n°6 pubblicato il 01 Aprile 2014 da Verainvisibile
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Quando una persona sta bene, beh, bene. Quando una persona sta male (e lo dice agli altri) iniziano alcune pietose pratiche assistenziali (mi riferisco al dolore interiore, non alla malattia in quanto tale). Io queste pratiche le odio. Per esempio incontri un amico e ha già lo sguardo circospetto della serie "poverina" o "devo stare attento a quel che dico" o ancora "non ti preoccupare che ti saprò dire cose giuste e utili per questo momento". Per esempio tutti stanno così attenti a farti compagnia (o ad evitarti, a seconda dei casi), che ti senti schiacciato in un tritacarne umano di affetto cortese, ma spesso non sincero, diciamo così che "fai pena". Ma questo è niente. Quello che mi distrugge di rabbia è la "gestione collettiva" in cui, mea culpa involontariamente, a volte vengo chiamata ( rifiuto sempre!). Conversazione del caso: pronto? Ciao, sai ho visto xy ieri. È tiratissimo, non so quanto ha perso di peso... Senti cosa facciamo?  Io penso che la situazione sia grave, dobbiamo dirgli che deve fare delle scelte, indirizzarlo. Beh non è in grado di giudicare, dobbiamo noi aiutarlo ad arrivare al punto.... Dove il "punto" non è aiutare l'altro a recuperare chiarezza in sé per capire cosa fare, la delicata compagnia che si può e deve fare senza invadere. No. Il punto è "noi sappiamo cosa è giusto per te". Quindi si intavola una cena da panico, in cui il malcapitato deve mettere sul tavolo le cose e a ingoiare a testa bassa il giudizio altrui e da cui, uscendo, si sentirà invevitabilmente soppesato. E non libero di decidere rispetto al bene per sé. No. No. Non lo reggo. Per questo quando mi chiedono "come va?", rispondo sempre con un elegante "benissimo, grazie". Non è per non essere sincera, davvero. È autodifesa della libertà personale allo stato puro.

 
 
 
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