Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Direzione

Post n°54 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Ho raccolto i capelli e infilato un vecchio maglioncino troppo largo, le spalle scappano continuamente giù. Mentre infilo infiniti capi nella lavatrice scorgo il mio riflesso nello specchio davanti a me. Le ciocche sembrano voler parlare, scappare non so dove. Gli occhi sono scuri e la sottile ruga fra le sopracciglia ben corrugata. Mi fermo di colpo, mezza chinata a raccogliere un calzino, perché ho afferrato i pensieri sulla mia fronte. Mi rialzo e guardo più attenta. Ho l'impressione netta che sulla pelle stiano correndo piccole ombre veloci. Le vedo passare, salgono dalla gola verso l'alto a cercare un posto nella mia testa: i programmi della giornata (sempre troppo ambiziosi nella quantità di cose che penso di riuscire a fare), le idee per il lavoro, la collocazione di impegni per i prossimi giorni, la tensione per un problema di salute in famiglia, i calcoli di quanto posso spendere per il Natale, il rimorso di non dare tempo abbastanza a mia madre. Altre ombre colano, scendono dalla gola e si infilano nel cuore e nello stomaco: desideri, paura, piccole felicità. In  mezzo a queste che se ne vanno giù, una va lentissima, e gira e rigira disegnando ghirigori graziosi fra le clavicole e il décolleté. Non si decide a scendere e nemmeno a salire, fa il solletico, ed è una tortura leggera l'ombra che resta lì fra testa e cuore aspettando un mio assenso per prendere una direzione. Mi massaggio con calma la fronte aggrottata adesso, perché la direzione da indicare a quel disegno delicato e fragile che fa pulsare forte la vena sul mio collo non la conosco ancora. Vorrei fossi tu a distendere la mia fronte, ad afferrare quell'ombra e definire il disegno, ad osservare il mio collo che gorgoglia, a dirmi "lasciami entrare". 

 

 
 
 

Me

Post n°53 pubblicato il 10 Dicembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

cose che mi fanno ridere di me

- canto in auto come un concorrente di x factor, e ai semafori a volte colgo lo sguardo di pena degli automobilisti fermi in coda accanto a  me

- mi incazzo quando al bar ordino "un caffè" e il barista mi risponde "normale?" (Ma cosa devo fare, ordinarlo per forza lungo, deca, schiumato, senza cacao e tiepido?)

- cerco di leggere le scadenze dei prodotti al supermercato senza occhiali (sembro un teleobiettivo umano, mi sembra di sentire perfino il rumore Bzzz...Bzzz.... Bzzz... mentre avvicino e allontano le scatole per mettere a fuoco)

- mi addormento dall'estetista mentre mi fa la ceretta.... 

- mentre pulisco il lavandino della cucina (solo quello giuro), arriccio il naso e strizzo gli occhi come se volessi  minacciare qualcuno

- mi metto a piangere davanti a certi quadri o certe opere d'arte. Sto lì come uno stoccafisso e mi scivolano lacrime prive di controllo

- ho quindici spazzolini da denti. ogni volta che parto lo dimentico....

- detesto caviale, ostriche, salmone affumicato, champagne e sushi (questo più che altro fa ridere gli altri...perché?)

- credo a tutto quello che mi dicono. Che poi non fa neanche tanto ridere

 
 
 

Corrispondenza d'amorosi sensi

Post n°52 pubblicato il 09 Dicembre 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Non per scomodare Foscolo, eh! Ma oggi questo pensiero "corrispondenza d'amorosi sensi" mi dominava, e non nella pura accezione foscoliana che pure ha le sue ragioni. Mi dominava perché ho scoperto quanto profonda possa essere la "corrispondenza" quando ad emergere siano prima le parole, i pensieri, le affinità o le discrepanze, le piccole scoperte reciproche, l'ironia che scatta spontanea, la confidenza progressiva. Un tempo ci si scriveva molto, e le lettere erano la strada per il cuore a volte. Chesterton diceva che nella vita ci sono due atti soltanto definitivi: sposarsi (e vabbè) e scrivere una lettera.

Scrivi qualcosa a qualcuno, e quello resta, non ci sono possibilità di ritorno o di negazione o di mal intendimento. Quel che hai detto per iscritto, leggero o sostanzioso che sia, è lì fermo e ci posi lo sguardo come a vedere gli occhi di qualcuno, a sentirne la voce che racconta. Almeno a me accade così. Quel che viene prima, prima di tutto, è un stima che nasce dal percepire che qualcuno può "corrispondere" a te. E per questo non sono necessari la vista, il tatto, l'udito e tutto il resto. Il resto viene poi, e magari funziona, o magari no.

A una condizione: l'essere stati sempre sinceri, sempre "nudi" di fronte all'altro. Perchè, prima o poi, la biro cancellabile finisce, le maschere cadono, i cuori si svelano.

 
 
 

Pastoralia

Post n°51 pubblicato il 03 Dicembre 2014 da Verainvisibile
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Ho preso un Frecciarossa diretta a Milano. Intorno a me tutti parlano di lavoro, e io leggo Walt Whitman in preda ad una emozione viscerale che mi isola da tutti. Per una volta non sto osservando, sto estraendo dagli occhi attraverso le parole di quest'uomo tutte le osservazioni di queste due giornate di lavoro fuori città. 

Ho visto poche ore fa passando fra i portici di Bologna, in un'uggia che ti bagna anche le ossa, un uomo bellissimo. Fra i quaranta e i cinquanta, capelli e barba rossicci, occhi chiarissimi e occhiali con una leggera montatura dorata, sembra un professore affascinante. Siede sui gradini di un portone, addosso una giacca di velluto verde consunta ma pulita, pantaloni di lana e scarpe estive. Davanti ai piedi un bicchiere di carta e un cartoncino piccolissimo con scritto "ho fame". Mi blocco davanti a lui, che legge concentrato un libro dalle pagine bianchissime piene di sottolineature, è così simile a me in questo gesto del sottolineare. Alza lo sguardo e chiedo "cosa leggi?". Alza il libro, legge le poesie di Raymond Carver. Mi pizzicano gli occhi nel suo sguardo così celeste, e chiedo "perché". Non abbassa le palpebre di un millimetro, e una lacrima esplode dal blu mentre con una mano bianca e sottile indica il petto. Metto una moneta nel cartone e sfioro il suo ginocchio come fosse un crocifisso.

Ho cenato in un ristorante vicino al mio hotel. Un posto carino, fine ma non pretenzioso. Entro, e mi fa ridere sempre quando, alzando un sopracciglio, ti chiedono "sola....?", proprio così, coi puntini di sospensione. "Si sola, grazie". Ti mettono sempre in un angolo, come un asino a scuola ai miei tempi. Posizione strategica per osservare, già. E vedo vita che scorre: un uomo di mezza età e la compagna, una donna davvero brutta (senza cattiveria eh..) che tiene una cuffia di lana in testa per una buona mezz'ora seduta al tavolo; un tavolo accanto al mio di uomini d'affari, due tedeschi con i pantaloni di velluto e le camicie a quadri, pallidi e panciuti (un cliché...); un tavolo di amici sui trenta, carini, uomini e donne; un tavolo di soli uomini, non riesco a definirlo. E mentre i miei spaghetti con le vongole pian piano vanno giù, vedo l'uomo con la donna brutta - ora è senza cappello, e mangia le polpette in modo assurdo, mordendole sulla forchetta - che mette una mano sul suo collo e poi sulla guancia con una tenerezza che mi taglia le gambe. Uno a zero per loro. Poi i miei vicini germanici crecano di mangiare dignitosamente le cozze, come nel film dei Blues Brothers quando vanno al ristorante di lusso e si comportano come animali. Mi viene da ridere. Gli amici del tavolo misto sono i miei preferiti, i loro argomenti sono tanti e parlano con passione e ridono con gli occhi allegri. Li ammiro. Il tavolo di soli uomini invece ordina quanto un esercito, e iniziano a raccontarsi barzellette così sconce che pur io, nota per essere un camallo, divento violacea. Che dire... Vita che scorre, appunto. Ordinario e straordinario, il crogiolo del mondo che amo così profondamente, come il mio Withman che me lo ha insegnato questo amore carnale per l'uomo. Questi, e quello che legge sui gradini al freddo....

 
 
 

Cosa leggera

Post n°50 pubblicato il 27 Novembre 2014 da Verainvisibile
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Il dolore che vedo intorno

mi disegna anse nel cuore,

e mi ritraggo dal male

guardando una madre che,

come fosse cosa leggera,

pulisce la bava a un figlio

contorto sulla carrozzella.

E senza spiegazioni 

riprendo a sperare,

muta di ragioni, muta di parole,

certa solo di quel gesto osservato.

 

 

 

 
 
 
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