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Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Penelope

Post n°34 pubblicato il 12 Agosto 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Forse Penelope godeva di una vista simile mentre tesseva la sua tela infinita. Forse aveva condiviso con Ulisse questo suono di cicale furiose, questo calore che accende, la tenue ombra della pineta, lo smeraldo accecante dell'acqua. 

Non so perché, ma quando studiavo l'Odissea tenevo le parti di tutte le altre donne di Ulisse. Quelle ossessive e possessive, quelle sole e fragili, quelle giovani e ingenue. Desideravo che ogni isola fosse quella dove si sarebbe fermato, trasformando ognuno di quegli amori in qualcosa di eterno. È quello che ha fatto Omero, alla fine.

Eppure oggi, sarà questo scirocco che mi sfianca, sarà la luce abbagliante che mi schiaccia al muro, vorrei essere Penelope. Davanti ad una tela bianca, secca e fresca sul telaio. Certa che alla fine Ulisse tornerà da me.

pensiero sciocco...ma questo posto è così struggente.

 
 
 

Incroci

Post n°33 pubblicato il 04 Agosto 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Il telefono squillava sempre quando ero allo stesso incrocio fra le stesse vie. Era sempre la stessa persona.

Ho letto un libro e un racconto che parlavano di persone morte. Due amici sono morti in un mese. 

Mi piacevano molto le poesie. Ho incontrato un ragazzo che fa il poeta tempo addietro. Per caso mi ha chiamato qualche settimana fa e abbiamo bevuto alcune birre insieme.

Ho incontrato una slava in una sala d'attesa, mi ha guardato e ha detto "sei troppo esposta, ti metti in pericolo". Non capivo. Due mesi dopo ho incontrato uno che dopo un'ora che lavoravamo su un progetto mi fa " sei un leone in gabbia, trova le chiavi".

Il circo mi metteva malinconia e paura, ma ci sono andata per uno spettacolo di beneficenza. Due giorni dopo mi hanno regalato in corso di ginnastica aerea e mi sono sentita come la donna cannone di De Gregori: bella, amata, libera. E non soffro più di vertigini.

Tanti anni fa avevo iniziato a scrivere un libro con un amico fotografo. Lasciammo perdere in pochi mesi, troppe cose da fare. L'anno scorso ho incontrato uno scrittore dotato e mai pubblicato. Ho mandato i manoscritti in una agenzia letteraria per fargli un regalo. Sei mesi dopo lo hanno pubblicato. 

La mia chitarra è bellissima, fatta da un liutaio. Non la suono da anni. Ma ho insegnato a mio figlio, e gli ho fatto conoscere musica che oggi non c'è più. Ieri cantavamo una canzone dei Doors. Improvvisamente eravamo insieme.

L'estetista mi ha messo un smalto fucsia acceso, anche se non avrei voluto ha tanto insistito. Mi è passato il nervoso, non rosicchio più le mani e non porto più anelli. Solo smalto.

Volevo essere invisibile, ma mi hanno scovato. Non indosso più vestiti neri tutti i giorni. Spesso uso lo specchio. 

Il caso non esiste. Per ora lo scrivo in un blog. 

 

 
 
 

Treno Udine-Milano, 19 maggio 2013 - appunti

Post n°32 pubblicato il 30 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

 

Passando così veloce, il cervello elabora le immagini in un istante e tutto prende forma improvvisamente. La mente ha una capacità impressionante.

I papaveri sul bordo delle rotaie, squassati dall'aria che il treno colpisce. I papaveri in un campo, più papaveri che erba, come stelle rosso-delicate in un cielo verde. Un fiume denso di fango sotto un sole metallico, il ponte di una città sconosciuta. Tutto sembra assumere un carattere di bellezza assurda e inevitabile. 

Quando ti cade lo sguardo su un gruppo di case squallide accanto ai binari, metti a fuoco in un nanosecondo alcune cose precise: un balconcino con dei fiori aggraziati sulla facciata grigia e morta; panni stesi ordinatamente su un filo arrugginito, senti il profumo nelle narici; e poi quelle...un paio di scarpe verde metallizzato con un tacco impronunciabile e relativa zeppa per tenerle dritte. Pulitissime. Non capisci se è più forte il senso di volgarità trasmesso da quell'oggetto o l'insopprimibile percezione di fame di dignità che l'insieme delle cose su quelle finestre ti ha trasmesso. E' un quadro con il soggetto sballato, come se una immagine non avesse relazione con l'altra.

Chi vive lì è come te. Orrendo e stupendo in un modo perfetto. Diviso, piegato in due, tenuto insieme da un filo sottile di cuore e desideri. Un cuore come il tuo. Forte, duro, assetato di tutto. Molle, sgonfio, sfiancato dal dolore dell'esperienza. Ma vivo, in quel segno fragilissimo della biancheria lavata con cura per amore a sè, dei fiori posti davanti allo sguardo per poter vedere la bellezza ogni volta che volgi gli occhi  alla finestra. E quelle scarpe, pronte per una nuova notte di lavoro, pulite come piace a lei.

Tutto è un mistero.

 
 
 

Resta

Post n°31 pubblicato il 28 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Resta qualcosa

impigliato fra le sottili rughe

sotto gli occhi.

L'incavo raccoglie baluginanti momenti,

accecanti scampoli di vampa.

Lo sguardo ad un prato vacillante di caldo,

la bocca a una mora e a una ciliegia,

i tuoi occhiali mentre leggi per me,

i capelli che ho lavato, scossi dal vento.

E ascolto come fosse una fiaba

per una bambina buona. 

 


 
 
 

Silenzio

Post n°30 pubblicato il 25 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Finisce la lezione di body fly e nella fase di rilassamento finale, che avviene racchiusi nel bozzolo di seta sospeso raccolti in posizione fetale, Mattia ci guida con le parole in un viaggio mente-corpo. Tipo training autogeno, per capirsi. Quando tutto finisce non voglio scendere, non dò cenno di vita e Mattia viene vicino in punta dei piedi, mi guarda negli occhi e fa "ho capito, resta finché vuoi". Così resto, ginocchia al petto e la schiena rotonda, le mani con i polsi rivolti all'interno, contorti e posati sulle clavicole, i piedi incrociati come un neonato. Sospesa a quasi due metri da terra, nella quiete della sala in penombra. Devo parlare con il mio corpo. 

Non parla più da tempo, tanto tempo. Osservandomi allo specchio nell'ultimo anno, ho provato compiacimento nel vedere un contemporaneo sfiorire/fiorire, nel vedere e stupirmi di quanto, molto più che in gioventù, mi trovi bella. E' più difficile riconoscersi quando cambi, eppure mi ri-conosco oggi, e sono felice di quello che vedo. Ho capito che io sono (anche) il mio corpo. E' stato un percorso, ora so che anche questo racconta di me, che il segno sulla mia pelle è quel che ho vissuto. Drammaticamente però, così accoccolata nel guscio liscio della seta, raccolgo un silenzio che mi percorre dalle caviglie alla fronte, un malessere che restava sullo sfondo, sfocato e immobile. Quanto tempo è, mio corpo, che non sorgi? Quanti sono gli anni in cui sei stato muto e sordo, manifestando solo il necessario dolore per avvisare di una malattia? Quanto le circostanze intorno hanno zittito il bisogno, il desiderio, la fame che avevi? Cosa è arrivato in cambio di questa perdita di contatto tra me e te?

Sapevo che non sarebbe stata piacevole questa conversazione. Il silenzio del corpo è terribile, è un non-vivere del tutto. Negare, ancora di più. Cancellarsi, in qualche maniera, dalla realtà. Gli accadimenti intorno ti schiacciano così tanto, a volte, che ti dimentichi di essere intero nel tuo umano. Alcuni si dimenticano di avere un cuore, una mente, una volontà. Io avevo scordato di avere te, involucro di carne e nervi e ossa. La più bella scatola in cui uno può essere chiuso, il terminale di tutte le emozioni e percezioni, la tela su cui gli altri ti leggono. La tela su cui altri potrebbero dipingere e darti colori più splendenti dell'aurora. Questa dimenticanza, in apparenza la meno grave, ha fatto sì che il resto di me diventasse duro come pietra, chiuso come un castello assediato, distante come l'orizzonte nel deserto. Per questo il silenzio del corpo è un dolore che non volevo ascoltare. Ma oggi sì, è il momento anche per questo. E mi viene in mente questa poesia di Alda Merini, amara e comprensiva, che lascia uno spiraglio alla fine. La piccola lama di luce, algida e ancora timida che vedo fra le pieghe arancio scuro della stoffa intorno a me, che scorgo attraverso le dita arricciate. Allungo la mano e accarezzo la gola per sentire se ci sono. Passa un leggero brivido fra le scapole e alla base della nuca. Oggi ci sono. 

La pelle nuda fremente

La pelle nuda fremente,
che di notte raccoglie i sogni,
la tua pelle nuda e fremente,
che vive senza emozioni
paga soltanto del mondo,
che la circonda indifeso,
la tua pelle non è profonda,
resta soltanto una resa:
una resa a un corpo malato
che nella notte sprofonda,
un grido tuo disperato,
a quello che ti circonda.
La tua pelle che fa silenzio,
e lievita piano l'ora,
la tua pelle di dolce assenzio
forse può darti l'aurora,
l'aurora tetra e gentile
di un primo canto di aprile.

 

 
 
 
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