Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Hasta cuándo

Post n°83 pubblicato il 01 Marzo 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Di tutte le cose, sembra strano per un viaggio così, il punto più eclatante è il mio guardare ipnotizzata le mani di Mauro sul volante. Sottili, bianche, bellissime, leggere, farfalle. Mi sentivo innamorata, ma solo per le sue mani. Le fissavo imbambolata scorrere sul volante, tornante dopo tornante, sempre asciutte, non si incrociavano mai. Insieme scivolavano sotto il cerchio di plastica, alternando pressione e rilascio, la destra a spostarsi sul cambio e accasarsi di nuovo, parallela alla sinistra. 

Colombia, cordigliera delle Ande. Quattromilacinquecento metri, la precisa sensazione di essere su qualcosa, in alto. Mangiare aria, averne sempre fame. Gli occhi sempre strizzati, la luce chiarissima, una sete perenne, la polvere che entrava nella Clio, la strada sempre, sempre, sempre e solo sterrata. L'esultanza dell'acqua gelata delle borracce riempite in fontane sconosciute a scorrere in gola. Milletrecento  chilometri di montagne e foresta. Per pranzo caschi di banane vendute sul ciglio della carretera, piccolissime e dolci e succose, un dollaro per cento banane. Il freddo della notte, mentre il sapore della sopa de platano bollente aggredisce la lingua, né dolce né salato, come assaggiare il neutro, se esistesse. E la ferita dell'agua ardiente per scaldarsi, aspra come pere acerbe, secca come lana ruvida. E le brande degli hostal, basse e gelate, in cui dormi vestito, con la giacca vento e i pantaloni, una paletta schiacciamosche in mano per uccidere le cucarache che senti scricchiolare sul pavimento duro. E il sapore delle foglie di coca fresche che le guide ti fanno masticare per reggere il trekking, uguale a quello dell'erba masticata da bambini giocando a fare i cuochi, solo più dure. Amaro prima, dolce poi, con la salivazione che aumenta e il senso di fatica che si nasconde.
E la totale dimenticanza del tempo, che ti fa domandare se sia l'occasione, oppure se in America Latina davvero il tempo non esiste. Tre ore che non senti passare per un pasto, sei ore per un combattimento di galli, sei sette ore per una festa di paese, cinque ore di cammino per vedere un reperto archeologico, dieci ore in auto per un trasferimento, un'intera ora per sorseggiare un caffè.. e non aver mai coscienza di quanto questo tempo sia lungo, o reale. Non sapere se son passate tre settimane o un anno o un solo giorno.
È una sensazione di esistere per sempre. 
 
 
 

Senza

Post n°82 pubblicato il 25 Febbraio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

E’ uno scandaglio del quotidiano il mio. “Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera”, dice Catherine Dunne. E’ solo metà mattina e la mia collezione di oggi ha raggiunto il colmo del vaso. E quel che domina, qui ed ora, è assenza. Mi viene solo questa definizione: privazione. 

 
 
 

November rain

Post n°81 pubblicato il 24 Febbraio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

È tardo pomeriggio, la metro con questo tempo è un inferno di umidità, odori, ombrelli fradici, facce giallastre nella luce fredda, azzurrognoli fantasmi umani, piene di stanchezza e livore. Per una volta non posso leggere, incuneata tra una Vuitton enorme  e uno zaino porta computer che mi schiacciano verso l'angolo estremo del vagone. Infilo le cuffie e mi rassegno, per parecchie fermate andrà così. Arrivati allo snodo il treno si sfiata, tre quarti delle persone scendono per cambiare linea, posso respirare e appoggiarmi con la schiena alla parete. In quel momento lo noto. Ha un viso ovale, perfetto. Occhi scurissimi, sopracciglia definite, i capelli lunghi scuri e lisci raccolti in una coda bassa, la barba insolitamente anni settanta, un eskimo verde assolutamente fuori moda. Maneggia un iPhone con le cuffie candide nelle orecchie, le mani nervose e lunghe. Mi sta fissando, cosa che non mi imbarazza essendo mia abitudine fissare la gente. Alzo un angolo del labbro in cenno di saluto, e rigiro lo sguardo per analizzare gli abitanti della carrozza. Intanto la musica scorre, e pure le fermate. Con la coda dell'occhio ripasso dagli occhi del ragazzo, avrà ventidue anni a dir molto, e mi rendo conto di quanto quel suo guardarmi lo renda intensamente vicino. Il convoglio esce all'aperto, in un grigio argento di acqua e lampioni a led, e lui si alza e si avvicina a mezzo metro dal mio viso. "Cosa ascolti?" chiede, indicando la mia cuffia sinistra. Non so perché lo faccio, in silenzio tolgo l'auricolare e glielo porgo, mentre lui fa lo stesso col suo opposto. Accosto il suo all'orecchio e lui accosta il mio al proprio, e il momento si congela nella stessa canzone. "Oh come on, come on, come on and take it! take another little piece of my heart now baby.." e lui fa un sorriso che illumina il grigio, e io una faccia buffamente sorpresa. Prima che mi esca qualcosa dalla bocca il ragazzo dice "vedi? Lo sapevo, sapevo che ascoltavi questa canzone". "Come lo sapevi?", mi esce d'istinto. "Non lo so, ma io lo sapevo, quando ti ho guardato lo sapevo. Che stavamo ascoltando la stessa canzone". Non riesco a dire nulla, perché lui è così candido e alto e chiaro che mi fa pensare a un fenicottero. "È difficile trovare qualcuno che ascolta questo, lo sai?". Mi rende la mia cuffia, e riprende la sua. Mi porge la mano dicendo il proprio nome, Ruggero. Il treno ferma frustato dall'acqua, lui salta giù, fa un cenno con la mano bianchissima, e un sorriso. Le porte scorrevoli si chiudono. E io resto li imbambolata, come in una foto scattata col flash. 

 
 
 

Cortile - 2

Post n°80 pubblicato il 20 Febbraio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Me ne sono stata in quel cortile, felice, per anni. Fino a dodici e mezzo direi. Ci sono episodi che come lampi tornano a farmi ridere, o sentire paura, o sentire assenza.

La volta in cui mio fratello, Marco e Danilo facevano la gara a chi pisciava più lontano dal tetto dei box. Il giorno in cui l'odiosa Tamara del sesto piano si beccò un gavettone completo per aver detto allo scuro e iroso Fabio "maledetto marocchino". La sera in cui, avendo avuto l'eccezionale permesso di scendere dopo cena in cortile mentre i grandi erano in riunione condominiale, esplorammo le cantine con una piccola torcia, trasalendo per ogni fruscio. Il pomeriggio afoso in cui mia madre con la cinquecento mi portò in pronto soccorso perché lanciandomi a pancia sotto sullo skate dalla discesa dei box mi ero sfracellata il mento (dopo i punti, mi aveva comprato un gelato di quelli morbidi che uscivano dalla Carpigiani, come un ricciolo). La mattina in cui il papà di Fabio ci lasciò la macchina, il detergente, le spugne e la canna attaccata e ci permise di lavarla e lucidarla tutta da soli. Una fine della scuola, dopo la consegna della pagella e la promozione, quando entrando nello sgabuzzino delle biciclette trovai la più bella delle bici che potessi desiderare, quella da cross con il sellino lungo... 
Ricordo i lunghi richiami delle mamme, al tramonto. "Sali, che è tardi". "Daaai che devi fare il bagno!". "È pronto, ti decidi o no?". "Se non sali subito vengo giù e ti suono! E stasera niente carosello!". Cose da far rabbrividire, almeno per noi.
E ricordo quando finì, con precisione. Era giugno, io avevo dodici anni e due mesi. Il campanello suonò a casa mia, e io corsi ad aprire pensando che come sempre fosse qualcuno che dava il via ai giochi. Aprendo la porta trovai la mamma di Marco e Danilo e rimasi sconcertata. Marilina aveva una sottoveste lilla, era senza scarpe e aveva gli occhiali da sole giganteschi. Era sudata e piangeva, io urlai "mamma!" mentre lei entrava e andava in cucina. Mia madre la fissò un secondo, e non dimenticherò mai l'abbraccio e quel pianto scosso, le sue spalle magre che salivano e scendevano sotto le spalline della sottoveste leggera. Io ero ferma sulla porta della cucina, ma non sembravano accorgersi che ci fossi,  e i maschi erano già tutti scesi, li sentivo urlare. Avevo lasciato anche la porta spalancata. Sentii dire solo "non ce la faccio più", e la voce di mia mamma che diceva "si". Marilina si girò, e in quel momento vidi l'occhio violaceo, il labbro spaccato, i lividi sulle gambe. Mia madre disse "vai giù, e non far salire i maschi". Dopo un'ora in cui ero rimasta seduta a guardare gli altri giocare dicendo che avevo mal di testa, vidi arrivare il papà di Marilina, scese nel cortile con la macchina. In breve caricò lei e i due bambini, un paio di valigie, le biciclette. Non so perché ricordo così perfettamente come era vestita; aveva dei jeans a zampa d'elefante, i sandali con la zeppa di sughero, una camicia indiana a maniche lunghe bianca con dei ricami gialli sullo scollo, un cappello di paglia a tesa larghissima e gli occhiali da sole. Abbracciò senza parlare mia mamma, sali sull'auto  e di lei non seppi piiù nulla per anni. Ma questa è un'altra storia. 
Salii in casa sola con mamma, lei accese la caffettiera in silenzio, e io stavo in piedi in mezzo alla cucina, in silenzio. Versò il caffè, uno per sé, come ogni pomeriggio, e uno per me, il primo della mia vita. Ci sedemmo, accese una sigaretta, posò una mano sulla mia e disse "non è un bel modo per diventare donna, ma adesso lo sei; non dimenticare mai quello che sei: una donna, una donna". Non sono mai più scesa in cortile, mai più.
 
 
 

Stanislao Moulinsky

Post n°79 pubblicato il 16 Febbraio 2015 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

 

Ma sentiamo, per quale motivo uno sceglie certi nickname? Cioè, perché li sceglie è chiaro, ma diciamocelo, un po' riduttivo poi mandare un messaggio con scritto solo "ciao....". Che cavolo, una legge un nick così eccitante, e poi si trova un misero "ciao"? Già, nomen omen... Ecco, questi sono alcuni di quelli passati da qui (mi scusino lorsignori, mi sono divertita come una matta....).
Solodepilata2014, tranqui, ti dò il telefono della mia estetista, ha un ottimo database per te
Giocaegodrai3...ma me lo dovevi dire tu? Guarda che lo sapevo....
Biondoaffascinante, la foto dove l'hai messa? No, perché così sulla parola....
Cercounamante, ecco questa è nuova, davvero!
Tivogliomorbida. Amico delle curvy, eh? Tu che taglia porti? 
Artidellapassera. Lo sapevo, gli artisti sono strani
Timidoguardone...sei bipolare? Deciditi. O uno, o l'altro.
Feticismodeipiedi. Capisco. Io morirei per un paio di scarpe Jimmy Choo (senza piedi di nessuno dentro...), ma costano un sacco...
Acefalo5.1... Il riassunto di tutte le puntate qui sopra? 
Si, lo so, oggi sono tremendamente acida. Sappiatelo. 
 
 
 
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