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Creato da Verainvisibile il 09/03/2014

Vertigini

cadere e rialzarsi, avere paura e correre lo stesso

 

 

Treno Udine-Milano, 19 maggio 2013 - appunti

Post n°32 pubblicato il 30 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

 

Passando così veloce, il cervello elabora le immagini in un istante e tutto prende forma improvvisamente. La mente ha una capacità impressionante.

I papaveri sul bordo delle rotaie, squassati dall'aria che il treno colpisce. I papaveri in un campo, più papaveri che erba, come stelle rosso-delicate in un cielo verde. Un fiume denso di fango sotto un sole metallico, il ponte di una città sconosciuta. Tutto sembra assumere un carattere di bellezza assurda e inevitabile. 

Quando ti cade lo sguardo su un gruppo di case squallide accanto ai binari, metti a fuoco in un nanosecondo alcune cose precise: un balconcino con dei fiori aggraziati sulla facciata grigia e morta; panni stesi ordinatamente su un filo arrugginito, senti il profumo nelle narici; e poi quelle...un paio di scarpe verde metallizzato con un tacco impronunciabile e relativa zeppa per tenerle dritte. Pulitissime. Non capisci se è più forte il senso di volgarità trasmesso da quell'oggetto o l'insopprimibile percezione di fame di dignità che l'insieme delle cose su quelle finestre ti ha trasmesso. E' un quadro con il soggetto sballato, come se una immagine non avesse relazione con l'altra.

Chi vive lì è come te. Orrendo e stupendo in un modo perfetto. Diviso, piegato in due, tenuto insieme da un filo sottile di cuore e desideri. Un cuore come il tuo. Forte, duro, assetato di tutto. Molle, sgonfio, sfiancato dal dolore dell'esperienza. Ma vivo, in quel segno fragilissimo della biancheria lavata con cura per amore a sè, dei fiori posti davanti allo sguardo per poter vedere la bellezza ogni volta che volgi gli occhi  alla finestra. E quelle scarpe, pronte per una nuova notte di lavoro, pulite come piace a lei.

Tutto è un mistero.

 
 
 

Resta

Post n°31 pubblicato il 28 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Resta qualcosa

impigliato fra le sottili rughe

sotto gli occhi.

L'incavo raccoglie baluginanti momenti,

accecanti scampoli di vampa.

Lo sguardo ad un prato vacillante di caldo,

la bocca a una mora e a una ciliegia,

i tuoi occhiali mentre leggi per me,

i capelli che ho lavato, scossi dal vento.

E ascolto come fosse una fiaba

per una bambina buona. 

 


 
 
 

Silenzio

Post n°30 pubblicato il 25 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Finisce la lezione di body fly e nella fase di rilassamento finale, che avviene racchiusi nel bozzolo di seta sospeso raccolti in posizione fetale, Mattia ci guida con le parole in un viaggio mente-corpo. Tipo training autogeno, per capirsi. Quando tutto finisce non voglio scendere, non dò cenno di vita e Mattia viene vicino in punta dei piedi, mi guarda negli occhi e fa "ho capito, resta finché vuoi". Così resto, ginocchia al petto e la schiena rotonda, le mani con i polsi rivolti all'interno, contorti e posati sulle clavicole, i piedi incrociati come un neonato. Sospesa a quasi due metri da terra, nella quiete della sala in penombra. Devo parlare con il mio corpo. 

Non parla più da tempo, tanto tempo. Osservandomi allo specchio nell'ultimo anno, ho provato compiacimento nel vedere un contemporaneo sfiorire/fiorire, nel vedere e stupirmi di quanto, molto più che in gioventù, mi trovi bella. E' più difficile riconoscersi quando cambi, eppure mi ri-conosco oggi, e sono felice di quello che vedo. Ho capito che io sono (anche) il mio corpo. E' stato un percorso, ora so che anche questo racconta di me, che il segno sulla mia pelle è quel che ho vissuto. Drammaticamente però, così accoccolata nel guscio liscio della seta, raccolgo un silenzio che mi percorre dalle caviglie alla fronte, un malessere che restava sullo sfondo, sfocato e immobile. Quanto tempo è, mio corpo, che non sorgi? Quanti sono gli anni in cui sei stato muto e sordo, manifestando solo il necessario dolore per avvisare di una malattia? Quanto le circostanze intorno hanno zittito il bisogno, il desiderio, la fame che avevi? Cosa è arrivato in cambio di questa perdita di contatto tra me e te?

Sapevo che non sarebbe stata piacevole questa conversazione. Il silenzio del corpo è terribile, è un non-vivere del tutto. Negare, ancora di più. Cancellarsi, in qualche maniera, dalla realtà. Gli accadimenti intorno ti schiacciano così tanto, a volte, che ti dimentichi di essere intero nel tuo umano. Alcuni si dimenticano di avere un cuore, una mente, una volontà. Io avevo scordato di avere te, involucro di carne e nervi e ossa. La più bella scatola in cui uno può essere chiuso, il terminale di tutte le emozioni e percezioni, la tela su cui gli altri ti leggono. La tela su cui altri potrebbero dipingere e darti colori più splendenti dell'aurora. Questa dimenticanza, in apparenza la meno grave, ha fatto sì che il resto di me diventasse duro come pietra, chiuso come un castello assediato, distante come l'orizzonte nel deserto. Per questo il silenzio del corpo è un dolore che non volevo ascoltare. Ma oggi sì, è il momento anche per questo. E mi viene in mente questa poesia di Alda Merini, amara e comprensiva, che lascia uno spiraglio alla fine. La piccola lama di luce, algida e ancora timida che vedo fra le pieghe arancio scuro della stoffa intorno a me, che scorgo attraverso le dita arricciate. Allungo la mano e accarezzo la gola per sentire se ci sono. Passa un leggero brivido fra le scapole e alla base della nuca. Oggi ci sono. 

La pelle nuda fremente

La pelle nuda fremente,
che di notte raccoglie i sogni,
la tua pelle nuda e fremente,
che vive senza emozioni
paga soltanto del mondo,
che la circonda indifeso,
la tua pelle non è profonda,
resta soltanto una resa:
una resa a un corpo malato
che nella notte sprofonda,
un grido tuo disperato,
a quello che ti circonda.
La tua pelle che fa silenzio,
e lievita piano l'ora,
la tua pelle di dolce assenzio
forse può darti l'aurora,
l'aurora tetra e gentile
di un primo canto di aprile.

 

 
 
 

Intermezzo rabbioso, allegro triste curioso

Post n°29 pubblicato il 17 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

Oggi girando per la città ho trovato appesa a un muro una vignetta con questa scritta: "perché la vita è così crudele? " ... " le abbiamo ceduto i diritti". Dovrebbe far ridere, ma pensandoci bene non mi fa ridere per niente. Ho avuto poi una giornata di corsa, senza respiro: cose da fare, pezze da tamponare, problemi da risolvere. Arrivata a casa con la testa dolorante come se un incudine fosse sulla cima e premesse il collo verso le scapole, ci ho ripensato e mi è venuto da dire che forse è così, i diritti li ho ceduti al lasciar fare del tempo che scorre, delle cose che capitano, allo stare dentro situazioni che ti trovi tra le mani e sai anche come ti sono arrivate e come non le hai evitate.... Non sapevo che fare, e ho deciso di ascoltare musica, cercando dentro quella rifugio e posa. Continuavo a cambiare cd, inquieta e sempre più malinconica, perché io nella musica ci entro, ci sguazzo, mi ci rotolo come uno gnu nel fango fresco. Nelle parole accompagnate dal suono, nel battito grave del basso, nella malinconia del violino, nella roca pasta di una chitarra. Poi ho preso una traccia a caso, per sbaglio. E ho ritrovato questa. Non so inserire link alla musica, ma ognuno se vuole se la ascolti. Io la scrivo, perché nelle parole di un altro possiamo ritrovarci e quando sono così intrise di verità anche leggerle fa bene.

Dalla pace del mare lontano

fino alle verdi e trasparenti onde

dove il silenzio non ha più richiamo 

e tutto si confonde;

dalle lagune grigie e nere

dal faticare senza riposo

dalla sete alla fame allo spavento

al più segreto tormento

Avemmo padri avemmo madri

fratelli amici e conoscenti

ed imparammo a dare un nome nuovo 

ai nostri sentimenti

E così un giorno a camminare

su questa terra sotto un sole avaro 

per un amore che sembrava dolce 

e si è scoperto amaro.

Ma è solo un eco nel vento

Nel vento che mi risponde

venga la pace dal mare lontano 

venga il silenzio dalle onde.

E in mezzo al mare c'è un punto lontano

cosi lontano dalle case del porto

Dove la voce delle cose più care

è soltanto un ricordo

ma da quel punto in poi

non si distingue più  

la linea d'ombra confonde

ricordi e persone nel vento.

(Testo di Roberto Kunstler, musica magistrale di Sergio Cammariere)

Ho capito una delle ragioni per cui, davanti al mare, mi sento viva e vera. Traccia sbagliata..... È curioso come le cose accadano. E questo mi mette allegria. Curioso anche questo. Anche il post stralunato.

(e sono riuscita a inserire il video... spero)

 

 
 
 

Viaggio nell'impero austroungarico - 2.2. Believe

Post n°28 pubblicato il 15 Luglio 2014 da Verainvisibile
Foto di Verainvisibile

19 e 30, indosso il piumino leggero e parto decisa verso il parco del cinema festival. Afferro un programma e mi siedo a leggere su una sedia laterale fra le migliaia, e una vecchia signora si avvicina e mi chiede qualcosa e capisco solo "traviata". Rispiego che non parlo tedesco e lei con la massima naturalezza mi domanda in inglese se quella sera è prevista "La Traviata". Assento, anzi per la precisione dico che sul programma è segnalato così. E lei "se così è scritto, così sarà"; chiamasi avere certezze. Si siede di fianco a me e inzia a conversare. Ha capelli così bianchi e delicatamente gonfi da sembrare nubi, occhi chiarissimi, la pelle è distesa e tenera, un leggero accenno di rosa corallo sulle guance, un velo di rossetto geranio, e odora di rosa e salvia. E' elegante nella camicia bianca coperta da una giacca azzurra di lana cotta, gonna svasata blu, ballerine; non indossa alcun gioiello ed è bella così. Mentre parla con una voce dolce ma decisa, mi frulla in testa l'immagine della fata madrina delle fiabe e così decido che è lei. Ovviamente, saputo da dove vengo, la Scala e l'opera diventano il nostro argomento. Ama Puccini, così le racconto di Lucca e della sua casa che ho visistato molte volte sempre commossa; di Torre del Lago e del festival; dell'arena di Verona. Dopo mezz'oretta mi invita a pranzare con lei, avendo capito che anche io attendevo la cena. Ci inoltriamo nei vialetti con i chioschi, annusando come cani curiosi gli odori, e nello stesso istante senza accordi previ indichiamo il giapponese dove fanno Teppanyaki. Ridiamo di questo come bambine, e lei dice "destini!". Ordiniamo (la stessa cosa manco a dirlo, Teppanyaki con tutto dal pesce al pollo alle verdure, olè), lei beve birra e io vino bianco, e con i nostri piatti cerchiamo un posto sui tavoli affollati. 

Faccio un commento a lato, ma mi preme. Qui ci sono circa tremila persone di tutti i generi: bambini, famiglie, giovani, anziani, coppie di diversa natura e genere, in un clima così disteso che sorprende. Le lunghe file ai chioschi sono serene, le voci sono animate ma non invadenti, i volti privi di animosità e condanna. Il tipico clima della sagra italiana insomma.....

Bene, ci sediamo ad una tavolata sotto gli ombrelloni, una di fronte all'altra. Nello stesso tavolo siedono: una coppia elegante sui sessanta, due giovanotti con dreadlock e tatuaggi misti, tre ragazze sui trenta eleganti e sexy direi, un paio di signori sui quaranta appena usciti dal lavoro e ancora in giacca, quattro studenti universitari in felpe colorate. Passa poco davvero prima che si inizi a scambiarsi qualche parola (la fata è potentissima nell'attaccare conversazione), e così la cena si dipana discorrendo di musica fra i personaggi descritti...e capisco che qui la musica è un linguaggio comune. I ragazzi ascoltano e conoscono la musica classica, e discorrono con questi diacronici compagni scambiandosi pareri; e i più adulti conoscono e comprendono i generi musicali dei più giovani, così passiamo dal rock al jazz, dal reggae al funky, dall'opera alla musica contemporanea e un'ora vola come il vento. In sottofondo stasera diffondono madrigali francesi del 1500, delicate armonie di voci e strumenti antichi, e piacciono a tutti quanti. Io più che altro, ascolto con piacere (rispondo educata quando mi chiedono di Albano, dicendo che no, conosco poco....). Non so se sono sconvolta o compiaciuta di aver visto questo, ma opterei per il secondo stato d'animo. Intanto si sono fatte le nove e mezza, quindi ci congediamo per poter prendere posto a vedere "La Traviata". Fata madrina, che si chiama Annie, munita come molti di copertina antifreddo, deve raggiungere un'amica con cui viene qui "tutte le sere da giugno a fine agosto" (!), così congedandosi mi abbraccia di rosa e salvia. Io non resisto, devo sapere. Così glielo chiedo "quanti anni ha". E lei dice 91, posando la mano sul bastone che la accompagna più per fiducia che per vera necessità. E io penso "believe", credici. Lo penso per me, "credici". Contiene tutto questa parola in questo momento. 

Mi siedo sulle gradinate dell'anfiteatro e mentre nella mia testa frulla questa parola magica, la musica mi accarezza le ossa. Resisto fino ad Amami Alfredo, e qui però non sono più indurita e lascio che due lacrime vecchie di secoli mi rotolino sulle gote gelate dall'aria notturna. Alfredo mi hai scocciato, tu e le tue mezze risposte.

vado via. ho freddo e ho bisogno che qualcosa di caldo mi abbracci il cuore. il piumino di luglio mi aspetta in camera. sognerò fata madrina e salacadula magicabula.... dentro il piumino tiepido sento il respiro farsi leggero e regolare. mentre scivolo nel sonno Alfredo, per una volta, risponde "t'amo anchio". lo so, la storia non è così, ma io mi sento soddisfatta.

 

Wien, July 1st, end chapter two

 
 
 
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