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Metasaturazione. Ovvero dell’impossibilità di definire alcunché

Post n°452 pubblicato il 08 Giugno 2017 da viburnorosso

"Saturazione semantica".

L’ho scoperto stamattina, è la definizione che si usa per indicare quella cosa che succede quando uno ripete tante volte una parola o una frase, se la fa risuonare in testa, la ascolta, la ripete, la ripete ancora, la riascolta e alla fine si sorprende a chiedersi cosa mai significhi quella sequenza di suoni senza senso che gli rotola nel cervello.

Senza senso, appunto, per effetto della "saturazione semantica", appunto.

Che poi se uno comincia a ripetersi anche questa di definizione, perde il senso del concetto che definisce  e di nuovo non ha più un’etichetta per chiamare quella cosa di ripetersi tante volte in testa una parola fino a cancellarne il significato.

Il fatto è che abbiamo molte meno definizioni che concetti da definire.
E quelle che abbiamo si saturano presto.
Per non dire che spesso sono anche appiccate un po’ a casaccio. 

 

 
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L’estinzione dei dinosauri sul grande raccordo anulare. Ovvero ne ammazza più l'indifferenza che la glaciazione

Post n°451 pubblicato il 30 Maggio 2017 da viburnorosso

Nel frattempo sono successe delle cose.
Una di queste, per esempio, è che a gennaio la nonna, che poi è mia madre, si è rotta una gamba. A dire che se l’è rotta sembra che ci abbia messo del suo, tipo che è inciampata e caduta. E invece no, il collo del femore ha fatto tutto da solo: un giorno è venuto giù come una mensola troppo carica di libri. Dalla statica dell’equilibrio al collasso senza nessun preavviso.
Che poi è quello che succede anche con tante altre cose della vita, come gli amori, le passioni che ci accendono o la batteria della macchina. L’asciugacapelli no, perché di solito prima di abbandonarci saluta con un rumore di ferraglia sbullonata, una triste folata di fumo nero e l’odore acre degli addii.

A me questa cosa che le gambe si possono spezzare per usura non me l'aveva detta nessuno, ma pare che alle persone anziane ogni tanto accada: buono a sapersi, anche se a dirla tutta mi sarei accontentata di impararlo per esperienza indiretta. Magari leggendolo sull'allegato "salute" del giornale. 

Così per oltre un mese e mezzo la mia giornata è stata cadenzata dall’orario visite dell’ospedale: all'ospedale, per arrivarci, 30 chilometri di GRA, da Nomentana ad Aurelia, che diventano 60 col ritorno, e un numero incalcolato di file sul viadotto allo svincolo Flaminia.

Per l’orario d’ingresso delle 18,30 avevo calcolato un'ora di viaggio: uscivo di casa che era già buio e all’altezza della Salaria, dove la prospettiva si spalanca su un apparente rettilineo, la fila dei lampioni accesi rivelava il lunghissimo collo ondeggiante di un dinosauro erbivoro naturalmente proteso a sinistra verso il suo obiettivo. Poi il rettilineo diventava vero, e la radio mi distraeva dall’individuazione di altre antropomorfie stradali.

La simpatica bestiola mi ha fatto compagnia per un bel pezzo, almeno fino al crepuscolo serale di metà marzo, poi un giorno mi sono dimenticata di gettarle un sguardo, e anche quello successivo, e così via: lei era sempre lì, ma senza il suo collo luminoso non faceva più lo stesso effetto e finiva per mimetizzarsi con gli altri arredi urbani. 

L’arrivo della primavera, insomma, è stato il cretaceo del mio dinosauro elettrico, e per me, fortunatamente, la fine delle visite serali e l’inizio di una nuova era: quella della terapia domiciliare.

A volte le cose si estinguano semplicemente per indifferenza.  E allora significa che è così che deve andare.

 
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Di ossitone, perispomene e altri imprevisti

Post n°450 pubblicato il 07 Ottobre 2016 da viburnorosso

Lo zio aveva una di quelle malattie che un po’ alla volta si portano via i ricordi: riponeva i biscotti nello scolapasta e aspettava con impazienza il ritorno dalle vacanze dei suoi genitori. “Sono andati in Calabria?” chiedeva, perché da qualche parte ricordava che era da lì che il padre veniva.

Poi ad un certo punto ha smesso anche di chiedere e ieri se ne è andato definitivamente in quel posto solo suo dove era già da un bel po’ che si era rifugiato.

Abbiamo fatto diverse centinaia di chilometri per andare a salutarlo. Siamo arrivati in tanti, da posti diversi, proprio come succedeva fino a qualche anno fa per il grande raduno familiare di Ferragosto. Solo che lì poi si mangiava la lasagna della Luisa, si beveva il rosso dalla damigiana e il cugino di Lucca portava una cassa di Spumador per i ragazzi e i brigidini per me; la sera ci si stendeva coi plaid sopra al prato col naso in su a indovinare le costellazioni e si era fortunati, si riusciva pure ad acchiappare in caduta qualche stella avanzata a San Lorenzo.
O forse, più probabilmente, questo accadeva qualche sera prima, ma poi nel fotoritocco della memoria si era deciso che quel dettaglio stava meglio lì, e lo si era spostato per farne ricordo.  

I ricordi, appunto, riscritture filtrate e bugiarde della realtà.
Ieri ci ritornavano in continuazione, e ce li scambiavamo, commossi, corrotti, abbelliti di stelle scadute, ma non per questo meno plausibili.

Alla fine del funerale il coro gospel di mia cugina ha intonato un canto di saluto, il Gufetto si è messo a piangere, e a guardarlo che piangeva, veniva da piangere anche a me: credo che sia per effetto dei neuroni specchio, ho sentito dire da qualche parte.
Durante il viaggio di  ritorno, abbiamo parlato: cercava il senso di tutta questa vicenda, ma io non sapevo darglielo, allora gli ho detto che il senso si può trovare nel fatto stesso di essere stati lì.
“Sì, però è successo quello che non doveva succedere, ha replicato”. In effetti…

Poi ci siamo messi a fare i compiti di greco: l’accentazione si spiega con la legge del trisillabismo e del trocheo, ovvero se l’accento cade sulla terzultima sillaba è per forza acuto e la parola è proparossitona, mentre se le ultime due sillabe formano un trocheo, allora l’accento cade sulla penultima ed è per forza circonflesso e la parola è properispomena.

D’accordo.
Il punto è che queste due leggi non rendono conto di tutti i casi possibili, esattamente come le mie spiegazioni non bastano a dare un senso alle cose che non devono succedere.
Vista da questa prospettiva, la morte è simile ad un accento circonflesso che cade dove non te l'aspetti, una perispomena che sfugge alle regole.

 
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Volere è nuotare

Post n°449 pubblicato il 28 Settembre 2016 da viburnorosso

Stavolta mi hanno dato una stanza al Gran Bleu, che non ho capito se si chiama così per via della cancellata dipinta di azzurro o perché dalla terrazza dove servono la colazione da ogni angolo si vede il mare. 

Bisogna salire in alto per ricordarsi di essere su un’isola.
Procida.
Come si riscende in basso l’orizzonte marino sparisce dietro agli alti muri di cinta che celano cortili e limonaie, si viene inghiottiti da un groviglio di vicoli e stradine. Ogni qualvolta si cede il passo ad un furgoncino o ad un apecar, si finisce impigliati nei rami di bouganville e gelsomino che si sbracciano fuori dai giardini. Qui non esistono marciapiedi. Deve essere perché il tessuto urbano è stato concepito in un’epoca in cui le vie si percorrevano solo a piedi, o al massimo a dorso di asino. Oggi che i veicoli a motore si sono impossessati della strada, al pedone non resta che farsi da parte, sperando di non essere centrato da uno di quei bolidi sfreccianti. Ma non accade mai. Chi guida in questi posti deve essere provvisto di una patente di livello superiore per  condurre veicoli speciali con un secondo pedale dell’acceleratore al posto di quello del freno.

Ho deciso di allungare la trasferta di un giorno: ho attraversato in su e giù l’Italia due volte in meno di venti ore, adesso sento il bisogno di fermami. Sono piena di buoni motivi peraltro: devo provare l’insalata di limoni e menta, le granite di frutta vera, la frittura di paranza, ma soprattutto devo fare il secondo e ultimo bagno della stagione, o forse, sarebbe più giusto dire, il primo e unico, visto che da qualche giorno l’estate ha passato la mano all’autunno.
“Ricordati di prendere il costume da bagno” mi sono ripetuta più volte prima della partenza, tuttavia ho lasciato che a fare le valigie fosse un ottimismo scettico  e un po’  sbadato, perché mi sono ritrovata con due pezzi appartenenti a due costumi diversi e senza infradito.

Ma se una è determinata, in spiaggia può andare  anche così: scendere per la stradina vestita di tutto punto, come fosse appena uscita da un convegno (solo senza congiuntivo di possibilità), levarsi le scarpe sull’ultima rampa di scale e procedere a piedi nudi nella sabbia contando sull’indifferenza ai principi di coerenza estetica da parte dei vecchietti che giocano a carte ai tavolini dell’unico chiosco aperto.

La sabbia è scura, e neanche finissima, ma la compagnia di un’amica che riesco a incontrare meno di quello che vorrei, unita alle chiacchiere, alle risate e all’insistenza gentile del sole di settembre, riscaldano immediatamente la temperatura dell’acqua, e ci impediscono di notare la marea che quasi travolge  borse e asciugamani sulla spiaggia.

Veniamo via che sono quasi le sette di sera. La sabbia che pizzica nelle scarpe buone, il costume bagnato sotto, i capelli arruffati dalla salsedine.
E un principio di raucedine e soddisfazione in gola.

 

 

 
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L’antico richiamo dell’audace raccoglitore di bacche. Ovvero di spine, rovi, ostacoli e altre soddisfazioni

Post n°448 pubblicato il 19 Settembre 2016 da viburnorosso

L’ultima settimana d’agosto o la prima di settembre, a volte qualche giorno prima, a volte qualche giorno dopo, si raccolgono le more per farci la marmellata. Quello è il segnale che un periodo si è compiuto, che di per sé non è una cosa né bella, né brutta, se non ci si fa prendere dallo sconforto della ciclicità delle stagioni che si srotola sull’inesorabile, e spesso inconcludente, procedere della nostra esistenza. Ma son dettagli che conviene tralasciare.

Meglio pensare che sia solo un passaggio: vuole dire che si finiscono i bagni al lago e si inizia con i fichi settembrini e le nocchie, e che i trattori usciranno dai recinti per la raccolta lasciandosi appresso nuvole di terra e impronte di argilla e cingolato sulla strada. 

Allora bisognerà ricordarsi di ritirare presto i panni stesi ad asciugare sul filo nel vicolo per non farli impolverare. Sempre che non piova, come oggi, che allora è meglio non stenderli proprio.

Poi ci saranno i funghi, e se si è fortunati usciranno anche gli ovoli, che da fare in insalata con le scaglie di parmigiano sono una delizia, e poi le castagne e allora accenderanno il grande braciere in piazza. 
Ma a quel punto sarà già quasi novembre, e conviene fermarsi perché a scorrere il calendario mentale, scartando giorni feriali e noie varie, si finisce, di un anno, col salvare solo pochi istanti significativi.

Le more dunque sono la fine dell’estate. Le more e la marmellata. 
Che poi, la marmellata di more più che un rito è un calvario:  50% frutta, il resto è sangue, sudore e spine. 
Di solito funziona così: se esci di casa preparato - cioè con le scarpe adatte, le gambe coperte, il bastone per abbassare i rami più alti e un secchio capiente - puoi star certo che le more saranno ancora tutte rosse.

E qui apro una parentesi: secondo me le more rosse sono la metafora esatta della delusione: a vederle sono bellissime e invece sono aspre che allappano, piene di semi duri che ti si incastrano tra i denti. Ecco, se dovessi spiegare a mio figlio cos’è un’attesa tradita gli direi che è una mora rossa. Chiusa parentesi.

Dunque, dicevo, che se esci con l'idea di fare raccolta, è matematico che non trovi un cavolo, ma se invece quell'idea non l'hai messa in conto, e per giunta porti un vestitino leggero che lascia le gambe e le braccia scoperte, e in macchina hai solo un sacchetto biodegradabile della spesa, allora le siepi saranno cariche di frutti neri a perdita d’occhio.

Io questa cosa che ci sono le more mature e uno ci passa accanto senza raccoglierle, proprio non riesco a sopportarla, non ce la faccio, sento come il richiamo ancestrale del raccoglitore di bacche primitivo che mi impone di fermarmi, così butto un occhio allo specchietto retrovisore e cerco il momento propizio per accostare la macchina evitando di finire con le ruote nella cunetta nascosta dai rovi.

E lì comincia il calvario che vi dicevo: i rami più carichi come sempre sono quelli più in alto, sembrano lì ad un passo, ma i passi invece sono due e non li raggiungi manco se ti tiri su sulle punte dei piedi e fai gli esercizi di stretching che trovi sul giornaletto della salute che vendono allegato a quello dei programmi tv. 
Se poi a costo di strappi e ferite riesci ad assicurarti un bottino, allora il sacchetto di merdosissimo mater-bi compostabile si lacererà in due nel bel mezzo del raccolto oppure il vestitino svolazzoso si impiglierà ad un rovo, costringendoti ad acrobatici riavvolgimenti per sfilare le spine, perché l’unico modo per liberarti è di ripetere esattamente al contrario l’ultimo movimento fatto, come nel rewind di una videocassetta (che come oggetto in sé già la dice lunga sull'obsolescenza di tutta questa pratica, visto che la marmellata di more la potresti comprare già bella che fatta al Lidl per un euro e spicci).

Oltre alle more, poi, correrai il rischio di raccogliere cimici grigie, grandi mangiatrici di questi frutti, oppure di finire impigliato nella tela di un ragno gigante e pelosi della Tuscia, o magari di ritrovarti addosso una bella zecca, e non lo dico per far sembrare l’impresa più epica, ma solo perché due anni fa mi è successo veramente, e poi ho passato tre ore a cercare di soffocarla nell’olio, come mi aveva suggerito il farmacista pavido che non voleva levarmela, e altre tre a guardare tutorial su internet su come si stacca una zecca morta soffocata nell’olio (scoprendo l'esistenza di due contrapposte scuole di pensiero:  quelli che la zecca la si affoga nell’olio e quelli che la si dissecca nell’alcol).

Ora poniamo che tutti questi ostacoli siano stati aggirati, ecco che tornati a casa inizia la parte più amara dell'impresa, a sottolinearne la totale assurdità, semmai fosse rimasto qualche dubbio a riguardo.
Amara perché per fare la marmellata di more non basta tanto zucchero, che pesi la frutta e ne aggiungi per metà più un altro bel po’, a occhio, e poi metti lì a bollire ricordandoti giusto ogni tanto di dare una girata. 
No! Col cavolo! La marmellata di more va passata col passapomodoro a maglie strette, e poi ripassata ancora, e talvolta anche filtrata col colino. 
Che se hai raccolto un chilo di more, in pratica ci fai sì e no un barattolino delle dimensioni di quelli per la salsa tartufata, solo infinitamente più costoso.

Che allora viene da dire: ma che cavolo la fai a fare 'sta marmellata di more?
Ecco, infatti, me lo chiedevo pure io mentre la giravo l’altro giorno. 
La risposta esatta non so darmela, però deve essere qualcosa che ha che fare con l’ostinazione, gli ostacoli e il loro superamento. 
In quale ordine e proporzione non è rilevante, perché tanto sono ingredienti che se li mescoli bene, ne esce comunque un bel po’ di soddisfazione.  

 

Da assaporare insieme ad una fetta di pane con uno generoso strato di burro e marmellata di more. 
 
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