|
Post n°40 pubblicato il 03 Febbraio 2010 da cpeinfo
PANICO IN CITTA’. LA LIDAP A VIGNOLA Il disturbo da attacco di panico è un fenomeno complesso. Non sempre ben identificato, spesso confuso con l’affetto d’angoscia, di recente classificazione nel DSM. Un ospite indesiderato che non si fa annunciare e in molti casi non si presenta solo. Un abito che tende a rivestire il soggetto in maniera esclusiva, intrappolandolo in una identificazione monositomatica. L’angoscia è l’affetto che più di ogni altro permea il legame sociale, alimentato dal senso di precarietà che affligge l’individuo contemporaneo e dal momento di crisi economica attuale. Parlo di quell’ affetto normale che diviene a volte fonte preziosa di ispirazione e, solo al termine di questo continuum, può evolvere in ‘quell’angoscia eccessivamente intensa (..) tale da paralizzare ogni azione’[1]. Questo è il momento in cui la persona sofferente si rivolge al medico, al farmacista, all’ospedale, portando una richiesta spiazzante: ‘Aiutatemi, sono angosciato’. Il corpus medico risponde cristallizzando il momento d’angoscia insostenibile che il soggetto patisce etichettandola come ‘attacco di panico’, chiudendo sovente fuori dalla porta la storia pregressa dell’individuo Più che di una diffusione epidemiologica del dap[2] possiamo quindi parlare della distribuzione sistematica di un significante che scoraggia la rettifica soggettiva, e lavora per la segregazione introducendo ad una logica che favorisce il disabbonamento dall’inconscio. Il soggetto dis-inserito dal legame sociale incontra non già un apparato che sappia mettere al lavoro l’interrogazione che sta alla base del movimento d’angoscia, quanto un surplus di rimedi pronto uso che chiude in un hangar un affetto sganciato dalla contingenza temporale . Il fine ‘terapeutico’ deve invece essere quello quello di favorire lo sgretolamento di questa etichetta dando spazio alle storie soggettive, riprendendo le fila dei significanti rappresi prima e dopo il momento di crisi, sottolineando che si tratta di un movimento costante con un origine. L’epoca contemporanea appare, per chi soffre di un qualche malanno di ordine psichico, una sorta di terra di bengodi ricca di rimedi pronto uso, soluzioni pret a porter, farmaci mirati e risolutivi. Questo stato delle cose determina una condizione diadica rimedio-paziente che, in ultima analisi, isola il soggetto e lo consegna ad una convivenza spesso monadica con la propria patologia.E’ invece indispensabile muoversi in un ottica antisegregante, che vada nella direzione dell’assoluta libertà di espressione, anche sintomatica, del soggetto. La Lidap ( Lega Italiana contro i disturbi d’ansia, da attacchi di panico e da agorafobia) organizzazione della quale sono consulente nonché membro del comitato scientifico , promuove l’incontro dei soggetti che patiscono di tale sofferenza, attraverso la pratica del gruppo di auto aiuto. Attività gruppali che sono, oggi, anche a Vignola, e che intendono porsi come centro di aggregazione per tutti quelli che abbiano interesse a districarsi in questo complesso labirinto sintomatico. La modalità del gruppo di auto aiuto cerca di restituire la persona sofferente alla condizione precedente al momento in cui il dap ha fatto la sua rumorosa comparsa, senza per questo credere di poter riportare il tutto ad un mitico status quo ante. Cosa è infatti un gruppo se non un luogo nel quale condividere un iniziale senso di marginalità che, attenuato ed ammorbidito, può permettere al singolo di riprendere le fila della sua storia interrotta? Cosa è il gruppo se non un microcosmo utile a sopperire allo sfilacciamento del legame sociale al quale va incontro chi è sorpreso dal dap?Il punto focale è evitare che il soggetto si trovi solo nel momento dell’attacco, ponendo le condizioni per le quali questo infarto della vita possa essere condiviso, in modo che i legami che il dap colpisce e mette a dura prova, resistano alle sferzate e non si spezzino. Nel gruppo, nel quale la parola regna sovrana, c’è condivisione ed accoglienza.Non ci sono ricette precostituite, non ci sono scelte precluse. Una condivisone che ben lungi dal tramutarsi in uno stallo, una sorta di mal comune mezzo gaudio, deve sapersi trasformare in una zona di transito, un passaggio preliminare utile a riprendere le fila del proprio discorso interrotto. C’è una frase ‘analitica’ che può apparire molto più cripitca di quello che in realtà voglia significare: un soggetto si trova nello scorrere dei suoi significanti. Vale a dire che l’individuo X è definito dalle sue passioni, dalle sue attività, dai suoi amori, dai suoi passatempi e dai legami sociali. L’attacco di panico sortisce l’effetto del sasso nella ragnatela: la colpisce e ne spezza i filamenti, facendo precipitare tutte le gocce di rugiada, gli insetti e i pezzetti di legno in un unico grumo che cade avviluppato al sasso. Lo scopo della riabilitazione è dunque quello di restituire il soggetto alla sua vita originaria, permettergli di uscire dall’identificazione monadica al panico, che rischia di divenire uno stigma che alimenta se stesso. Quando il panico arriva, le suppelletili cadono, e tutto ciò che si riteneva solido, cede. Nulla sembra più costituire un solido appiglio nel corso della vita. Ecco allora chiara la centrale funzione di tenuta del gruppo di auto muto aiuto.In tal senso la dismissione degli abiti di ammalato è un opera da portare avanti da subito, anche quando le crisi di fanno sentire in modo virulento. Il gruppo, come ricostruzione di un legame, ancorché programmato e scadenzato, deve aprire le porte ad un individuo quando ancora il panico non è divenuto il signore della sua vita. E se questo è già successo, la circolazione di parola ha lo scopo di riabilitarlo a percorrere le sue antiche strade oggi non più praticate. Discutere del lavoro, della famiglia, di ciò che è andato perso e di ciò che è in bilico, è un modo per ristabilire una situazione precedente al sisma. La Lidap ( Lega Italiana contro i disturbi d’ansia, da attacchi di panico e da agorafobia) promuove l’incontro dei soggetti che patiscono di tale sofferenza, attraverso la pratica del gruppo di auto aiuto.Attività gruppali che sono, oggi, anche a Vignola, e che intendono porsi come centro di aggregazione per tutti quelli che abbiano interesse a districarsi in questo complesso labirinto sintomatico. Gli incontri di gruppo, i colloqui filtro e la partecipazione sono completamente gratuiti. Questo il sito nazionale al quale fare riferimento per le attività Vignolesi e Modenesi, nonché un blog a tale scopo creato per gli utenti www.lidap.it http://blog.libero.it/PaniMo/view.php?reset=1 Maurizio M.
[1] Freud. Introduzione alla psicoanalisi, in C. Musatti ( a cura di), Opere, vol.8, cit., p.547 [2] Acronimo col quale si definisce il disturbo da attacco di panico nella terminologia comune. |
|
Post n°39 pubblicato il 19 Gennaio 2010 da cpeinfo
All’incontro sul tema dell’acqua come bene da difendere dalle mire neo liberiste del Governo centrale, i cittadini hanno risposto in maniera importante. Era un argomento quanto mai attuale, parlato e disquisito ovunque. Dagli uffici alle case, dalle edicole alla piazza.Quella sera si è toccato nel suo punto più essenziale il concetto di 'partecipazione'. Presi dall’incalzare dei venti leghisti, nonché dalla campagna mediatica del centro destra nazionale che si proponeva di ‘liberare’ l’Emilia da un presunto assedio delle forze del male, si scopre , dopo tanta acredine, l’acqua calda: la Politica è questa qua. I famosi ‘problemi della gente’ tanto sbandierati, tanto issati a vessillo di questa o quella parte politica, sono questi. E i partiti di una coalizione che ha il compito di governare, di questo devono trattare. Riprendendosi l’onere di fare Politica, con la P maiuscola. Maiuscola perché è l’identità politica di appartenenza che orienta i partiti, che diventano depositari di una delega. Una giunta di centro sinistra, condensato di quella che è stata la storia del Pci e del mondo cattolico avanzato, fa suoi questi temi non già per una coincidenza della storia, ma perché le sono propri. Chi governa questa città ha una sola strada praticabile da seguire: questa. Riappropriarsi senza equivoci di quelle tematiche che costituiscono la base, la tessitura del nostro corpo sociale. Soldi, bilancio, sociale, acqua, istruzione, criminalità, integrazione, crisi economica e potere d’acquisto, sono tematiche vive in un territorio di alcune migliaia di abitanti, che non lasciano spazio alle chiacchere. Raccogliere e dare voce a queste parole rimaste per strada dopo il clangore della battaglia elettorale, serve a ridare loro quella dignità iniziale, evitando che divengano o appannaggio della destra e del suo populismo ( nel caso dell’acqua in verità l’impedimento leghista a tale uso è legato alla politica nazionale, dove il carroccio si distingue per l’avvallo dato al disegno governativo di tale privatizzazione), o degradino in piccole disquisizioni sterili e salottiere, prive oggi di presa sulla cittadinanza. E’ roba di sinistra, per dirla in modo desueto, è un prendersi responsabilità collettive e condivise, quindi la gente partecipa. Sul serio. La partecipazione effettiva dei cittadini, di amministratori di città limitrofe, ha mostrato che quando se ne parla, chi ha davvero qualcosa da dire, partecipa. Chi no, o si aggrega in calce, oppure salta la mano.
|
|
Post n°38 pubblicato il 08 Gennaio 2010 da cpeinfo
"Ma lei chi è? Non è del castello, non è del villaggio. Lei non è nessuno. Anzi lei purtroppo è qualcosa, è uno straniero." (4)
Kafka
Devo con disincanto ammettere che l’assunto ‘La lega parla alla gente e noi no’ inizia a mostrare una sua veridicità. Il che ne giustifica il crescente successo elettorale, anche nelle nostre terre. Sarebbe più giusto formulare in questo modo la questione : la lega offre una via semplice a questioni che noi non sappiamo più porre. Il che rende la cosa meno amara, forse.. C’è un uomo, cresciuto con me, vignolese anche nei calzini, amico da sempre, caro ed insostituibile che, dopo 13 km di corsa, me lo ha confessato: io ho votato Lega al ballottaggio, non te la prendere .. Ma ti senti un padano? No..macchè Vai ai raduni con l’ampolla? Ma va la.. Usi il tricolore per scopi non del tutto leciti? Ti sciroppi ore ed ore di Braveheart in dvd? Vuoi la secessione? Zero, nulla di tutto questo… Ma lui è precario, e non sa se sarà assunto o lasciato a casa, a Primavera. E ‘ se come sembra hanno intenzione di costruire una moschea anche dalle nostre parti’.? A nulla sono valsi i miei tentativi di convincerlo che non solo non ci sono minareti all’orizzonte, ma che, anche se dovesse mai accadere, le due cose, posto di lavoro-luogo di culto non sono collegate in nessun modo. ‘Bè, non si sa mai..E se quelli domani lavorano al mio posto? Tu non conosci il clima della fabbrica’. La stima insecabile che nutro nei suoi confronti ha imposto una riflessione sul suo modo di portare elementi non articolabili tra di loro, ma legati da un collante antico: la paura. Al primo botto, figlio di ‘mani pulite’, rimasi sorpreso come tutti nel vedere che amici e amiche, ripartiti tra Pd, Idv, Rc e quella che fu la Dc , ammiccassero al partito del dio Po in modo sospetto. Ammiccamenti che sono diventati voti. La consistenza elettorale della Lega oggi pare una dote non scalfibile, un patrimonio che non si intacca, sia che il partito di Bossi governi o vada all’opposizione. Che agiti la forca contro i corrotti, o che sposi e faccia propria ogni legge che avvantaggia il premier. Che abbia un ministro teso alla protezione dei prodotti nostrani, o che promuova posti separati sugli autobus. E’ quindi qualcosa che si è sedimentato, non più figlio di una protesta del momento, ma una pianta che ha messo radici. La presa leghista sull’elettorato che fu di sinistra, intesa come Pci , si basa su una risoluzione facile, semplice ed immediata di una conflittualità sociale che, nel corso del tempo, è divenuta sempre più intricata e difficile. La classificazione antica era immediata ( il padrone vs l’operaio) e si risolveva con la promessa al secondo di una salvaguardia dei suoi diritti e delle sue minime libertà rispetto al datore di lavoro. Questa logica binaria si è nel tempo affievolita, lasciando il posto al terzo, il nuovo. Quello che ha scompaginato tutto. I confini tra dipendente e datore di lavoro si sono fatti labili, la piccola impresa ha , specie nelle nostre zone, preso il posto della classica ‘azienda padronale’. Nel tempo ogni possibile disfunzione, ogni conflitto, ongi rivendicazione, sono state oggetto di un viraggio. Quel che va male non è più colpa di un economia sovente malata, del lavoro nero, dell’evasione, ma del nuovo arrivato. Del terzo. Dell’imprevisto. Il dipendente di un azienda, di una fabbrica o di qualsivoglia posto di lavoro che presupponga un orario e un tesserino da timbrare, vede la sua posizione sostituibile con decine e decine di uomini e donne venuti da fuori, per i quali le ferie mancate, il lavoro nero, lo sfruttamento, la mancanza di protezioni sui cantieri, sono ben lontani dall’essere elementi reclamabili. Lavorare è già, rispetto ai loro luoghi di appartenenza, un sogno realizzato. Questo a scapito di diritti sacrosanti acquisiti nel corso di decenni.
La verità la dice l’ultima inchiesta effettuata sulla ristaorzione a Modena e provincia: il lavoro nero, l’irregolarità, la precarietà, sono all’ordine del giorno. O ancora: questa estate la raccolta di ciliegie è stata completamente fatta da mani migranti, che non sono nella condizione di poter reclamare le minime garanzie di sicurezza. Dovendo quindi scegliere tra un conflitto incerto ( quali diritti reclamare? Protestare per le paghe in nero? Ribellarsi perché nei cantieri i caschi non vengono distribuiti?) da indirizzare all’imprenditore si fa una scelta: il datore di lavoro è sentito come un alleato in una lotta contro una ‘invasione’ agitata ad hoc. Un’ invasione e una moltiplicazione della manodopera che fa sentire il proprio posto di lavoro come perennemente a scadenza. E così si sceglie la strada più facile , quella della paura. Ecco allora i migranti che rubano il lavoro, che incalzano, che sono, alla fine di questa pericolosa strada, i ricettacoli di ogni male. Ecco la ragazza che se assunta in un call center non può nemmeno pensare di restare incinta. E finchè non sono cittadini, ma le tasse le hanno da pagare, il giogo funziona bene. Una sorta di controllo sociale che anche il più povero dei lavoratori sente di poter esercitare. Tutto questo unito a dati di criminalità oggettiva e di radicalizzazione di identità religiose che spesso vengono mostrarti come ‘prova ‘ dell’invasione. Preferisci chiudere gli occhi su qualche diritto negato, o la moschea nella tua città? SI sceglie la prima. La differenza sta essenzialmente in uno spostamento ( proiezione per usare un termine clinico) di ogni possibile ‘male’ nei confronti del migrante. Del diverso. .
Ecco, forse allora gran parte di chi ha votato per il candidato al ballottaggio a Vignola non è leghista nel senso più ‘antico ‘del termine ( camicia verde, ampolla in casa, senso di identità valligiana con immaginifiche popolazioni celtiche che non hanno mai abitato la terra dei ciliegi), ma ha scelto la soluzione che in modo più semplice risolve la intricata questione del ‘chi mi garantisce cosa, e chi mi dovrebbe garantire cosa’. Noi, che del centro sx siamo le voci, non possiamo che percorrere la via opposta. Non resta che rimetterci nelle strade, e parlare con questi nostri compaesani. Garantire la sicurezza, il rispetto della legalità anche nei suoi minimi particolari. Offrire luoghi di ascolto costanti. Partecipare. Rassicurare. Trovare nelle tasche pubbliche ( esauste anche grazie a politiche governative tese al dimagrimento) gli spiccioli per evitare che si ingrossino le famiglie in fila alla caritas. Motivare come e quando vengono spesi i denari. Rendicontare. Io lo so che ci sono degli orari nei quali è possibile portare le propri istanze o lamentele agli assessori, ma forse non tutti i Vignolesi lo sanno. La politica fatta all’antica, più parlata e condivisa, dove ci si metta la faccia anche quando si rischia il fischio, è l’unico antidoto al leghismo, al populismo, o all’elitarismo stantio e fuori tempo.
Maurizio
|
|
Post n°37 pubblicato il 29 Dicembre 2009 da cpeinfo
I recenti fatti tragici per i quali la nostra cittadina è balzata agli altari della cronaca nera, aprono una riflessione sul concetto di normalità e anormalità, e sul bisogno spasmodico, mostrato da quasi tutti i media, di cercare una giustificazione diagnosticamene plausibile per quello che è avvenuto. L’omicidio di un concittadino da parte di un curato che ne condivideva l’abitazione.Evento reso meno tragico dall’intervento del figlio, che riesce a neutralizzare l’omicida prima che uccida anche la moglie dello sventurato. Quello che colpisce è la costante, ripetuta , quasi ossessiva, ricerca di una qualche patologia invalidante che giustifichi l’ingiustificabile, e ci metta pertanto al sicuro. Un brulicare di ‘infermità mentale’. Di ‘stati dissociativi’, di ‘momentanea assenza della ragione’ affolla le pagine dei giornali i quali, specchio dei lettori, chieodno che qualcuno formuli la diagnosi, e ci metta tutti quanti in pace. E’ al contempo plausibile anche l’idea che una parte della magistratura inquirente va argomentando: possibili interessi economici intrecciati a tal punto da aver scatenato la furia omicida. Meno peso sembrano invece trovare moventi a sfondo passionale. Entrambi gli scenari sono plausibili, ma sono il primo cercato, l’altro più temuto. Poniamo si tratti di quel che i giornali vanno ventilando, vale a dire il famigerato ‘raptus’, o momento di assenza, che sovente si incontra nella clinica. Un omicidio cosi’ violento potrebbe benissimo essere ascritto ad un passaggio all’atto di origine psicotico - paranoica. Vale a dire un azione violenta, indirizzata ad un presunto persecutore, identificato in base a indizi banali, sedimentati nel tempo, indizi che, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ci si troverebbe in una situazione similare al famoso caso delle sorelle Papin. Giovedì 2 febbraio 1933, nella città di Le Mans, la polizia municipale forza la porta del signor Lancelin. Al primo piano giacciono la moglie e la figlia, assassinate. Al secondo piano le due domestiche modello, Christine e Lea Papin, le quali ammettono di aver commesso il delitto, senza difficoltà. Il tutto nasce da un banale incidente: un guasto al ferro da stiro. In questo atto reperimao i punti essenziali che lo contraddistinguono, e lo rendono somigliante a molti casi che nel tempo si sono succeduti, ivi compreso l’episodio vignolese. Subitaneità, assenza apparente di un motivo, ferocia, rigore, simmetria dei protagonisti
Ma anche la seconda ipotesi vagliata dagli inquirenti ha un suo valore. L’odio, la furia cieca scatenata da ipotetici moventi economici. Qualcosa di molto prosaico, banale. Normale. Qualcosa che serpeggia nel legame sociale assai frequentemente.Il rancore per un prestito negato, per un sorpasso rischioso. Per un assegno scoperto, un posto di lavoro perso ingiustamente. L’invidia per la casa del vicino, nuova ed attrezzata. Se fosse vera la seconda ipotesi, il movente del delitto si situerebbe all’interno di un continuum che contiene tutti gli elementi sopra descritti. E punterebbe il dito su quel che, attraverso la ricerca dell’etichetta diagnostica, la società cerca di rifuggire: motivi banali, contingenti, che interessano una gran parte degli abitanti di una qualsiasi cittadella. Nel secondo caso infatti , la comunità si troverebbe a che fare con una inaccettabile ed in -elaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e non prevedibile.L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, succede quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare, l’odio nel suo passaggio all’atto più estremo. La diagnosi differenziale non servirebbe in tal caso nulla. E dunque ci si trova impacciati nell’ammettere quel che si cerca di mascherare con l’uso di etichette diagnostiche; una persona conosciuta, frequentata, spesso amica, può uccidere. Il curato del paese, come il negoziante, o il gelataio. E in questo caso, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato nottetempo. Il desiderio di eliminare chi ci è di intralcio nel nostro cammino, fa parte della comunità. Non è successo a Cogne, né a Milwakee , ma a Vignola. Questa è la verità inaccettabile.
Maurizio M. |
|
Post n°36 pubblicato il 27 Dicembre 2009 da cpeinfo
Il 12 Gennaio si terrà questo evento, al quale sarà buona cosa partecipare. Riguarda una delle tante modalità che il nostro Governo ha di declinare una idea di destra ormai fuori tempo. L’idea, il proposito di porre le condizione affinché l’acqua vada verso una privatizzazione, è figlia dell’obsoleta idea che ciò che è privato funzioni meglio, a priori. Basterebbe uno sguardo alle recenti prese di posizioni statunitensi, capaci di ribaltare con un movimento anni ed anni di politica repubblicana, per capire che in molto casi, lo Stato è bene che tenga il suo posto. Un incontro per tutti quelli che questo argomento lo sentono intimamente proprio.
Acqua Bene Comune Martedì 12 gennaio 2010 Ore 20.30 Sala dei Contrari - Rocca di Vignola Ingresso libero
Incontro con RICCARDO PETRELLA Economista politico (studi all’Università di Firenze), fondatore e segretario del Comitato Mondiale dell’Acqua, autore del Manifesto dell’Acqua. Professore di ecologia umana, Accademia di Architettura, Università Svizzera Italiana, Mendrisio. Presidente dell’Institut Européen de Recherche sur la Politique de l’Eau (IERPE), Bruxelles. Promotore dell’Università del Bene Comune, Sezano (Verona). Il Comune di Vignola riconosce che l’acqua è un bene vitale, patrimoniale e comune dell’umanità e che l’accesso all’acqua è un diritto umano e sociale, individuale e collettivo, indispensabile; con delibera nr. 205 del 26.10.2009 ha adottato “la carta dell’acqua”. dialoga con lui il giornalista dell’Unità Roberto Rossi
|
COME SCRIVERE
I commenti sono liberi.
Per interventi inviare a cpeinfo@libero.it
CERCA IN QUESTO BLOG
MENU
ULTIMI COMMENTI
COME SCRIVERE
Per inviare un brano, inviare a cpeinfo@libero.it con firma dell'autore

Inviato da: Eleonora
il 20/01/2010 alle 13:11
Inviato da: abebik
il 04/01/2010 alle 21:07
Inviato da: mario
il 04/01/2010 alle 19:30
Inviato da: abebik
il 03/01/2010 alle 17:55
Inviato da: ste
il 03/01/2010 alle 15:28