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E' morto Giovanni. Il Vignolese che parlava alle cose.

Post n°18 pubblicato il 25 Luglio 2009 da cpeinfo

E’ stato un colpo basso, stamane, la notizia che Giovanni detto ‘galèina’ non era più tra noi. Ho visto il necrologio sulle mura della chiesa.Per i vignolesi di alcuni anni fa, Giovanni ha rappresentato un punto di riferimento , lui nonostante.Ricordo che da ragazzino, con tutta l’idiozia del tempo, sorridevo nel vederlo intavolare interminabili monolghi con gli alberi, o mentre disquisva con i suoi amici immaginari.O al suo chiedere in maniera insistente da bere a chiunque passasse, o una ‘sigaràtta’.Solo più tardi, per pratica e mestiere, ho conosciuto da un altro punto di vista quel mondo che Giovanni dispiegava.Il mondo della follia, dell’alienazione. Il mondo del manicomio, il mondo della pazzia segregata.Il mondo delle realtà parallele, incomprensibili e non inseribili nel legame sociale.Giovanni è stato la conferma che, almeno una volta, vale il detto ‘ le cose di un tempo sono migliori’.Il dibattito attuale, che vede interagire sullo stesso asse la cosiddetta ‘psichiatria democratica’ ( che nasce dalla semina operata da Basaglia) e la psicoanalisi applicata, converge oggi in una direzione di straordinaria e rivoluzionaria portata: la dignità del soggetto, qualunque sia il mondo da lui abitato.Reale o immaginario.Oggi molti lavorano per quel che Giovanni è stato: un uomo con le stigma della follia, inserito ed accettato nel legame sociale dal quale , un tempo, prese le distanze. L’ondata repressiva che oggi spesso vediamo montare, l’uso spesso indiscriminato del TSO ( trattamento sanitario obbligatorio) , nonché un aria sinistra che vede alcuni esponenti politici riaprire il dibattito sulla modifica della legge 180, si colora ora di nuove pruderiè repressive, di fregole segregazioniste.L’iperproduzione farmacologia che tende a negare l’intima libertà del soggetto, ivi compresa quella di essere folle, si annida nella città. Città che deve essere senza scarti, senza barboni, senza i matti a libero piede nelle nostre mattinate.Molti di noi ( colleghi e non ) si adoperano con gli strumenti che la pratica ci consegna, per portare il legame sociale a quello che era tanti anni fa, quando Giovanni poteva restare ore ed ore sdraiato sugli scalini, o parlare con le foglie, senza che nessuno lo guardasse come un corpo estraneo.Giovanni ha avuto possibilità che oggi, a molti, vengono negate: solo perché sei più brutto, storto, o sghembo del cittadino ‘normale’. Se ne va un uomo, solo a latere alienato.Che, per quello che so, è riuscito a vivere libero in mezzo a noi.Dedico a Giovanni, che non vedremo mai più sollevare gli occhiali indispettito perché l’allucinazione di quel momento osava contraddirlo, la frase di un maestro sui libri del quale mi sono consumato: ‘ Il folle appare come un angelo decaduto, dal cui goffo incedere e incerto parlare solo si può intravedere la bellezza dei movimenti di cui era capace quando poteva volare’.La vita di Giovanni tra noi, riscatta quelli che sono stati costretti a vivere da pazzi, e da quella condizione non sono più riusciti a riscattarsi. Giovanni è stato uno sprone per chi ancora non ha smesso di credere alla follia della contenzione del corpo e della parola. Maurizio M.

 
 
 
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