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La banalità del male. L'omicidio di Vignola
Post n°37 pubblicato il 29 Dicembre 2009 da cpeinfo
I recenti fatti tragici per i quali la nostra cittadina è balzata agli altari della cronaca nera, aprono una riflessione sul concetto di normalità e anormalità, e sul bisogno spasmodico, mostrato da quasi tutti i media, di cercare una giustificazione diagnosticamene plausibile per quello che è avvenuto. L’omicidio di un concittadino da parte di un curato che ne condivideva l’abitazione.Evento reso meno tragico dall’intervento del figlio, che riesce a neutralizzare l’omicida prima che uccida anche la moglie dello sventurato. Quello che colpisce è la costante, ripetuta , quasi ossessiva, ricerca di una qualche patologia invalidante che giustifichi l’ingiustificabile, e ci metta pertanto al sicuro. Un brulicare di ‘infermità mentale’. Di ‘stati dissociativi’, di ‘momentanea assenza della ragione’ affolla le pagine dei giornali i quali, specchio dei lettori, chieodno che qualcuno formuli la diagnosi, e ci metta tutti quanti in pace. E’ al contempo plausibile anche l’idea che una parte della magistratura inquirente va argomentando: possibili interessi economici intrecciati a tal punto da aver scatenato la furia omicida. Meno peso sembrano invece trovare moventi a sfondo passionale. Entrambi gli scenari sono plausibili, ma sono il primo cercato, l’altro più temuto. Poniamo si tratti di quel che i giornali vanno ventilando, vale a dire il famigerato ‘raptus’, o momento di assenza, che sovente si incontra nella clinica. Un omicidio cosi’ violento potrebbe benissimo essere ascritto ad un passaggio all’atto di origine psicotico - paranoica. Vale a dire un azione violenta, indirizzata ad un presunto persecutore, identificato in base a indizi banali, sedimentati nel tempo, indizi che, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ci si troverebbe in una situazione similare al famoso caso delle sorelle Papin. Giovedì 2 febbraio 1933, nella città di Le Mans, la polizia municipale forza la porta del signor Lancelin. Al primo piano giacciono la moglie e la figlia, assassinate. Al secondo piano le due domestiche modello, Christine e Lea Papin, le quali ammettono di aver commesso il delitto, senza difficoltà. Il tutto nasce da un banale incidente: un guasto al ferro da stiro. In questo atto reperimao i punti essenziali che lo contraddistinguono, e lo rendono somigliante a molti casi che nel tempo si sono succeduti, ivi compreso l’episodio vignolese. Subitaneità, assenza apparente di un motivo, ferocia, rigore, simmetria dei protagonisti
Ma anche la seconda ipotesi vagliata dagli inquirenti ha un suo valore. L’odio, la furia cieca scatenata da ipotetici moventi economici. Qualcosa di molto prosaico, banale. Normale. Qualcosa che serpeggia nel legame sociale assai frequentemente.Il rancore per un prestito negato, per un sorpasso rischioso. Per un assegno scoperto, un posto di lavoro perso ingiustamente. L’invidia per la casa del vicino, nuova ed attrezzata. Se fosse vera la seconda ipotesi, il movente del delitto si situerebbe all’interno di un continuum che contiene tutti gli elementi sopra descritti. E punterebbe il dito su quel che, attraverso la ricerca dell’etichetta diagnostica, la società cerca di rifuggire: motivi banali, contingenti, che interessano una gran parte degli abitanti di una qualsiasi cittadella. Nel secondo caso infatti , la comunità si troverebbe a che fare con una inaccettabile ed in -elaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e non prevedibile.L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, succede quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare, l’odio nel suo passaggio all’atto più estremo. La diagnosi differenziale non servirebbe in tal caso nulla. E dunque ci si trova impacciati nell’ammettere quel che si cerca di mascherare con l’uso di etichette diagnostiche; una persona conosciuta, frequentata, spesso amica, può uccidere. Il curato del paese, come il negoziante, o il gelataio. E in questo caso, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato nottetempo. Il desiderio di eliminare chi ci è di intralcio nel nostro cammino, fa parte della comunità. Non è successo a Cogne, né a Milwakee , ma a Vignola. Questa è la verità inaccettabile.
Maurizio M. |
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