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Il Sole di Stagno - Romanzo
C'è qualcosa che accomuna questo racconto di Aiello al grandioso romanzo di Walter Siti, Troppi paradisi. Così lontani e tra di loro diversi, entrambi si sono proposti di tematizzare il tempo, fissandolo alla svolta del secolo e del millennio. Per narrare come storia la contemporaneità e la propria stessa esperienza, senza consegnarsi all'autobiografia, bisogna scegliere una lingua e giova inoltre (secondo me) una cornice esplicita di referenti cronologici. Che annunci subito il carattere del testo, di selettiva ricostruzione. Distante dal testo soggettivo della semplice memoria. È il problema che Aiello, nella sua prova d'esordio, ha in parte eluso, affidandosi ai soli dati interni. Quanto alla lingua invece, o meglio alla voce di scrittore, ha usato felicemente, la sua, che nella nuova generazione è una delle più personali.
Lidia De Federicis (L'Indice dei Libri)
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"Pippi calzelunghe postmoderne"
Post n°163 pubblicato il 12 Agosto 2009 da VincenzoAiello68
E’ un “diario dell’esilio mentale” questo nuovo testo dello studioso napoletano Rino Genovese “Ci sono le fate a Stoccolma (pagg. 224, euro 16; Diabasis)”. Un intellettuale è stretto da un antieros che gli impedisce di avere rapporti con le donne italiane che giudica ad una fase dell’emancipazione troppo legata ancora ad elementi familistici. Anche la situazione politica italiana lo lascia stupito ed esterrefatto perché figlia di un indirizzo di piccolo cabotaggio che è in realtà ordinaria amministrazione dell’emergenza. Genovese – è lui il protagonista di questo testo che la forma diario consente di essere ricettivo di argomenti svariati – cerca la sua uscita di sicurezza nella Svezia figlia di quel Novecento compiuto nell’architettura razionalista come in uno Stato sociale che ha partorito un consumismo umano. L’io narrante trova che le donne svedesi siano ad una fase dell’emancipazione compiuta che le consente di essere seduttive in forza della loro grazia fatta più di forza che di sofisticherie. In quel Paese dalla luce livida e forte si rifugia il più possibile mentre suo padre muore attorniato da medici paternalistici ed insicuri. Una figura narrativa inconsueta per il tipo di narrazione diaristica – il Diavolo – fa da contraltare alla sua ossessiva ricerca. Ma sono molti gli argomenti e gli intellettuali che si affastellano nel narrato: l’attacco al narratore Moresco ed alla Bollati Boringhieri salsaniana ed orfana di Giulio Bollati. Un ricordo tenero del pascià Ottiero Ottieri e la tenace voglia di essere almeno contesto in un’Italia vittima di Berlusconi e delle voglie pseudoriformistiche di D’Alema. Ma purtroppo l’ibridazione culturale italiana ha partorito un mostro moderno in cui le voglie di nuovo sono state schiacciate da un passato tentacolare. Mentre nel mondo lo scontro di alterità Occidente-Oriente produce solo terrorismo e guerre senza legittimazione. Insomma non rinunciando all’analisi Genovese fugge sempre dai suoi fallimenti – non nascondendoli - nel tentativo di inventarsi un’altra vita soffocata da una noia figlia di una politica da “bonaccia delle Antille” e da una vita quotidiana insoddisfacente, cercando di resistere e di non arrendersi. Vincenzo Aiello
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il 01/02/2012 alle 08:41
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