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Il Sole di Stagno - Romanzo

 

Il Sole di Stagno - Vincenzo Aiello - con-fine ed. - Bologna, 2006

C'è qualcosa che accomuna questo racconto di Aiello al grandioso romanzo di Walter Siti, Troppi paradisi. Così lontani e tra di loro diversi, entrambi si sono proposti di tematizzare il tempo, fissandolo alla svolta del secolo e del millennio. Per narrare come storia la contemporaneità e la propria stessa esperienza, senza consegnarsi all'autobiografia, bisogna scegliere una lingua e giova inoltre (secondo me) una cornice esplicita di referenti cronologici. Che annunci subito il carattere del testo, di selettiva ricostruzione. Distante dal testo soggettivo della semplice memoria. È il problema che Aiello, nella sua prova d'esordio, ha in parte eluso, affidandosi ai soli dati interni. Quanto alla lingua invece, o meglio alla voce di scrittore, ha usato felicemente, la sua, che nella nuova generazione è una delle più personali.

Lidia De Federicis (L'Indice dei Libri) 

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"Il teatro insegna la lingua ed a capire"

Post n°299 pubblicato il 11 Ottobre 2009 da VincenzoAiello68
 
Foto di VincenzoAiello68

“Annibale Ruccello e il teatro nel secondo Novecento (pagg. 284, euro 30, ESI)” a cura di Pasquale Sabbatino è una summa di interventi linguistici, giornalistici, teatrali e scenografici sulla vita e sull’opera del commediografo Annibale Ruccello, stabiese di nascita, rappresentante del Teatro italiano ed europeo del secondo Novecento, morto ventitre anni fa sull’autostrada del Sole all’altezza di Frosinone. Il tempo ha dato ragione -  per gli adattamenti sempre più numerosi e per una certa visionarietà nell’anticipare situazioni sociali e temi ora in voga – a questo ragazzo di 30 anni che della sua formazione di antropologo culturale fece la sua forza per capire il passato (vedi i suoi lavori sulla Cantata dei pastori del gesuita Perrucci), e per interpretare la realtà sociale degli anni ’70 ed ’80 che nessuno e lo testimonia la disaffezione istituzionale di quei tempi ebbe la volontà politica di capire: su tutte “Le cinque rose di Jennifer”. Un teatro inserito nella scia di Roberto De Simone con la sua “Gatta cenerentola” (come ne “L’osteria del melograno”,   nel ricordo di Pierluigi Fiorenza). Oppure  linguistico e vicino alla Kammerspiel ed al teatro della malattia di Genet e Pinter, come afferma Nicola De Blasi. Od ancora una drammaturgia che era più parente alla parola-suono o alla cinematografia, come sostiene Stefano de Stefano. Forse tutto questo, ma, anche e soprattutto, il risultato della voglia di capire la tradizione e di ri-affermarla al passo con i tempi, con una surrealità che trascendesse il dato puramente naturalistico. Soprattutto protagoniste femminili, “donne costrette da un rapporto coatto fortemente vincolante dal quale, quasi per maledizione, è impossibile liberarsi”. La insuperabile Isa Danieli di Ferdinando e la Barbara Valmorin di Week-end, le interpreti più ruccelliane di quella crisi di identità che i suoi personaggi – creature deportate – subivano “sradicate dalla loro cultura ed imprigionate in una realtà estranea (Matteo Plaumbo)”. Un gruppo di ragazzi del Sud con buone letture, voglia di capire che si incontrano e “fanno teatro” fuori dalle ammuine sociali ed istituzionali: Lello Guida (coautore di Annibale ed erede della grande tradizione dei Guarino) e Franco Autiero scenografo sul campo della prima ora ed autore anch’egli, successivo ma già postumo, di quella tradizione che ha visto compagni di strada in primis Ruccello e Moscato. Il testo si conclude con un intervento della studiosa Monica Citarella sul Ruccello inedito – con l’inventio di “Sangue misto” – e con un apparato bio-bibliografico che non ha uguali anche rispetto alle ultime edizioni delle sue opere: quella di Guida, oramai introvabile, quella incompleta di Gremese (2004) e la ristampa integrale nel ventennale della morte della Ubulibri curata da Enrico Fiore.

Vincenzo Aiello

 
 
 
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