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Il Sole di Stagno - Romanzo

 

Il Sole di Stagno - Vincenzo Aiello - con-fine ed. - Bologna, 2006

C'è qualcosa che accomuna questo racconto di Aiello al grandioso romanzo di Walter Siti, Troppi paradisi. Così lontani e tra di loro diversi, entrambi si sono proposti di tematizzare il tempo, fissandolo alla svolta del secolo e del millennio. Per narrare come storia la contemporaneità e la propria stessa esperienza, senza consegnarsi all'autobiografia, bisogna scegliere una lingua e giova inoltre (secondo me) una cornice esplicita di referenti cronologici. Che annunci subito il carattere del testo, di selettiva ricostruzione. Distante dal testo soggettivo della semplice memoria. È il problema che Aiello, nella sua prova d'esordio, ha in parte eluso, affidandosi ai soli dati interni. Quanto alla lingua invece, o meglio alla voce di scrittore, ha usato felicemente, la sua, che nella nuova generazione è una delle più personali.

Lidia De Federicis (L'Indice dei Libri) 

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"Immaginar per verba si poria"

Post n°419 pubblicato il 27 Febbraio 2010 da VincenzoAiello68
 
Foto di VincenzoAiello68

Questo “Un napoletano a Hollywood (pagg. 144, euro 12; Pironti)” esordio letterario del produttore, regista, attore napoletano, Ciro Ippolito, potrebbe essere catalogato a prima vista come l’ennesimo backstage di una vita cinematograficamente eccezionale, un format narrativo da fiction generalista. In realtà nella descrizione-ricordo della vita di Ippolito, un ragazzo della Duchesca, figlio di una famiglia di impresari teatrali che facevano feste di piazza e sceneggiate, si dà conto della sua impresa di come sia poi divenuto uno dei produttori più innovativi: dal genere comico-demenziale con Arrapaho; alle antesignane fiction generaliste internazionali con”Donna d’onore” e “Disperatamente Giulia”; al Suo capolavoro “Palla di neve”; al teatro sperimentale e colto di Leopoldo Mastelloni. Ma sono tre le considerazioni che vanno fatte su questo libro: la prima riguarda la lingua che è fortunosamente (?) lieve e pratica come le invenzioni del protagonista che nel 1972 riesce a procurare al Roberto Rossellini che gira a Pompei, un intero corpo di marines per farne la cornice dell’Ippona natale di S. Agostino.  La seconda concerne l’immenso campionario di artisti (una giovane e non ancora famosa Julia Roberts), impresari (il mitico Lombardo della Titanus), sceneggiatori (Ennio De Concini, Age); registi (Enrico Maria Salerno, Nichetti), etc., che l’abilità partenopea – sfruttando la sua abilità immaginativa e non la tanta vituperata scaltrezza -, di Ippolito riesce farsi compagni di strada. La terza caratteristica di questo testo è che fa letteralmente morire dal ridere e di questi tempi solo questa peculiarità varrebbe il prezzo di copertina. Immaginatevi Mimì Rea che in un ristorante romano come “Il bolognese” inanelli il suo famoso linguaggio fatto di verbi sessuali da vampata di rossore per l’uditorio scelto del luogo…Come se la cava Ippolito? Leggete di questo cavallo di troia, degno del migliore Totò di Steno. Come riesce il nostro pigmalione ad assicurarsi per una cifra inusitata i diritti dei films tratti dai libri di Wilbur Smith, letteralmente “fottendo” le major americane? C’è tutta la verve di questa commedia dell’arte italiana, che poi è quella che fa rima con la vita e l’invenzione di vivere. Come quando costringono un infermiere del Cardarelli a fare da controfigura di Merola per delle scene al Porto. Come quando…

Vincenzo Aiello

 
 
 
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