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WILD WORLD

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L’ego e le sue molteplici forme - 4 - “Idealizzazione e delusione”

Post n°140 pubblicato il 04 Luglio 2017 da wild.joe
 

Il mio amico, la mia donna, il mio compagno, mia moglie, mio marito, i miei figli, la mia famiglia, i miei genitori. Semplici parole precedute da uno dei vari aggettivi possessivi utilizzati dagli esseri umani. Nel linguaggio comune utilizzato da noi tutti, infatti, collocare l'aggettivo mio davanti ad una qualunque delle parole appena menzionate è normale e serve ad indicare il rapporto che intercorre tra noi e l'altra persona - o le altre persone - di cui si sta parlando ad un interlocutore. Anche quando presentiamo qualcuno ad un nostro conoscente usiamo dire "questa è mia moglie" oppure "questo è mio padre". Fin qui nessun problema. Ma molti uomini e molte donne non riescono ad astrarsi da quel mio, finendo col dargli un peso eccessivo. Ecco che quel mio entra a far parte della già vasta serie di convinzioni inconsce che l'essere umano crea in se stesso durante la propria vita. Così arriva a credere - per quanto sia logico comprendere che non è possibile - che quella determinata persona gli appartenga, ritenendola di fatto una sua proprietà. Quindi quel mio marito, mia figlia, mia compagna, mio padre, mio amico, vengono plasmati col tempo nei desideri e nei bisogni del loro ipotetico proprietario arrivando ad idealizzare una persona in base appunto ai propri desideri, alle proprie esigenze e alle proprie aspettative. A molte persone, ad esempio, capita di scegliere il proprio marito o la propria moglie per determinate caratteristiche che contraddistinguono quello specifico individuo da migliaia di altri individui. Ma quante volte capita che, in realtà, quelle caratteristiche non corrispondano completamente a ciò che si era intravisto nell'altro? Quante volte può accadere che si tratti più di nostre aspettative riflesse nell'altro che non di veri lati del suo carattere? E quante volte può succedere che, col passare del tempo, l'altro cambi lentamente idee, punti di vista, atteggiamenti, tanto da trasformare - almeno in parte - la propria personalità? A questo punto può succedere che la persona inconsciamente convinta di possedere l'altro giunga improvvisamente ad un brusco risveglio segnato quasi sempre da una delusione che porterà ad una delle seguenti possibili esternazioni: "Sei mia moglie, non puoi comportarti in questo modo", "Sei mio padre - o mia madre -, da te mi aspetto attenzioni", "Sei mio figlio, da te mi aspetto rispetto ed obbedienza", "Sei mio amico, da te non mi aspettavo un comportamento del genere". Esempi come questi ed altri ancora possono aiutarci a comprendere quanto questo meccanismo di possesso/bisogno ed appartenenza/dipendenza sia radicato nella grande maggioranza della specie umana. E tutto ciò conduce quasi sempre la persona delusa a convincersi che la causa della delusione provata sia l'atteggiamento, la scelta o il diverso punto di vista dell'altro. Pensare che l'altro sia mio amico, mio marito, mia madre, mia moglie, ecc, ha indotto il possessore ad instaurare un rapporto basato sul bisogno dell'altro, creando un attaccamento tale da ferirlo profondamente nel preciso istante in cui l'altro dirà o farà qualcosa che non ci si aspettava facesse. E il restare negativamente sorpresi dall'inaspettata decisione e azione dell'altro è la chiara prova dell'aver idealizzato quella persona secondo il proprio punto di vista soggettivo. Inoltre sta ad indicare anche il restare fermi nelle proprie posizioni, nei propri schemi mentali, nei propri punti di vista rigidi e statici, ristagnando in una vita monotona, priva di reazioni costruttive agli stimoli delle altre vite che gli orbitano intorno, evitando spunti di riflessione ed eventuali cambiamenti interiori indispensabili al proprio rinnovamento e al proprio miglioramento. Del resto si sa quanto sia più facile e comodo ritenere sempre e comunque gli altri responsabili delle nostre sofferenze. Il cambiamento degli altri, il loro allontanarsi da noi - per un motivo strettamente personale o per un motivo legato a noi - o il loro pensare ed agire in modo opposto al nostro viene letto quasi sempre come un tradimento della fiducia che avevamo riposto in loro, seguito dalla classica sensazione di abbandono. Quando questo avviene forse sarebbe il caso di smettere di guardare l'altro ed iniziare ad osservare noi stessi, nel tentativo di individuare il bambino dentro di noi che scalcia e piange, riportando a galla situazioni e sensazioni irrisolte. Ma per fare ciò occorrono anni di esercizio, di attenzione rivolta a se stessi, alle proprie azioni e soprattutto alle proprie reazioni, che sono di fatto una nostra scelta diretta slegata dalle azioni indirizzate a noi da altre persone, e quindi gestibili da un punto di vista emotivo e logico. Purtroppo per molti è difficile divenire consapevoli di essere gli unici padroni del proprio destino, della propria vita e delle proprie azioni e reazioni, tanto da trattenerli legati al peso della loro incapacità di comprendere ed accettare che le persone al di fuori di loro, qualunque ruolo rivestano, hanno il diritto di vivere liberamente la propria esistenza, fatta di esperienze, idee, punti di vista e cambiamenti. Finché non giungeranno a questa semplice conclusione non riusciranno a liberarsi dai nodi troppo stretti che la loro idea di legame ha generato, imprigionandoli in un loop fatto di avvenimenti che si ripetono ciclicamente, portandoli sempre alla stessa conclusione e, se percepiti sempre nella medesima maniera, allo stesso tipo di delusione e sofferenza che non riusciranno a gestire e superare, finendo nuovamente per etichettare l'altra persona come responsabile della loro delusione.

 
 
 

L'ego e le sue molteplici forme - 3 - "Attaccamento e dipendenze"

Post n°139 pubblicato il 22 Giugno 2017 da wild.joe
 

Da quando veniamo al mondo siamo letteralmente bombardati da informazioni. Centinaia, migliaia di informazioni all’anno che ci portano a strutturare in noi stessi una tale complessità di pensieri ed idee non realmente nostre tanto da arrivare spesso a non sapere chi siamo in realtà. E molte di queste informazioni, molti di questi input ripetuti forzatamente dagli altri e – se presi dogmaticamente per buoni – da noi, divengono dei veri e propri mantra negativi che ci portano nel tempo a crearci convinzioni, forme di dipendenza e come risultato, l’attaccamento che ci renderà schiavi di un’idea falsata. Uno dei tanti temi che potrei prendere ad esempio è il calcio. Un bambino nasce e cresce nei primi suoi sei-sette anni di vita bombardato da un’informazione diretta proveniente da uno dei due genitori: “Tu sei romanista (o laziale, o milanista, o juventino, o altro) come me. Noi tifiamo per la Roma!”. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, almeno all’apparenza. Ma se andiamo ad analizzare meglio la questione, probabilmente potrete accorgervi di alcuni dettagli.

1 Il bambino non ha una reale possibilità di scelta. Potrebbe non avere in simpatia i colori di quella squadra e preferirgli quindi un’altra maglia. Oppure potrebbe essere poco interessato al calcio tifato, semplicemente perché a quell’età si è presi da altro. Ma, nella maggior parte dei casi, essendo attaccato alla figura genitoriale, seguirà l’esempio creandosi una dipendenza per emulazione.

2 Crescendo con la convinzione di tifare per una certa squadra, inizierà ad entrare in competizione con altri suoi coetanei che sostengono squadre avversarie, entrando nel meccanismo del confronto* e creando lo scontro tra fazioni opposte.

3 Questo stesso far parte di un gruppo di tifosi si rispecchierà più in là in altri settori, quando, cresciuto abbastanza da interessarsi alle questioni sociali e politiche del proprio paese, metterà in moto lo stesso meccanismo di aggregazione e partecipazione ad un gruppo che va contro un altro gruppo. Anche in questo caso, l’appartenenza ad un ideale e ad uno schieramento politico sarà stata influenzata dal comportamento della famiglia e dalle informazioni recepite nell’ambiente scolastico. Ed anche in questo caso, senza rendersene minimamente conto, sarà entrato a far parte del grande gioco che crea disunione e spaccature tra gli esseri umani, concentrati maggiormente sull’aver ragione riguardo il valore e la supremazia della propria squadra o del proprio ideale politico (gestito ed indirizzato spesso in maniera mirata dai discorsi e dalle scelte di un gruppo ristretto di uomini al potere).

4 Tutto ciò lo porterà ad una parziale – o totale – incapacità di essere completo da sé, di saper bastare a se stesso – pur facendo parte di una collettività – e di saper attingere al proprio intuito e al proprio intelletto, divenendo succube di un sistema sociale che rende le persone meno attente schiave e bisognose di appartenere a qualcosa di apparentemente più grande.

Grazie a questa meravigliosa vetrina che è internet, con i suoi social network, i suoi blog, i suoi siti, ecc (che, in quanto semplici e stupidi mezzi di comunicazione, non sono responsabili delle nostre azioni), ho potuto notare negli anni un elevato numero di persone incastrate in questo meccanismo di divisione delle masse. Allo stesso modo che per una squadra di calcio o un partito politico, ho visto persone che si ritengono educate, rispettose, civili, sveglie, acculturate, intelligenti, e in certi casi “spirituali”, attaccarsi tra loro, sputare sentenze, accuse, offese, diffamazioni, calunnie e quant’altro di peggio si possa fare, per difendere il cantante, l’attore, il politico, o lo sportivo preferito attaccato da un suo collega o da persone nel web. E tutto ciò nascondendosi spesso dietro alla scusa dello sfottò, dell’umorismo, della goliardia.
Vedo ancora oggi persone che conosco in carne ed ossa e con le quali ho condiviso lunghi periodi della mia vita (anche vari anni) parlare di calma, serenità, rispetto, amore, spiritualità, finendo un attimo dopo il post o il commento poetico e filosofico, col pubblicare derisioni, commenti, critiche e giudizi su tutto e tutti, in base al giorno e al momento, lamentandosi spesso dello smodato uso di pubblicare selfie da parte di ragazzi o donne, senza rendersi conto di stare loro stessi almeno una volta al giorno davanti ad uno specchio con lo smartphone in mano.
Vedo persone che utilizzano un qualche tipo di tecnica meditativa sputare veleno perché qualcun altro ha criticato ed attaccato loro prima (e meditate pure? Personalmente ho deciso di non sprecare tempo a fare Ommmm, se poi me devo incazza’).
Vedo gente che parla di distacco dalle cose materiali giudicare chi veste in questo o quell’altro modo. Vedo perfino gente interessata alla spiritualità scontrarsi su quale sia la migliore tecnica, la miglior meditazione, la filosofia più vicina alla verità.
E come accade in questi ultimi tempi, vedo gente offendersi per la questione dei vaccini, sostenendo in fazioni opposte la teoria della loro responsabilità per la formazione di malattie e disturbi gravi come l’autismo, o della loro assoluta e totale sicurezza medico-scientifica, senza soffermarsi a chiedersi quanto ne sanno in realtà, quanto siano vere le informazioni ufficiali che ci vengono fornite, preferendo l’inutilità dello scontro all’utilità di una possibile unione al fine di cercare una verità oggettiva che sistemi in modo concreto e definitivo questo caos di disinformazione e – forse – di manipolazione dell’informazione.
Ogni cosa appena menzionata – e tante altre che potrebbero entrare di diritto in questo breve elenco – fanno parte di quel sistema formatosi su forme di attaccamento e dipendenza. Ovviamente quello che rimane ben saldo al primo posto riguarda i rapporti interpersonali di amicizia, di coppia o di parentela che siano.
A sentir parlare le persone, tutti vogliono essere liberi. Ma liberi da cosa? O da chi? Da un lavoro opprimente? Da una famiglia demoralizzante e anaffettiva? Da un genitore troppo rigido? Da un figlio ingrato? O da una moglie o un compagno gelosi e possessivi? Qualunque sia la cosa o la/e persona/e da cui vorreste essere liberi, vi chiedo: come potete diventare liberi se non siete liberi da voi stessi? Se siete schiavi dell’attaccamento verso i vostri familiari, verso i vostri amici, verso il vostro coniuge o compagno, che loro siano perfetti o imperfetti nei vostri confronti non cambia, perché di fatto non siete loro schiavi ma schiavi dell’idea che avete di loro – e di voi stessi – e del bisogno di dipendere dagli altri causato sempre e solo dalla vostra paura della solitudine e dal bisogno di ricevere da qualcuno la vostra dose di stima, amicizia, affetto, amore. Se siete tossici di questi bisogni, senza rendervi conto che è già tutto dentro di voi, che gli altri all’esterno non vi servono ma che sono lì – come voi ci siete per loro – per vivere scambiando esperienze utili alla vostra crescita indirizzata al sano distacco da tutto ciò che è esterno, attingendo alla vostra forza interiore, come potrete diventare liberi?
Mi rivolgo ai cosiddetti “ricercatori spirituali” (per mia fortuna non lo sono, perché non c’è nulla da cercare, c’è solo bisogno di iniziare a percepire): come potete fare meditazione yoga, o meditazione con la spada, o meditazione a cavacecio de ‘n lama – animale o monaco tibetano, fate voi –, sostenere che lo Shiatsu sia migliore dell’agopuntura o del Reiki, e altre cose del genere, se dopo essere usciti dal centro di meditazione tornate a casa e lungo il tragitto vi incazzate per un motivo qualunque? O se magari vi incazzate proprio dentro casa vostra? Come potrete diventare liberi se non sciogliete i vincoli mentali che vi legano ai vostri cari ed amici vari, facendovi di fatto essere dipendenti da loro? Come potrete vivere serenamente ed esseri liberi se ogni volta che muore qualcuno a voi caro entrate in depressione? E questa tanto decantata spiritualità? Questa teoria della reincarnazione? Questo essere forme di coscienza energetico-spirituali che non muoiono ma mutano forma? Per dirla terra terra, de che stamo a parla’?
Volete vivere serenamente ed essere liberi veramente? Iniziate il cammino dentro voi stessi che vi porterà a distaccarvi da ogni forma di dipendenza (sì, pure il tifo per una squadra di calcio o l’appartenenza ad un’ideologia politica) e, se possibile, evitate di educare/inculcare in altri le vostre convinzioni. 

N.B. *sul confronto ci tornerò in maniera più dettagliata con il prossimo post (se vi interessa, altrimenti ciccia al culo).         

 
 
 

L’ego e le sue molteplici forme - 2 - “Le ideologie”

Post n°138 pubblicato il 22 Maggio 2017 da wild.joe
 

Machismo, Maschilismo, Femminismo, Fascismo, Comunismo, Patriottismo... Tutte parole che terminano per "ismo". Tutte ideologie vecchie e logore che resistono al tempo, alle guerre, agli scontri sociali, a causa dell'enorme difficoltà dimostrata dalla razza umana; la difficoltà a mantenere impressi nella mente gli insegnamenti appresi nel corso della storia di questo pianeta. La difficoltà a sconfiggere l'ego, preferendo seguire ancora ideologie e bassi istinti che portano da sempre a tentare di prevalere sugli altri, creando spaccature nel genere umano, dividendolo in gruppi, classificazioni sociali, fazioni politiche, popoli e "razze". E così, uomini e donne, continuano ad auto convincersi da secoli che un ideale sia migliore di un altro, continuando a farsi la guerra in un interminabile gioco al massacro psicologico, morale e fisico.
Machismo, Maschilismo, Femminismo, Fascismo, Comunismo, Patriottismo... Tutte parole che fanno rima con pessimismo, vittimismo, pressappochismo, razzismo, quest'ultimo generato proprio dal seguire in modo ferreo e troppo convinto un'ideologia.
Queste ideologie, queste parole, questi "ismo" non mi piacciono e non li seguo. Alle ideologie che derivano da altri e che creano convinzioni sociali, preferisco le idee generate da mie personali intuizioni. E voi? Siete ancora convinti che uno qualunque di questi "ismo" sia migliore degli altri? Fossi in voi (tutti) ci rifletterei a lungo, da soli, in silenzio, meditando a fondo.

 
 
 

L’ego e le sue molteplici forme

Post n°137 pubblicato il 21 Marzo 2017 da wild.joe
 

Oggi mi sono ritrovato a leggere una frase contenuta in una delle tante immagini che girano su Facebook. La frase diceva: Chi perdona ha una forza estremamente inumana. Chi ti perdona ti ha voluto davvero bene. Il perdono significa «Il mio amore era più grande dei tuoi sbagli». In un primo momento mi è sembrata una riflessione semplice ed innocua, perfino giusta. Ma qualcosa ha iniziato a muoversi nella mia mente, una riflessione istintiva ha preso forma in pochi minuti, permettendomi di notare un dettaglio molto importante. La mia attenzione si è concentrata su questa frase: Il perdono significa «Il mio amore era più grande dei tuoi sbagli». All'apparenza potrebbe sembrare una frase poetica, una di quelle che sottolinea una scelta ed una conseguente azione, rendendo, agli occhi degli altri, nobile colui o colei che l'ha messa in atto. Ma quando qualcosa - un'idea, una frase, un atteggiamento - tende a sottolineare un qualche dettaglio, spesso lo fa cadendo nella classica trappola dell'ego. Per come la vedo io, chiunque sostenga che il proprio amore è più grande degli sbagli altrui sta ammettendo inconsciamente di essere migliore della persona che ha commesso un errore nei suoi confronti, che il suo amore è tale da superare gli errori e le "cattiverie" delle altre persone. Ma questo è amore? È veramente amore? Io credo sia semplicemente ego mascherato da amore apparente. Se fosse amore, la persona in questione non partirebbe dal concetto di perdonare gli altri perché il suo amore è più grande degli sbagli commessi nei suoi confronti, ma si limiterebbe a perdonare semplicemente per liberare se stessa dalla rabbia e dal risentimento nati dalla sofferenza provata. Il perdono, infatti, non dovrebbe essere visto come un'azione nobile, un qualcosa da elargire agli altri meno bravi e buoni di noi. Il perdono è un alleggerire se stessi dal dolore e liberare gli altri - e noi stessi - dalla nostra rabbia e dal nostro giudizio. Se invece chi perdona lo fa per sentirsi migliore degli altri, per sentirsi più buono e "caritatevole", finisce solamente per cadere vittima del proprio ego e del suo bisogno di far sentire l'altra persona inferiore. Perciò, quando pensieri come questo attraversano la nostra mente o quando ci imbattiamo in frasi come questa su internet o pronunciate da altri, riflettiamo a fondo con attenzione per renderci conto delle reali motivazioni nascoste dietro ad una azione, evitando di ingannare noi stessi. 

 

 

 
 
 

Per essere felici, basta essere.

Post n°136 pubblicato il 19 Marzo 2017 da wild.joe
 

Dopo più di un anno di assenza dalle pagine di questo blog, un anno vissuto tra varie difficoltà, scelte da prendere, cambiamenti importanti e la recente morte di mio padre, torno a scrivere un nuovo breve post, semplicemente per ribadire un concetto affrontato altre volte in passato...


Credo che la felicità sia uno stato dell'essere. Sono, esisto, e questo mi basta per essere felice, perché esistendo nel pieno possesso della mia libertà posso essere tutto ciò che voglio, sperimentando la vita. E questa idea mi rende sereno interiormente. Una volta - molti anni fa - cercavo di creare attimi di felicità con i quali intervallare la tristezza e la rabbia che avevo dentro, ora invece ogni tanto capitano brevi momenti di tristezza e accenni di rabbia - molto più facili da gestire e lasciar andare in poco tempo - che tentano di creare scompiglio nel mio essere serenamente e felicemente consapevole che sono felice di sapere chi sono e in quale direzione devo andare per realizzare ciò che voglio. Ma si può - e si "deve" - sempre migliorare lavorando su se stessi. 

Per aspera ad astra. 

 

 

 
 
 
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