Non le aveva mai fatto paura.
Il mare era amico, anche quando profondo e nero, anche quando schiumava dal limite della spiaggia, fin sull’asfalto. In quelle giornate dove dalla finestra si indovinava subito l’umore mensile, i cinque giorni di capriccio e creste, di blu carico che si mangiava l’orizzonte.
Ma il mare era amico; la prendeva in groppa, bastava saltare sull’onda al momento giusto, e poi rapida a riva, rotolando in quel biancare candido.
Quand’era calmo, era bello starsene sott’acqua, volteggiando avvitandosi e salendo in rovesciata rispetto alle nuvole oltre il pelo dell’acqua, su su fino a toccare il fondo, le piccole dune di sabbia incantate con un dito; poi girarsi, risalire e lasciarsi spingere dal proprio peso, per saltar fuori come un tappo dalla bottiglia, plop, fuori nell’aria in un tuffo al rovescio.
Ma c’era silenzio, sotto, e strani rumori dentro al silenzio, che non lo rompevano, piuttosto vi s’agitavano dentro; come sabbia dentro dell’acqua in una bottiglia di vetro.
Sembrava di sentir qualcuno camminare sul fondo; il rombo del motore di una barca, sordo, a levare la testa veniva da un puntino bianco, là in fondo; allora, chissà chi camminava, lassotto, e dove: se andavi sempre dritto, saresti arrivato in Spagna, o forse fin allo stretto di Gibilterra: le Colonne d’Ercole.
In barca, a notte, si vedeva il mare brillare; e non avresti avuto paura, di cadere dentro al brillìo. Il mare era amico; gioia, pura, e azzurra, e piena.
Ma doveva arrivare un giorno in cui, come accadeva sempre più spesso, nell’acqua inquieta d’un verde giallastro galleggiassero buste, e immondizie e bottiglie e cartacce; grandi ragni arancione poco più a sud avevano scavato il fondo, e si bevevano il mare, e lo sputavano indietro malato e sporco.
Un pallone, dalla spiaggia, finì in un calcio al largo; si gettò a riprenderlo.
Tra le buste di plastica, una, cerulea e grande e piena d’acqua nuotava più giù; le si avviluppò al braccio, immensa e morta, e voleva trascinarla al fondo, staccarglielo quel braccio: mentre glielo trafiggeva con cento pungiglioni di vespe blu. Emise un grido, bianco di schiuma.
Aggrappata al pallone come fosse stato l’ultimo pezzo di terra rimasto in un mare perenne, guardava con orrore il suo braccio prigioniero, tra le spire della medusa. Qualcuno si tuffò a riprenderla in terra, che già beveva acqua, tra lacrime, non di paura; ma di rabbia.
Sulla spiaggia, imbozzolata in un telo troppo grande, i capelli zuppi sugli occhi bagnati, se ne sta ancora a guardare il braccio, nero e gonfio ed estraneo, e il mare, che l’ha tradita.
(Quando ci tradisce il mare. Quando ci tradisce la terra, la nostra Terra. Quando ci tradiscono i luoghi più cari, e fidi. Quando ci tradisce tutto quel che ci era sembrato la Casa.)
Inviato da: sofiaa7
il 27/05/2012 alle 14:50
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