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Libri, articoli e altro di Andrea e Daniela

 

I NOSTRI LIBRI

- LE FAMIGLIE PIU' MALVAGIE DELLA STORIA (dal 1° dicembre 2011 in libreria)

 

 

- 101 personaggi che hanno fatto grande Milano (2010)

 

- Il grande libro dei misteri di Milano risolti e irrisolti (2006, III edizione)


- Milano criminale (2005,  esaurito)

Per maggiori dettagli, vai al Tag Libri e pubblicazioni

 

I LIBRI DI DANIELA

- Le grandi donne di Milano (2007, II edizione)

  

- L'eterno ritorno, un pensiero tra "visione ed enigma" (2005)

 

I LIBRI DI ANDREA

- Bande criminali (2009)

 

 

- I grandi delitti italiani risolti  o irrisolti (2005, esaurito)

 


- La sanguinosa storia dei serial killer (2003, esaurito)

 

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Presentazione del libro di Anna Accorsi I pensieri della vita

Post n°1259 pubblicato il 09 Febbraio 2012 da accorsiferro
Foto di accorsiferro

Oggi, venerdì 10 febbraio, la parrocchia Santa Teresa del Buon Gesù di Legnano (Mi) organizza una serata per la presentazione del libro I pensieri della vita di Anna Accorsi (editrice Monti, pp. 72, euro 10). Una serata per conoscere un aspetto diverso, molto personale, della dottoressa Accorsi, stimata professionista nella cura e nell'assistenza ai bambini disabili gravi, prematuramente scomparsa nel 2002. La serata intende offrire un'occasione per reincontrarla, in un modo particolare, come donna, moglie, madre (del carmelitano Padre Fausto Lincio, che interverrà come curatore del libro insieme alla pedagogista Annalisa Borsani).
L'iniziativa si inserisce nell'ambito degli appuntamenti programmati per la Festa della famiglia e, in considerazione del servizio come neuropsichiatra svolto da Anna Accorsi, soprattutto per la Festa della vita e per la Giornata internazionale del malato che si celebrano in questo periodo.
Appuntamento alle ore 21 nel salone parrocchiale in piazza Monte Grappa 1 a Legnano. Saranno disponibili copie del libro e letti alcuni brani.

 
 
 

Cara Camusso, il Nord può benissimo farcela da solo

Post n°1258 pubblicato il 07 Febbraio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il vice presidente della Lombardia, Andrea Gibelli, replica al segretario generale della Cgil («l’area più ricca del Paese ha gli stessi problemi di tutto il Paese»): «Basta stereotipi, guardiamo all’estero. Così le nostre aziende aggirano la crisi»

di Andrea Accorsi

Vice presidente Gibelli, come risponde alla Camusso secondo la quale la crisi dimostra che il Nord non può farcela da solo?
«La Camusso evidentemente ha una visione che non tiene conto della realtà - risponde Andrea Gibelli, vice presidente della Giunta regionale lombarda e assessore all’Industria e artigianato della Regione Lombardia -. Il Nord più che guardare al resto dell’Italia guarda al resto dell’Europa, a quelle regioni europee che rappresentano i sistemi produttivi che vogliono contribuire alla strategia europea di sviluppo basata sulla competitività e su piani industriali estranei a logiche finanziarie».
Quella del segretario Cgil è dunque una visione superata?
«Bisogna uscire dallo stereotipo dei problemi da risolvere solo all’interno dell’Italia. Mi spiace che la Camusso insista nel sostenere che il Nord deve restare dentro non so che cosa, dicendo che altrimenti non ce la farà. E questo vale anche per le possibilità di rilanciare l’occupazione: sicuramente, se il Nord guarda e rimane dentro il contesto italiano, il futuro è nero».
La sua critica è supportata da fatti concreti?
«Tutti i dati sono in controtendenza con quello che dice il segretario Cgil. Il nostro export va verso l’estero, le tasse vanno allo Stato che non dà niente in cambio. Le sue frasi non si addicono a chi dovrebbe sostenere l’occupazione».
Alla mancanza di sostegno dello Stato provvedete voi come Regione: è di ieri l’annuncio di un nuovo bando di voucher da oltre 5 milioni di euro per l’internazionalizzazione delle micro, piccole e medie imprese lombarde...
«Noi continuiamo a pensare che occorre sostenere quelle imprese che prima erano nella impossibilità di intercettare la domanda del cosiddetto “made in Italy by Lombardia” proveniente soprattutto dai Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina, nda). Così possono rispondere meglio alla situazione di crisi».
...crisi che evidentemente non c’è dappertutto. È così?
«Fuori dal contesto italiano, la parola crisi non esiste. Chi va su quei mercati ha grandi soddisfazioni e noi li accompagniamo con un percorso di internazionalizzazione. Quindi il Nord, con buona pace della Camusso, ce la fa eccome perché rappresenta il 29% delle esportazioni a prescindere dal contesto nazionale».
Sembra quasi che “internazionalizzazione” sia l’opposto di “crisi”.
«Fra le aziende che monitoriamo, quelle che hanno fino al 70% delle vendite sul mercato estero non soffrono la crisi, quelle a cavallo del 50% ne mostrano qualche segno mentre le aziende sotto il 50% sono in crisi».
Qual è la richiesta più pressante delle aziende che riscontra nel corso degli incontri del suo “assessorato itinerante”?
«Tutte chiedono una riduzione delle imposte. Lo chiedevano al governo Berlusconi e oggi siamo addirittura a commentare un dato in controtendenza, cioè siamo nella situazione di diminuire ancora il livello di competitività delle nostre imprese».
In definitiva, i dati sull’economia nazionale sono sempre la somma di situazioni locali molto differenti?
«Se il Nord fosse indipendente non avrebbe nessun problema ad affrontare la crisi, sia per quanto riguarda il debito sia per la competitività. Lo abbiamo dimostrato anche sabato al Parlamento della Padania: i Laender tedeschi e le regioni francesi ci cercano come partner nell’euroregione perché vedono in noi un grande potenziale di collaborazione. Anche nei confronti con consoli e ambasciatori constatiamo come guardino più alla Lombardia che a una “regione italiana” e come siano molto interessati al nostro sistema produttivo e agli strumenti messi a disposizione dalla Regione per le imprese piuttosto che al “sistema Italia”. Insomma, se una delegazione straniera viene in Italia per fare affari passa in Lombardia, non da Roma».

dalla Padania del 7.2.12

 
 
 

Accorsi ospite di TelePadania

Post n°1257 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da accorsiferro
Foto di accorsiferro

Mercoledì 1° febbraio Andrea Accorsi è
stato ospite su TelePadania del programma
"Da Nord a Nord" condotto dal giornalista
Fabio Pasini per presentare il suo ultimo
libro, Le famiglie più malvagie della storia,
scritto insieme a Daniela Ferro (Newton
Compton, pp. 384, euro 9,90).
Guarda la trasmissione al seguente link:
http://telepadania.portals.twww.tv/video/5880b8935366deef1c9b3dc4521a93ff.html.

 

 
 
 

La monotonia dorata dei boiardi

Post n°1255 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Sono pagati una fortuna. Se fanno bene, ricevono un premio, altrimenti ricevono un altro incarico. Il governo finge di dimenticare il trattamento superprivilegiato della casta che nessuno “scaccia” mai

Sarà anche monotono. Eppure chi ce l’ha, il posto fisso, si guarda bene dal rinunciarvi. Un po’ come alla ricchezza. Dicono: il denaro non fa la felicità. Però nessuno si sogna di disfarsene. Rincarano: non si può avere un posto fisso per tutta la vita, che tra l’altro è di una monotonia... Eppure chi siede su una poltrona vitalizia, o quasi, ci si attacca col mastice. Specie se comporta retribuzioni da favola oltre a una cascata di bonus, contributi, benefit e agevolazioni di ogni genere.
Prendete la casta dei boiardi: manager pubblici strapagati per gestire questo o quel carrozzone di Stato. Che lo facciano bene o lo facciano male, il loro lavoro è l’opposto della flessibilità invocata da Monti: al posto che hanno non rinuncerebbero mai. Salvo, si capisce, un altro posto almeno di pari livello, a cominciare dalla retribuzione. Tanto, a pagare siamo noi. Che dobbiamo pure tirare la cinghia per garantirgli stipendi da favola. Il tutto indipendentemente dai risultati che sapranno ottenere, e quindi dai loro successi o fallimenti.
Un bel modo di lavorare, non c’è che dire. Sei pagato una fortuna. Se fai bene, ti becchi anche un sontuoso premio di produzione. Se invece la tua gestione è indifendibile, ti collocano subito da un’altra parte. E puoi ricominciare. Senza contare che molti membri di cda e “stanze dei bottoni” ambitissime si dividono fra queste e altri lavori, che ovviamente comportano altri stipendi. È il caso di molti “esperti” cari al governo dei professori - molti di loro ne fanno parte - che sono titolari di cattedre o di studi professionali attraverso i quali svolgono consulenze private. Ci sono giudici che indossano la toga poche ore al mese per poi dedicarsi a lezioni universitarie, seminari, convegni, consulenze per qualsiasi bisogna. Sommando così lo stipendio alle retribuzioni per le loro, chiamiamole così, prestazioni più o meno occasionali. Che pacchia, intendere in questo modo il “posto fisso”.
In Italia lavorano a queste condizioni a centinaia fra presidenti, amministratori delegati, supermanager, consulenti. Tutti pubblici. Qualche giorno fa il nostro giornale ne ha pubblicato una (breve) lista, con incarico e stipendio, che vi riproponiamo. Sono tanti e sono pochi: nel senso che generano un costo esagerato per le casse dello Stato, ma si tratta di una ristretta casta di privilegiati. Il governo, a parole, voleva metterci mano per frenare sprechi e abusi. Ha buttato lì un tetto ai salari dei dirigenti pubblici. È finita con una postilla in base alla quale le retribuzioni dei manager pubblici non possono superare il trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione, pari a 311 mila euro all’anno. Fatta la legge, subito trovato l’inganno: la legge può non applicarsi (traduzione: non sarà mai applicata) per le “posizioni apicali”, ovvero per i vertici aziendali. Una soluzione gattopardesca, che lascia intatti tutti i privilegi dei Paperoni di Stato. Compreso quello di non restare mai, di fatto, senza lavoro. Alla faccia dei disoccupati. E di chi, il posto fisso, lo rincorre tutta la vita come un miraggio. Per buona pace di Monti. Che, detto per inciso, è senatore a vita. Più fisso di così...

A. A.

dalla "Padania" del 3.2.12

 
 
 

MA LORO NO I monopoli intoccabili

Post n°1254 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Le liberalizzazioni annunciate dal governo non possono limitarsi a tassisti, edicole e farmacie. Nel campo strategico dell’energia annunciata la separazione di Eni da Snam Rete Gas

di Andrea Accorsi

Tassisti e farmacie sì, ma guai a toccare i grandi interessi. Il totem delle liberalizzazioni annunciate dal governo come un toccasana è un Giano bifronte che parte dal basso ma si guarda bene dall’arrivare a lambire i vertici del potere economico, quelle lobby estremamente ristrette e altrettanto potenti che da sempre dettano legge a scapito dei cittadini utenti clienti peones.
Si rimettono in discussione gli annosi privilegi di alcuni ordini professionali, si riscrive la lista di quello che venderanno le edicole. Ma per una vera e completa apertura del mercato bisognerebbe intervenire in tutti i settori, anche e soprattutto in quelli più protetti come banche, assicurazioni, petrolio. In tema di energia, è di ieri la conferma della separazione proprietaria dell’intera Snam Rete Gas da Eni: lo prevede la bozza del decreto legge sulle liberalizzazioni. Il decreto del presidente del consiglio, si legge nell’articolo 18 del dl, sarà emanato «entro sei mesi dalla data di entrata in vigore». E sarà una piccola, grande rivoluzione.
Già perché in Italia, fino ad oggi, distribuzione e vendita del gas sono concentrati nelle stesse mani, quelle di Eni. Mentre ormai da anni non avviene lo stesso con l’energia elettrica, come pure con la telefonia. Certo, il trip liberalizzatore non deve tradursi per l’Italia in una svendita dei suoi monopoli statali. Tanto preziosi quanto redditizi.
Le stesse Germania e Francia che dettano legge ben al di fuori dei loro confini nazionali, non si sono mai liberate dei rispettivi monopoli statali, anzi hanno liberalizzato assai poco. In Francia, ad esempio, il monopolio pubblico è praticamente assoluto nel settore energetico, con una quota pari all’84 per cento del mercato. Eppure Oltralpe l’energia costa un terzo rispetto all’Italia, dove le liberalizzazioni in questo settore sono già state avviate. E senza vantaggi sostanziosi per gli utenti, si tratti di privati come di imprese.
«Dalla prima ondata di liberalizzazioni del 2006, con le famose “lenzuolate” di Bersani, sono passati solo sei anni, che sembrano però secoli - rileva Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni -. Il contesto economico, politico e sociale è cambiato radicalmente». Figuriamoci dal lontano 1999, anno della liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, come da direttive europee.
Nel mercato elettrico dunque la liberalizzazione è già molto avanzata. La rete di trasmissione dell’alta tensione (in buona parte prodotta all’estero) è stata scorporata da Enel e affidata in gestione a Terna. Terminali della rete sono ben 270 operatori che distribuiscono l’energia elettrica sul territorio, la maggior parte in ambiti geografici assai limitati.
Qualcosa di simile avviene con la telefonia: Telecom gestisce in monopolio la rete mentre numerosi operatori “dell’ultimo chilometro” offrono agli utenti contratti di utenza alternativi. E lo stesso accade con la distribuzione del gas, dove però la grande “dorsale” di distribuzione è rimasta finora all’ex monopolista, Eni. La societè del “cane a sei zampe” comprende Snam Rete Gas (gasdotti), Stogit (stoccaggi), Italgas (vendita) e Gnl Italia (rigassificatori). Ma ora anche qui, con la separazione tra Eni e Snam Rg, si avvierà lo sviluppo di un sistema concorrenziale che comprenda una molteplicità di attori sull’esempio della rete elettrica. Il dl sulle liberalizzazioni, ha precisato il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, riguarderà «non solo la rete gas ma l’intera holding Snam».

dalla "Padania" del 21.1.12

 
 
 

Accorsi questa sera ospite di "Da Nord a Nord"

Post n°1253 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da accorsiferro
Foto di accorsiferro

Oggi, mercoledì 1° febbraio, alle ore 21 Andrea Accorsi sarà ospite del programma "Da Nord a Nord" condotto dal giornalista Fabio Pasini su TelePadania per presentare il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Daniela Ferro,  Le famiglie più malvagie della storia (Newton Compton, pp. 384, euro 9,90).
TelePadania trasmette sulle frequenze di TeleCampione, canale 75 del digitale terrestre.

 

 

 
 
 

Toghe verdi a Milano «Espellere i clandestini»

Post n°1252 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il presidente della Corte d’Appello ambrosiana: pene pecuniarie inefficaci. Ma il governo vuole tenerli: per dare la cittadinanza e farli votare

di Andrea Accorsi

Sui clandestini meglio ampliare le ipotesi di espulsione che minacciare una pena pecuniaria. Pensieri e parole del presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, nella sua relazione alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario.
«Il nuovo sistema di incriminazioni - osserva Canzio - interessa tutti i passaggi della procedura di espulsione, ma prevede fattispecie punite solo con pena pecuniaria». La minaccia della sanzione pecuniaria però, argomenta il magistrato, «difficilmente costituirà un deterrente per i cittadini extracomunitari, solitamente privi di risorse economiche, mentre l’ampliamento delle ipotesi di espulsione, disposta dal giudice con accompagnamento coatto, anche ad alcune fattispecie punite con pena pecuniaria, pure prevista nella nuova normativa, potrebbe garantire meglio l’effetticità del precetto penale».
In parole povere: inutile minacciare gli immigrati irregolari con la prospettiva di una multa che nella maggior parte dei casi non potrebbero pagare, quindi meglio procedere con i rimpatri forzati. Una posizione opposta a quella del governo, che punta a tutelare gli immigrati concedendo loro la cittadinanza italiana e quindi il diritto di voto. Un orientamento politico che, come sempre sostenuto dalla Lega, coronerebbe il sogno della sinistra di raccattare i voti del “proletariato di importazione” in vece di quelli del proletariato nazionale, che ormai da tempo hanno preso altre direzioni.
Quelle del giudice Canzio, insomma, rimangono quello che sono: solo belle parole, che non cambieranno di una virgola i piani del governo sul potenziale elettorale rappresentato dai “nuovi italiani”. Restiamo in attesa di vedere se il presidente della Corte d’Appello di Milano, con la sua esortazione ad ampliare i casi sui quali procedere con le espulsioni, incorrerà negli strali dei paladini dell’immigrazione incontrollata come la Ue, la Cei o magari l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati...
Proprio ieri da Strasburgo si è levata l’ennesima bacchettata all’Italia, colpevole di non aver attuato tutte le politiche necessarie per assicurare alcuni diritti agli immigrati e alle comunità rom e sinti, in particolare il diritto all’alloggio. È quanto si legge nel rapporto del comitato del Consiglio d’Europa che vigila su come gli Stati membri della Ue applicano quanto stabilito dalla Carta sociale europea, secondo il quale se anche il nostro Paese ha garantito tali diritti, non è riuscito a dimostrarlo.
Il comitato punta il dito soprattutto verso alcune decisioni prese dagli Enti locali in cui viene stabilito che gli immigrati regolari non hanno diritto alle stesse facilitazioni degli italiani per l’accesso alla casa. Questa diseguaglianza di trattamento, secondo Strasburgo, va contro quanto previsto dalla Carta sociale ratificata dall’Italia. Il Comitato nota anche che il nostro governo non ha attuato sinora le misure necessarie per ridurre il numero dei senza tetto e che la situazione abitativa delle comunità rom e sinti rimane critica e in grave violazione della Carta sociale europea.

dalla Padania del 29.1.12

 
 
 

Pmi, bolletta alle stelle

Post n°1251 pubblicato il 28 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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La nostra energia è la più cara d’Europa. Lo svantaggio nei costi di produzione, oltre a ricadere sui prezzi, penalizza la concorrenza con l’estero. E a rimetterci sono soprattutto le aziende  del Nord: qui l’elettricità costa 4,6 miliardi di euro in più rispetto all’Ue

di Andrea Accorsi

Bolletta alle stelle per le imprese italiane. In nessun altro Paese d’Europa l’energia è tanto cara quanto da noi. Questo svantaggio nei costi di produzione ricade ovviamente sui prezzi di vendita, penalizzando la concorrenzialità con le imprese estere. Non solo: più le aziende sono piccole, maggiore è la differenza del costo dell’energia rispetto ai partner europei.
Le ragioni di questa situazione che penalizza pesantemente la nostra economia sono note: la mancanza di risorse energetiche reperibili sul territorio nazionale, in primis petrolio e carbone; la rinuncia al nucleare; la dipendenza dagli altri Paesi, che ci vendono a caro prezzo l’energia che producono in eccesso rispetto al loro fabbisogno. L’importazione di energia in Italia pesa quasi nella misura del 5 per cento sul Prodotto interno lordo, mentre sempre sul Pil la bolletta energetica incide per circa il 4%.
Le liberalizzazioni introdotte negli scorsi anni nel settore dell’energia hanno prodotto effetti positivi. Uno studio della Cgia di Mestre ha rilevato come dal 1999, anno in cui il mercato è stato aperto dopo decenni di monopolio Enel - a oggi le bollette dei consumi domestici sono rincarate appena dell’1,8%, a fronte di un’inflazione salita dell’8,3% solo negli ultimi quattro anni. Il risparmio complessivo è stato stimato in 4,5 miliardi di euro. Ciononostante, l’elettricità rimane per gli italiani un bene di lusso a fronte dei prezzi correnti negli altri Paesi europei: al lordo delle imposte, costa ai cittadini il 26% in più. Ma la differenza è ancora più sensibile per le imprese.
«Le imprese italiane detengono il primato europeo della bolletta elettrica più costosa - lamenta un’analisi condotta dal centro studi di Confartigianato -. I nostri imprenditori pagano l’energia il 31,7% in più rispetto alla media Ue. Tradotto in denaro, si tratta di un maggiore costo di quasi 8 miliardi (7.939 milioni) di euro all’anno». In pratica, ogni azienda italiana sborsa a parità di consumi 1.776 euro in più all’anno rispetto ai concorrenti europei. E i costi sono assai maggiori per chi consuma meno: sotto i 20 megawatt annui, ad esempio, il costo dell’energia è di 0,22 euro per chilowatt/ora, il doppio del costo per chi è compreso nella fascia di consumo tra 20 e 500 kilowattora.
Il conto più salato, tanto per cambiare, ricade sulle aziende del Nord: sempre secondo i dati di Confartigianato, le imprese padane nel 2010 hanno pagato l’energia elettrica 4,6 miliardi di euro in più rispetto ai loro colleghi dell’Ue. Il divario tra Italia e resto d’Europa è invece più contenuto per le imprese del Centro, che spendono nel loro complesso 1,4 miliardi in più, e per quelle del Sud (1.932 milioni di euro in più nel 2010). E nel 2011 il gap si è ulteriormente aggravato, dal momento che i costi dell’energia elettrica nel nostro paese sono saliti rispetto all’anno precedente all’incirca del 12%.
Le regioni più penalizzate? Provate a indovinare. Chi sta peggio è la Lombardia, seguita dal Veneto, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte. La classifica provinciale vede invece al primo posto Milano per il più ampio divario di costi per le imprese rispetto alla media europea. Seguono Roma, Brescia, Torino e Bergamo.
Il maggior costo dell’energia elettrica incide naturalmente sui prezzi e rende meno competitive le nostre imprese sui mercati internazionali. A gonfiare la bolletta energetica delle imprese contribuisce la pressione fiscale, che incide tra un quarto e un quinto (per il 22,7%) sul prezzo finale dell’elettricità. Anche in questo caso, la Penisola detiene il record negativo nella Ue: le imposte sull’energia ammontano a più di 31 miliardi di euro l’anno e sono più alte del 23% rispetto ai Paesi dell’Eurozona. Questo significa che cittadini e imprese italiani pagano la tassazione sull’energia 6,1 miliardi in più ogni anno rispetto alla media europea.
La ricetta di Confartigianato per abbassare il costo dell’energia è chiara: «Riforme strutturali - sollecita il presidente, Giorgio Guerrini - che aprano alla vera concorrenza i settori dell’elettricità e del gas, puntino sull’efficienza energetica e sull’uso di fonti rinnovabili, consentano di ridurre e riequilibrare la pressione fiscale sul prezzo dell’energia che grava soprattutto sulle piccole imprese». In attesa delle sospirate riforme, alle nostre Pmi non resta che pagare e tacere. Oltre a lavorare ad handicap.

dalla Padania del 20.1.12

 
 
 

Gibelli: nessun ricatto al Pdl, è una questione di coerenza

Post n°1250 pubblicato il 26 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il vice presidente della Lombardia: «Giunta a rischio se insistono a fare da cavallo di Troia per il centrosinistra»

di Andrea Accorsi

Vicepresidente Gibelli, cos’è cambiato nel centrodestra dopo la manifestazione leghista di domenica?
«Il Segretario federale ha posto una condizione di natura politica che coinvolge la Regione Lombardia. Dal palco del Duomo è stata rivolta direttamente all’ex presidente del Consiglio una richiesta inequivocabile: staccare la spina al Governo Monti. È la conseguenza di una continua politica di appoggio da parte di Berlusconi al Governo Monti, che in queste settimane sta cambiando pelle: da governo nato per l’emergenzialità finanzaria e della tenuta dei conti, si sta piano piano presentando sotto una nuova veste, quella di governo con ambizioni politiche».
E in seno alla Giunta regionale lombarda?
«Dipende se l’ex presidente del Consiglio intende seguire o meno un governo che, dopo liberalizzazioni che dietro la scusa della riduzione dei costi in realtà hanno creato nuovi monopoli, accetti i suggerimenti del presidente della Repubblica sulla concessione del voto agli immigrati, sulla concessione dello ius soli come diritto di cittadinanza, su una riforma costituzionale che non annoveri il Federalismo, contraddicendo il Pdl e gli ultimi 15 anni della sua storia. Se lo farà, è inevitabile che la divaricazione programmatica e strategica tra Lega e Pdl rischia di superare la soglia del non ritorno. E che i provvedimenti licenziati da un governo a questo punto politico e senza legittimazione elettorale adottino politiche di centrosinistra, fornendo una cornice di riferimento alle Regioni che farebbe entrare in contraddizione le posizioni, a quel punto opposte, tra Lega e Pdl».
Come ribatte agli esponenti del Pdl, come Cicchitto e Alemanno, che hanno definito le parole di Bossi un ricatto?
«Rimandiamo al mittente le accuse di ricatto. E rivendichiamo la coerenza rispetto a chi fino a ieri ha urlato allo scandalo che il governo fosse governato da comunisti, e oggi rischia di fare da cavallo di Troia per le loro politiche. Cicchitto e Alemanno vedono la Lega come un fastidio avendo la mentalità romana, ma sanno benissimo che l’opposizione che la Lega sta svolgendo a Roma interpreta il disagio profondo della gente e del tessuto produttivo e sociale del Nord».
Di quale disagio parla?
«Assistiamo a una criminalizzazione della ricchezza e del lavoro senza precedenti. Nemmeno nell’ex Unione Sovietica si vedevano esempi simili. La realtà invece è l’alto numero di suicidi di imprenditori che non sono più in grado di reggere il mercato e che fanno una questione di coscienza licenziare o meno i lavoratori. Questa politica di Monti e dei suoi ministri, buona forse per le aule delle università, porta la Lega a chiedere a Berlusconi di produrre un atto di coraggio e di coerenza».
Danno fastidio al Carroccio le tante inchieste che hanno coinvolto esponenti anche di rilievo del Pdl lombardo?
«Il nostro atteggiamento è sempre distinguere caso per caso. Guardiamo a ciò che è avvenuto in questi mesi con preoccupazione e con severità, affinché si mettano in campo tutte le risorse utili a isolare questi casi. Ma l’invito rivolto domenica era chiaramente indirizzato all’ex premier e al suo appiattimento su politiche che poco hanno a che fare con la storia delle coalizioni che hanno governato il Paese negli ultimi anni».
Leggo un suo post su Facebook: “in Regione Pd e Udc lavorano per creare un’alleanza come quella romana”. È vero?
«Li sto pigliando in giro. Hanno attaccato la Lega dicendo l’esperienza è finita, staccate la spina. Ma ho il fondato sospetto che vogliano solo isolare la Lega per riproporre una grande coalizione sul modello romano che veda Pdl, Pd e Udc a sostenere una nuova maggioranza. Quel post è un modo per smascherare qualunque tentativo di approfittare della situazione».
Ma il “modello lombardo” è davvero da buttare?
«Il modello lombardo sta in piedi se c’è un coerente disegno nazionale. Altrimenti rischi di rompere il vaso e tenerti i cocci».
Quali sono i prossimi obbiettivi della Giunta?
«C’è un clima di grandi attese, continuiamo a governare. Adesso siamo al lavoro su una sorta di “pacchetto sviluppo” per sostenere le imprese e l’economia lombarda».
Quale fondamento ha, al momento, la candidatura di un leghista alla presidenza della Regione per il dopo-Formigoni?
«Penso sia fisiologico per ogni partito e ogni movimento politico aspirare alla carica di presidente della Regione. Ma l’importante è il programma politico, gli uomini che lo sapranno interpretare vengono dopo».

dalla "Padania" del 25.1.12

 
 
 

I guai giudiziari dei fedeli di Formigoni che fanno storcere il naso ai lumbard

Post n°1249 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Sotto inchiesta  numerosi assessori, consiglieri e manager del leader ciellino

di Andrea Accorsi

Indagati, arrestati, in rovina politica oltre che giudiziaria. La raffica di inchieste che ha investito buona parte degli uomini del presidente della Regione, Roberto Formigoni, fa storcere il naso al popolo lombardo. E alla Lega, sua alleata ma nemmeno sfiorata dalle accuse, tante e pesanti, mosse a consiglieri, assessori e manager in quota Pdl. Se non è terra bruciata, poco ci manca: intorno al governatore le teste dei suoi fedelissimi sono cadute una dopo l’altra, aprendo voragini di credibilità sul Pdl lombardo. E facendo indispettire il Carroccio, che come ipotizzato domenica a Milano da Bossi potrebbe ritirarsi dall’attuale maggioranza.
La più recente bufera giudiziaria abbattutasi sulla Giunta regionale lombarda - la quarta guidata da Formigoni - ha investito l’ex assessore all’Ambiente Massimo Ponzoni, personaggio di primo piano nell’ambito locale sia sul piano politico che istituzionale: oltre che segretario di presidenza del consiglio Regionale, Ponzoni era il coordinatore del Pdl nella provincia di Monza e Brianza. La Procura di Monza lo accusa di un florilegio di reati che vanno dalla corruzione alla concussione, dal peculato alla bancarotta fraudolenta, dall’abuso d’ufficio alla rivelazione di segreto d’ufficio.
Secondo i pm Donata Costa, Giordano Baggio e Walter Mapelli, Ponzoni sfruttava il suo ruolo di coordinatore del partito di Berlusconi per condizionare le sorti di diversi Comuni brianzole. Le sue relazioni pericolose lo hanno messo in contatto con i clan locali della “quinta mafia”, ovvero la ’ndrangheta lombarda. Proprio grazie ai voti delle ’ndrine, secondo il gip Maria Rosaria Correra , Ponzoni è stato eletto in Regione nel 2005, dove poi entrò a far parte della squadra di governo.
Altro pezzo da novanta del Pdl lombardo caduto nella polvere è nientemeno che il vice di Formigoni alla presidenza della Regione, ovvero quel Franco Nicoli Cristiani finito in manette per corruzione e traffico organizzato di rifiuti illeciti nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Brescia. Mentre della precedente Giunta presieduta dal leader ciellino faceva parte anche Piergianni Prosperini che, eletto sotto le insegne del Pdl in quota An e divenuto assessore regionale al Turismo, ha bruscamente concluso la sua carriera politica con l’arresto per tangenti e corruzione.
Ma il malaffare pidiellino non si limita alla Giunta regionale. In Consiglio siedono sui banchi del Pdl Nicole Minetti, accusata di favoreggiamento della prostituzione per le piccanti cene di Arcore, e Gianluca Rinaldin, che deve rispondere di corruzione e truffa aggravata, finanziamento illecito ai partiti e falso nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti nel settore turistico del lago di Como.
Le indagini sul crac della società Pellicano e dell’immobiliare Mais, infine, hanno tirato in ballo  Pasquale Cannatelli, direttore generale dell’ospedale Niguarda di Milano. Cannatelli, fra i “pupilli” di Formigoni e, come lui, esponente di spicco di Comunione e Liberazione, è indagato per corruzione: avrebbe concesso appalti ospedalieri in cambio di case a prezzi scontati per i figli. Affari di famiglia, insomma.

dalla Padania del 24.1.12

 
 
 

I consumatori: risparmi dimezzati per le famiglie

Post n°1248 pubblicato il 23 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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Effetti positivi ridotti da 900 a 465 euro. Cgia: finora vantaggi solo per medicinali e telefonia

Ma liberalizzare conviene davvero alle famiglie? Secondo Cgia e consumatori, no. O meglio: solo in pochi, limitati casi. Penalizzati peraltro da altri provvedimenti allo studio del Governo.
Casper, il comitato contro le speculazioni e per il risparmio formato da Adoc, Codacons, Movimento Difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori, continua ad accogliere positivamente i provvedimenti contenuti nella bozza del decreto legge sulle liberalizzazioni, ma registra un netto peggioramento rispetto alle prime versioni. Il risparmio annuo per una famiglia media italiana scende, per il 2012, dalla prima stima di 900 euro a poco più della metà: 465 euro.
«La sparizione della liberalizzazione dei saldi - lamentano le associazioni dei consumatori - determina una riduzione pesante rispetto al risparmio possibile nel commercio al dettaglio, considerato che l’unica cosa che resta è la liberalizzazione delle vendite abbinate. Per questo la minore spesa a famiglia, su base annua, scende dalla prima stima di 350 a 50 euro: un vero e proprio tracollo. Ricordiamo che nel calcolo non è compreso l’orario libero dei negozi, provvedimento già contenuto nel decreto Salva Italia».
Anche la vendita dei farmaci di fascia C nei supermercati, ora resa possibile solo se nella regione non sono state ancora assegnate almeno l’80% delle sedi farmaceutiche messe a concorso, significa una riduzione dei vantaggi per i cittadini stimata da 50 a 20 euro. Come l’eliminazione della possibilità per il distributore di carburanti di riscattarsi dall’asservimento alla compagnia petrolifera significa passare da 200 a 100 euro annui di risparmio.
Rimangono invariati i risparmi stimati sulle prestazioni di professionisti (200 euro/anno), mentre quelli sui trasporti calano di soli 5 euro (da 100 a 95) in seguito al dietrofront nel settore taxi, considerato che tutto è demandato a future decisioni dell’Authority.
Nella stima dei consumatori sugli effetti del decreto liberalizzazioni, infine, non sono considerati quelli su gas ed elettricità considerato che il calcolo è relativo al 2012 e che sia la separazione di Snam Rete Gas da Eni che la formazione dell’Autorità per le reti richiederanno tempi più lunghi. Casper invita quindi il Governo Monti non solo a ripristinare i provvedimenti tolti, ma ad aggiungerne altri come l’eliminazione delle commissioni di massimo scoperto, l’abrogazione dei divieti in tema di vendite sottocosto, la definizione di prezzo anomalo, la class action con danno punitivo, oltre ad affrontare altri settori come la telefonia.
Per la Cgia di Mestre i settori interessati dal decreto sulle liberalizzazioni andranno ad incidere sul 15% circa della spesa media complessiva di una famiglia italiana. A fronte di una spesa media annua complessiva pari a 29.520 euro, i beni e i servizi che saranno liberalizzati hanno infatti un valore economico di poco inferiore ai 4.500 euro (precisamente 4.437 euro).
Quanto risparmieremo? «Difficile dirlo - rileva la Cgia - visto che le liberalizzazioni “all’italiana” fatte in passato non hanno sortito effetti positivi per le tasche dei consumatori». La deregolamentazione ha portato vantaggi economici solo per i medicinali e i servizi telefonici: nel primo caso, dal 1995 a oggi, i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%; nel caso dei telefoni, tra il 1998 e il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.

A. A.

dalla "Padania" del 21.1.12

 
 
 

Poche, ricche e potenti: l’identikit delle agenzie di rating

Post n°1247 pubblicato il 20 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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Legate a doppio filo con i maggiori gestori di fondi, vantano giudizi insindacabili e fatturati favolosi

di Andrea Accorsi

Poche, ricche e potenti. L’identikit delle temute e accreditatissime agenzie di rating che dettano il loro giudizio su tutto e tutti, pubblici e privati, piccole imprese come nazioni intere, è lo stesso per ognuna di loro. Che poi sono solo tre: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, la più piccola e l’unica europea.
Con un minimo spostamento delle loro “tacche” di valutazione, come si chiamano in gergo, su qualsivoglia soggetto finanziario che emette debito, spostano capitali favolosi in tutto il mondo. Sono capaci di decidere le sorti di mercati e governi. E quali che siano i loro giudizi, ci guadagnano sempre. Cifre favolose: Moody’s, da sola, tra il 2005 e il 2009 ha generato utili netti per 2,8 miliardi di dollari (dati il Sole 24 Ore). Roba da nababbi.
Nel 2006 il margine operativo della stessa agenzia ammontava al 62 per cento dei ricavi: in soldoni, 1,2 miliardi sui due di fatturato. Il margine è sceso - si fa per dire - al 50% l’anno seguente e al 42% nel 2009. Vuol dire che per ogni 100 dollari fatturati ne ha guadagnati 38; solo che il fatturato di Moody’s, nel 2009, era di 1,8 miliardi e quindi gli utili sono stati pari a 680 milioni di dollari.
A differenza di Moody’s, l’altra americana Standard & Poor’s non è quotata in Borsa. Ma come quella è una poderosa macchina da soldi. Nel 2007 la sua redditività era pari al 45 per cento del volume di affari e due anni dopo al 39%, cioè un miliardo dei 2,6 miliardi fatturati. Sempre nel 2009 Fitch si è “difesa” con ricavi per 559 milioni di euro e profitti per 151 milioni.
Messe insieme, le tre agenzie vantavano nel 2009 un giro d’affari di 5 miliardi di dollari. Due anni prima, nel 2007, si erano spartite ricavi complessivi per 6 miliardi. Alla faccia della crisi che ha messo in ginocchio i mercati di mezzo mondo.
Naturale che qualcuno li chiami i veri padroni dell’universo. Ma chi sono i padroni dei padroni? I due maggiori azionisti di Fitch sono il gruppo francese Fimalac e quello editoriale Hearst, mentre le “sorelle” d’oltreoceano sono public company ad azionariato diffuso. Primo azionista di S&P è il colosso editoriale, finanziario e dei media McGraw-Hill; poi ci sono alcuni fra i più grandi gestori di fondi al mondo, quali Fidelity, BlackRock e Vanguard.
Il primo azionista di Moody’s (13,4% del capitale) risulta Warren Buffett, patron del fondo Berkshire Hathaway, seguito da Fidelity, State Street, BlackRock, Vanguard, Invesco e Morgan Stanley. Guarda caso, molti e importanti azionisti sono gli stessi. Ma, soprattutto, si tratta di gestori di fondi. Il che equivale a dire che gli stessi comproprietari delle agenzie di rating ne sono oggetto di valutazione per i bond che emettono sul mercato. Un gioco di scatole cinesi che spiega in buona parte l’origine dei favolosi profitti che si intascano: se possiedi chi ti valuta e giudica, è possibile orientarne i giudizi. Ma anche entrare in possesso di informazioni estremamente preziose sull’affidabilità o meno di un investimento. Fantafinanza? Considerati gli interessi in gioco e i fatturati sopraesposti, non crediamo proprio.

dalla Padania del 18.1.12

 
 
 

Fitch alla Camera: «Presto vi declasseremo»

Post n°1246 pubblicato il 19 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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Audizione in commissione Finanze: «Grecia insolvente, default certo». L’agenzia si è detta «non preoccupata» dei provvedimenti che l’Europa potrebbe prendere contro di essa

Fosche previsioni sull’Italia dall’agenzia di rating Fitch. Che si permette anche di venire a “comandare” in Parlamento: il nostro Paese, è il pensiero riferito da Fitch, ha fatto sì dei passi avanti per uscire dalla deriva, ma ne servono altri. Poco ci manca, insomma, che i dirigenti dell’agenzia occupino fisicamente Palazzo Chigi per governarci senza nemmeno la formale “mediazione” di Monti.
«L’Italia ha una A+ con rating watch negative, vuol dire che ci sono buone possibilità che venga downgradata entro fine gennaio». Tradotto: le recenti “retrocessioni” dell’Italia sul piano dell’affidabilità finanziaria sono solo le prime, altre ci attendono molto presto. Con relativi sacrifici annessi, ovvio. Sacrifici tanto pesanti quanto, viene a pensare a questo punto, inutili a scongiurare il peggio.
Non ha lasciato trasparire molto ottimismo il senior director and head of business and relationship management di Fitch Italia, Alessandro Settepani, a margine della sua audizione di ieri in commissione Finanze alla Camera. Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se gli ultimi interventi del governo potrebbero modifcare la situazione, Settepani ha risposto: «Sicuramente ha fatto un’azione utile, seria e credibile, ma fino a quando i tassi resteranno alti c’è un problema di costo del rifinanziamento. Tutto questo è un fattore chiave».
«L’Italia - ha proseguito il senior director eccetera di Fitch Italia - sta compiendo passi avanti, ma ne sono necessari altri». Il Belpaese, ha sottolineato Settepani, «ha iniziato un cammino di credibilità» e le misure per la crescita che il governo sta prendendo potrebbero incidere sul giudizio: «Sarà una delle valutazioni da fare quando decideranno se e quanto downgradare» l’Italia. Il watch negative, ha ricordato, è già stato annunciato un mese fa, quindi «significa che in uno o due mesi l’azione di rating negativa verosimilmente può essere presa e che potrà essere di massimo due notch», ovvero due livelli di valutazione. Quindi rispetto alla valutazione attuale (A+), l’Italia potrebbe scendere ad A o A-.
Fitch, ha ricordato sempre Settepani, è l’agenzia che «assegna il rating più alto» all’Italia. Perché si ritiene che «tutto sommato, a parte l’elevato livello di debito, i conti sono sotto controllo e il deficit è più basso rispetto ad altri Paesi». Il problema è il costo del rifinanziamento che, «se proiettato nei prossimi quattro o cinque anni, ha un impatto significativo. Ci aspettiamo che la situazione dei conti possa anche peggiorare» e la situazione della crescita «non è così brillante», quindi la proiezione sul futuro lascia immaginare «una situazione difficile. Se rimane questa, i nostri rating non possono che andare giù».
La situazione attuale sul fronte dello spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi incide anche sulle valutazioni che le agenzie danno agli istituti di credito. «Nel caso delle banche tedesche il rating incorpora molto il supporto ricevuto dallo Stato» e l’agenzia di rating pubblica due tipi di rating, uno con il supporto dello Stato e uno senza. Mentre per le banche italiane «il supporto incide di meno; il giudizio di rating più basso non significa però che l’attivo sia inferiore rispetto agli istituti di credito tedeschi». Ma, ha osservato Settepani, «a parità di garanzie la Germania ha la tripla A mentre l’Italia ha una A+».
Per quanto riguarda la Grecia, difficilmente riuscirà a rimborsare il bond da 14,5 miliardi in scadenza il prossimo 20 marzo. È l’analisi del direttore dell’agenzia di rating Edward Parker, che evoca lo spettro imminente di un default di Atene. In ogni caso, aggiunge Parker, anche un accordo con il settore privato, come quello definito in ottobre e in via di definizione con l’Institute of International Finance, rappresenterebbe tecnicamente un default per le agenzie di rating, dal momento che comporterebbe un taglio del valore dei bond emessi dalla Grecia. Per il rappresentante di Fitch, pertanto, «non sorprenderebbe un vero fallimento» di Atene, eventualità che «in un modo o nell’altro - ha aggiunto Parker - ci aspettiamo in tempi relativamente brevi».
Ancora a margine dell’audizione alla Camera, Fitch si è detta infine «non preoccupata» dei possibili provvedimenti che l’Europa potrebbe prendere contro le agenzie di rating. «C’è un confronto aperto e serrato - ha rilevato Settepani - sicuramente non siamo preoccupati, dobbiamo spiegare bene quello che facciamo alle autorità».

A. A.

dalla "Padania" del 18.1.12

 
 
 

La GRANDE FUGA dall’EURO

Post n°1245 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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Il 55% dei cittadini nutre sfiducia nei confronti della moneta unica, due su tre (il 65%) ritengono che la sua introduzione ha portato più svantaggi che vantaggi. Mentre la credibilità delle istituzioni comunitarie precipita ai minimi storici, Draghi (Bce) avverte: «La situazione è molto grave e peggiorata da ottobre»

di Andrea Accorsi

Crolla la fiducia nell’euro. La crisi economica che investe l’Europa assesta il colpo di grazia alla divisa imposta dai “poteri forti” e subita dai cittadini senza neppure la possibilità di esprimersi. Già alla vigilia della sua introduzione, giusto dieci anni fa, lo guardavamo con sospetto. In breve tempo ne abbiamo saggiato gli effetti devastanti sull’inflazione e, di riflesso, sul potere d’acquisto dei nostri salari. Ora, dopo esserci rovinati per entrare a farne parte per la gioia di Prodi, fedele scudiero di Bruxelles, siamo sempre meno convinti che la moneta unica sia stata un’idea felice. E, soprattutto, nutriamo sempre meno fiducia che possa servire a trarci d’impaccio dalle attuali difficoltà economiche e finanziarie. Difficoltà che, per il governatore della Bce, Mario Draghi, vanno aumentando.
«La situazione è molto grave e non dobbiamo nascondere questo dato di fatto» ha detto ieri Draghi alla commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo a Strasburgo, nella sua veste di presidente del Comitato europeo sul rischio sistemico. «Quando il mio precedssore Jean-Claude Trichet si è rivolto a questa commissione a ottobre - ha ricordato Draghi - ha detto che questa crisi aveva raggiunto dimensioni sistemiche. Da allora è peggiorata». Il presidente della Bce ha sottolineato come «negli ultimi mesi del 2011 la situazione di incertezza dei debiti sovrani, insieme con le prospettive di crescita stagnante, hanno portato a distorsioni gravi dell’economia reale».
Ma la crisi dell’eurozona è anche crisi di credito popolare nella moneta che, a detta dei sostenitori, doveva fare la fortuna nostra e della nostra economia. La conferma arriva dal sondaggista Renato Mannheimer, che sul Corriere della Sera di ieri ha pubblicato l’esito inequivocabile di un’indagine sulla fiducia nell’euro. Risultato: un italiano su due (anzi di più, il 55 per cento) non crede più nella divisa unica europea, mentre due su tre (il 65%) ritiene che la sua introduzione ha portato più svantaggi che vantaggi all’economia nazionale. È vero che la maggioranza si dichiara ancora soddisfatta dell’introduzione dell’euro, ma si tratta di una maggioranza assai risicata: appena il 51%. Talmente esigua che a breve, come osserva lo stesso presidente dell’Ispo (Istituto per gli studi sulla pubblica opinione), potrebbe divenire minoranza.
C’è poi chi - e si tratta di una minoranza «piuttosto consistente» - farebbe volentieri ritorno immediato alla lira: la pensa così il 31% degli intervistati. Percentuale che sale al 37% se si considerano gli euro-scettici, ovvero quanti mettono in discussione che il passaggio all’euro andasse fatto comunque.
Pochi giorni fa, un altro rapporto (Gli italiani e lo Stato, realizzato a dicembre da Demos per il Gruppo L’Espresso) ha fatto emergere il drastico calo di fiducia (-12,6%) degli italiani nei confronti dell’Unione europea rispetto al 2010, fino a raggiungere il livello più basso dal 2001. Se nel 2010 a riporre fiducia in Bruxelles era ancora la metà dei cittadini (il 49,2%), oggi tale percentuale è precipitata a un terzo (36,6%). E pensare che prima dell’era-euro l’Unione europea rappresentava «una cosa buona» per quasi il 60% degli italiani...
Il crollo di consensi dell’euro è il sintomo più evidente della disaffezione della gente nei confronti dell’Unione europea e delle sue istituzioni. La crisi economica si è tradotta in una diffusa e crescente crisi di fiducia nella Ue e nel suo simbolo e strumento più tangibile, ovvero la moneta che ci troviamo in tasca per tirare a campare. Ma a ben guardare, l’euro non ha mai goduto di eccessiva simpatia nel nostro Paese.
L’intera (breve) storia dell’euro è costellata di entusiasmi fugaci e cocenti delusioni. Già alla fine del 2002, neanche un anno dopo la sua introduzione sotto forma di monete e banconote, l’euro registrava un significativo calo di consensi, complici il tasso di cambio deciso a suo tempo, rivelatosi irrealistico, e l’arrotondamento, per eccesso, dei vecchi prezzi in lire per i beni di consumo. Ben presto, fra i motivi di malumore si è aggiunta la spinta inflazionistica, proseguita fino alla vigilia dell’attuale crisi economica.
Nel 2003 la delusione per l’euro aveva portato il 40% dei cittadini a ritenere che l’ingresso dell’Italia nella Ue avesse influenzato negativamente la loro vita di tutti i giorni. Appena cinque anni prima, tale dato era fermo al 6%. E sempre nel 2003 la percentuale di chi viveva la Ue come «una cosa cattiva» era più che raddoppiata rispetto al 1999.
L’erosione della fiducia è proseguita per buona parte dello scorso decennio. Ma ancora nel 2008 un sondaggio del Financial Times in diversi Paesi indicava come la maggioranza degli europei (e il 62% degli italiani) fossero convinti che l’euro potesse sostituire il dollaro sulla scena mondiale entro il 2014. Un ottimismo che oggi, in un ideale referendum popolare sull’euro e le sue possibilità di sviluppo, uscirebbe drasticamente ridimensionato.

dalla "Padania" del 17.1.12

 
 
 

«No a tagli indiscriminati E non toccate le farmacie»

Post n°1244 pubblicato il 16 Gennaio 2012 da accorsiferro
 
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L'assessore lombardo Bresciani attacca le misure del governo per contenere la spesa sanitaria

di Andrea Accorsi

Assessore Bresciani, lei ha proposto un patto fra le Regioni virtuose per scaricare i tagli alle risorse per la sanità sulle Regioni sprecone: per parare quali rischi e con quali prospettive di sviluppo?
«I tagli di cui ci ha parlato il ministro Balduzzi hanno come obbiettivo generale la riduzione del finanziamenti, e quindi dei costi, del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e sono quelli decisi a suo tempo dal ministro Tremonti - risponde Luciano Bresciani, assessore alla Sanità della Regione Lombardia -. Io non discuto sull’obbiettivo, però sappiamo che ci sono Regioni sprecone. Quindi è giusto tagliare i fondi a loro, così non sprecheranno più risorse».
Che cosa mette in discussione del piano annunciato da Balduzzi?
«Il modo in cui il ministro ci ha fatto capire che intende applicare i tagli: non tagli orientati alle Regioni sprecone ma tagli longitudinali, che vanno a colpire anche le Regioni virtuose che a differenza delle altre hanno fatto contenimento dei costi impropri. È una cosa ingiusta, perché le Regioni virtuose non possono essere castigate come quelle che non lo sono».
In che misura i tagli annunciati colpiranno la Lombardia?
«È un taglio pesante. Le indicazioni del ministro, da lui definite ineludibili, riguardano tagli per 2,5 miliardi nel 2013 e per 5 miliardi nel 2014. In Lombardia saranno di 407 milioni nel 2013 e di 815 milioni nel 2014. Noi abbiamo il bilancio in pareggio da otto anni e abbiamo erogato il 10% delle prestazioni a cittadini di altre regioni. Eppure vedremo ridotto il finanziamento di 1,222 miliardi, pari all’8% di quello attuale, come una Regione sprecona, perché il principio si basa sul numero di abitanti».
Quali sono i rischi dei tagli lineari?
«Le Regioni virtuose, cioè in parità di bilancio (oltre alla Lombardia Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Sudtirolo, nda), contano circa 20 milioni di persone. Tagliare risorse qui per tappare i “buchi” degli altri crea una situazione pericolosissima per la nostra parità di bilancio e per non tagliare i servizi senza aggiungere altri ticket».
Quali soluzioni propone per non rimanere “blindati” fino al 2015 dalle politiche centraliste del governo?
«Vogliamo costituire un gruppo di Regioni che dovrà difendersi, altrimenti subirà questi tagli anziché un taglio intelligente, chirurgico, misurato. Faremo ancora una politica di contenimento dei costi impropri, cercandoli con la lanterna di Diogene o con il microscopio elettronico. Per noi è una sfida. Agiremo sull’appropriatezza delle prestazioni con ancora più scrupolo e determinazione, e renderemo corrresponsabili i cittadini perché non ci chiedano prestazioni non necessarie né alla cura né alla diagnosi.
«Abbiamo poi introdotto il concetto di ospedali come erogatori di funzioni sul territorio, evitando sovrapposizioni o servizi con bassi volumi, sempre con l’obbiettivo di fornire maggiori servizi con contenimento dei costi. E abbiamo creato l’area dei pazienti subacuti, con maggiori servizi postoperatori attraverso un sistema di telemedicina da casa, che l’industria dovrà sviluppare per svuotare le corsie di degenza: si creano così occasioni di avanzamento tecnologico, posti di lavoro, incremento del Pil. Insieme alla prevenzione, ecco tutti i passaggi che ci serviranno».
E se non basterà ancora?
«Se non riusciremo a contenere i costi obbedendo, pur non condivendoli, ai princìpi generali del ministro, dovremo andare a toccare i ticket, sempre come indicato dal ministro. Ma ciò significa creare la miseria. Penso soprattutto ai pensionati e alle fasce più deboli. Il 70% dei nostri pazienti è esente dal pagamento di ticket. Toccarli sarà l’ultima spiaggia, a partire dalle fasce di alto reddito».
In che modo fate leva sul sistema produttivo?
«L’alleanza con l’industria farmaceutica e dei dispositivi medici è mirata a trovare un punto di utilità comune per affrontare in sinergia le politiche restrittive che ci vengono imposte, con appositi tavoli che saranno istituiti a partire tra pochi giorni. Il nostro sostegno alle industrie si traduce anche nel pagamento delle forniture a 90 giorni, talvolta a 60. Tempi ben diversi da quelli di altre regioni.
«L’alleanza con il sistema universitario per sviluppare ricerca e creare posti di lavoro e Pil; l’alleanza con l’industria; eventuali operazioni con Finlombarda per sostegni economici e finaziari: queste sono le nostre proposte. Sempre che non si costituisca un gruppo di Regioni che si ribelli a questa ingiusta gabella».
Perché ritiene un errore la liberalizzazione delle farmacie?
«Perché estendere a un numero più alto di farmacie il mercato significa ridurre i guadagni di quelle farmacie che operano attualmente, dal momento che il consumo non può aumentare. Ho chiesto ai miei dirigenti di fare simulazioni sugli effetti negli equilibri economici di ciascuna farmacia: sopravviveranno, o invece senza guadagni sufficienti si scateneranno fenomeni inappropriati di maggior consumo “spintaneo” di farmaci? In questo caso, ci sarebbe un’ulteriore spesa per il Sistema sanitario. In laternativa, si creerà povertà al sistema Paese».
Cosa sarebbe meglio che facesse il governo in questo particolare settore merceologico?
«Dal punto di vista politico-tecnico, vorrei simulazioni che chiederò di fare ai direttori tecnici in conferenza Stato-Regioni: di quanto si ridurrà il guadagno per ogni singola farmacia per effetto di questa apertura? Fino a che non si prova che questo provvedimento è sostenibile, io sono contrario, perché devo avere la dimostrazione che è utile al cittadino. E noi lavoriamo per i cittadini, non per altri».

dalla Padania del 16.1.12

 
 
 
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INFO


Un blog di: accorsiferro
Data di creazione: 04/03/2006
 

IL FILM CHE ABBIAMO VISTO IERI SERA

 

Le convoyeur (Cash Truck)

Voto: ***

Legenda:
* = nefandezza
** = non merita
*** = merita
**** = capolavoro

 

I LIBRI CHE STIAMO LEGGENDO

Daniela:

Il carezzevole
di Massimo Lugli
(Newton Compton)

Andrea:

La quinta mafia
di Marta Chiavari
(Ponte alle Grazie)

 

I NOSTRI LIBRI PREFERITI

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Assassinio sull'Orient-Express di Agatha Christie

Cime tempestose di Emily Bronte

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche

Guerra e pace di Lev Tolstoj

Illusioni perdute di Honoré de Balzac

Jane Eyre di Charlotte Brontë

Le affinità elettive di Johann W. Goethe

Madame Bovary di Gustave Flaubert

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

 
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