il bagnasciuga
a metà tra la terra e il mare| « Nonnitudine | Haute couture... perchè no?! » |
La città in cui abito è abbastanza vicina a Roma e, siccome odio viaggiare nel traffico, quando devo recarmi nella capitale uso i mezzi pubblici.
Mi piace godermi il viaggio chiacchierando con Scuttle senza lo stress della guida e soprattutto mi piace osservare i miei compagni di viaggio.
Ci alziamo presto: dobbiamo essere all'ex manicomio di Roma alle nove per un seminario e ci vorranno almeno tre ore di viaggio.
Non so come riusciamo a perdere l'autobus.
Per fortuna a quest'ora ce ne sono molti che portano in città studenti e lavoratori pendolari.
Però questo ci lascerà a metà strada e poi dovremo prendere il treno prima di proseguire come previsto con la Metro B, poi la Metro A ed infine il "trenino". Poco male se non fosse che il mio senso anzi nonsenso dell'orientamento mi fa continuamente dubitare di stare andando nella direzione giusta, al binario giusto,sul treno giusto con conseguente stress per Scuttle. Questo non è un periodo facile per noi e così tensioni e scaramucce sono all'ordine del giorno.
Nonostante la gioia per la promozione dei figli più piccoli, nonostamte l'arrivo della mia stagione preferita, nonostante sembrino scongiurati problemini di salute...
Sull'autobus la maggior parte dei passeggeri sonnecchia ed io mi adeguo.
Sul treno sono tutti più svegli. c'è la giovane signora che dà gli ultimi tocchi al trucco: strane smorfie davanti alla specchio per stendere il rimmel sulle ciglia.
Di fronte a lei una signora più "grande" rassicura i parenti all'altro capo del telefono: sta tornando in treno perchè ha avuto un piccolo incidente d'auto.
Due sedili più in là una mamma litiga al telefono forse con la figlia per un esame da fare, non fare, rimandare. Alza la voce, poi si mette a parlare con la vicina, mi sembra in portoghese.
La coppia davanti a noi discute i dettagli del viaggio.
Alla stazione ci incamminiamo rapidamente tutti lungo i corridoi sotterranei, su per le scale mobili, altri si aggiungono da corridoi laterali, un fiume di formiche variopinte.
Italiani, tantissimi stranieri di tutte le nazionalità, studenti, turisti, impiegati, c'è il signore in giacca e cravatta e il ragazzo con le treccine rasta, la signora in tailleur e quella abbronzatissima, ciabattine e prendisole, gli orientali che vivono e lavorano a Roma e quelli che scendono a "Spagna" e "Barberini" con l'immancabile macchina fotografica al collo.
Attraverso i tornelli, dentro e fuori da affollatissimi vagoni della metro, alcuni nuovissimi, freschi ed accoglienti, altri vecchi, coperti di scritte e disegni, caldi e maleodoranti.
Stiamo lavorando per voi: lavori a Tiburtina, lavori a Termini. Qui si va ad intuito: non ci sono più le indicazioni delle varie direzioni.
L'ultimo tratto del viaggio lo facciamo sul trenino. E' la linea che porta agli ospedali, sempre carica di facce preoccupate e dolori.
Cinque ore dopo, molto più stanchi ed accaldati rifacciamo il pecorso inverso.
La stanchezza ha preso il posto dell'aspettativa sui volti che ci circondano.
Le formiche instancabilmente salgono e scendono dai vagoni, percorrono corridoi, salgono e scendono scale.
E come quando ad una fila di formiche metti davanti un ostacolo, che si accalcano, si sparpagliano, si disorientano e poi trovano una nuova strada e riprendono il cammino succede a noi e molti altri quando ci ritroviamo nostro malgrado sulla nuova linea metropolitana fresca di inaugurazione.
Già perchè a "Termini" cartelli e indicazioni non ci sono ancora e così in molti non ci accorgiamo di essere saliti sul treno che dopo "Bologna" prosegue sul nuovo tratto invece che verso la stazione "Tiburtina".
Scendiamo alla prima fermata e via di nuovo tutti per i corridoi per prendere il treno che ci riporti indietro di un passo e poi prender quello che, come in un gioco dell'oca, ci riporti avanti di uno nella direzione giusta.
Due supplì, non si può venire a Roma e non mangiarli, e via verso casa con uno scassatissimo autobus dotato di aria condizionata ma anche di una certa propensione all'ebollizione che ci costringe a due impreviste soste ai box con relativo intervento dell'officina mobile.
Amo la mia città natale, la città d'origine della mia famiglia, la amo quando ci vado per bighellonare per monumenti, la amo quando ci vado per qualche impegno che mi costringe a corse tali che non riesco quasi ad accorgermi di Lei.
Non vedo l'ora di tornarci con mantenere la promessa fatta ai figli di una giornata di ozi romani tra fontane, piazze, chiese, mozzarella in carrozza, supplì, gatti e ruderi.
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