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Creato da ad_metalla il 09/05/2006

RealCaimani Cube

La verità delle parole sta nelle azioni successive

 

If

Post n°1551 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da ad_metalla
 
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Quando facciamo un’inchiesta, noi non chiediamo alla gente cosa ne pensa. Gli chiediamo solo di confermare con le loro parole ciò che noi sappiamo già o crediamo di sapere. Giriamo l’Italia selezionando le informazioni fino a quando coincidono con gli schemi che già ci siamo costruiti. Non con l’umiltà del cronista che vuol scoprire e raccontare qualcosa, ma con la presunzione e la sicurezza che ci accomuna a coloro che occupa il Palazzo”.

Miriam Mafai

[…] "Oltre ai grilli i cinesi hanno da sempre allevato uccelli, e un modo per augurare a qualcuno felicità è : “Che tu possa diventar vecchio e avere cura di un nipote e di un uccello”. […] Non tutte le campagne di massa del passato dettero comunque risultati positivi. La campagna, per esempio, del 1958 per uccidere tutti i passerotti, perchè a qualcuno (si dice Mao) a Pechino era venuta l'idea che mangiassero troppo, fu un vero disastro. In tutta la Cina i contadini si piazzarono nei campi, sui tetti delle case, in cima agli alberi e, con bandiere, tamburi, pentolacce, fecero per giorni e giorni un tale baccano che uccelli di ogni tipo, impauriti dalla confusione, stanchi di volare, non potendosi posarsi da nessuna parte, finirono per cadere morti a milioni e milioni. Dopo, naturalmente, insetti e parassiti delle piante si moltiplicarono e si riprodussero senza alcun ostacolo e causarono molti più danni di quanti ne potessero mai provocare i passerotti".

Tiziano Terzani, La porta proibita, Longanesi & C. (1984)

 

 

     Gli smemorati di Tuvixeddu e          l’uccello padulo (1)

 

 

di Massimo Manca

La Cina è più vicina di quello che si può pensare. Infatti, sono passati più di 50anni dallo sterminio dei passerotti  cinesi  ma la stupidità di alcuni – così almeno pare –  qui, oggi, su Tuvixeddu, non sembra  volersi arrendere all’evidenza.  Insomma, cambiando il nome ai protagonisti della storiella il risultato rimane immutato. Decidete voi chi sono oggi i “passerotti”, chi sta sollevando il baccano e perchè, chi sono gli insetti e i parassiti. E poi provate ad immaginare a quanto ammonteranno i danni e chi pagherà il conto finale. Su cui nessuno solleva obiezioni e scandali  di sorta, su cui nessuno s’ interroga.  

La malattia di questi tempi si chiama revisionismo.  Con un adiuvante: il conformismo.  Intendiamoci: a me proprio non va giù il progetto Coimpresa, non mi piace. Nonostante questo continuo a dirmi convinto che occorra avere il coraggio, sempre, di tradire le appartenenze, i luoghi comuni, le mezze verità e l’ipocrisia di un malsano revisionismo, per non tradire se stessi. Sono e resto convinto di una cosa: il fine non giustifica mai i mezzi. Neppure per Tuvixeddu. Io non potrò mai schierarmi dalla parte del chiagni e fotti, di  chi, pur animato da propositi e passioni sacrosante, è disposto a nascondere la verità, a fare strage di cervelli e di giustizia. E non mi frega un accidenti se qualcuno continua a scambiare la lealtà con la fedeltà. Ho 45anni, non ho più l'età nè la salute per arruolarmi tra i tifosi a corrente alternata di una o dell’altra parte, tra gli amanti dell’incularella, l’antico gioco sempre in voga che notoriamente ha come caratteristica principale l’assoluta mancanza di regole.

Concordo con Sergio Romano, quando l’altro giorno sul Corriere della Sera ha scritto: “Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati da uomini che si dedichino alla buona amministrazione della Cosa Pubblica e scopriamo di scegliere personalità attraenti, grandi maestri di comunicazione, ma incapaci si separare nella loro vita il pubblico dal privato. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera”.  E’ quello che è accaduto con Renato Soru – e non solo per Tuvixeddu – ed è quello che continua ad accadere con tanti sindaci e presidenti ancora immeritatamente all’opera. E mi spiace per chi fa finta di non essersene accorto, mi spiace per coloro che fanno del facile revisionismo e cattiva informazione, mi spiace per chi preferisce difendere le appartenenze prima ancora della propria intelligenza, fosse anche per sentirsi meno solo.

Mi sono ripromesso, alcuni mesi fa, di non curarmi più di certa gente e di certi affari.  Per anni – in quella splendida solitudine che qualcuno ha pure avuto la faccia di bronzo di rimproverarmi -  l’ho combattuta. Per anni ne ho scritto e denunciato le porcate, con largo anticipo, restando inascoltato. Mi pare di poter dire che, salvo qualche piccolo ma importante risultato, qualche intuizione, salvo qualche significativa risposta, le cose continuino a marciare con lo stesso putrido ritmo di sempre.  Insomma, mi sto convincendo che Thomas Stearns Eliot non aveva mica tutti i torti a domandarsi  “Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo, dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza, dov’è la conoscenza che abbiamo perso con l’informazione?” Sicuramente, almeno riguardo all’informazione, non sbagliava.

Di questi tempi, non essendoci molti campioni o modelli di riferimento, avendo ben oltre sopportato la quotidiana dose di veleni e inimicizie, è bene che io passi il mio tempo a coltivare l’orticello di casa. Non nel senso di badare al proprio particulare, piuttosto nel senso  di fare al  meglio quello che più mi piace, che mi dà soddisfazioni e serenità. Mi accontento di poco, un libro, il cinema,  musica,  la salute,  gli affetti più cari i miei due cani e tre gatti. Questo non vuol dire che ogni tanto, quando vale la pena, non debba riprendere la penna in mano per ricordare due o tre cosette.

Su queste vorrei limitare al massimo i commenti, riportando semplicemente dei fatti, alcuni documenti,  notizie ed opinioni.  Io sono convinto, riguardo a certa informazione, che sono più le cose che si nascondono, che si dimenticano quando più fa comodo,  che quelle che si dovrebbero raccontare mettendo a rischio se stessi e anche certi rapporti. Chiunque potrà facilmente rilevare - se ritiene - in molti  atti e in alcune cronache, le contraddizioni, le omissioni ed il paraculismo di chi per professione, a seconda dei casi e dei tempi (è il caso di questi giorni),  a furia di girare e rigirare il girarrosto dell’informazione non solo cerca di fare fessa la conoscenza, ma ci ha ricavato, ci ricava e ci ricaverà un arrosto tutto per se.

Oggi partiamo con due pezzi, identico autore, medesima testata, tempi diversi. C’è qualcosa che non è stato ricordato nell’ultimo pezzo, che manca dalla cronaca della richiesta di archiviazione dell’inchiesta penale del pm Caria ? Giudicate voi. Poi, con somma ponderazione, interrogatevi  sul ruolo, funzioni e poteri di un pm, chiedetevi  - come hanno fatto alcuni quando hanno contestato i giudici amministrativi per essere entrati nel merito della vicenda Tuvixeddu e delle decisioni assunte dalla Commissione regionale per il paesaggio – se un pm può entrare nel merito di un giudizio amministrativo ribaltando non una ma due sentenze. Perché è quello che qualcuno vorrebbe farvi credere per recuperare la verginità perduta, per nascondere l’eccesso e lo sviamento del potere a cui fu condannato, insieme alla fine di una brillante carriera. E che magari ora si è messo in testa di allevare l'uccello padulo, piuttosto che invecchiare serenamente avendo maggiore cura dei nipotini. 

Nella prossima puntata, quando lo stomaco, ormai compromesso, ritroverà il necessario equilibrio, svolgerà qualche considerazione sulla giustizia penale e su quella amministrativa. Per passare poi agli archeologi, agli interventisti ambientali, ai politici chiacchieroni.  Quelli dalla doppia morale.  Se lo stomaco (e la memoria) ci sorregge.

 

 

La Nuova Sardegna del 3 aprile 2008

Tuvixeddu, adesso si indaga per abuso d'ufficio

 

di Mauro Lissia


Partita da due esposti del gruppo Cualbu, l’inchiesta giudiziaria sul caso Tuvixeddu ha compiuto un deciso passo in avanti: acquisiti nel giro di pochi giorni i documenti negli uffici degli assessorati regionali, il sostituto procuratore Daniele Caria ha iscritto un fascicolo contro ignoti con l’accusa di abuso d’ufficio. L’ipotesi di reato è legata alle decisioni dell’amministrazione Soru sul futuro dei colli punici e al progetto alternativo, che ha sollevato i sospetti del Tar e indotto l’imprenditore privato a rivolgersi alla magistratura ordinaria. I fatti sono noti: bloccati i lavori in corso con nuovi vincoli per notevole interesse pubblico - poi bocciati dal Tar, ora all’esame del Consiglio di Stato - era stato lo stesso governatore ad annunciare al Festarch dell’anno scorso il nuovo progetto per le aree puniche, che nelle intenzioni della Regione sarebbero state sottratte con una procedura di esproprio alla ‘Iniziative Coimpresa’. Il piano alternativo, affidato al celebre architetto francese Gilles Clement ed elaborato interamente su planimetrie e immagini aeree, è stato illustrato nei dettagli, suscitando interesse e anche qualche perplessità. Ma quando sono partite le prime interrogazioni in consiglio regionale sull’origine dell’incarico è calata una cortina di mistero.  Soru ha chiarito pubblicamente che il costo della progettazione, pari a 150 mila euro, sarebbe stato coperto dalla fondazione Banco di Sardegna. Ma nell’esposto depositato in Procura il legale di Coimpresa, Agostinangelo Marras, ha fatto riferimento all’assenza di atti pubblici che confermino le dichiarazioni di Soru. Atti richiesti ufficialmente da Coimpresa - secondo l’avvocato Marras - ma rimasti stranamente coperti. Secondo il legale l’incarico sarebbe dovuto passare attraverso una selezione a evidenza pubblica, mentre in questa vicenda gli aspetti pubblici sembrerebbero davvero limitati. Al punto che gli stessi giudici del Tar, nella sentenza con cui hanno bocciato i nuovi vincoli imposti dalla Regione sui colli, hanno espresso con chiarezza il sospetto che l’intera operazione-Tuvixeddu nascondesse l’intento di aprire la strada a un progetto alternativo. Ora la Procura ha accertato che Clement ha incassato almeno cinquantamila euro, in attesa del saldo. Ma resta il punto interrogativo sulla provenienza del denaro. Chi ha pagato? E quanto doveva essere versato esattamente nelle tasche del progettista francese?  Qui si inserisce il secondo passaggio dell’inchiesta, che ora si è spostata tutta sull’esame dei documenti: indagando per comportamento antisindacale sul caso dei dirigenti nominati dalla giunta Soru il pm Emanuele Secci ha rilevato una curiosa sequenzialità di tempi tra il finanziamento accordato dal Banco di Sardegna per il progetto Clement e la nomina - datata 12 settembre 2007, due mesi dopo il Festarch - a ‘direttore generale della direzione generale’ nell’assessorato alla pubblica istruzione e beni culturali di Anna Maria Sanna, qualificata come dirigente scolastico. A parte i criteri seguiti per la nomina e per la creazione di una figura dirigenziale fino a quel momento inedita - la Procura sta cercando di verificarli, così come i titoli e il curriculum presentato dalla professionista - non poteva sfuggire il fatto che la Sanna è sposata con il presidente della fondazione Banco di Sardegna, Antonello Arru. Quindi se a pagare è stato l’istituto bancario, si sarebbe trattato di un trasferimento di soldi ‘in famiglia’. Su questo punto le due inchieste hanno così finito per incrociarsi. Ed è ormai probabilissimo che i fascicoli, di qui a breve, vengano unificati.  Ma non è finita: nell’esposto Coimpresa ha contestato ogni passaggio che ha portato alla nomina della commissione regionale destinata a valutare l’imposizione dei nuovi vincoli su Tuvixeddu. Partendo dal giudizio del Tar - mancano i criteri, non risultano i curricula dei quattro componenti esterni e serviva una legge regionale per istituire la commissione - il gruppo privato ha denunciato la presenza nell’organismo tecnico di Maria Antonietta Mongiu, che ha partecipato alla decisione sui vincoli e ha poi approvato in giunta, come assessore ai beni culturali, la proposta di imporli. Per questo doppio ruolo - sul quale hanno espresso perplessità anche i giudici del Tar - la Procura farà le sue valutazioni sul piano penale, nonostante sia escluso - non esiste alcun indizio, neppure minimo - che l’autorevole studiosa di archeologia possa aver subordinato le sue scelte tecniche su Tuvixeddu al successivo incarico di amministratrice. La commissione ha lavorato in autonomia, gli errori - che qualche volta si scontrano con il codice penale - potrebbero essere stati commessi altrove.

 

La Nuova Sardegna del  1 febbraio 2010

La Procura rivaluta le iniziative della Regione nella battaglia in difesa del colle punico di Tuvixeddu. «Soru tutelava l'interesse pubblico». Vincoli giustificati dai ritrovamenti di nuove tombe e dal Codice Urbani.

 

di  Mauro Lissia

Forse è una vittoria di Pirro, ma il contenuto della richiesta di archiviazione per l'inchiesta penale su Tuvixeddu firmata dal pm Daniele Caria riabilita l'azione della giunta Soru in difesa del colle punico e getta un'ombra sulle decisioni dei giudici amministrativi. Caria ricostruisce attraverso atti, testimonianze e intercettazioni telefoniche le fasi infuocate del conflitto tra Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e la Regione. Per arrivare a conclusioni che fanno riflettere: il Tar e il Consiglio di Stato hanno sbagliato le valutazioni sulla legittimità della commissione regionale per il paesaggio che aveva imposto nuovi vincoli sull'area privata del colle. Quella commissione poteva operare ed era composta da persone qualificatissime, reclutate regolarmente. Non solo: i giudici non hanno potuto tener conto di quanto ha deciso la Corte Costituzionale il 27 giugno 2008 e hanno sostanzialmente ignorato il contenuto della Convenzione europea del paesaggio e del Codice Urbani: la tutela del paesaggio è competenza esclusiva dello Stato e in presenza di situazioni nuove l'accordo di programma per Tuvixeddu, con le autorizzazioni concesse al gruppo Cualbu, poteva essere cancellato. Il Tar però, bocciato il ricorso della Regione per la questione formale legata alla legittimità della commissione, ha deciso solo in base alle dichiarazioni dell'ex sovrintendente archeologico Vincenzo Santoni: nessun ritrovamento significativo dopo il vincolo del 1997. Per il pm Caria sono false, come risulta dalle note della funzionaria Donatella Salvi: oltre mille tombe ritrovate negli anni successivi, alcune sotto vincolo diretto, altre indiretto, altre ancora fuori dall'area vincolata. Santoni - così sostiene il magistrato penale - ha mentito («ha maliziosamente taciuto» sulla nuova realtà del sito archeologico) per favorire la figlia Valeria, ingegnere, che lavorava per Cualbu dal 1995 e operava proprio sui lavori del colle punico. L'imprenditore l'aveva assunta malgrado non avesse alcuna esperienza - sostiene il pm e risulta dalle testimonianze - ma il fatto che lavorasse a Coimpresa prima ancora che partisse il piano Tuvixeddu ha salvato Gualtiero e Vincenzo Santoni dall'accusa ipotizzata all'avvio dell'inchiesta: corruzione. D'altronde quella di assumere figli qualificati sembrerebbe un'abitudine consolidata di Cualbu: il Corriere del Mezzogiorno di Napoli scrive - la data è 19 febbraio 2009 - che la Mediacom, altra società del gruppo sardo, ha assunto la figlia del vicesindaco di Napoli Marella Santangelo appena prima di aggiudicarsi il piano di recupero dell'area ex birreria Peroni di Miano. Dodici mesi fa l'opposizione ha chiesto le dimissioni dell'amministratore ma nessuno si è rivolto alla Procura. Mentre nel caso cagliaritano è stato il pm Caria a ricostruire i rapporti e le vicende della guerra su Tuvixeddu - che definisce «opache» - partendo dall'esposto presentato dallo stesso Cualbu: l'imprenditore sospettava che Soru agisse contro di lui, lo stesso Tar attribuisce in sentenza all'ex governatore un presunto «sviamento di potere». Ma per Caria non c'è nulla di fondato: Soru si muoveva solo per interesse pubblico. Così come si è mosso, insieme all'assessore ai lavori pubblico Carlo Mannoni, quando ha affidato all'architetto francese Gilles Clement un progetto alternativo per Tuvixeddu. A spese pubbliche e senza gara, accusavano gli oppositori. Falso anche questo: i soldi erano privati, i 50 mila euro dello sponsor Banco di Sardegna. E il rapporto è naufragato proprio perchè il dirigente Franco Sardi - l'ha riferito lui stesso al pm - ha messo il veto sull'affidamento diretto. Peraltro risulta agli atti - e il pm Caria lo scrive - che il progetto attuale del parco archeologico urbano, quello bloccato per gli abusi rilevati dalla Procura (quattro indagati, presto probabilmente cinque o sei) era stato affidato dal Comune allo studio Masoero-De Carlo senza selezione pubblica. Ma per Caria il punto centrale della vicenda è un altro: «La Regione - scrive nell'atto notificato ai legali degli indagati Soru, Mannoni, Salvi e Cualbu, tutti prosciolti ma non Santoni - aveva il potere sia di disporre la sospensione cautelare dei lavori pur legittimamente autorizzati, sia di rideterminare il contenuto e l'estensione dei vincoli sul territorio attraverso una nuova valutazione paesaggistico-ambientale, anche se ciò avrebbe reso inattuabili in quanto incompatibili gli interventi autorizzati in precedenza». Insomma: la Regione poteva fermare il piano Coimpresa.

 
 
 

Obama superband

Post n°1550 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da ad_metalla
 
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Non sappiamo perchè, ma la spietata analisi di Naomi Klein ci ricorda qualcosa e qualcuno...

RealCaimani

 

IL FOGLIO del 4 febbraio 2010

L'EVOLUZIONE DEL MARKETING OBAMIANO  SECONDO NAOMI KLEIN


L'autrice di NO LOGO spiega come Obama è diventato un brand bushiano

 

di Michele Boroni

Dieci anni fa una giovane giornalista canadese scrisse un saggio che, per time-to-market e sostanziale mancanza d'altro, divenne il manifesto simbolo dei movimenti “no global”.

La giornalista era Naomi Klein e il volume si intitolava “No Logo”. Quelli che l'hanno letto sanno che il volume era una provocatoria indagine sugli scheletri nell'armadio delle corporation, in cui si trattava con dovizia di esempi e particolari il fenomeno del branding e delle sue ripercussioni sulle dinamiche del lavoro; però i giornali e i media in vena di semplificazioni lo trasformarono nel manifesto comportamentale del movimento anti-globalizzazione. Un successo incredibile, anche in Italia. Del resto la copertina era così pop, con quel nero che snelliva e che staccava bene nelle librerie dei salotti popolate dai pastelli di Adelphi. Leggerlo, del resto, era una faticosa eventualità.

Sono passati dieci anni , appunto, e in questi giorni il libro torna nelle librerie inglesi (No Logo - 10th Anniversary Edition - Fourth Estate – 9,99£) impreziosito da una prefazione dell'autrice che vale la pena analizzare. La scrittrice giornalista (il cui nome è la somma di due brand) è la prima a sottolineare l'equivoco generato da molta stampa: per questo motivo ha preferito negli anni successivi concentrarsi sulla politica americana e raccontarla utilizzando la metafora del branding e del marketing deviato.

In passato il suo target principale è stata l'amministrazione Bush colpevole, secondo la Klein, di aver dato in outsourcing al settore privato molte delle funzioni più importanti del governo, dalla protezione dei confini a molte funzioni dell'intelligence e in particolare Donald Rumsfeld per il suo comportamento da persuasore occulto che invitava il popolo americano a guardarsi dai pericoli senza mai spiegare di che cosa realmente si trattassero.

Oggi invece il suo bersaglio preferito è Barack Obama, sia il team che ha organizzato la sua campagna elettorale sia il suo illusorio primo anno di amministrazione. L'elezione di Obama, secondo la Klein, è stato una vera e propria operazione di re-branding degli Stati Uniti, di rilancio del marchio USA nel mondo, un'operazione condotta con le più avanzate tecniche comunicative a disposizione. Al punto che poche settimane prima della sua elezione l'Associazione degli Inserzionisti Americani lo aveva già incoronato come Marketer of The Year. Nonostante la crisi, l'economia generata dal marchio Obama è in grande ascesa: J Crew, la griffe d'abbigliamento preferita da Michelle Obama ha visto crescere il suo valore azionario del 200%, come pure l'azienda produttrice del Blackberry, il telefono del presidente, per non parlare di marchi come Pepsi, Ikea e Southwest Atlantics che dopo l'elezione di Obama hanno inserito nelle loro comunicazioni la parola 'Change'.

Il problema - sostiene la Klein - è che come tutti i marchi di lifestyle, alla fine le azioni non sono mai all'altezza delle speranze che sono riusciti ad alimentare. La perfetta macchina che ha costruito intorno al presidente un superbrand è caduta nella trappola dell'eccessiva comunicazione: preferendo il gesto simbolico rispetto al programma articolato, privilegiando i simboli sulla sostanza, gli slogan su spiegazioni chiare, costruendo una tela su cui tutti quanti sono invitati a proiettare i loro desideri più profondi. Come letto su Advertising Age, in tema di posizionamento Obama è riuscito ad essere sia Coca Cola sia Honest Tea, sia il megamarchio globale di grande notoriet sia quello di nicchia e da intenditori.

La strategia di comunicazione utilizzata da Obama ricorda molto quella di Nike e Apple in cui venivano usate immagini e situazioni molte evocative e di contenuti rivoluzionari per poi vendere lo stesso prodotto di sempre. Allora dalle indagine e dalle ricerche di mercato era emerso nei consumatori il desidero di qualcosa di più dello shopping – un cambiamento sociale, voglia di spazi pubblici, un trionfo dell'uguaglianza. Lo stesso è successo per Obama: il popolo americano, uscito dal periodo Bush, desiderava sentirsi parlare di libertà civili, ecologia e di un progetto politico più grande di loro. Obama ha vinto capitalizzando questa profonda nostalgia per i movimenti sociali. Ma era solo una piattaforma di comunicazione.

Ricorda la Klein che in fondo Obama ha preso soldi da Wall Street più di qualsiasi altro candidato alla Casa Bianca e sta continuando la politica internazionale di Bush, anche se con uno stile meno arrogante. La giornalista canadese, nonostante tutto, nutre ancora una forte speranza nei confronti di Obama e aspetta “the real thing”: già, proprio come il claim anni '70 della Coca-Cola.

 
 
 

Ai confini della realtą...

Post n°1549 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da ad_metalla
 
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Magico e rivoluzionario

Dopo l'iPod e l'iPad pare che Steve Jobs sia stato chiamato da Bersani per creare la nuova creatura: l'iPd

 
 
 

Reclutamento

Post n°1548 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da ad_metalla
 
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Riceviamo e pubblichiamo pensando di fare cosa utile nel caso qualcuno fosse interessato al "reclutamento". Basta farsi avanti inviando una email a info@radicali.it

m.m.

 

Caro Massimo,

in queste ore parte la raccolta firme per presentare la Lista Bonino-Pannella alle regionali.
Nonostante la popolarità della candidatura di Emma e l'avvio del Satyagraha da parte di Marco, in molte regioni rischiamo di non riuscire a raccogliere le firme necessarie a causa dei noti ostacoli burocratici e delle energie ridotte.
In particolare, in alcune province del Nord manca un gruppo di militanti che si dedichi alla raccolta firme.
Siccome in Sardegna non si vota, ho una proposta da farti.
Ti chiedo se puoi riorganizzare i tuoi impegni di lavoro o di studio per trasferirti una settimana a raccogliere le firme in una provincia "a rischio". Sarai ospitato in loco da qualche compagno radicale, e ci faremo carico almeno delle spese di viaggio.

Se ti può interessare far parte di questo "sbarco radicale dei Mille al contrario", rispondimi per favore a questa email, magari anche indicandomi già il tipo di tua disponibilità ed esigenze. Ti chiameremo subito per organizzare il tuo "reclutamento" :-).

Ciao,

Marco Cappato

 
 
 

Poteri&Fidanzatine

Post n°1547 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da ad_metalla
 
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Un fantasma s'aggira per Bologna. Solo a Bologna? Manco per niente, vizi e vizietti sono di casa anche dalle nostre parti. Ne aveva ben scritto il caro Anassagora (QUI! trovate il pezzo), che da qualche mese ci tiene in trepidante attesa. Le ultime notizie lo danno impegnato a correggere le bozze del suo primo libro, che vedrà la luce il prossimo aprile. Ci è stato promesso, in esclusiva, il pezzo di apertura e ci è stato anticipato il titolo del  libro: "Legibus solutus (Vizi privati e pubbliche virtù)".

RealCaimani

 

 

Il Fatto del 27 gennaio 2010

 

ARMATA BRANCALEONE

L’occhio di Monicelli sugli ultimi sexy-gate: su questa politica girerei un film, una farsa senza sconti

di Malcom Pagani

I soliti ignoti occupano le prime pagine, l’Armata Brancaleone abita nel Pd e i compagni, stavolta, al posto delle bandiere agitano le lenzuola. Mario Monicelli, 95 anni a maggio. Pessimismo, ironia, disincanto. Lo chiamano. “Mario guarda che si fredda il pranzo”. “Arrivo, arrivo” e intanto parla, rampogna, ammonisce. “Nel passaggio dai partiti storici al liderismo, si scoprono guêpière, altarini sentimentali, privato che si mischia col pubblico e l’impressione, me lo lasci dire è desolante e al tempo stesso antica”.

Monicelli, la politica italiana sembra essersi smarrita in un vortice di dossier in  minigonna.
Di faccende come quella di Delbono sono a conoscenza fin da bambino. Iniziarono in Francia. Mi ricordo che negli anni Trenta, la politica locale venne scossa da una serie di scandali in cui erano coinvolti addirittura i presidenti della Repubblica. Il teatro del tempo e la pochade, edificavano i copioni sulla politica deteriore e sull’affarismo. Come vede, non è cambiato nulla.
Il potere non può fare a meno dell’evasione?
Il potere profitta del suo dominio per debordare nel sesso, nella corruzione, nelle perversioni e in cima ai desideri, c’è sempre quell’esigenza. Una volta le scappatelle erano più nascoste, oggi escono dal silenzio per trovare posto sulle prime pagine. Non è detto sia un male, tanto più se qualcuno sente ancora l’esigenza di dimettersi per conservare un minimo di bene pubblico. Poco, intendiamoci, il minimo sindacale di dignità.
Come siamo arrivati fin qui?
La crisi morale parte da lontano. L’occidente sta andando in rovina, trasformandosi in una roccaforte di sopraffazione e di difesa del suo stato sociale, politico economico.
Le vittime.
Tutti quelli che non sono funzionali al percorso. Chi detiene lo scettro è pronto a qualsiasi delitto pur di non perdere la posizione. Ammazza, affoga, uccide chi cerca di entrare da noi per vivere un po’ meglio.
Un occidente fagocitato dalle sue stesse contraddizioni.
Noi eravamo più poveri. C’è stata una lotta durata settant’anni tra il lavoro e il capitale. Ha vinto il secondo e i risultati sono qui.
Può descriverli?
Livelli di vita strepitosi, noia, tracotanza, globalizzazione, consumismo. E’ stato sconfitto il mondo del lavoro e la legge del mercato, si sa, è la più spietata.
Negli anni Cinquanta, Guido Morselli scrisse “Il Comunista”, storia di un deputato catapultato dalla provincia per essere stretto tra il bigottismo di partito e i desideri.
Tempi diversi. Oggi la superiorità morale è un ricordo lontano e un certo atteggiamento petroniano, si ritorce contro chi lo agita come un fantasma da addebitare esclusivamente a una sola parte. Si chiama contrappasso, per essere chiari.
Di chi è la colpa?
Non saprei. Un tempo c’erano i partiti a indirizzare gli uomini, a controllarne vizi e deviazioni. Ma le personalità erano di un altro pianeta. Nenni dormiva su una brandina in ufficio, e poi Morandi, Berlinguer, Togliatti stesso. Qualità, moralità nei costumi e visione. Oggi chi c’è? Sa qual è la verità?
Dica.
Che hanno perso proprio perché hanno frenato la deriva edonistica. Il Pci inizia ad arretrare proprio quando Berlinguer di fronte alla corruzione, diceva ‘stiamone lontani’. Su quella linea di intransigenza, la gente non li ha seguiti e i risultati, sono sotto gli occhi di tutti.
Lei ha raccontato, senza indulgenza e per mezzo secolo, i vizi nazionali. Che film girerebbe per raccontare questa sinistra impegnata a rincorrere gonne o notti proibite?
Un film durissimo. Una farsa senza sconti. La farsa è il tipo di racconto SESSO E POTERE meno accomodante che esista.
Attori?
Buster Keaton o Totò. Nel rappresentare il livello di questa classe politica, non voglio far piangere. Per disperarsi, i motivi, comunque, non mancherebbero.
Se il nostro quotidiano pare diventato la brutta copia di un reality, la colpa è della sola politica?
Limitarsi alla sinistra o alla classe politica, sarebbe riduttivo. Qui il problema è della classe dirigente, tutti persi e in fila, verso una vergognosa curruzione. Faccio l’elenco?
Proceda.
Baroni della medicina che riempiono gli ospedali di parenti, amanti, figli dei figli. Il nepotismo in cattedra ma dappertutto. Nell’istruzione, nell’università,  nel pubblico impiego. Siamo nelle mani del più massiccio degrado morale degli ultimi cinquant’anni e i facili costumi, le signorine o i transessuali, sono solo la conseguenza del nostro presente.
Resurrezioni in vista?
Scherza? E’ da almeno due generazioni che l’Italia è nell’abisso.
Solo l’Italia?
Ovviamente no. Per dinamiche sociali o cambiamenti epocali, arriviamo sempre all’ultimo posto.
In America, davanti a un caso come quello di Delbono, come si sarebbero comportati?
A seconda delle convenienze. Lì se tocchi la cosa pubblica, come fece Nixon, paghi immediatamente, se invece ti limiti a dar fondo, in luoghi istituzionali, alle tue fantasie, come Clinton con la Lewinsky nello studio ovale, può anche andarti bene. Clinton ha realizzato due mandati e non ha mai davvero pensato di dimettersi, non so se mi spiego.
Cosa ha spinto Marrazzo ad autoeliminarsi in una sordida storia di ricatti e appartamenti simili ad alveari?
Mai riuscito a capirlo fino in fondo. Credo sia solo la pulsione sessuale, ma credo l’avesse anche prima di diventare presidente della regione. Però non facciamo i moralisti.
Si spieghi.
Alla fine i peggiori sono quelli che utilizzano la propria posizione per arricchirsi. Da noi ci occupiamo del sesso perché fa ridere e vendere copie.
Ce ne occupiamo solo per questo?
Anche e comunque, una volta scoperti, nel passato, la regola era togliersi di torno. Prenda Delbono, alla fine rimane una sordida storia di vacanzette ai Caraibi, bancomat, tradimenti. Lui ha fatto bene a dimettersi, però il solo fatto che ci faccia effetto le dà la cifra del punto a cui siamo giunti.
Altri sembrano indifferenti.
Ma lo fanno tutti o almeno tutti, sarebbero disposti a farlo. Nulla li scuote, neanche la pubblica riprovazione. Alcuni, prenda Marrazzo, si chiudono in convento, altri negano, altri ancora se ne fregano. E’ l’immoralità che si propaga, come un virus.
Ai suoi tempi, i politici stavano più attenti. Per alcuni giudizi durissimi su Gronchi, lei fu querelato.
E andai in tribunale. Un’altra epoca. Mica mi vorrà rispedire davanti a un giudice?.

 

 

 

 

 

 
 
 

NOGASDOTTO

Post n°1546 pubblicato il 25 Gennaio 2010 da ad_metalla
 

 

Il Comitato Sardo ProSardegnaNoGasdotto, costituito da un gruppo di liberi cittadini e cittadine Sarde, intende contrastare il progetto del gasdotto, denominato Galsi, destinato a sventrare in due la nostra isola per portare nel resto d'Italia il gas metano proveniente dall'Algeria.

Il Galsi percorrerà per 272 km. l’intera Sardegna, da sud-ovest a nordest con un tubo del diametro di 1 metro e 20 centimetri, ed una fascia di asservimento variabile tra i 40 e gli 80 metri. Esso attraverserà, dalla centrale di pompaggio del gas ubicata nella zona di S. Giovanni Suergiu, le Province di Carbonia-Iglesias, Cagliari, Medio Campidano, Oristano, Nuoro, Sassari e Olbia-Tempio, per raggiungere la Centrale di Compressione del gas ubicata nella zona di Olbia, e rituffarsi in mare con direzione Piombino.

Uno studio realizzato dal Comitato ProSardegnaNoGasdotto ha rilevato che:

- sull’argomento si è riscontrata la totale disinformazione della popolazione interessata;
- Galsi non fornirà all’isola energia pulita a basso costo, in quanto il gas non è una fonte di energia pulita e rinnovabile. Gli impianti di San Giovanni Suergiu ed Olbia sono dannosi anche per il rilascio di particelle di ossido d’azoto, sostanza notoriamente cancerogena, che andranno a depositarsi nelle aree circostanti;
- il costo del gas potrebbe risultare superiore e mai inferiore a quello praticato all'interno dell'UE, in quanto la riduzione costituirebbe una forma di "aiuto di Stato" non consentita dalle regole comunitarie, peraltro ormai indirizzate all'utilizzo di fonti rinnovabili;
- il sostegno finanziario dell’UE, di circa 120 milioni di euro, coprirà solo i costi per la costruzione del gasdotto, ma non quelli dei collegamenti tra questo e le reti cittadine che saranno, invece, a carico delle comunità locali. Pertanto, la Sardegna è destinata a costituire unicamente una servitù di passaggio;
- il metanodotto non porterà occupazione. Per la realizzazione di questa infrastruttura è soprattutto richiesto l’utilizzo di mezzi meccanici, e la manodopera necessaria, formata e specializzata, verrà reperita al di fuori della Sardegna;
- il metanodotto non porterà vantaggi economici né benefìci alla cittadinanza locale. Al contrario, implicherà irreparabili costi esterni ed ambientali che non sono stati nemmeno presi in considerazione, e destinati a gravare pesantemente sulle spalle della popolazione sarda.

Il Comitato ProSardegnaNoGasdotto intende informare i cittadini sul progetto Galsi, raccogliere e scambiare informazioni e opinioni al riguardo, anche valutando di intraprendere iniziative volte alla salvaguardia della nostra isola e dei Sardi.

Per saperne di più:
visitate il blog del Comitato: http://prosardegnanogasdotto.blogspot.com,  o scrivete a: prosardegnanogasdotto@gmail.com


Il nostro gruppo su facebook: “NO AL GASDOTTO SARDEGNA ALGERIA (GALSI)”

 

 
 
 

Uffici Stampa

Post n°1545 pubblicato il 20 Gennaio 2010 da ad_metalla
 

Un buon momento per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Ed una buona occasione per ascoltare le sacrosante lagnanze di chi cerca di fare onestamente il proprio mestiere, spesso con datori di lavoro che confondono ruoli e funzioni e che scambiano un professionista dell'informazione per proprio portaborse o portavoce  che sia, e quando va peggio come velinaro usa e getta. Beninteso, nella categoria ci sono anche quelli che si prestano e si accontentano, ma in questo caso non di giornalisti si deve parlare, bensì di servi e zerbini dal sorriso e moine facili. Leccaculo, insomma.

RealCaimani

 

 

 

 
 
 

Speculazioni

Post n°1544 pubblicato il 15 Gennaio 2010 da ad_metalla
 
Foto di ad_metalla

Il tema è attuale e riguarda anche il nostro caro Sant'Elia (e dintorni). Suggeriamo quindi la lettura del recente intervento di Mario Degaspari pubblicato dal mensile "Argomenti Umani". Nell'insulso panorama editoriale italiano non possiamo che consigliare l'abbonamento ad "Argomenti Umani", una delle più interessanti e gradevoli pubblicazioni che è ancora possibile rinvenire.

m.m.

 

Dalla suburra alla borsa. Lo stadio di calcio come motore della valorizzazione immobiliare

di Mario Degaspari

Come spesso succede l’attività legislativa è preceduta da pratiche, da sperimentazioni, da successi e insuccessi. E da questi il legislatore dovrebbe trarre materia utile per il proprio lavoro. In materia urbanistica pare avvenga esattamente il contrario. Più risultano evidenti le cause del malessere che percorre le nostre città più le pratiche che sono alla radice di questo malessere vengono stimolate e incentivate.

Ci sono alcune città italiane che si stanno autofagocitando. Si autodivorano in un insaziabile processo di valorizzazione immobiliare che produce moneta che, nell’atto stesso del suo conio, svanisce senza lasciare traccia sul territorio. O meglio qualche traccia rimane, restano cantieri aperti, qualche recinzione precaria, alcune gru, scavi che in qualche caso fanno pericolosamente affiorare l’acqua di falda, … disagi per i cittadini, progetti faraonici sbandierati che non si realizzeranno mai.

Viene in mente Matilde Serao, che all’indomani del fallimento del grande piano per Napoli, quello che seguì l’epidemia di colera del 1884 e da cui nacque la Società pel Risanamento, quella finita poi nelle mani di Zunino e delle banche, scrisse: «Chi sosterrà, ancora, che non vi sono quattrini per gli asili, per le scuole, per i giardini, per lo spazzamento, per l’innaffiamento, quando sono alle porte un sacco di castelli in aria, tutti uno più costoso dell’altro?»

Di castelli in aria se ne sono costruiti tanti in questi anni, ma ancora molti hanno l’impudenza di sostenere che non ci sono le risorse per affrontare l’emergenza alloggi, per fare un po’ di sana e onesta manutenzione nelle scuole, per tappare le buche nelle strade, per occuparsi delle povertà vecchie e nuove. Il tempo della Serao è passato da un pezzo, ma siamo ancora fermi lì: non solo perché a Napoli i problemi sono sempre gli stessi, ma anche perché pare che quel modo di affrontare la cura di quel glorioso patrimonio civile che sono le nostre città sia rimasto pressoché immutato. La storia non insegna nulla, o forse insegna solo ciò che si è disposti ad apprendere.

Se un comune non può coniare moneta può sempre produrre volumetrie. Come la zecca delle antiche municipalità aveva diritto di signoraggio sul metallo usato per il conio, così il comune, se i suoi amministratori non sono proprio corrotti, può trattenere per sé parte del valore prodotto da volumetrie generosamente elargite. Questo sistema, una volta generalizzato, ha prodotto fallimenti certificati, fallimenti richiesti e fallimenti camuffati. Quasi mai ha risolto le vere emergenze urbane e soprattutto non ha prodotto autocritica e buonsenso. I manuali di finanza immobiliare consigliano, per indurre le amministrazioni a concedere cambi di destinazione d’uso dei terreni e sostanziosi aumenti volumetrici, di produrre progetti fascinosi e ben impacchettati.

Terminata la fase di analisi inizia la vera e propria fase operativa anche se ancora non si inizia in nessun modo a costruire fisicamente il bene in quanto occorre passare per una fase di raccordo tra quelli che sono i desideri dello sviluppatore e il fabbisogno della collettività. Tale passaggio intermedio, che è di gran lunga il più complesso, è l’attività urbanistica e progettuale volta a ottenere dalla pubblica amministrazione la modifica della destinazione d’uso del bene e, se possibile, un aumento della capacità edificatoria. Tale passaggio comporta un enorme rischio per il developer in quanto la Pubblica Amministrazione non ha nessun obbligo di concedere il cambio di destinazione, l’incremento della capacità edificatoria e quindi, in ultima analisi, il permesso di costruire.

Questo significa che tanto più è diversa la destinazione obiettivo da quella attualmente prevista per l’area oggetto di sviluppo tanto più appealing dovrà essere il progetto per il soggetto pubblico. Gli stadi calcistici si prestano particolarmente allo scopo: utenza assicurata, alta capacità di indotto, collegamenti con brand prestigiosi, possibili integrazioni di carattere sociale, i giovani da sottrarre alla strada, lo sport, le scuole, l’aria aperta, la salute e via dicendo.

Nella primavera del 2006, l’amministrazione comunale della capitale conclude con la società sportiva Roma un accordo di programma che permette alla società di realizzare su terreni di proprietà della famiglia Sensi, precedentemente destinati all’agricoltura, la «città della Roma». Nella presentazione dell’iniziativa si dice senza mezzi termini che essa serve per colmare i debiti di bilancio della Roma. L’operazione frutterà alle casse della società 100 milioni di patrimonializzazione, proprio la cifra del buco di bilancio. Successivamente si comincia a parlare del nuovo stadio, che dovrà essere all’inglese, più sicurezza, più partecipazione, più integrazione col territorio e soprattutto con la vita commerciale. Torrevecchia, essendo già di proprietà della società, è la destinazione naturale. Ma sorgono solo problemi di vario tipo e allora un immobiliarista che possiede un grande terreno inutilizzabile vicino al grande raccordo anulare propone uno scambio di aree. Invece della cittadella nell’area di Torrevecchia ci facciamo le case, e sulla mia, dove tra l’altro c’è una discarica, ci facciamo lo stadio, così le valorizziamo tutte e due. «Avevo questo terreno e l’ho proposto a Rosella Sensi perché mi piace questa ragazza che si dà da fare e che viene da una famiglia che ha buttato sangue per farci divertire con la Roma. Ho voluto darle una mano». E per costruire lo stadio c’è pronta la solita cordata, Caltagirone, Toti (con una T sola), Angelucci, Marchini. Mezzaroma no, perché è laziale (cioè sta portando avanti un’operazione analoga insieme a Lotito).

La prima volta l’operazione era stata benedetta da Veltroni, questa volta da Alemanno. Per costruire lo stadio in realtà non c’è una lira, ma il progetto ha comunque grande appeal, tanto che se ne parla su tutti i giornali, economici e sportivi. Anche la suburra delle curve apre i suoi blog, e alcuni tifosi colgono meglio di qualche analista economico la sostanza del problema.

Il 1 ottobre 2009 alle 22:09 Io scrive: "Si sente l’esigenza di costruire nuovi stadi? Non sarà una scusa per costruire supermercati, abitazioni, ristoranti e negozi in barba ai piani urbanistici approvati su base comunale?" A Milano non si è arrivati a tanto, ma il progetto per il nuovo stadio dell’Internazionale F.C. ha fatto comunque un bel giro panoramico per tutta la provincia, da Rho Pero a Sesto San Giovanni, a Rozzano, a Milano in zona Cerba Ripamonti, a San Giuliano, a Pioltello, ancora a Milano in zona Ippodromo San Siro, ancora a Rho Pero e ancora a San Siro… , atterrando di volta in volta sulle proprietà di Cabassi, Ligresti, Zunino, Losito, dei fratelli Siano ecc., a seconda che ci fossero da valorizzare i terreni di questo o di quello.

Nicholas Gancikoff, ha lavorato a Londra e a New York, nel settore finanziario, in particolare nel Private Equity, si è specializzato con un master alla Columbia University in Finanza e Real Estate, studiando le più moderne tecniche legate allo sport financing ed è a capo dello Sports Investment Group, società leader nella consulenza per la realizzazione dei nuovi stadi. Non è un filantropo, ma un consulente finanziario specializzato nel settore sportivo. A una domanda nel corso di un’intervista fattagli pochi mesi fa sulle difficoltà che si incontrano in Italia nella realizzazione degli stadi, ha risposto: “È chiaro che di fronte a certe richieste, le amministrazioni locali storcono il naso. Quali richieste? Alcuni dirigenti di società, per costruire uno stadio da 20 mila posti, chiedono in gestione dal comune più di 100 mila metri quadri di area commerciale. In questo modo sperano di ripagarsi l’impianto nuovo con la speculazione edilizia…” - persino il leader dei consulenti immobiliari sembra un po’ perplesso! - "…bisogna considerare che anche lo stadio in sé genera profitti. Se bene integrato con il territorio, tutta l’area acquista maggior valore e si può inserire lo stesso impianto con la metà di metri quadri di area commerciale” . Non è proprio così. È anche peggio, ma tanto basta per indignarsi.

Se le amministrazioni locali «storcono il naso» bisogna creare dunque un quadro normativo convincente, capace di deresponsabilizzare almeno un po’ gli amministratori comunali in nome di una motivazione superiore. L’uso politico dell’allarme sociale, sfruttato a dovere da chi per anni ha dapprima sostenuto e poi tollerato le fazioni più violente del tifo, ha funzionato egregiamente. Ora c’è anche la componente patriottica: occorre avere impianti sportivi e stadi di qualità superiore in grado di sostenere la «candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale». È scritto proprio così nel disegno di legge approvato dalla 7° Commissione del Senato. È un testo curioso, fin dal primo articolo, riguardante le finalità,che sarebbero: “... di favorire e di incentivare, mediante un Piano triennale (non suona un po’ sovietico? N.d.a.) di intervento straordinario, la realizzazione di nuovi impianti sportivi e stadi ovvero la ristrutturazione di quelli già esistenti in cui si sono disputati gli eventi sportivi, secondo criteri di sicurezza, fruibilità e redditivitàdell’intervento e della gestione economico finanziaria, in modo che sia garantita, nell’interesse della collettività (c’era bisogno di dirlo? N.d.a.), la sicurezza degli impianti e degli stadi, anche al fine di prevenire i fenomeni di violenza all’interno e all’esterno dei medesimi, e sia migliorata, a livello internazionale, l’immagine dello sport in vista della candidatura dell’Italia per l’organizzazione di manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale”.

Dieci righe di testo senza nemmeno un punto, ma il problema è un altro: si può capire l’incentivazione di iniziative sociali e culturali, ma che senso ha favorire e incentivare la realizzazione degli stadi secondo criteri di redditività dell’intervento e della gestione economico-finanziaria? È spiegato bene nel secondo comma dello stesso articolo 1. Si tratta della patria! Per le suddette finalità «… le opere oggetto della presente legge sono dichiarate di preminente interesse nazionale, di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza ». Roba da matti! Le parole non riescono nemmeno a camuffare l’obbiettivo.

Si voleva, e sarebbe stato opportuno, dire che c’è bisogno di costruire gli stadi, per ragioni di sicurezza e di immagine, e siccome mancano le risorse, si agevola un dispositivo urbanistico-finanziario che ne consenta la realizzazione nell’ambito di programmi di trasformazione urbana. Si sarebbe potuto discutere sull’opportunità di una legge che consente di fare ciò che non è mai stato vietato, ma non ci sarebbe stato niente di indecente. Evidentemente, però, chi ha steso il testo è talmente addentro alle finalità vere del provvedimento da palesare, anche nelle parole, ciò che avrebbe dovuto rimanere implicito. Sarebbe stato un po’ ipocrita, certo, ma sia le ragioni di sicurezza sia il recupero di un’immagine sportiva un po’ deteriorata del Paese sono motivazioni più che valide. Si vede che l’idea della redditività dell’intervento e della gestione economico-finanziaria proprio non gli stava nella penna! Soprattutto la redditività dell’intervento merita un breve esame. C’è una certa preoccupazione che un piano di lottizzazione (si può tornare a chiamare le cose col loro nome? Un Pl in sé non è mica una brutta cosa) che preveda anche la realizzazione dello stadio non sia abbastanza redditizio. Non basta che sia redditizio lo stadio, attraverso le opportunità commerciali che può generare, bisogna che ci sia una plusvalenza generata proprio dalla realizzazione dell’impianto. In altre parole, lo stadio deve essere realizzato a costo zero (come minimo), come fosse un’opera di urbanizzazione. In conto oneri, come si diceva una volta. Lo stadio, bello, ecosostenibile, sicuro e connesso al territorio non è il fine, ma il motore dell’intervento immobiliare: non dimentichiamo che un progetto, perché non faccia storcere troppo il naso agli amministratori locali deve essere abbastanza appealing! Perché non si perda tempo meglio se il progetto è appealing fin dalla nascita. E con questa legge, modestamente, lo nacque!

Gli altri articoli forniscono le istruzioni per l’uso. Articolo 2 (Definizioni): vi si spiega che cosa si intende per stadio, e si scopre che riguarda solo i professionisti. E i giovani, i nostri ragazzi, la funzione sociale dello sport? Stanno in un’altra definizione: “Complesso multifunzionale: il complesso di opere comprendente lo stadio, anche unitamente ad altri impianti sportivi tra loro collegati da organicità funzionale, strutturale ed impiantistica, abbinati a una o più strutture, anche non contigue, funzionali alla fruibilità del complesso medesimo, destinate ad attività commerciali, ricettive, di svago, per il tempo libero, culturali e di servizio, nonché eventuali insediamenti residenziali o direzionali tali da valorizzare ulteriormente il complesso, anche (ma non necessariamente. N.d.a.) con riferimento agli interessi pubblici di riqualificazione urbana”. Sarebbe stato sufficiente dire che un complesso multifunzionale è un ambito urbanistico dove si può speculare finché si vuole. “Comune: il comune nel cui territorio deve essere realizzato il nuovo stadio o il complesso multifunzionale ovvero nel cui territorio è ubicato, alla data di entrata in vigore della presente legge, lo stadio oggetto di ristrutturazione”. Grazie tante!

Nell’Articolo 5 (Contenuto essenziale dei progetti per la realizzazione di nuovi stadi o complessi multifunzionali), per chi ancora non lo avesse capito, si dice chiaramente, al secondo comma, che: «Nel caso della realizzazione di complessi multifunzionali il progetto può prevedere locali e spazi da destinare ad attività residenziali, direzionali, turistico-ricettive e commerciali». Vengono in mente quei maestri di una volta che, stanchi di dare suggerimenti sottovoce all’alunno capoccione, alla fine sbottano, gli mollano uno scappellotto e gli urlano in faccia la soluzione del problema. Con grandi risate da parte di tutti gli altri che avevano mangiato la foglia da un pezzo.

 
 
 

Emma for President

Post n°1543 pubblicato il 11 Gennaio 2010 da ad_metalla
 
Foto di ad_metalla

Il Fatto del 7 gennaio 2009

Il fascino discreto di Emma

di Antonio Padellaro

Se fosse teatro si potrebbe descrivere così: quando si alza il sipario tutti i personaggi sulla scena sono immobili. Si capisce che sono parte di un unico gruppo e che i gesti bloccati o sospesi indicano che era in corso un dibattito. La disposizione dell`arredamento e dei personaggi fermi sulla scena mostrano che qualcuno è importante e qualcuno no, che qualcuno parla (stava parlando) e altri ascoltano. Il fatto che uno dei personaggi sia sul punto di varcare una soglia su cui è scritto "Puglia", e un altro stia entrando in una stanza su cui è scritto "Lazio" ci fa capire che, prima del magico stop, era in corso un gioco o un rito, e che qualcuno stava eseguendo istruzioni o ordini impartiti da qualcun altro. La scena resta a lungo nella fissità descritta, sotto la luce dei riflettori. Così a lungo che si comincia ad avvertire imbarazzo fra gli spettatori. Ma nulla accade, benché ormai vi sia un diffuso senso d`impazienza. All`improvviso salta in scena un personaggio che prima non c`era. Subito il gruppo delle figure immobili si anima, ridiventa vivo e attivo, si sentono voci, esclamazioni, assensi, dissensi. Qualunque sia la trama che sta per svolgersi, lo spettacolo può ricominciare. Ancora non sappiamo se ci stiamo confrontando con una scena alla Bunuel (ogni problema è interiore) o con una trovata da teatro d`avanguardia. Di certo è politicamente d`avanguardia, in questo incredibile retro politico che è il dramma del Partito democratico, la protagonista che ha sbloccato la scena. Si chiama Emma Bonino e il suo fascino consiste nel decidere, netta e subito, là dove tutti si erano fermati. È bene notare che questa protagonista non decide per gli altri. In questa vicenda, in cui tutti siamo spettatori anche un po` ammirati, Emma Bonino non ha potere. Ma si è presa la responsabilità di venire al centro della scena e di decidere per se stessa. E questo ha messo in movimento attori e comparse. Un fatto è sicuro. C`è di nuovo vita in scena e anche gli spettatori delle ultime file capiscono che adesso tutti gli altri, che erano immobili e come storditi sul palcoscenico del Pd, dovranno decidere. Vogliono o non vogliono la persona che improvvisamente ha rotto l`immobilità della loro scena senza chiedere permessi né investiture ma prendendosi la responsabilità d`interrompere il maleficio della strana fiaba? Lo sapremo nella prossima scena. Intanto ognuno di noi, spettatori votanti, fa la sua riflessione. La mia è che non voglio perdere il seguito.

 

l'Unità dell'8 gennaio 2009

La doppia forza di Emma

di Luigi Manconi

Qui – e grazie al cielo, non solo qui, anzi... - ci auguriamo con tutte le forze che Emma Bonino sia la candidata dell’intero centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Può vincere, la Bonino? Certo, può vincere pur in una competizione che si annuncia assai difficile. La Bonino ha due vantaggi: a) può raccogliere i consensi più ampi all’interno della sinistra fino alle componenti estreme, sollecitando al voto settori tentati dall’astensionismo o spazientiti (e come potrebbero non esserlo?) dalle infinite vicissitudini che travagliano il Pd; b) può attrarre i voti di tutti coloro che "ma la Polverini non è poi così male". Sì, la Polverini "non è poi così male": ed è il miglior frutto dell’ormai avvizzito campo della destra italiana. E allora? La fine delle ideologie e la crisi delle categorie classiche di destra e di sinistra solo ai superficiali, o agli imbroglioni, può apparire come il declino di qualunque differenza tra due aree che restano in conflitto, quella di centrodestra e quella di centrosinistra. E solo i neofiti di tutte le mode possono credere che "trasversale" sia un concetto da enfatizzare acriticamente, quasi fosse, che so, la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva. Certo, le posizioni della Polverini sull’immigrazione o sugli ammortizzatori sociali non sono incomparabilmente diverse dalle mie: ma so che è la candidata di uno schieramento, dove le sue opzioni sono irreparabilmente minoritarie e le posizioni lì prevalenti sono, su altre questioni, nemiche (sì, nemiche) delle mie. E quelle posizioni del centrodestra hanno a che fare con il governo della regione? Hai voglia che ce l’hanno. Dunque, cosa si aspetta a indicare Emma Bonino come candidata? Si decida, insomma.
A proposito di Radicali. Qualche tempo fa Nichi Vendola, li definì "incompatibili" con il proprio schieramento. È un giudizio che sento ripetere da decenni all’interno della sinistra. Chi lo formula, in genere, contesta le posizioni dei Radicali in materia di politica estera oppure in materia di politica economica. Queste ultime sono le posizioni che una certa sinistra - come scrive Daniela Preziosi in una bella intervista a Emma Bonino sul Manifesto - definisce ultraliberiste. Confesso di aver avuto anch’io qualche pregiudizio in tal senso, ma ho dovuto ricredermi analizzando più a fondo le scelte dei Radicali, che sono semplicemente liberali, ma collocate all’interno di una concezione che prevede un sistema di welfare non solo più moderno (più adeguato alla nuova composizione sociale), ma soprattutto più universalistico di quello attuale. In ogni caso, che vi siano differenze rilevanti è un elemento naturale, e ineludibile, di tutte le coalizioni. Ma c’è il rischio che quelle differenze siano frutto esclusivo di stereotipi. Si prenda la questione dell’immigrazione. L’intera sinistra e, in particolare, le sue componenti estreme, sono state completamente assenti e silenziose di fronte alle radicali (in tutti i sensi) vertenze sul tema, condotte nello scorso anno dai Radicali. In ultimo, lo sciopero della fame, attuato da centinaia di immigrati regolari, perché i tempi previsti dalla legge (45 giorni) per il rilascio o il rinnovo del titolo di soggiorno, siano rispettati (oggi l’attesa arriva fino a 15 mesi). Come si vede, si tratta di una battaglia tipicamente di sinistra, anche secondo i più classici canoni: e questo consente di leggere il repertorio di obiettivi e di metodi dei Radicali sotto una luce diversa. Si può scoprire, così, che forse si tratta proprio della più efficace e coerente, matura e intransigente politica di sinistra oggi praticabile: e proprio perché affonda le sue radici nelle contraddizioni più acute e qualificanti del sistema di cittadinanza contemporaneo e delle attuali relazioni tra individuo e Stato. Testamento biologico e diritti dei detenuti, condizione dei migranti e critica dei proibizionismi sono altrettanti temi che rimandano direttamente alle questioni cruciali del rapporto tra autodeterminazione individuale e diritto alla cura, tra libertà personale e sicurezza collettiva, tra inclusione e marginalità, tra proibizione e responsabilità. Queste contraddizioni unitamente a quelle derivanti dalla nuova stratificazione del lavoro e del non lavoro, pongono su basi diverse le questioni di sempre dell’eguaglianza e della libertà. E allora, delle due l’una: o si rinuncia a qualunque idea di sinistra, oppure dove altro mai fondare quell’idea se non sui temi radicali dei Radicali? In una prossima rubrica argomenterò perché, a mio avviso, la candidatura di Emma Bonino non allontana "il voto dei cattolici". Anzi.

 

Il Manifesto del 7 gennaio 2009

 Emma Bonino: «Le mie condizioni per l'alleanza»


Stasera a “Annozero” non ci va. Ma come: non ci va? «E no, mai invitati finora, adesso che facciamo ascolto Santoro ci invita? Emma mica è una ragazza audience». Stile radicale: un caso se esclusi dalla tv, un caso quando inclusi. Nella sede di Torre Argentina ci si organizza per le regionali. Cappato accoglie, Pannella racconta, Rita Bernardini sta al computer. Alleanze? macché: primum, chiudere le liste. Secondo, raccogliere le firme, «un dramma». Terzo: la campagna elettorale. Per le europee c'erano 350mila euro. 200mila nel salvadanaio, 100mila le ha messe Pannella, 50 mila Bonino. «Certo non ci saranno manifesti per le città. Stavolta non abbiamo una lira». «Emma for governatrice» (come la chiama Pannella) è qui dall'alba, riunioni, incontri, giacca fucsia e piedi per terra: entusiasta della scelta, nessuna illusione. Giorno secondo della campagna elettorale numero dieci, «quella del 79, dell'83, dell'87, 90 e qualcosa...». La novità del pomeriggio è la telefonata di Nicola Zingaretti, «esploratore» del Pd. «Gli ho ribadito che per noi radicali la questione non è solo il Lazio».

– È la vostra condizione?

È una richiesta: da mesi si sa che presenteremo le liste Bonino-Pannella in tutta Italia, in coalizione o soli. Non abbiamo avuto mai nessun confronto. Nel Lazio ho deciso di candidarmi, ma il Lazio sta in Italia, e fra noi e il Pd il discorso è aperto in tutte le regioni. Insomma, il mio interlocutore è Bersani. Zingaretti ha detto: riferirò. Finito.

– Se il Pd decide di aprire un dialogo con la candidata Bonino, metterà delle condizioni. Cosa potete accettare, cosa no?

Noi siamo un'alternativa vera a questo regime. Il nostro vissuto lo dimostra. Dopodiché tatticamente i patti li possiamo fare, se c'è una base comune, nella trasparenza. Siamo stati nell'Unione, sono orgogliosa di essere stata leale con Prodi. Come tutti i radicali faccio fatica a dire un sì, ma quando lo dico lo mantengo. Abbiamo promesso di entrare nei gruppi parlamentari, lo abbiamo fatto. Non facciamo giochi strani, forse siamo considerati alleati difficili per questo. Faccio un esempio: poco fa Casini ha detto che non sta con me. Ma perché? Perché Bresso in Piemonte sì, e noi la votiamo, e io no? Non s'è capito.

– Ha detto che lo scenario delle trattative per i candidati è patetico. Cosa c'è di patetico nella vicenda fra Pd e Udc?

Non viene mai detto qual è il problema. Se Bersani dicesse: per battere Berlusconi nel 2013 voglio un'alleanza con l'Udc, e per questo voglio le riforme e il proporzionale alla tedesca, uno capisce e trangugia. Oppure come noi dice: io no, voglio la riforma all'americana, i collegi uninominali eccetera. Patetico è che siccome questo non è detto, si traduce in veti incomprensibili e variabili, dal Lazio alla Puglia.

– Le alleanza variabili non dovrebbero dispiacervi. Vi siete alleati con Berlusconi.

Non le contesto infatti. Chiedo trasparenza rispetto agli elettori. Nel Lazio e nella Puglia si è tutto impantanato perché i candidati scelti dovevano avere il gradimento dell'Udc. Ma non lo dicono. Sono convinta che non esiste un'alternativa vera senza un'alterità vera, comportamentale, di vita.

– Convinzione che difficilmente si concilia con la ricerca delle alleanze.

Le alleanze si fanno, nella trasparenza e nella chiarezza. Non sono Alice nel paese delle meraviglie. Vorrei ricordare che sono stata ministra.

– A sinistra sono in molti a credere che ci sia D'Alema dietro l'alleanze Pd-Udc.

Penso che D'Alema giochi una parte. Ma che sia un aiuto per Bersani e per il suo nuovo corso non mi pare.

– Dal Pd aspettate risposte. Dalla sinistra, che chiede le primarie? E che vi considera ultraliberisti?

Le primarie sono ormai fuori tempo. Andiamo avanti, parliamo di programmi. Fin qui ho sentito solo Bonelli (verdi, ndr), e i socialisti. Chiuse le liste, avviato l'incubo delle 160mila firme da raccogliere legalmente, sentiremo tutti.

– Che bilancio fa della giunta Marrazzo?

Sanità e bilancio restano le priorità da affrontare. Sulla sanità Marrazzo ha certo ricevuto in eredità una buco grave. Nei prossimi giorni studierò, approfondirò meglio.

– Avrà una stella polare?

Il criterio rivoluzionario di sempre: trasparenza. Nelle gare d'appalto, nei bandi, nelle nomine per rosa e per merito. Pratiche che ho vissuto quando ero commissaria, automatiche in altri paesi. Curriculum su internet accessibili a tutti. Poi uno si assume la responsabilità di scegliere. Ma il procedimento con cui ci arrivi ti inchioda.

– Altro tema: Regione Lazio, poteri forti.

So di non essere amata dai clericali. Ma di essere amata e stimata da molti credenti. E questo vale per me e per i radicali in genere. Divorzio e aborto li hanno votati i cattolici di questo paese. Sul testamento biologico il Pd doveva votare una sua linea. Facendo salva la libertà di coscienza, figuriamoci se potrei pensarla diversamente. Sono non solo laica, ma credente in altro, nella pratica della libertà, della tolleranza e del rispetto. Ma vengo da una famiglia cattolica, mia madre non si stanca di dire che i cattolici si formano nel libero arbitrio.

– Cosa pensa di papa Ratzinger?

Che dovrebbe parlare alle coscienze. E invece sta sempre a esercitare una specie di potere legislativo: questa legge sì, quella no, questo referendum sì e quello tutti al mare. Nel caso della legge 40 per l'astensione fu una furbata: la chiesa, ogni volta che si è schierata per il sì o il no ha perso.

– Storace, fra gli sponsor laziali di Polverini, dice che i radicali sono incompatibili con lo statuto della regione che parla di famiglia e di rispetto della persona.

– Il rispetto della persone è innanzitutto rispetto della sua volontà. E la persona senza libertà di scelta non è persona.

– Alemanno dice che dividerà li centrosinistra.

Forse qualche organismo dirigente. Ma nella sostanza Alemanno si sbaglia. Noi abbiamo sempre unito. La passione democratica e della cittadinanza unisce. Le nostre battaglie hanno sempre unito. Il divorzio e l'aborto hanno travolto gli steccati. Penso alla responsabilità civile dei magistrati: Tortora con noi è diventato un caso emblematico per tutti.

– Parla di anni e tempi passati.

No, di oggi. Ci metteremo un po' a farci capire, ma questa nostra battaglia per l'integrazione degli immigrati vincerà nel paese.

– L'ldv le propone un ticket con uno di loro.

In alleanza volentieri, ma niente ticket. Abbiamo anche qualche differenza di troppo sulle riforme della giustizia.

– Che dirà a Bersani se si farà vivo?

Semplicemente che la Lista Bonino-Pannella è una risorsa. I 750mila che ci hanno votato alle europee, secondo un'analisi di fonte Pd, venivano soprattutto da destra. C'è una destra liberale che non si ritrova nel Pdl di Berlusconi.

– Scusi, fin qui abbiamo ragionato sulla possibilità che lei sia leader dei centrosinistra nel Lazio.

Se avvenisse sarebbe una cosa importante per l'intero centrosinistra. Perché in qualche modo significherebbe accettare, per amore o per necessità, un vissuto portatore di punti fermi.

– In altre parole, il Pd dovrebbe ammettere di non avere un candidato nel Lazio, e di non avere la “nuova alleanza” con l'Udc. Una mezza bancarotta, o no?

Io la direi così: questa è un'opportunità per il Pd, un'opportunità che riguarda il Lazio ma anche in generale, per uno sguardo sul mondo.

Daniela Preziosi  

 

 

 

 
 
 

Giornalisti

Post n°1542 pubblicato il 11 Gennaio 2010 da ad_metalla
 

Intercettazioni telefoniche

Con circa 100 euro è possibile acquistare un software che permette di intercettare conversazioni e localizzare la posizione di chiunque. Quali sono le conseguenze di tutto ciò se ad utilizzarlo è un giornalista? A partire dal 12 Gennaio alle 23:00. Terminata la puntata sarà possibile rivederla sul sito vanguard.current.com.

 

 

 

 
 
 
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