“Quando facciamo un’inchiesta, noi non chiediamo alla gente cosa ne pensa. Gli chiediamo solo di confermare con le loro parole ciò che noi sappiamo già o crediamo di sapere. Giriamo l’Italia selezionando le informazioni fino a quando coincidono con gli schemi che già ci siamo costruiti. Non con l’umiltà del cronista che vuol scoprire e raccontare qualcosa, ma con la presunzione e la sicurezza che ci accomuna a coloro che occupa il Palazzo”.
Miriam Mafai
[…] "Oltre ai grilli i cinesi hanno da sempre allevato uccelli, e un modo per augurare a qualcuno felicità è : “Che tu possa diventar vecchio e avere cura di un nipote e di un uccello”. […] Non tutte le campagne di massa del passato dettero comunque risultati positivi. La campagna, per esempio, del 1958 per uccidere tutti i passerotti, perchè a qualcuno (si dice Mao) a Pechino era venuta l'idea che mangiassero troppo, fu un vero disastro. In tutta la Cina i contadini si piazzarono nei campi, sui tetti delle case, in cima agli alberi e, con bandiere, tamburi, pentolacce, fecero per giorni e giorni un tale baccano che uccelli di ogni tipo, impauriti dalla confusione, stanchi di volare, non potendosi posarsi da nessuna parte, finirono per cadere morti a milioni e milioni. Dopo, naturalmente, insetti e parassiti delle piante si moltiplicarono e si riprodussero senza alcun ostacolo e causarono molti più danni di quanti ne potessero mai provocare i passerotti".
Tiziano Terzani, La porta proibita, Longanesi & C. (1984)
Gli smemorati di Tuvixeddu e l’uccello padulo (1)
di Massimo Manca
La Cina è più vicina di quello che si può pensare. Infatti, sono passati più di 50anni dallo sterminio dei passerotti cinesi ma la stupidità di alcuni – così almeno pare – qui, oggi, su Tuvixeddu, non sembra volersi arrendere all’evidenza. Insomma, cambiando il nome ai protagonisti della storiella il risultato rimane immutato. Decidete voi chi sono oggi i “passerotti”, chi sta sollevando il baccano e perchè, chi sono gli insetti e i parassiti. E poi provate ad immaginare a quanto ammonteranno i danni e chi pagherà il conto finale. Su cui nessuno solleva obiezioni e scandali di sorta, su cui nessuno s’ interroga.
La malattia di questi tempi si chiama revisionismo. Con un adiuvante: il conformismo. Intendiamoci: a me proprio non va giù il progetto Coimpresa, non mi piace. Nonostante questo continuo a dirmi convinto che occorra avere il coraggio, sempre, di tradire le appartenenze, i luoghi comuni, le mezze verità e l’ipocrisia di un malsano revisionismo, per non tradire se stessi. Sono e resto convinto di una cosa: il fine non giustifica mai i mezzi. Neppure per Tuvixeddu. Io non potrò mai schierarmi dalla parte del chiagni e fotti, di chi, pur animato da propositi e passioni sacrosante, è disposto a nascondere la verità, a fare strage di cervelli e di giustizia. E non mi frega un accidenti se qualcuno continua a scambiare la lealtà con la fedeltà. Ho 45anni, non ho più l'età nè la salute per arruolarmi tra i tifosi a corrente alternata di una o dell’altra parte, tra gli amanti dell’incularella, l’antico gioco sempre in voga che notoriamente ha come caratteristica principale l’assoluta mancanza di regole.
Concordo con Sergio Romano, quando l’altro giorno sul Corriere della Sera ha scritto: “Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati da uomini che si dedichino alla buona amministrazione della Cosa Pubblica e scopriamo di scegliere personalità attraenti, grandi maestri di comunicazione, ma incapaci si separare nella loro vita il pubblico dal privato. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera”. E’ quello che è accaduto con Renato Soru – e non solo per Tuvixeddu – ed è quello che continua ad accadere con tanti sindaci e presidenti ancora immeritatamente all’opera. E mi spiace per chi fa finta di non essersene accorto, mi spiace per coloro che fanno del facile revisionismo e cattiva informazione, mi spiace per chi preferisce difendere le appartenenze prima ancora della propria intelligenza, fosse anche per sentirsi meno solo.
Mi sono ripromesso, alcuni mesi fa, di non curarmi più di certa gente e di certi affari. Per anni – in quella splendida solitudine che qualcuno ha pure avuto la faccia di bronzo di rimproverarmi - l’ho combattuta. Per anni ne ho scritto e denunciato le porcate, con largo anticipo, restando inascoltato. Mi pare di poter dire che, salvo qualche piccolo ma importante risultato, qualche intuizione, salvo qualche significativa risposta, le cose continuino a marciare con lo stesso putrido ritmo di sempre. Insomma, mi sto convincendo che Thomas Stearns Eliot non aveva mica tutti i torti a domandarsi “Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo, dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza, dov’è la conoscenza che abbiamo perso con l’informazione?” Sicuramente, almeno riguardo all’informazione, non sbagliava.
Di questi tempi, non essendoci molti campioni o modelli di riferimento, avendo ben oltre sopportato la quotidiana dose di veleni e inimicizie, è bene che io passi il mio tempo a coltivare l’orticello di casa. Non nel senso di badare al proprio particulare, piuttosto nel senso di fare al meglio quello che più mi piace, che mi dà soddisfazioni e serenità. Mi accontento di poco, un libro, il cinema, musica, la salute, gli affetti più cari i miei due cani e tre gatti. Questo non vuol dire che ogni tanto, quando vale la pena, non debba riprendere la penna in mano per ricordare due o tre cosette.
Su queste vorrei limitare al massimo i commenti, riportando semplicemente dei fatti, alcuni documenti, notizie ed opinioni. Io sono convinto, riguardo a certa informazione, che sono più le cose che si nascondono, che si dimenticano quando più fa comodo, che quelle che si dovrebbero raccontare mettendo a rischio se stessi e anche certi rapporti. Chiunque potrà facilmente rilevare - se ritiene - in molti atti e in alcune cronache, le contraddizioni, le omissioni ed il paraculismo di chi per professione, a seconda dei casi e dei tempi (è il caso di questi giorni), a furia di girare e rigirare il girarrosto dell’informazione non solo cerca di fare fessa la conoscenza, ma ci ha ricavato, ci ricava e ci ricaverà un arrosto tutto per se.
Oggi partiamo con due pezzi, identico autore, medesima testata, tempi diversi. C’è qualcosa che non è stato ricordato nell’ultimo pezzo, che manca dalla cronaca della richiesta di archiviazione dell’inchiesta penale del pm Caria ? Giudicate voi. Poi, con somma ponderazione, interrogatevi sul ruolo, funzioni e poteri di un pm, chiedetevi - come hanno fatto alcuni quando hanno contestato i giudici amministrativi per essere entrati nel merito della vicenda Tuvixeddu e delle decisioni assunte dalla Commissione regionale per il paesaggio – se un pm può entrare nel merito di un giudizio amministrativo ribaltando non una ma due sentenze. Perché è quello che qualcuno vorrebbe farvi credere per recuperare la verginità perduta, per nascondere l’eccesso e lo sviamento del potere a cui fu condannato, insieme alla fine di una brillante carriera. E che magari ora si è messo in testa di allevare l'uccello padulo, piuttosto che invecchiare serenamente avendo maggiore cura dei nipotini.
Nella prossima puntata, quando lo stomaco, ormai compromesso, ritroverà il necessario equilibrio, svolgerò qualche considerazione sulla giustizia penale e su quella amministrativa. Per passare poi agli archeologi, agli interventisti ambientali, ai politici chiacchieroni. Quelli dalla doppia morale. Se lo stomaco (e la memoria) mi sorregge.
La Nuova Sardegna del 3 aprile 2008
Tuvixeddu, adesso si indaga per abuso d'ufficio
di Mauro Lissia
Partita da due esposti del gruppo Cualbu, l’inchiesta giudiziaria sul caso Tuvixeddu ha compiuto un deciso passo in avanti: acquisiti nel giro di pochi giorni i documenti negli uffici degli assessorati regionali, il sostituto procuratore Daniele Caria ha iscritto un fascicolo contro ignoti con l’accusa di abuso d’ufficio. L’ipotesi di reato è legata alle decisioni dell’amministrazione Soru sul futuro dei colli punici e al progetto alternativo, che ha sollevato i sospetti del Tar e indotto l’imprenditore privato a rivolgersi alla magistratura ordinaria. I fatti sono noti: bloccati i lavori in corso con nuovi vincoli per notevole interesse pubblico - poi bocciati dal Tar, ora all’esame del Consiglio di Stato - era stato lo stesso governatore ad annunciare al Festarch dell’anno scorso il nuovo progetto per le aree puniche, che nelle intenzioni della Regione sarebbero state sottratte con una procedura di esproprio alla ‘Iniziative Coimpresa’. Il piano alternativo, affidato al celebre architetto francese Gilles Clement ed elaborato interamente su planimetrie e immagini aeree, è stato illustrato nei dettagli, suscitando interesse e anche qualche perplessità. Ma quando sono partite le prime interrogazioni in consiglio regionale sull’origine dell’incarico è calata una cortina di mistero. Soru ha chiarito pubblicamente che il costo della progettazione, pari a 150 mila euro, sarebbe stato coperto dalla fondazione Banco di Sardegna. Ma nell’esposto depositato in Procura il legale di Coimpresa, Agostinangelo Marras, ha fatto riferimento all’assenza di atti pubblici che confermino le dichiarazioni di Soru. Atti richiesti ufficialmente da Coimpresa - secondo l’avvocato Marras - ma rimasti stranamente coperti. Secondo il legale l’incarico sarebbe dovuto passare attraverso una selezione a evidenza pubblica, mentre in questa vicenda gli aspetti pubblici sembrerebbero davvero limitati. Al punto che gli stessi giudici del Tar, nella sentenza con cui hanno bocciato i nuovi vincoli imposti dalla Regione sui colli, hanno espresso con chiarezza il sospetto che l’intera operazione-Tuvixeddu nascondesse l’intento di aprire la strada a un progetto alternativo. Ora la Procura ha accertato che Clement ha incassato almeno cinquantamila euro, in attesa del saldo. Ma resta il punto interrogativo sulla provenienza del denaro. Chi ha pagato? E quanto doveva essere versato esattamente nelle tasche del progettista francese? Qui si inserisce il secondo passaggio dell’inchiesta, che ora si è spostata tutta sull’esame dei documenti: indagando per comportamento antisindacale sul caso dei dirigenti nominati dalla giunta Soru il pm Emanuele Secci ha rilevato una curiosa sequenzialità di tempi tra il finanziamento accordato dal Banco di Sardegna per il progetto Clement e la nomina - datata 12 settembre 2007, due mesi dopo il Festarch - a ‘direttore generale della direzione generale’ nell’assessorato alla pubblica istruzione e beni culturali di Anna Maria Sanna, qualificata come dirigente scolastico. A parte i criteri seguiti per la nomina e per la creazione di una figura dirigenziale fino a quel momento inedita - la Procura sta cercando di verificarli, così come i titoli e il curriculum presentato dalla professionista - non poteva sfuggire il fatto che la Sanna è sposata con il presidente della fondazione Banco di Sardegna, Antonello Arru. Quindi se a pagare è stato l’istituto bancario, si sarebbe trattato di un trasferimento di soldi ‘in famiglia’. Su questo punto le due inchieste hanno così finito per incrociarsi. Ed è ormai probabilissimo che i fascicoli, di qui a breve, vengano unificati. Ma non è finita: nell’esposto Coimpresa ha contestato ogni passaggio che ha portato alla nomina della commissione regionale destinata a valutare l’imposizione dei nuovi vincoli su Tuvixeddu. Partendo dal giudizio del Tar - mancano i criteri, non risultano i curricula dei quattro componenti esterni e serviva una legge regionale per istituire la commissione - il gruppo privato ha denunciato la presenza nell’organismo tecnico di Maria Antonietta Mongiu, che ha partecipato alla decisione sui vincoli e ha poi approvato in giunta, come assessore ai beni culturali, la proposta di imporli. Per questo doppio ruolo - sul quale hanno espresso perplessità anche i giudici del Tar - la Procura farà le sue valutazioni sul piano penale, nonostante sia escluso - non esiste alcun indizio, neppure minimo - che l’autorevole studiosa di archeologia possa aver subordinato le sue scelte tecniche su Tuvixeddu al successivo incarico di amministratrice. La commissione ha lavorato in autonomia, gli errori - che qualche volta si scontrano con il codice penale - potrebbero essere stati commessi altrove.
La Nuova Sardegna del 1 febbraio 2010
La Procura rivaluta le iniziative della Regione nella battaglia in difesa del colle punico di Tuvixeddu. «Soru tutelava l'interesse pubblico». Vincoli giustificati dai ritrovamenti di nuove tombe e dal Codice Urbani.
di Mauro Lissia
Forse è una vittoria di Pirro, ma il contenuto della richiesta di archiviazione per l'inchiesta penale su Tuvixeddu firmata dal pm Daniele Caria riabilita l'azione della giunta Soru in difesa del colle punico e getta un'ombra sulle decisioni dei giudici amministrativi. Caria ricostruisce attraverso atti, testimonianze e intercettazioni telefoniche le fasi infuocate del conflitto tra Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e la Regione. Per arrivare a conclusioni che fanno riflettere: il Tar e il Consiglio di Stato hanno sbagliato le valutazioni sulla legittimità della commissione regionale per il paesaggio che aveva imposto nuovi vincoli sull'area privata del colle. Quella commissione poteva operare ed era composta da persone qualificatissime, reclutate regolarmente. Non solo: i giudici non hanno potuto tener conto di quanto ha deciso la Corte Costituzionale il 27 giugno 2008 e hanno sostanzialmente ignorato il contenuto della Convenzione europea del paesaggio e del Codice Urbani: la tutela del paesaggio è competenza esclusiva dello Stato e in presenza di situazioni nuove l'accordo di programma per Tuvixeddu, con le autorizzazioni concesse al gruppo Cualbu, poteva essere cancellato. Il Tar però, bocciato il ricorso della Regione per la questione formale legata alla legittimità della commissione, ha deciso solo in base alle dichiarazioni dell'ex sovrintendente archeologico Vincenzo Santoni: nessun ritrovamento significativo dopo il vincolo del 1997. Per il pm Caria sono false, come risulta dalle note della funzionaria Donatella Salvi: oltre mille tombe ritrovate negli anni successivi, alcune sotto vincolo diretto, altre indiretto, altre ancora fuori dall'area vincolata. Santoni - così sostiene il magistrato penale - ha mentito («ha maliziosamente taciuto» sulla nuova realtà del sito archeologico) per favorire la figlia Valeria, ingegnere, che lavorava per Cualbu dal 1995 e operava proprio sui lavori del colle punico. L'imprenditore l'aveva assunta malgrado non avesse alcuna esperienza - sostiene il pm e risulta dalle testimonianze - ma il fatto che lavorasse a Coimpresa prima ancora che partisse il piano Tuvixeddu ha salvato Gualtiero e Vincenzo Santoni dall'accusa ipotizzata all'avvio dell'inchiesta: corruzione. D'altronde quella di assumere figli qualificati sembrerebbe un'abitudine consolidata di Cualbu: il Corriere del Mezzogiorno di Napoli scrive - la data è 19 febbraio 2009 - che la Mediacom, altra società del gruppo sardo, ha assunto la figlia del vicesindaco di Napoli Marella Santangelo appena prima di aggiudicarsi il piano di recupero dell'area ex birreria Peroni di Miano. Dodici mesi fa l'opposizione ha chiesto le dimissioni dell'amministratore ma nessuno si è rivolto alla Procura. Mentre nel caso cagliaritano è stato il pm Caria a ricostruire i rapporti e le vicende della guerra su Tuvixeddu - che definisce «opache» - partendo dall'esposto presentato dallo stesso Cualbu: l'imprenditore sospettava che Soru agisse contro di lui, lo stesso Tar attribuisce in sentenza all'ex governatore un presunto «sviamento di potere». Ma per Caria non c'è nulla di fondato: Soru si muoveva solo per interesse pubblico. Così come si è mosso, insieme all'assessore ai lavori pubblico Carlo Mannoni, quando ha affidato all'architetto francese Gilles Clement un progetto alternativo per Tuvixeddu. A spese pubbliche e senza gara, accusavano gli oppositori. Falso anche questo: i soldi erano privati, i 50 mila euro dello sponsor Banco di Sardegna. E il rapporto è naufragato proprio perchè il dirigente Franco Sardi - l'ha riferito lui stesso al pm - ha messo il veto sull'affidamento diretto. Peraltro risulta agli atti - e il pm Caria lo scrive - che il progetto attuale del parco archeologico urbano, quello bloccato per gli abusi rilevati dalla Procura (quattro indagati, presto probabilmente cinque o sei) era stato affidato dal Comune allo studio Masoero-De Carlo senza selezione pubblica. Ma per Caria il punto centrale della vicenda è un altro: «La Regione - scrive nell'atto notificato ai legali degli indagati Soru, Mannoni, Salvi e Cualbu, tutti prosciolti ma non Santoni - aveva il potere sia di disporre la sospensione cautelare dei lavori pur legittimamente autorizzati, sia di rideterminare il contenuto e l'estensione dei vincoli sul territorio attraverso una nuova valutazione paesaggistico-ambientale, anche se ciò avrebbe reso inattuabili in quanto incompatibili gli interventi autorizzati in precedenza». Insomma: la Regione poteva fermare il piano Coimpresa.